Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Nessuno verrà – Steve Mosby

Nessuno verrà

NESSUNO VERRA’
di Steve Mosby
ed. Nord
Traduzione di Anna Martini

Il problema è che a pagina 50 o giù di lì avete già capito chi è l’assassino del nuovo romanzo di Steve Mosby, Nessuno verrà. E per un thriller che vorrebbe giocarsi il proprio asso nella manica sulla suspense, questo non va bene. Diciamo, poi, che fino a pagina 200 non succede un emerito cazzo di niente. Ma niente. Un paio di omicidi che restano sullo sfondo, un mezzo pestaggio e poi parole, parole e ancora parole, un infinito e logorante cazzeggio senza capo né coda che troppo spesso rasenta la noia profonda.

Inoltre questi personaggi che hanno tutti una marea di problemi. E che palle. Uno, Dave Lewis, è un prestigiatore che non si sente troppo soddisfatto di quello che fa e che ha perso poco tempo addietro i genitori e, molto prima, il fratello, morto ammazzato in un incidente di caccia. Ovviamente si sente responsabile perché prima che il fatto avvenisse lui aveva avuto una sorta di premonizione, ma non era stato così convincente da far desistere il fratello dall’intraprendere quella scampagnata. Anni dopo, la casa vuota dei genitori è ancora così come l’hanno lasciata, in modo particolare la stanza del primogenito defunto. Con tutti i suoi spettri. Un altro è un poliziotto, Sam Currie, incaricato di fare luce sulla catena di omicidi che un misterioso e sadico killer sembra voler perpetuare con lucida pianificazione. Manco lui, il poliziotto, sta molto bene. La moglie l’ha piantato in una casa troppo grande per un single dopo la morte del loro unico figlio. Overdose da eroina. Lui – e che ve lo dico a fare? – si sente in colpa per non averlo salvato, l’aveva infatti appena buttato fuori di casa dopo l’ennesima balla e l’ennesimo furti dei gioielli della madre. Quindi altri spettri, altri rimorsi e altri tormenti. E altre parole, altri cazzeggiamenti.

C’è poi la ragazza il cui padre, che tra l’altro è il principale sospettato degli omicidi, abusava di lei e del fratello più piccolo. Mary ed Eddie, mentre il padre si chiama Frank Carroll. Dopo il trauma la ragazza è fuggita e ha tentato in ogni modo di rifarsi una vita nascondendosi e celando la propria vera origine a chiunque avesse a che fare con lei. La sera, per placare i suoi turbamenti interiori, li esternalizza riempiendosi le gambe di tagli, con una lametta da barba. L’altra protagonista femminile, anche se rimarrà sempre un po’ in ombra rispetto a Mary, è Tori, ragazza – indovinate un po’ – carina ma mezza fuori di testa, un po’ depressa, un po’ schizofrenica, un po’ non si sa bene cosa. Viene picchiata, viene ricoverata in un ospedale psichiatrico e infine viene rapita. Che culo.

Alla fine, gli unici personaggi in grado di non destare nel lettore una inestinguibile antipatia sono Choc e Cardo, due criminali con un proprio preciso e addirittura nobile senso dell’onore che, possiamo dirlo, fanno quello che devono fare senza troppe menate. Delinquere è un modo semplice per far soldi, senza troppe menate per loro e per noi. Sempre meglio che lavorare.

Una introduzione di duecento pagine è veramente troppo lunga. Dopo la storia prende, a tratti, un ritmo superiore grazie alla partita a scacchi che Dave, incastrato non si sa bene per quale motivo in un gioco decisamente più grande di lui, gioca con il misterioso killer che ama ammazzare le proprie vittime legandole a un letto a morire di fame e sete. Nel frattempo, visto che qualcuno potrebbe chiedere “Ehi, ma che fine hai fatto? Ci beviamo una birra insieme?”, risponde con puntualità ai possibili sms o e-mail che vengono mandati alla tipa legata. “Tutto bene, sono molto impegnata, ci sentiamo dopo!”. Ma anche quando l’azione entra nel vivo, nelle pagine che dovrebbero distillare pathos e suspense a ogni macchiolina nera impressa dallo scrittore sulla pagina bianca, la narrazione non gira, non coinvolge mai completamente. E il motivo, come detto sopra, è banale: sappiamo già chi è il killer. Sapendo chi è il killer, inoltre, intuiamo in modo piuttosto preciso anche le sue motivazioni, il perché Dave, il mite Dave, gli stia così sulle palle da fargli fuori tutte le sue ex. Pagina dopo pagina l’occhio sfugge con troppa frequenza alla loro numerazione in altro a destra o a sinistra, così come durante una finale vincente di Champions League – quelle che il Milan giocava una volta – l’attenzione dello spettatore è catturata maggiormente dallo scorrere dei secondi sul cronometro piuttosto che dalla palla. Sia le pagine sia i secondi della finale passano troppo lentamente e alla fine sospiri un anelato “finalmente”. Ora si può passare ad altro.

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