Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Suttree: cronache dalla periferia

Suttree


SUTTREE
di Cormac McCarthy
ed. Einaudi
Traduzione di Maurizia Balmelli

Cronache dalla periferia. A chi me lo dovesse chiedere non saprei riassumere in altro modo l’essenza di “Suttree”, romanzo di Cormac McCarthy unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro e frutto di anni di riscritture, riprese e interruzioni prima della definitiva pubblicazione datata 1979.

Un’avvertenza per il lettore affezionato a questo straordinario scrittore: “Suttree” si distanzia in modo abbastanza netto dal resto della sua opera, non tanto per i suoi contenuti, che rimangono epici e tragici e universali, quanto per lo stile di scrittura, molto più grumoso, denso, composto di una sostanza simile a melassa che avvolge il lettore imbrigliandolo e, a tratti, addirittura ostacolandolo. “Suttree” è un romanzo difficile, come direbbe il compianto David Foster Wallace “è scritto in un inglese del 1800” e la traduzione italiana di Maurizia Balmelli è stata in grado di ricreare in maniera eccellente questa scelta stilistica. In altre parole: non è, questo, un libro per il disimpegno o da leggersi nel letto prima di spegnare la luce. Si perderebbe completamente la sua straordinaria potenza e la scrittura densa diventerebbe solo ed esclusivamente un ostacolo, un buon motivo per buttare il libro nello scaffale più alto della libreria di casa.

“Suttree” è diventato per me un libro di testo, uno di quei tanti volumi universitari presi, letti, sottolineati, meditati, masticati, assimilati o sputati, a volte addirittura odiati. Provo sempre una peccaminosa invidia per le grandi menti, per coloro i quali sono in grado di scrivere un bel libro o di raccontare una storia capace di rimanere. Cormac McCarthy è uno di questi. Provo invia e ammirazione per quello che allora fu un giovane scrittore che ebbe tanto coraggio da raccogliere la sfida lanciatagli da quel topo di città di Suttree, che ebbe l’ardire di affrontare una tale infinita mole narrativa solo con gli attrezzi del suo ingegno e della sua penna. Perché “Suttree” non è un romanzo come siamo abituati a pensare un romanzo e cioè il racconto di una storia che parta dal punto A per terminare, dopo aver transitato per tutte le altre lettere dell’alfabeto, in Z. Non c’è il plot in “Suttree”, non c’è una vicenda che faccia da strada maestra per tutto il resto del libro, bensì vi è la narrazione di un frammento di vita, quella vera, quella a volte banale a volte entusiasmante, a volte noiosa a volte concentrata su un progetto, a volte triste a volte folle. McCarthy utilizza la storia di un uomo per parlare dell’Uomo e così facendo va a dare vita ad una scrittura, come già detto, che diventa epica e tragica allo stesso momento, senza spazio e senza tempo. Universale ed eterna. Se la definizione di “classico” ha un qualche senso, beh, allora “Suttree” lo è, nonostante l’importante contributo che sembri dover inizialmente pagare all’“Ulisse” di James Joyce per poi distanziarsene e seguire un percorso proprio e originale.

La mia copia di “Suttree” ha troppe sottolineature per riportarvele tutte, nella prima pagina bianca ad inizio libro sono riportati troppi riferimenti a pagine successive per essere allo stesso tempo esauriente e non noioso. Però alcuni passaggi si piantano nella carne del lettore come un ferro arroventato, altri ti accarezzano come solo faceva la mamma da piccoli. Altri ancora, invece, te li porti dentro e li mastichi e rimastichi, cercando una risposta a domande che, forse, una risposta manco ce l’hanno e avranno mai:

“E poi cosa succede?
Quando?
Una volta morto?
Niente succede. Sei morto.
Tempo fa mi hai detto che credevi in Dio.
Il vecchio agitò una mano. Può darsi, disse. Ma non vedo perché lui dovrebbe credere in me. Oh, mi piacerebbe parlarci un attimo, se potessi.
Che cosa gli diresti?
Be’, credo che gli direi semplicemente, direi: Aspetta un secondo. Aspetta un secondo prima di darmi addosso. Prima che tu apra bocca vorrei solo sapere una cosa. E lui direbbe: Che cosa? E allora io gli chiedo: Si può sapere perché mi hai messo in mezzo in questa partita a dadi quaggiù? Non ci ho mai capito un accidente.
Suttree sorrise. E lui cosa credi che dirà?
Il cenciaiolo sputò e si asciugò la bocca. Non credo che possa rispondere, disse. Non credo che ci sia una risposta.”
[pg. 307-308]

