Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Uno Sherlock Holmes targato Guy Ritchie

La locandina di Sherlock Holmes


SHERLOCK HOLMES
di Guy Ritchie
con Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Mark Strong

Nessun “elementare Watson”. Nessun allampanato e segaligno detective con lo scialle scozzese sulle spalle e la pipa di schiuma in bocca. La pipa sì, ma in radica, sporca e logora come il suo proprietario. Niente mastini di Baskerville o maggiordomi furbetti e assassini. Solo tanta azione, botte da orbi e un dottor Watson che, abbandonata la pancetta da bevitore sedentario, si lancia all’inseguimento dei cattivoni rincorrendo esplosioni in macelli, tipi poco raccomandabili e cantieri navali che tutto sono tranne che un posto sicuro.

È questo, in definitiva lo “Sherlock Holmes” targato Guy Ritchie. Sarà sempre arguto come una puzzola e con un fiuto da far invidia al pastore tedesco Rex, però picchia come un fabbro e con uno stile preso a prestito da un altro che le mani le sapeva far andare eccome: Jason Bourne.

Rimarrà forse deluso chi è abituato ad immaginare questo capostipite della storia del giallo come uno sfigato NERD ante litteram, uno che di meglio non aveva che suonare un cazzo di violino e fare il saputello con il buon e pacioso Watson. Fossi stato nel medico londinese lo avrei mandato a cagare già un pezzo quel saccente d’un Holmes ma che volete farci, per vostra sorte non sono né Watson né, tantomeno, Conan Doyle. Pazienza. Per fortuna ci ha però pensato Guy Ritchie a vendicare tutti i Watson del mondo, quei mediani cantati anche da Ligabue ed eternamente costretti a fare da spalla e polmoni a quei fottuti numeri 10. La vita da mediano è proprio una merda. Ma qui c’è la rivincita che passa per il fisico atletico e i bei baffoni di un Jude Law in grande forma che consente a Watson di non essere più la spalla del protagonista Holmes/Robert Downey Jr., ma di diventarne vero e proprio compagno di gioco e di fracassonate, un coprotagonista con tanto di palle d’acciaio inox.

Perché il film di Guy Ritchie è pur sempre un film di Guy Ritchie e cioè: una regia adrenalinica e vivacissima, fatta di improvvisi rallentamenti e altrettanto repentine accelerazioni grazie ad un misto variabile di azione allo stato puro, cazzotti e inseguimenti. Insomma, tutti gli elementi dell’action movie. Ma Guy Ritchie è anche uno che ne sa di musica – proprio in questi giorni inaugura, non a caso, la sua casa discografica, la Punchbowl Recondings – e infatti la colonna sonora di questo “Sherlock Holmes” è sempre perfetta, non diventa mai ancella o, al contrario, protagonista ingombrante, bensì è costantemente un complemento che esalta le immagini che scorrono sul video. Così come la Londra che scorre sotto ai nostri occhi non è semplicemente una ricostruzione dickensiana della capitale dell’Impero britannico, ma concede molto ad una grafica fumettistica capace di strizzare l’occhio a certi colori e ambientazioni già visti nei fumetti di Frank Miller. Un po’ “Sin City” e un po’ “300”.

Credo che l’autentica genialità di questo film risieda proprio nella dissacrante immagine che il regista inglese ha voluto dare ad una delle icone immobili della letteratura, una di quelle figure sacre che rischiamo troppo spesso di diventare dei vitelli d’oro da idolatrare e mai intaccare. Ritchie invece prende il personaggio figlio della penna di sir Arthur Conan Doyle e ne fa polpette, stracciando più di cento anni di iconografia e catapultandolo in una Londra ottocentesca sporca e cattiva, in cui se vuoi sopravvivere devi avere l’arguzia tipica di uno Sherlock Holmes qualsiasi e i muscoli frizzanti di un esperto da taekwondo. E usarli, ovviamente. Lo “Sherlock Holmes” dell’ex marito di Madonna altro non è, in definitiva, che il cinema, quello capace di prendere il nostro vissuto, le nostre stantie abitudini quotidiane e di reinventarle. Un po’ come il “Bastardi senza gloria“ di Quentin Tarantino e il suo messaggio salvifico e immaginifico volto a comunicarci che su un set o in una sala di proiezione tutto è possibile, la Storia non è come quella studiata sui sussidiari di scuola e i personaggi della letteratura non sono per niente simili alle figure disegnate che da decenni ci propinano.

È per questo che lo “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie non c’entra un emerito cazzo con quello descritto da Conan Doyle. Ed è anche per questo motivo che ci è piaciuto così tanto.

CLICCANDO QUI potete vedere il trailer di “Sherlock Holmes” e leggerne la scheda completa.

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2 pensieri su “Uno Sherlock Holmes targato Guy Ritchie

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