Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Sei pezzi da mille. Quelli tra teoria e realtà

Sei pezzi da mille

Sei pezzi da mille

Sei pezzi da mille
di James Ellroy
ed. Oscar Mondadori
Traduzione di Stefano Bortolussi

Cos’è una teoria? Possiamo rispondere a questa domanda attraverso due definizioni diverse. Una teoria è un insieme di leggi che descrive un determinato fenomeno, sia esso sociale o naturale. In maniera diversa possiamo invece dire che una teoria è un concetto astratto che cerca di dare una spiegazione a quel dato insieme di leggi pocanzi citato. In accordo con Kenneth N. Waltz e la sua “Teoria della politica internazionale” (ed. il Mulino), così come con gran parte degli studiosi di scienze politiche, sociali ed economiche, propendo in modo deciso per il secondo tipo di definizione riguardo a cosa sia una teoria.

Una teoria è una astrazione compiuta dallo studioso che deriva dalla realtà e dalla sua osservazione, ma che, allo stesso tempo, si distacca dalla realtà stessa venendo partorita dalla mente dello scienziato mediante la formulazione di un concetto che, con il procedere del processo conoscitivo attraverso l’utilizzo del metodo scientifico e della conseguente falsificazione delle ipotesi teorizzata da Karl Popper nella sua opera “Congetture e confutazioni” (ed. il Mulino) del 1972, procede verso una continua e progressiva diminuzione dell’astrazione stessa, fino alla stesura di variabili che possono essere empiricamente misurate, correlate tra di loro e in grado di materializzare quel concetto da cui siamo partiti.

Insomma, una teoria non sarà mai la realtà stessa, non sarà una sua fedele fotografia o descrizione, bensì una sua, a volte, anche brutale semplificazione. Così come sarà difficilissimo trovare una teoria che prevede al suo interno ogni singolo aspetto del fenomeno che attraverso questa ci proponiamo di spiegare. Affinché un progetto teorico sia efficace, cioè in grado di spiegare e di produrre un po’ di quella flebile e tremolante luce che è la conoscenza rispetto all’ignoranza, non potrà essere in esso previsto l’universo mondo di un fenomeno, ma bisognerà scegliere determinati aspetti del fenomeno stesso, quelli da noi ritenuti rilevanti e indispensabili, mentre verranno accantonati, magari anche solo momentaneamente, altre potenziali variabili non ritenute fondamentali e la cui inclusione nella teoria non avrebbe altro effetto che una elevazione ad un livello di complessità in grado di inficiarne il valore e renderla inutilizzabile. Cioè non in grado di spiegare una beneamata mazza. Tutto ciò è una semplificazione e limita notevolmente le nostre capacità di comprensione del mondo che ci circonda, ne sono perfettamente conscio, ma, almeno al momento, non è stato ancora inventato un altro metodo epistemologico migliore, anche perché ogni volta che si è tentato di distaccarsi da questo insieme di precetti, da questo che altro non è che uno schema di lavoro, i risultati sono stati largamente insufficienti. Si sono così viste mega teorie economiche che, comprendendo al loro interno ogni aspetto del mondo e del fenomeno che volevano spiegare, hanno partorito delle procedure così complesse da renderle del tutto inutilizzabili. È purtroppo questo un limite non ancora valicato per tutto ciò che concerne la conoscenza umana, il suo perseguimento e avanzamento.

Mi sono speso in questo ampio e complesso preambolo, presumo anche un po’ noioso, per riuscire poi a sintetizzare e a descrivere in maniera compiuta – e, spero, chiara – la mia critica a James Ellroy e alla sua trilogia americana, da “American tabloid” passando per “Sei pezzi da mille” per approdare, infine, a “Il sangue è randagio”, il terzo capitolo di questa monumentale opera che a breve sarà pubblicato anche in Italia per Mondadori.

Sono reduce dalla estenuante lettura di “Sei pezzi da mille”, che altro non è se non il proseguimento naturale, sia in termini narrativi sia in quelli stilistici, di “American tabloid”, libro che avevo letto alcuni anni fa e che, analogamente, avevo trovato pesantissimo, nonostante la storia raccontata fosse magnifica. Allora imputai la delusione provocatami dalla lettura di questo osannato autore alla mia immaturità e a una scarsa conoscenza delle vicende interne degli Stati Uniti d’America. Dopo qualche anno, un esame di Storia dell’America del Nord e decine di migliaia di pagine lette, dovrei aver acquisito un minimo di conoscenza e consapevolezza in più, ma la delusione e le difficoltà incontrate sino rimaste tali, nonostante, anche in questo caso, l’opera, per il suo intreccio e la sua complessità, sia paragonabile alla Divina Commedia. La trilogia di Ellroy è, probabilmente, la reale Divina Commedia della letteratura noir, ma non riesco a farmela piacere, riscontrando quei difetti che mi sono spiegato attraverso la risposta alla domanda iniziale: cos’è una teoria?

