Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Noir. Semplicemente.

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C'entra con il post?


Puntuale come le castagne e i funghi con l’autunno scoppia una nuova interessantissima discussione sul noir e il suo sempre sospirato travalicamento. È la volta del post noir (tutto attaccato, con trattino o staccato senza, non è ancora ben chiaro. Per comodità lo scriveremo come viene), nuova sottocategoria teorizzata da Raul Montanari sulla rivista Satisfiction: “Secondo me in questo momento ci sono scrittori che, partiti dal noir, stanno esplorando un’altra area narrativa (dando uno spazio molto ampio ai personaggi e alla loro introspezione) senza mai dimenticare la lezione fondamentale della suspense. Con la suspense puoi raccontare meglio tutto: anche una storia d’amore; anche una vicenda statica, il decorso di una malattia, una goccia che scivola lungo un muro”. Oltre alle prime risposte di Gianni Biondillo e Grazia Verasani, il post è stato invaso dai commenti di lettori e addetti del mestiere, deflagrando in uno dei dibattiti sulla letteratura e la critica più stimolanti degli ultimi periodi, almeno per chi, come noi, mastica quotidianamente il genere (posso chiamarlo ancora così?).

Vi rivelo subito la mia posizione, sono uno scrittore di noir e affini evidentemente scarso, niente suspense: a mio avviso è totalmente inutile piazzare sul “mercato” una nuova etichetta letteraria, “post noir”, soprattutto, almeno dalla prima definizione che ne è stata data, se sembra ricalcare con sufficiente precisione quella ben più solida e consolidata di “noir”. Semplicemente. Visto che ”vox populi vox dei” riporto come Wikipedia descrive il noir, distinguendolo anche dal giallo e dal pulp: ”Il noir si differenzia dal giallo perché lo scopo del libro non è solamente raccontare e risolvere un crimine. A fine romanzo il lettore deve riflettere, sulla base di ciò che ha letto, sulla realtà che gli sta intorno, deve analizzare il mondo che lo circonda in base alle informazioni che riesce a raccogliere dal libro, in modo tale che quasi la soluzione del crimine passi in secondo piano. Il noir tende ad avere più un antieroe come protagonista, invece dell’eroe del giallo. Questo e la differenza tra i finali li rende due generi diversi da loro quanto facilmente miscibili. Il finale giallo è un finale consolatorio, la soluzione del giallo riporta allo status quo. Il finale di un noir è poco consolatorio, a volte capita che non esista un finale addirittura o che non ci sia soluzione al romanzo. Il punto di vista della storia è l’altra differenza importante: il giallo è la storia raccontata dai buoni. Il noir è la storia raccontata dal punto di vista criminale… il tutto con le debite e ovvie eccezioni”.

Se la definizione di Montanari fosse accettabile, se cioè stessimo noi assistendo ad un nuovo gruppo di autori spintosi a navigare le nuove acque incerte al di là della sicurezza dei placidi mari che si trovano al di qua delle colonne d’Ercole, confine del noir, anche uno come James Crumley, padre fondatore del genere come siamo abituati ad intenderlo e come riassunto nella definizione riportata sopra, sarebbe non già uno scrittore noir, bensì post noir. Ne “Il caso sbagliato”, opera di confine tra un prima classico e un dopo rivoluzionario per il genere, la trama giallistica è, tutto sommato, modesta e mediocre, ma è eccezionale il racconto del suo loser protagonista e di tutta la merda intorno. Anno 1975. Millenovecentosettantacinque.

Altro esempio? Horace McCoy e il suo “Un sudario non ha tasche”. Anche se non concordo pienamente con il papà della Meridiano Zero, Marco Vicentini, secondo cui “il noir è innanzitutto un’atmosfera […], per me il noir è soprattutto l’angosciosa attesa di una fine già segnata, il fatalismo implicito nel percorrere una strada che si intuisce senza possibilità di scampo, il cinismo nella descrizione dei moventi degli esseri umani o della società, molto più spesso materiali ed egoistici che spirituali o disinteressati”, rincorrendo i pensieri e le azioni del protagonista Mike Dolan ci imbattiamo precisi precisi nelle parole di Vicentini, è come Dolan riuscirà a districarsi in mezzo a tutti i suoi casini, è una fine che sospettiamo ma che continuiamo a voler rifiutare a farne uno dei capisaldi della letteratura noir. Almeno a mio modestissimo parere. Anno 1937. Millenovecentotrentasette.

