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Pulp, thriller, hard boiled, noir

Cassidy: ammiccando ai Settanta

Cassidy, copertina di Alessandro Poli

Cassidy, la nuova miniserie a fumetti della Bonelli, è tutta una grande citazione, un immenso tributo a un’epoca, un cinema, una letteratura, un modo di raccontare storie criminali.

Raymond Cassidy, il protagonista che dà nome all’intera serie, ha ben più che vaga somiglianza con il giovane Clint Eastwood dell’ispettore Callaghan, anche esplicitamente citato a pagina 28 con il titolo originale Dirty Harry. Poco prima, a pagina 20, ero già sobbalzato sulla sedia all’entrata in scena di Jark, inizialmente alleato di Cassidy, poi acerrimo nemico. Jark è uguale sputato a Charles Bronson, anzi, è proprio lui, un misto tra Il giustiziere della notte e l’Armonica di C’era una volta il West di Sergio Leone. E anche l’armonica, intesa come strumento musicale, suonata dal blues man nero e cieco che come uno spettro tormenta il presente di Cassidy lanciando funeste previsioni per il futuro, non può non essere una citazione del maestro italiano del western, un immenso omaggio attraverso una delle caratterizzazioni più riuscite e durature dell’intera storia del cinema. Ma le sorprese non sono finite. A pagina 61 guarda un po’ chi si rivede? Tom Bosley, forse più celebre con il nome di Howard Cunningham, il papà di Ritchie/Ron Howard nella serie Happy Days. Correva l’anno 1974 quando la prima puntata di quella che forse diventerà la serie televisiva di maggiore successo e longevità – tanto che ancora oggi, in un nuovo mondo e un nuovo millennio, non sembra essere invecchiata – faceva la sua prima comparsa sulle tv statunitensi. E Cassidy è ambientato in quegli anni lì, più precisamente nel 1977, come la puntuale e precisissima colonna sonora citata numerose volte nel testo testimonia.

L’apertura è dedicata obbligatoriamente a Elvis Presley e alla sua “Way Down” che passa nell’autoradio di un Cassidy ferito gravemente da tre pallottole: “All of my resistence / is lying on the floor”. È la notte del 16 agosto 1977, il re del rock è morto da poche ore fottuto da un eccesso di successo e le radio di mezzo mondo danno fondo alla sua discografia in un estremo saluto. Anche Cassidy sta morendo, il colpo a una banca di provincia organizzato insieme ad un gruppo di figli di puttana è andato male. A dire il vero il colpo sarebbe pure andato come doveva. Oltre un milione di dollari, infatti, giace nel retro del furgone portavalori che hanno rubato. Peccato, però, che un poliziotto sia morto a causa dell’eccesso di foga e di violenza del già citato Jark/Bronson, imprevisto che non può andare a genio al ladro gentiluomo Cassidy/Eastwood che gli promette di cantargliene quattro. Non ne avrà il tempo. Jark e i suoi complici hanno già previsto tutto: di dividere la loro parte di bottino con il biondo Raymond non ne hanno proprio voglia, meglio due colpi di ’38 in testa. Sono più a buon mercato rispetto a cinquecentomila dollari. Ma Cassidy è uno tosto e non si fa impallinare come un piccione, anche perché, altrimenti, la serie a fumetti sarebbe già finita. Ne fa secco uno e riesce a fuggire con tre pallottole in corpo e con ben più di un piede nella fossa. Ma il blues man, che altri non è se non il Grillo Parlante di Pinocchio travestito, e il dottor Webber/Bosley, gli salvano la vita. Una vita ora dedicata ad un unico scopo: rimettere le cose a posto. E avrà solo diciotto mesi, poi la Grande Mietitrice verrà a reclamare il proprio conto da saldare.

Una tavola di Maurizio Di Vincenzo

È la musica a scandire il progredire temporale degli eventi, è la sua storia a indicarci il periodo e l’epoca in cui la narrazione si svolge. Dopo l’Elvis di “Way Down” ci imbattiamo, infatti, nelle grandi hit datate 1977, da “I’m your boogie man” di K.C. & Sunshine Band ai Bee Gees di “Stayin’ Alive”, con l’unica eccezione di “Somewhere over the rainbow” di Harold Arlen, che però identifica una precisa serie di tavole quasi sospese in un mondo che non è più reale, al di là del tempo e dello spazio. Ma sono la musica e le citazioni cinematografiche a dare la misura di questo nuovo lavoro dello sceneggiatore Pasquale Ruju, tornato nelle edicole italiane dopo la convincente miniserie Demian (che, tra l’altro, tornerà in edicola il 27 Maggio con un numero speciale). Se in Demian le radici del noir affondavano nella tradizione europea e più precisamente francese, tra Jean-Claude Izzo e Jean-Patrick Manchette e la loro Marsiglia, terreno di caccia per il protagonista Demian, con Cassidy ci spostiamo nell’altro grande teatro del noir e delle gangster stories, gli USA. Se con Demian era la tradizione letteraria a fornire l’inchiostro in cui Ruju intingeva la penna, ora è il cinema “dei duri” a fornire il substrato per il suo lavoro, come gli esempi di citazione sopra riportati evidenziano e come testimonia anche la prima tavola: una strada e un cartello con su scritto “Route 66”. Vi viene forse in mente qualcosa di più caratterizzante della più celebre strada degli States?

Lo stesso protagonista Raymond Cassidy appare come un Ogm tra Raymond Chandler e Butch Cassidy, un padre fondatore di un genere e un ladro entrato nel mito, a segnare la misura per un serie a fumetti che si presta ad essere come la panna sulle dita. Tutta da gustare fino in fondo, rigettandosi tra le sparatorie e gli inseguimenti che tanta storia hanno fatto, permettendo ai nostalgici di riassaporare le atmosfere di un tempo e quella puzza mista di olio lubrificante e polvere da sparo che tanto piaceva a molti. Ed io, dietro ad ogni curva, mi aspetto poi di vedere spuntare la Ford Gran Torino di Starsky e Hutch. Gli anni sono quelli.  

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