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Pulp, thriller, hard boiled, noir

Storia di un dio da marciapiede

Storia di un dio da marciapiede

STORIA DI UN DIO DA MARCIAPIEDE
di Francisco Gonzàlez Ledesma
ed. Giano
Traduzione di Francesco Varanini

“Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare” (Mt 18, 6).

Beh, Gesù e il poliziotto barcellonese Méndez, frutto della penna di Francisco Gonzàlez Ledesma, non sono mai andati troppo d’accordo e sarei disposto anche a scommetterci il mio euro che il secondo non abbia mai granché ascoltato e men che meno seguito gli insegnamenti del primo. Però converrebbe con queste durissime parole tratte dal vangelo secondo Matteo, parole senza speranza e senza possibilità di perdono, pratica che tanto piace al buon cristiano. Ora è Méndez a parlare: “Peccato che in Spagna non ci sia la pena di morte. Peccato che non ci sia un boia con la fantasia di un artista e senza troppa premura.” [pg. 153]

È curioso come il trovarsi di fronte a determinate situazioni possa indurre caratteri e personalità tra loro agli antipodi a pronunciare le stesse parole frutto delle medesime sensazioni. La morte di una bambina può quindi indurre un valoroso alfiere del comunismo, colui che ha subito la dittatura di Franco fino al 1975 come Méndez – e con lui il suo padre letterario Ledesma -, uno più impegnato ad ammirare le tette generose e le chiappe abbondanti di formose quarantenni barcellonesi che a baciare le pile del parroco di quartiere, a parlare tale e quale ad uno che ha fondato una religione piuttosto importante e diffusa. Anche questa elegia della pena di morte è qualcosa di assolutamente anomalo in un mondo, reale e letterario, troppo abituato al politicamente corretto. Méndez è invece brutto e sporco, è più avvezzo ai calli barcellonesi che puzzano di piscio e merda piuttosto che ai salotti buoni in cui si discute della lunghezza delle zucchine e del sistema capitalistico internazionale oppressivo. È forse per questo che ha il coraggio di dire quello che tutti pensano, ha l’ardire di parlare di pancia e di stracciare quel codice penale che, diversamente, dovrebbe essere il suo vangelo.

“Storia di un dio da marciapiede” ruota intorno al ritrovamento casuale del corpo senza vita di una bambina senza nome, abbandonata in una schifo di fabbrica in disuso. Mèndez non è chiamato ad occuparsi di questo sporco caso, lui è l’addetto alle puttane che la notte allietano i sogni di tanti spagnoli, lui, il poliziotto che vive in una stanzetta d’albergo “abbastanza maleducato, malvestito, malmesso e che puzza di poliziotto malpagato” [pg. 130]. Però chissenefrega, questa bambina morta sembra aver chiesto il suo aiuto affinché il suo assassino venga consegnato alla giustizia, sia quella degli uomini sia quella di un dio che vi pare. Anche se questo dio bazzica con maggior piacere e frequenza i marciapiedi lerci che le curie dorate.

Il romanzo può così essere scomposto in tre parti, in tre scene tra loro impermeabili e in successione che vedono il nostro puzzolente poliziotto prima inseguire l’assassino materiale della piccola, poi il suo mandante, infine ingarbugliarsi un una storia in cui l’ETA, killer professionisti e l’avidità degli uomini la fanno da padroni.

Francisco Gonzàlez Ledesma

Se la prima parte, quella che si svolge nei bassifondi di Barcellona, è decisamente noir e velocissima, la seconda e la terza, rispettivamente in un lussuoso hotel di Madrid e in una crociera sul Nilo, convincono meno virando decisamente verso una connotazione maggiormente gialla. Nel primo terzo di storia sono Méndez e questa Barcellona sconosciuta, dei bassifondi, i protagonisti. Ledesma si muove sicuro e svelto, così come un cieco all’interno della propria abitazione non ha bisogno di allungare le mani o di procedere con passo titubante verso il cesso. Spostandosi a Madrid e nel lusso patinato dei soldi senza valore lo scrittore e il suo protagonista rallentano, la narrazione diventa più statica, più riflessiva, più insicura. Come un pesce fuor d’acqua. Nella terza parte, in Egitto, Méndez si ritrova in un ambiente, per lui che non ha mai abbandonato i bassi quartieri della sua capitale catalana, totalmente sconosciuto. Necessariamente la città e l’ambientazione non possono più essere in primo piano, diventando solo uno sfondo in cui il poliziotto spagnolo si muove cercando di trovare il bandolo della matassa. Il noir si sfuma sempre più, ciò che rimane è una storia prettamente gialla nel tentativo di svelare l’assassino e ricordando in modo deciso il Poirot di Agatha Christie nella sua avventura egiziana da cui è stato pure tratto un celebre film.

Il romanzo rimane comunque un ottimo romanzo e Méndez una delle figure più interessanti della letteratura di genere spagnola. Però vogliamo leggerlo in una storia che sia completamente barcellonese, per inseguire con Ledesma le pozze umide dei marciapiedi degli stretti calli e le battute pesanti del suo protagonista.

Potete anche leggere la recensione di “Storia di un dio da marciapiede” pubblicata su Sugarpulp e firmata da Alessandro Morera. Inoltre Francisco Gonzàlez Ledesma è attualmente in libreria con due romanzi, “La dama del Kashmir” (ed. Giano) e “Cinque donne e mezzo” (ed. Giunti).

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