Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

La legge del crimine

La locandina francese di "La legge del crimine"


Nuovo appuntamento con “Serata Blockbuster”, la rubrica sull’home video di Pegasus Descending. Questa settimana:

LA LEGGE DEL CRIMINE
di Laurent Tuel
con Jean Reno, Gaspard Ulliel, Sami Bouajila

Il problema di “La legge del crimine”, firmato dal regista Laurent Tuel, consiste principalmente nel suo trailer – che potete vedere CLICCANDO QUI – e nelle immagini messe sulla copertina del film. In entrambi i casi, infatti, si vuole mostrare un lato di questo lavoro che in realtà è totalmente assente, sia nella trama sia nelle intenzioni più o meno recondite del regista stesso.

“La legge del crimine” non è un thriller, un action o un gangster movie come trailer e pubblicità vogliono far sembrare, forse per edulcorare il suo essere fondamentalmente un noir basato sull’introspezione e sul tentativo di caratterizzare in modo marcato i personaggi, con le loro emozioni, i loro sentimenti e le loro scelte a fare da impalcatura, da struttura portante per l’intera storia. Quel poco d’azione che è presente nel film, come le rare scene di crimine e le sparatorie, non è altro che una cornice o, al massimo, uno sfondo, uno scenario entro cui la vera vicenda si svolge. “La legge del crimine” è fondamentalmente un noir europeo e un film francese come spesso siamo abituati a immaginare un film francese, magari anche stereotipandolo, ma avvicinandoci molto alla sua realtà: ritmi lenti e personaggi tormentati.

Milo Malakian (un ingrassato, ma sempre bravissimo, Jean Reno) è un boss vecchio stampo, uno che si fida solo dei propri “familiari”, intendendo con questo termine il clan che in anni di onorata carriera criminale è riuscito ad aggregare intorno a sé. Per lui la famiglia è tutto, come il buon Vito Corleone insegna. Milo ha un figlio a cui vorrebbe lasciare tutto in eredità dopo un ultimo grande colpo capace di garantirgli una tranquilla pensione e una imminente attività di nonno a tempo pieno. Ma si sa come sono questi giovani, “so’ ragazzi”, più che a portare a casa la pagnotta, a costruirsi un futuro solido apprendendo un mestiere abbastanza certo come quello del ladro di professione, pensano piuttosto a correre dietro alle gonnelle della bella infermiera della nonna arteriosclerotica. E questo, per uno come Milo, può essere un grande problema, una fonte di distrazione del figlio, una scheggia infilata sotto l’unghia del clan in grado di aprire un varco alla polizia che guidata dall’ossessione dell’ispettore Saunier potrebbe sfasciare per sempre il giocattolo messo in piedi in tanti anni dal vecchio boss.

In questo quadro generale si svolge poi la preparazione del colpo da parte di Milo e il contemporaneo moto centrifugo da parte del figlio Anton, sempre più critico sia sul futuro che il padre vorrebbe per lui sia sui metodi da questo utilizzati per svolgere in modo dannatamente efficace il proprio lavoro. L’intera vicenda, partita come un thrillerino da cassetta, assume con il procedere del film i connotati di un noir di spessore ben diverso, esplorando quella parte oscura dell’animo umano in cui la fedeltà alla vecchia famiglia, all’ambiente che ti ha cresciuto e strutturato – in generale potremmo semplicemente dire “al padre” – si scontra, forse inevitabilmente, con il desiderio di ribellarsi ad un futuro preconfezionato e precotto da qualcun altro, preferendo inseguire, piuttosto, le proprie ambizioni e il proprio desiderio di costruirsi una vita autonoma che non sia il calco di quella del genitore. Ma per fare tutto ciò è inevitabile una scelta, lo spezzare e il prendere posizione nella infinita tensione tra il passato e il futuro. Tutto ciò non è ovviamente indolore, richiede un costo da pagare, una forca caudina attraverso cui cercare di passare indenne, sia che tu sia il padre sia che tu sia il figlio.

Alla fine capisco pure le esigenze della produzione di spacciare un film come questo quale il solito gangster movie americano per accattivare un pubblico che altrimenti sarebbe stato refrattario a vedere un film a tratti doloroso come “La legge del crimine”, anche se non le condivido. Bisogna pagare i costi di produzione, no? Però c’è il serio rischio di deludere chi lo approcci credendo di noleggiare l’ennesimo “sparatutto”, perché “La legge del crimine” è un noir nel vero senso della parola, più assimilabile a uno dei migliori film noir degli ultimi due anni e cioè a “Onora il padre e la madre” di Sidney Lumet (che rimane comunque una spanna sopra), a “L’ultima missione” di Olivier Marchal o a “Sogni e delitti” di Woody Allen, piuttosto che a “Die Hard”.

Perché mio figlio mi ucciderà se vorrà crescere ed essere se stesso. Ma è da questo che nasce la speranza. La speranza del futuro e del progresso.

CLICCANDO QUI potete accedere alla scheda del film.

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