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Pulp, thriller, hard boiled, noir

La felicità dei cani – Adamo Dagradi

La felicità dei cani

LA FELICITA’ DEI CANI
di Adamo Dagradi
ed. Mursia

È una delle cose che più ci si sente ripetere in Italia: non ci sono più gli scrittori di una volta. Leggetevi La felicità dei cani del critico cinematografico Adamo Dagradi e, forse, cambierete idea. Altra vulgata: i libri degli scrittori italiani non hanno ritmo; sì, magari sono anche scritti bene, buona lingua e buona tecnica narrativa, ma l’azione, cazzo, l’azione. Anche in questo caso leggetevi La felicità dei cani di Adamo Dagradi, critico cinematografico. Forse, cambierete idea.

Ora, io lo so che Dagradi ha mamma, papà e Michael Mann. Ne sono certo. È la prima cosa che ho pensato appena terminata la lettura del suo romanzo d’esordio edito da Mursia. Alla lentezza di certe pagine, addirittura interi capitoli, si contrappone la repentina esplosione di azione, inseguimenti e sparatorie degne delle migliore cose girate dal regista americano. Questi continui cambi di ritmo rendono la lettura movimentata e in grado di miscelare all’interno della narrazione momenti introspettivi ad altri di pura action, in un mix equilibrato e di qualità.

Anche se il protagonista principale è la poliziotta Jelena Della Rebbia, tanto bella quanto tormentata da un oscuro e violento passato, è l’intero XX Distretto di polizia di una città che sembra tanto assomigliare a Genova – anche se non viene mai citata direttamente – a fungere da fulcro del libro. Dagradi, mediante la composizione fisica e psicologica di più personaggi, opera una sorta di divisione scientifica del protagonista del romanzo: ognuno ha una caratteristica peculiare, magari anche opposta a quella del proprio collega di volante. C’è, ad esempio, il timido e l’introverso, l’irascibile e il pacato, il divorziato e il padre di famiglia. Grazie a questa composizione antitetica dei suoi personaggi, Dagradi riesce ad includere in un unico romanzo e con un unico, grande protagonista – il già citato XX Distretto – gran parte “dell’universo mondo” della narrativa di genere. Non abbiamo, in questo caso, il detective sfigato, quello alcolizzato oppure il classico tipo tormentato da non si sa bene quali spettri interiori. Abbiamo un poco di tutti questi topoi, di questi archetipi letterari. Se da una parte, quindi, Jelena sembra voler prendere il sopravvento nella penna dello scrittore, dall’altra passiamo molto del tempo a seguire le indagini dei suoi colleghi o i dubbi e le umanissime debolezze del commissario Orlando, forse il personaggio meglio caratterizzato, più affascinante nella sua vulnerabilità e quello in grado di garantire una ipotetica serialità anche e soprattutto grazie alle sue potenzialità di crescita e mutazione. Ancora più della stessa Jelena.

Siamo verso la fine dell’anno quando i cadaveri di tre giovani ragazze vengono ritrovati in un cimitero. Tre ragazze di cui pochi sono realmente in grado di accorgersi della loro scomparsa. Non frega niente a nessuno. Sono tre puttanelle con le tette rifatte. Il caso, a dire il vero, sempre di una banalità quasi disarmante. A pagina 50 gli sbirri hanno già svolto le indagini preliminari, interrogato chi di dovere e acciuffato il sospetto assassino, che forse così sospetto non è se per fermarlo è necessaria una incredibile sparatoria in treno con morti, sangue, pallottole che fischiano da tutte le parti e finestrini infranti. Ma la verità ha molte facce e quella che viene mostrata non è detto che sia sempre la principale, di verità, e chi viene dato in pasto alle autorità non sempre è l’unico e principale colpevole di un crimine. Lo sanno bene sia Jelena, poliziotta solo all’apparenza fragile, una in grado di racimolare soldi grazie alla mungitura dei delinquentelli di quartiere, e il commissario Orlando, poliziotto un po’ per caso, un po’ per necessità e con qualche dissidio con la moglie. Le indagini porteranno lontano, molto lontano, addirittura arrivando a scoperchiare uno di quei nidi di serpenti in cui è meglio non andare a ficcare il proprio ditino. Il morso è garantito. E l’unico modo per “bonificare l’area” è dato una sparatoria finale come raramente era capitato di leggere in un autore italiano, quasi rinverdendo un’epica western di cui, francamente, se ne sentiva la mancanza e il peso dell’assenza in questo magico mondo delle lettere.

Parallelamente a tutto questo Jelena affronta il proprio passato di merda e l’ancora più puzzolente, sporco e precario presente. Come se tutto ciò non bastasse sua sorella è scomparsa e nessuno sa che fine possa avere fatto. Il romanzo non dà una risposta a questa domanda, con la certezza che, prossimamente, ne vedremo delle belle. E <<che Dio ce la mandi buona…>>. <<E senza le mutande>>. [pg. 245]

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