Faccio quindi fatica – è un mio limite – a capire l’utilità di una nuova, ulteriore etichetta che, alla fine, non fa altro che ricalcarne e scimmiottarne un’altra ben più prestigiosa. L’autentico rischio che mi sembra di intravedere consiste nel dissolversi di qualsiasi capacità definitoria e classificatoria della parola “noir”, così come della seguente “post noir”, perché tutto ricadrebbe sotto quest’ultima, portando all’estinzione la prima per inedia. E poi? Dovremmo inventarci il post post noir? Alla fine Montanari non mi sembra fare altro che definire, con la propria distinzione, il noir. Semplicemente. Etichetta, tra l’altro, che da sempre ha qualche difficoltà a definire qualcosa e a dividere quel qualcosa da qualcosa d’altro, proprio a causa della sua estrema eterogeneità, la sua intrinseca soggettività. Ne ho accennato recentemente scrivendo de “Il seme della colpa” di Christian Lehmann, che forse è un noir, ma forse anche no. Chi ha ragione? Tutti e nessuno.

Alla fine sono sempre più convinto che l’unica vera etichetta utile, efficace ed efficiente sia quella che ci permette di catalogare i libri in due macrogruppi: buon libro – brutto libro. Personalmente credo che il noir e l’ammazzamento, così come la violenza estrema del pulp che diventa sua parodia, siano solo ed esclusivamente dei pretesti narrativi, degli espedienti per parlare di quello di cui ha sempre parlato la letteratura e cioè dell’Uomo e dei conformismi che ha costruito nel tempo per sopravvivere insieme ai propri simili. Della società, in altre parole. Il noir, il thriller, il pulp, l’hard boiled ci permettono di parlarne e leggerne senza annoiarci, mascherando la riflessione con il divertimento, l’introspezione psicologica con un bicchiere di whiskey o una birra, l’analisi sociale con una .44 Magnum.

Perché alla fine l’unica cosa che conta è leggere. Qualcosa lo imparate sempre. Anche con un noir. Semplicemente.

“Il noir, nella mia accezione molto circoscritta, è una storia raccontata dal punto di vista della vittima, del perdente di turno. Il giallo è il canto trionfale dell’indagine e dell’investigatore, il noir il blues della vittima” (Luigi Bernardi in una intervista rilasciata a Matteo Righetto su Sugarpulp.it)

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7 pensieri su “Noir. Semplicemente.

  1. Comunque la distinzione tra giallo e noir fatta da wikipedia è una notevole puttanata:-)

    Esistono valanghe di polizieschi classici che non sono affatto consolatori e che non raccontano affatto una storia “dalla parte dei buoni” (che so, diversi romanzi di Colin Dexter o Reginald Hill, tanto per citare i primi due autori che mi vengono in mente), così come esistono decine di noir (o di hard boiled) che si rifugiano nel conformismo più sfrenato.

    Il problema, come al solito, sono le generalizzazioni.

  2. Ciao Luca,
    eh eh, parole sante le tue, ma che dobbiamo farci? Come detto “vox populi vox dei”, se cerchi “noir”sul web ti becchi wikipedia. Francamente io faccio anche fatica a distinguere tra i vari noir, thriller, hard boiled etc, un casino pazzesco, per questo mi rifugio sempre più, guidato dagli spunti in quarta o dalle recensioni dei siti fidati nel blogroll, nell’unica distinzione tra libri belli e libri brutti. Al massimo mi basta l’etichetta generalizzante di “noir”, non sento la necessità pure di un “post noir”… Che poi, come ho cercato di dire, mica è così post… Eh Eh…Inoltre mi sembra che molte etichette servano più a “ghettizzare” libri, scrittori e lettori che a catalogare realmente. C’è la seria A e la B (o la C). Torniamo al punto di partenza, c’è chi sa scrivere bei libri e chi no. Il noir è un mezzo.

