Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Diavolo d’uno slang! L’intervista a Olivia Crosio

Olivia Crosio

Ho fatto una chiacchierata con Olivia Crosio, traduttrice, tra gli altri, di quei Dave Zeltserman e Jim Nisbet da me tanto apprezzati. Come giustamente afferma Luca Conti sul suo blog personale, Last of the Independents, “I libri non si traducono da soli”. Mi è parso quindi giusto conoscere e farvi conoscere un po’ meglio Olivia Crosio, il cui lavoro ci permette di passare qualche ore in relax e divertimento. E di continuare a parlare l’inglese uan sgeps america.

Come sei arrivata alla traduzione?
Volevo trovare un mestiere che mi lasciasse libera di fare tutte le altre cose che mi piacevano, e al momento mi è sembrato quello giusto. Cominciare non è stato facile: una sera a una festa ho conosciuto uno che conosceva una che conosceva un’altra… Sono approdata alla Harlequin Mondadori e da lì ho iniziato, con il genere “rosa”. La libertà però si è vaporizzata quasi subito. Mi rimane la consolazione che, se un mercoledì voglio andare a spasso, posso sempre lavorare il sabato…

Qual è il tuo metodo di lavoro nel momento in cui approcci un libro?
In teoria prima di iniziare una traduzione bisognerebbe leggere il libro. Non sempre lo faccio. Non ho un metodo particolare di approccio: mi faccio un tè, mi metto al computer e comincio il viaggio.

Hai tradotto due tra, a mio avviso, i migliori autori contemporanei di noir: Zeltserman e Nisbet. Ci faresti un nome di un autore ancora inedito in Italia che meriterebbe una traduzione? Perché?
Ah, non so rispondere! È una domanda da fare alle agenzie letterarie.

Cattive abitudini

Che difficoltà hai incontrato nella traduzione di questi due autori?

Nisbet è stato irto di difficoltà linguistiche, per via dello slang. Anche il suo amore per i particolari mi ha creato non poche difficoltà. Il capitolo sulla camera della morte ha richiesto molte ricerche (si riferisce a Iniezione letale, n.d.r.). Non volevo tradire l’autore semplificando (a volte si fa) perché avrei stravolto lo stile e l’atmosfera e, soprattutto, avrei attenuato la crudezza del testo. Zeltserman invece è filato via liscio. Io adoro tradurre i dialoghi e con Piccoli crimini mi sono potuta ampiamente sfogare.

Che registro linguistico usano nella loro lingua originale?
Nisbet ha usato un registro molto colloquiale, basso. Peccato che lo slang inglese sia molto più colorito del nostro e, non conoscendo il gergo malavitoso, mi sono dovuta arrangiare con i termini che conosco. Caricare le frasi della dovuta violenza però non è stato facile. Zeltserman narra in prima persona, quindi il linguaggio era molto povero, perché il protagonista è un delinquentello di terza categoria. L’originale era pieno di “dire e “fare”.

Come tradurre, quindi, nel miglior modo possibile espressioni dello slang?
Come dicevo sopra, lo slang è sempre difficoltoso perché spesso è legato, sia nella lingua di partenza che in quella di arrivo, a un determinato “gruppo” o regione geografica. Possiedo alcuni validi vocabolari e uso molto internet. A volte nessuno dei due aiuta, e allora vado a senso. Lo slang costringe sempre, più che a una traduzione, a una vera e propria riscrittura.

Come fai a rendere al meglio le diverse voci e stili dei vari scrittori, a non uniformarli a un tuo personale registro?
Con gli autori bravi, quelli che sanno scrivere, viene automatico. Anzi, per me variare genere è un modo per variare anche il mio spettro di registri. Come succede per gli attori che devono interpretare un testo, anche noi traduttori interpretiamo, e questo è proprio il pericolo: uniformare. Bisogna leggere tanto in italiano, cercare sempre nuovi vocaboli, secondo me io per esempio dovrei andare di più al cinema.

Quando traduci un testo prendi contatti con gli autori dei testi medesimi?
Quasi mai. A volte ci ho provato, ma non ho mai trovato collaborazione da parte della casa editrice italiana. Molti autori so che, pur di essere tradotti all’estero, sono ben felici di fidarsi del traduttore e, una volta venduto il libro, non ne vogliono più sapere. Nessuno o quasi di loro, poi, conosce l’italiano.

Piccoli crimini

Se sì, che tipi sono? Hai qualche aneddoto su qualche autore che hai tradotto?

Una volta mi telefonò un tizio che aveva scritto di un taxista americano che portava un cliente ad Atlantic City. Era una storia fine e gustosissima, sullo stampo di “Baghdad Cafè”, per intenderci. Voleva sapere come stava andando il libro Italia. Io, che lo avevo tradotto quasi un anno prima, non ricordavo più nemmeno chi lui fosse e gli dissi che il libro andava benissimo, poi chiamai la casa editrice e venni a sapere che invece non avevano intenzione di pubblicarlo, perché era “troppo americano”. Che follia. Lui era fantastico, si chiamava Israel.

Tu sei anche scrittrice…
Dopo tante traduzioni dovevo provare! Ho scritto un libro, “Solo in città”, che poi è stato pubblicato nella collana Teens di Fanucci, anche se non era proprio solo per adolescenti. Siccome è piaciuto, dopo ne ho scritto un altro per la stessa collana, “Giulio e il colore dei baci”, ma anche questo è piaciuto forse più agli adulti che non ai ragazzi. Allora ho deciso di provare con un libro per tutti, e ci sto lavorando. Più che altro, ci sto lottando.

Per chi, come me, ha sempre arrancato dietro alle lingue straniere coloro che le padroneggiano come te suscitano sempre un misto di invidia e ammirazione. Ma come fai? Solo frutto dell’esercizio e dello studio?
Non ci crederai, ma io l’inglese lo parlo malissimo. Davvero. Ormai lo uso solo durante le vacanze, se vado all’estero. Lo leggo e lo scrivo quasi come l’italiano, ma parlarlo… Cerco di guardarmi qualche film in inglese con i sottotitoli, per tenermi un po’ in esercizio. Ascolto le canzoni e cerco di capire i testi (difficilissimo). Forse per questo vado in palla con lo slang. Spero ti sia di consolazione!

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2 pensieri su “Diavolo d’uno slang! L’intervista a Olivia Crosio

  1. Pingback: The Nisbet’s Rule: “Chi incontri a pagina uno è completamente fottuto” « Pegasus Descending

  2. english in ha detto:

    be’, dopo aver letto certe risposte si capisce perché nelle traduzioni di questa donna si trovano tanti errori… Ricordo ancora quel “dog collar” (=colletto da prete) che lei nel Diario di Bridget Jones tradusse come “collare da cane”, trasformando un tranquillo pranzo di famiglia in un teatrino sadomaso. Forse se studiasse meglio l’inglese…

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