Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

L’isola degli uomini superflui – Stephano Giacobini

L'isola degli uomini superflui

L’ISOLA DEGLI UOMINI SUPERFLUI
di Stephano Giacobini
ed. Spoon River

Una sera di un paio d’estati fa mi stavo sollazzando con uno dei tanti B-movie d’azione con cui sono solito perdere un po’ di tempo. “The Condemned” era il titolo. Non so perché ma nel leggere “L’isola degli uomini superflui” di Stephano Giacobini (pseudonimo di Roberto Castelli) mi è tornato in mente questo film.

A dire la verità il romanzo è più affine ad un altro di film, quel “Hostel” che per la vacuità della sua trama e per l’esaltazione di una inutile violenza manifestata in tutti i suoi truculenti dettagli così poco mi è piaciuto. In soldoni la storia è sempre quella: una organizzazione criminale senza scrupoli rapisce esseri umani da far macellare a dei ricchi e annoiati committenti. Se in “Hostel” tutto avviene in un edificio periferico dell’Europa dell’Est, in “The Condemned” la vicenda si svolge in un’isola tropicale analoga a quella de “L’isola degli uomini superflui”, con l’unica differenza che la mattanza nel primo caso si svolge sotto gli occhi curiosi di milioni di spettatori collegati via web al reality show messo in piedi, nel secondo lo spettacolo è riservato a pochi intimi.

Anche la critica che attraverso lo sviluppo della trama viene avanzata è sempre la stessa: una società del benessere morbosamente annoiata che ormai assuefatta un po’ a tutto deve sempre alzare l’asticella dell’inaspettato e del mai visto per essere ancora in grado di provare qualche rimasuglio di emozione. E visto che chi ha soldi, troppi soldi, non ha più un cazzo da chiedere e provare, non resta loro che mettersi a fare gli emuli di Jack Lo Squartatore. Tutto ciò per registi, scrittori e sceneggiatori diventa infine un pretesto per rinverdire gli antichi fasti del cinema splatter, oggi favorito anche dal realismo fornito dallo sviluppo degli effetti speciali.

Io non amo il cinema splatter, non amo le storie di violenza “reale” o realistica. I vari dettagli macabri di squartamenti, amputazioni, accecamenti, disossamenti e affini mi fanno distogliere lo sguardo e mi infastidiscono. Amo il pulp, che però è ben altra cosa. La violenza è così estrema da diventare parodia di se stessa e lo humour è una componente imprescindibile di questo genere di storie.

“L’isola degli uomini superflui” è, diversamente, un’opera per gran parte splatter in cui mille e più sadici modi di ammazzare qualcuno infliggendogli il massimo dolore si rincorrono per le pagine del libro in un continuo crescendo. L’isola da cui il titolo è una sorta di lager dove una organizzazione criminale gestita da un ricco affarista e mandata concretamente avanti dal Capitano tiene segregati in condizioni folli persone la cui scomparsa non desti alcun sussulto da parte di terzi. Poveri, malati, dimenticati da Dio. Sono gli Uomini Superflui. Uomini che verranno poi impiegati per soddisfare le curiosità omicide e sanguinarie di ricconi con la pancia gonfia e una zoccola nel letto. Il romanzo procede quindi nella narrazione di queste sevizie fino al finale in cui la presenza di una donna incrinerà un ben oliato meccanismo.

Se nella scrittura di un romanzo la preventiva stesura di una scaletta è cosa buona e giusta, se questa diventa troppo rigida il rischio che ne deriva è quello di una eccessiva staticità nello sviluppo della trama, che risulta per tale motivo molto legata, poco sciolta e strutturata in un susseguirsi di capitoli quasi tra loro indipendenti e con alcune parti che rallentano eccessivamente la narrazione mediante delle pause descrittive poco opportune. Il tutto appare inoltre come una enorme impalcatura un po’ eccessiva se confrontata con un finale troppo repentino, improvviso, un cambio di direzione nella storia e nelle intenzioni di alcuni suoi personaggi cardine che paiono poco motivate e con scelte subitanee e capitali non sviluppate in maniera compiuta.

Il romanzo di Giacobini/Castelli manifesta poi un suo limite importante in un uso troppo formale della lingua, che se da una parte può trovare giustificazione nella volontà dell’autore di rappresentare al meglio una totale assenza di moralità, sentimento o pathos per le mostruosità messe in piedi dai protagonisti de “L’isola”, dall’altra creano un ambiente letterario completamente asettico, senza sussulti o cambi di ritmo tali da movimentare la narrazione e tenere desta l’attenzione del lettore. Allo stesso modo e con lo stesso registro narrativo i dialoghi paiono troppo compassati, rigidissimi e poco reali. Non convincenti.

Nonostante queste critiche e questi difetti in parte correggibili attraverso un buon lavoro di editing, “L’isola degli uomini superflui” potrebbe incontrare i favori di un pubblico amante del genere splatter. Pubblico tutt’altro che circoscritto stante i successi di “Hostel” e fratellini.

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