Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Il simbolo perduto. Parole, parole, parole.

Il simbolo perduto


IL SIMBOLO PERDUTO
di Dan Brown
ed. Mondadori
Traduzione di Annamaria Biavasco, Valentina Guani, Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo, Roberta Scarabelli

Morire di suspense. Morire affogati da un oceano di parole. Odiare i caratteri scritti, quelle lunghe, infinite righe nere su sfondo bianco che riempiono la nostra vita tenendoci compagnia per gran parte della giornata. È questo il giudizio, in sintesi, dell’ultimo libro di Dan Brown, il best seller “Il simbolo perduto”.

Con questo romanzo torna a calcare i freddi pavimenti delle librerie di tutto il mondo il tuttologo Robert Langdon, uno che ci mette mezza nottata a risolvere enigmi che, secondo la prosa di Dan Brown, le menti più celebri dell’umanità intera – da Newton a Galilei passando per Durer, Washington e chissà chi altro – hanno celato mediante le loro opere, i loro scritti, i loro edifici, i loro quadri. “Il simbolo perduto” è un disco rotto, un vecchio ritornello, un canovaccio sempre identico a se stesso, incapace di mutare e di rinnovarsi e che da “Il codice da Vinci” passando per il precedente “Angeli e demoni” fino giù giù a quest’ultimo libro ci ripropone uno schema consolidato in accordo al vecchio adagio calcistico secondo cui squadra che vince non si cambia. Libro che vende si riscrive. Bella merda.

Se con il Codice si scorrazzava per mezza Europa su Suv e jet privati, se con “Angeli e demoni” si correva in una Roma stranamente priva di traffico, con “Il simbolo perduto” non ci si muove da una Washington notturna e a tratti pure suggestiva. Il centro della narrazione ruota intorno allo Smithsonian Museum e quella zona lì che, francamente, a me che nella capitale USA non ci sono mai stato dice ben poco. Come già per i precedenti romanzi, infatti, sarebbe stata particolarmente utile alla lettura un inserto fotografico contenente i luoghi e le opere di cui il libro parla. Perché bisogna essere onesti, gli enigmi artistici con cui Dan Brown dissemina i suoi scritti sono intriganti, ti spingono a cercare su Google questa o quell’opera per osservare con i propri occhi proprio quel dettaglio che ci era sfuggito e intorno al quale, diversamente, l’autore americano ci costruisce qualche centinaia di pagine di storia. Ha ragione il regista Ron Howard in una intervista rilasciata per i contenuti extra della versione Blu Ray di “Angeli e demoni”, il principale merito di Dan Brown è quello di stuzzicare la nostra curiosità inducendoci a condurre delle ricerche personali e, in tale maniera, ad avvicinarci ad opere nuove e a noi sconosciute oppure a riscoprirne di vecchie ma con occhi nuovi. Infatti è proprio la parte centrale del libro, quella che segue fedelmente il canovaccio di cui dicevamo sopra che, seppur senza grosse novità, si lascia leggere, scorre veloce grazie anche a capitoli brevi e, come sempre, interrotti sul più bello. Sembra di assistere ad una puntata di Voyager, con Roberto (Robert) Giacobbo (Langdon) che ti fa due palle così su questa e quella domanda, ti porta di qua e di là ma non ti dà mai la risposta. Dopo un po’ ti scoglioni. Vanno bene le domande, ma ogni tanto sarebbe bene far seguire anche qualche risposta, non vi pare?

Quindi, macinando pagine su pagine, misteri su misteri, galoppiamo verso la conclusione del romanzo e qui torniamo all’inizio della nostra recensione. Parole, parole, parole e ancora parole. Langdon da buon supereroe ha sconfitto tutti i cattivi, poi, cazzo, è così intelligente che mica può essere ancora tenuto all’oscuro dei potenti misteri, in questo caso, della massoneria. Ci mancherebbe. Quindi deve scoprire una parola, la Parola Magica (abracadabra?), di cui il Gran Maestro della massoneria è a conoscenza. Potrebbe dirgliela punto e basta. E no, troppo facile. Altre cento pagine, noiosissime, in cui non si capisce una minchia, in cui ci viene detto che i maghi che Striscia la Notizia sputtana ogni sera hanno invece veri poteri, se avete un tumore mica dovete andare da Umberto Veronesi, figuratevi, meglio il mago Oronzo. Ovviamente è un romanzo e rivendico il diritto della fiction di inventarsi quello che vuole, dalle astronavi, a Narnia, alle porte spazio-tempo. Però rivendico contestualmente il mio diritto di lettore di dire che quella invenzione narrativa è una cagata pazzesca. E mi aspetto anche i 92 minuti di applausi.

Mi risulta incomprensibile come un prodotto destinato al grande pubblico, fatto apposta per essere comprato da chi non compra mai libri possa essere scivolato così banalmente sulla buccia di banana della prolissità che si trasforma in noia ineliminabile. “Il simbolo perduto” è un tomazzo di 600 pagine, di cui almeno 200 potevano essere tagliate senza nulla togliere al racconto, alla suspense, all’ammiccamento al lettore. O forse quelle 200 pagine inutili giustificano i 7 euro in più di prezzo di copertina per il libro probabilmente più venduto dell’anno. Regge come ipotesi? E intanto l’Amazzonia ringrazia.

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5 pensieri su “Il simbolo perduto. Parole, parole, parole.

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  2. Ma perché ti sei voluto fare tanto male (al portafogli e alla salute)? 😛

    • Soprattutto alla salute, perchè il libro l’ho pagato solo 4 euro… Una piccola offerta… Ero costretto a leggere il best seller del 2009, poi ero convinto che sarebbe stato più divertente!

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