Cormac McCarthy

I temi trattati da McCarthy nella sua opera sono spesso ricorrenti. Quello di Dio, della sua esistenza o meno, del tempo che scorre inesorabilmente, dell’oblio e della morte, della morte di una supposta, sperata o immaginata, stessa divinità, tornano e ritornano, declinati ogni volta con storie e personaggi diversi, ma con risposte – o non risposte – spesso simili tra loro. Anche con “Suttree” e mediante le vicende di quella che è la periferia di tutto, tanto dell’Uomo e della sua vita, quanto dello spazio fisico in questo caso incarnato dai buchi di culo di Knoxville e dell’America degli anni ’50, McCarthy mette su carta forse l’unica paura, autentico terrore, peculiarmente umana. Quella dell’oblio: “Com’è vero che i morti sono oltre la morte. La morte è ciò che i vivi si portano dentro. Uno stato di angoscia, come un’inquietante anticipazione di un ricordo amaro. Ma i morti non hanno memoria e il nulla non è una maledizione. Tutt’altro.” [pg. 181]. Oppure e ancora a pagine 490: “Di cosa ti pentiresti? […] Di una cosa. Ho parlato con amarezza della mia vita e detto che mi sarei battuto contro l’infamia dell’oblio e della sua mostruosa assenza di volto e che in quel vuoto avrei eretto una stele dove tutti avrebbero letto il mio nome. Una vanità che ora abiuro in toto.”

Ma cosa rimane, allora, in questa eterna periferia, in questo caleidoscopio di lerciume, di tragedie e di tipologie umane degne di un testo di Lombroso? Rimane l’amicizia, anche se questa sbevazza e scoreggia: “La sera del sabato e per tutta la domenica venne a trovarlo una schiera di ubriaconi che si sedevano sul letto e parlavano e gli rifilavano whiskey sottobanco. Nessuno chiese se quello che aveva fosse contagioso.” [pg. 355]

Siamo gente di mondo e ormai, purtroppo, sussultiamo solamente davanti alle troppe schifezze che ammorbano il nostro vissuto quotidiano. Per tale motivo non ci scandalizziamo di fronte alla mancata assegnazione – speriamo solamente momentanea – del premio Nobel per la Letteratura a Cormac McCarthy. Io un altro scrittore contemporaneo che lo meriti più di lui, francamente, non lo conosco: ”Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita delle città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno, sbavanti e feroci cogli occhi pazzi di una fame vorace d’anime di questo mondo. Fuggili.” [pg. 560]

Ma fino a dove e quando potremo fuggire? Rispondici tu, se puoi, Suttree. O forse l’hai già fatto.

CLICCANDO QUI potete accedere ad alcuni link interessanti, tra cui lo speciale Einaudi su “Suttree” oppure la galleria fotografica firmata da Wes Morgan che ripercorre i luoghi chiave del romanzo.

CLICCANDO QUI, invece, la recensione pubblicata su “Nazione Indiana” firmata da Marco Rovelli, mentre CLICCANDO QUI quella firmata da Enzo Baranelli sul blog “Che giorno è oggi”.

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5 pensieri su “Suttree: cronache dalla periferia

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  3. paolo vallese in ha detto:

    Il mio commento riguarda una sola parola:”schifo”.Non mi sembra opportuno l’uso di tale termine consideratone il significato nella lingua italiana cosi preponderata-
    mente e completamente diverso che il suono ne sollecita.Tale parola in tal signifi-
    cato esiste, derivato dalla lingua siciliana ma mi farebbe piacere una citazione
    da un testo di uno scrittore italiano e comunque il rispetto delle regole della buo
    na traduzione.

    • Ciao Paolo, benvenuto! Io non sarei così critico su questo particolare termine, a mio avviso si inserisce bene in una traduzione che viaggia a un livello molto alto, intendendo con ciò l’uso di termini e aggettivi non di uso sempre e solo comune. E’ una lingua molto ricercata quella della Balmelli, credo per rimanere fedele alla lingua – inglese – utilizzata da McCarthy. Considera il commento di David Foster Wallace sul sito dell’Einaudi che ho riportato, come link, qui:
      https://lideablog.wordpress.com/2009/10/28/novita-in-libreria-arriva-suttree-capolavoro-di-un-nobel/
      Wallace dice che McCarthy utilizza un inglese dell’Ottocento, ma nonostante questo il libro rimanga uno dei migliori da lui letto. In questo contesto stilistico credo che sia lecito utilizzare il termine “schifo” in qualità di piccola e allungata imbarcazione piuttosto che nel suo senso più comune. Inoltre bisognerebbe anche vedere che termine inglese usa McCarthy. Infine non conoscevo questo altro significato del termine “schifo”, quindi a qualcosa è servito ripescarlo dalla soffitta delle parole in via di estinzione, tantissimi lettori italiani ora sapranno cos’è uno “schifo”! E alla fine questa è comunque una cosa positiva!

      Andrea

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