  3. Concordo con Luca (che saluto) e aggiungo che hanno ragione Vicentini e Bernardi. Inoltre, il noir non deve per forza essere un poliziesco. Non dimentichiamo che nasce negli Stati Uniti negli anni ’40 e in ambito cinematografico. Si tratta di una stagione di produzione che poi i francesi hanno catalogato come “noir” tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60. Dentro vi si trovano molti film che poco hanno a che vedere con il poliziesco. Successivamente, però, la letteratura si è appropriata di quella etichetta e l’ha affibbiata a un certo tipo di poliziesco. E così siamo arrivati ad oggi, quando a volte persino una cretinata con un serial killer di mezzo viene definita noir…
    Infine. Il noir è un mezzo? Sì, ma ricordati che il mezzo è il messaggio…

  4. La discussione è molto interessante, mi ha fatto pensare e credo che il noir possa essere uno stile, ripeto, un mezzo o un pretesto, per esplorare il lato B della Luna, cioè dell’Uomo e della società, che sovente si manifesta con il delitto, con la discesa negli inferi del crimine e della violenza. Il rischio concreto che intravedo, sicuramente sbagliandomi, è che alla fine viene fuori una superetichetta, “noir”, in cui rientra tutto e il contrario di tutto, incapace di connotare e denotare, arrivando ad esistere tanti significati di “noir” quanti sono i suoi lettori e appassionati o i suoi detrattori. E’ probabilmente vero che il noir non deve per forza essere un poliziesco, ho fatto l’esempio di “Un sudario non ha tasche”, ma dovrà pur avere alcune caratteristiche che includano ed escludano. Non dimentichiamoci, poi, che anche all’interno di un genere, ad esempiop il “noir”, ci possono essere opere belle e altre brutte, così come le cretinate. Il mezzo è il messaggio? Secondo me il mezzo è il mezzo, così come nel pulp credo che la violenza estrema non sia il messaggio di quanto faccia schifo l’Uomo, il mondo, la società, tutto, ma sia, appunto, un mezzo, uno strumento per dire altro. Uno può usare uno stile, il pulp, per dire quella cosa, un altro può usare il dramma, un altro ancora il saggio. Tutti mezzi diversi, ma magari con uno stesso messaggio.

  5. Mah, onestamente non credo che questo presunto post noir possa essere un genere letterario. Non è un’entità ben definita come possono essere il giallo o il noir, pur con tutte le loro sfumature, e se vogliano dare etichette a ogni contaminazione non la finiremmo più… Ricordo, per esempio, che l’anno scorso in California a Kelli Stanley diedero un premio per aver “inventato” il Roman Noir: un misto tra Danila Comastri Montanari e Raymond Chandler, in pratica. Ce n’era bisogno? Non credo, e non credo che ci sia bisogno di questo post noir (miei 2 cent)…

  6. Sì sono d’accordo con te Kick, a mio avviso, anche se non amo le etichette ma a volte siamo costretti ad usarle almeno per trovare un confine comune entro cui articolare il nostro discorso, con il termine “noir” dicevamo già molto, nonostante le molte sfumature contenute al suo interno, come emerso anche nei commenti a questo mio articolo e, ancora di più, con la discussione sulla rivista Satisfiction. Dice bene, rischieremmo di non finirla più…Se già riuscissimo a distinuguere cosa è noir da cosa non lo è o, forse, addiritura a trovare una definizione chiara (con le sue caratteristiche, connotazioni, elementi imprescindibili, etc) su cosa sia il noir avremmo fatto un passo avanti, almeno dal punto di vista concettuale, importante.

  7. Pingback: Novità in libreria: metti un Leonard sotto l’albero « Pegasus Descending

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