Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

La doppia ora. Il meglio del cinema italiano

La doppia ora


Per la rubrica “Serata Blockbuster” di questa settimana recensiamo:

LA DOPPIA ORA
di Giuseppe Capotondi
con Filippo Timi e Ksenia Rappoport

Sonia e Guido sono due cuori solitari, due persone che per sanare la loro solitudine non trovano migliore soluzione che andare a quegli incontri al buio in cui trenta scapoli incontrano, a turno, trenta zitellone. Se ti va bene ti ci scappa una scopata gratis. Se ti va male incontri Pacciani.

Loro rischiano. Si annusano, si piacciono, si cercano. Lei è una cameriera in un albergo inaugurato da Luigi XIV in persona e parrucca, lui un ex poliziotto che per sbarcare il lunario ora fa il guardiano di una lussuosa villa registrando il canto degli uccellini che albergano nel parco intorno. Le cose vanno bene, lei accetta di visitare l’abitazione di Guido e di ascoltare la sua raccolta di sfringuellate e usignolate, ci scappa pure un bacetto e il dopo cena l’abbiamo già tutti in mente. Però c’è un però. E questo però consiste in un gruppo di rapinatori che approfittando dell’allarme spento penetrano nella villa, prendono in ostaggio i due piccioncini e portano via tutto, ma proprio tutto. Persino le tazze dei cessi. Che però erano dorate. Uno dei furbacchioni fa il brillante con Sonia, ci scappa una colluttazione, un colpo di pistola e poi stop. È tutto finito.

È da questo punto che il film prende un’altra piega, diventando un thriller metafisico in grado di incollare lo spettatore alla poltrona. Guido è morto, ma lei, tornata ad una vita che potremmo definire normale tra virgolette, continua a vederlo e sentirlo. Sembra non essersene mai andato. E poi c’è una strana foto.

“La doppia ora”, film diretto dall’esordiente al lungometraggio Giuseppe Capotondi, è quanto di meglio il cinema italiano sia stato in grado di produrre nel 2009 appena conclusosi. Noi italiani siamo storicamente fortissimi e bravissimi nella commedia, ma altrettanto vulnerabili in generi più complessi o in cui la sceneggiatura, scevra da battute e barzellette zozze, diventa l’elemento portante della pellicola. È per questo motivo che “La doppia ora” mi ha così sorpreso. Per tutte le due ore di proiezione il film fila che è un piacere, nonostante i suoi ritmi lenti e compassati, in particolar modo nei primi due terzi di storia, i molti silenzi e la forte introspezione che i fantastici Filippo Timi e Ksenia Rappoport operano sui loro personaggi. È un lavoro estremamente difficile girare un film del genere, che per la maggioranza del suo tempo è un thriller che strizza l’occhio al paranormale pur essendo, nella realtà delle cose, un noir a tutti gli effetti dopo una prima parte in cui strizza l’occhio al drammone esistenziale da gatto nero che si tocca le palle.

“La doppia ora” è un noir come non se ne vedano da tempo in Italia. È costantemente basato sull’attesa di qualcosa che sappiamo dovrà avvenire, ma di cui non conosciamo né la natura né la provenienza. I personaggi non sono mai chi dicono di essere, introducendo quell’elemento misterioso che seppur non avvalendosi dei cliché del genere – l’indagine, l’ammazzamento, l’assassino – si prefigge di raccontare l’animo umano come raramente ho visto fare al cinema italiano. E poi l’eterno dilemma dell’Uomo: la necessità di fare delle scelte e l’obbligo di pagarne il costo con la consapevolezza che ogni strada intrapresa comporterà la rinuncia al percorrerne un’altra, di strada. Se questo non è noir ditemi voi cos’è.

Vi è la forte necessità di elogiare i tre bravissimi e giovani sceneggiatori – Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo – anche per l’aver scommesso su un artificio narrativo quantomeno azzardato: l’inserimento della chiave di volta della storia e della soluzione del mistero non all’ultima scena del film ma ai due terzi circa. Dopo di ciò il film dura ancora una mezz’ora, definendo il concreto rischio di una perdita di attenzione da parte degli spettatori che ormai credono di sapere gran parte di quello che attanagliava le loro cellule cerebrali. Tale rischio è stato invece brillantemente superato mediante un aumento della velocità della narrazione e della regia, fino a questo punto molto lenta e riflessiva, innescando una serie di eventi a cascata in grado di riattizzare continuamente l’attenzione dello spettatore.

Ksenia Rappoport, che già avevamo apprezzato ne “La sconosciuta” di Giuseppe Tornatore e in “Italians” di Giovanni Veronesi, offre una prova d’attrice di rara intensità, sorreggendo sulle proprie spalle le sorti dell’intero film in un ruolo tormentato e tragico. E di Filippo Timi c’è forse la necessità che io dica qualcosa? Va bene: insieme a Pierfrancesco Favino è il miglior attore italiano. E avrà un futuro ancora più luminoso del suo già brillante passato. Parlerà bene l’inglese?

CLICCANDO QUI potete vedere il trailer de “La doppia ora” e leggerne la scheda completa.

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