Ellroy con “Sei pezzi da mille” e gli altri due libri costruisce una teoria che ha come tema centrale la storia americana dal secondo dopoguerra in avanti, oltre a inventare un metodo di narrazione che farà scuola nella letteratura mondiale e che in Italia troverà anche una definizione accademica nel New Italian Epic. Però aderisce alla prima definizione di teoria: un insieme di leggi. Per lui una teoria sembra essere solo una fotografia della realtà e non, come invece auspico io, una spiegazione attraverso la concettualizzazione, e quindi una astrazione e una semplificazione, della realtà stessa. Il risultato che ne esce è quello di una storia tremendamente complessa, al limite dell’incomprensibile, necessariamente lunghissima e dalla mille e più sfaccettature. Il lettore in questa teoria si perde, fa una fatica dell’anima a trovare il bandolo della matassa, a tenere la barra dei comandi dritta. Per dirla diversamente: non ci capisce più un cazzo dopo un po’.

Solo un esempio per farmi comprendere meglio: l’utilizzo dei nomi nelle decine di personaggi presenti nel libro. È assolutamente vero che ognuno di noi è identificato da una miriade di nomi e soprannomi che vanno al di là della semplice registrazione anagrafica. Sul lavoro avrò un soprannome, la fidanzata me ne darà un altro, mio figlio un nomignolo, gli amici d’infanzia un altro ancora e via discorrendo. Ma se io riporto questo frammento di realtà in un libro faccio completamente perdere la bussola a chiunque mi legga, a meno di non costringerlo a leggere un fottuto romanzo prendendo appunti su come viene chiamato questo e quell’altro. Ellroy fa invece proprio questo. Ogni suo personaggio è chiamato in cinque o sei modi diversi, con soprannomi, abbreviazioni, nomi in codice. Un casino dell’anima.

A incasinare ulteriormente il tutto ci ha pensato anche lo stile utilizzato da Ellroy, a mio avviso in modo del tutto incomprensibile. L’intera narrazione è svolta mediante frasi brevissime e secche, con l’estenuante ripetizione del soggetto: “Littell lo raggiunse. Littell si sedette. Littell mise i contanti sul tavolo” [pg. 535]. Così per le 752 pagine di “Sei pezzi da mille”, senza contare le oltre 600 di “American tabloid” e, presumo, le altrettante del prossimo “Il sangue è randagio”. Quella che voleva essere una scelta narrativa rivoluzionaria e in grado di trasmettere alla lettura quella rapidità da diapositive proiettate una dopo l’altra, una serie di frammenti narrativi che messi in fila compongono un unico, rapido film, non diventa altro che una ulteriore vessazione per il lettore. Gli esperimenti linguistici vanno bene, ma il romanzo non deve superare le 200 pagine e, inoltre, bisogna mettere in conto che molti lettori potrebbero stufarsi della sperimentazione, soprattutto se il romanzo in oggetto vorrebbe essere un noir in grado di offrire allo stesso tempo anche un po’ di divertimento e relax. In questo caso, invece, dovete prendervi un mese di ferie, con il rischio di incazzarvi pure a metà libro.

Ma ora basta, per oggi vi ho annoiato anch’io abbastanza, alla prossima!

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9 pensieri su “Sei pezzi da mille. Quelli tra teoria e realtà

  1. Credo comunque che, nelle intenzioni di Ellroy, il romanzo non voleva essere un noir, né offrire allo stesso tempo divertimento e relax. Anzi:-)

    Detto questo, ritengo che American Tabloid sia un capolavoro, così come Sei pezzi da mille si sia rivelato, alla resa dei conti, un notevole fallimento. In questi giorni sto leggendo Blood’s a Rover, che ha delle pagine potentissime ma anche dei lunghi, enormi autocompiacimenti.

    Per ora.

  2. Ciao Luca,
    grazie per il commento! Hai ragione, potrei correggermi dicendo che il romanzo non voleva essere SEMPLICEMENTE un noir, ma che essendo un romanzo non può permettersi di essere più ostico di un saggio accademico. Ogni argomento, anche il più complesso, può essere trattato in modo brillante e piacevole, a maggior ragione se diventa il filo rosso di un romanzo. Nel dire questo ho in mente, ad esempio, “Il potere del cane” di Don Winslow, libro che ho amato molto e che rappresenta uno dei tanti figliocci di Ellroy.

    A mio avviso il colpo a vuoto di Ellroy che rende Sei pezzi da mille un’opera mediocre è l’uso della lingua – almeno per quanto riguarda la traduzione in italiano -, non regge per oltre 700 pagine, nonostante gli renda atto della rivoluzione da lui apportata mediante l’uso dei titoli di giornale, le telefonate, i messaggi in codice. Siamo al punto d’inizio, teoria vs realtà, ma in questo caso la dicotomia è efficace!

    American Tabloid meriterebbe forse una rilettura, ma sono ancora troppo scottato da Sei pezzi da mille, nonostante l’abbia finito più di un mese fa, e dalle cattive sensazioni di quando lo lessi alcuni anni fa poco più che ventenne o giù di lì.

    Aspetto, infine, un tuo giudizio definitivo su Blood’s a Rover, un libro che leggerò quanto meno per avere una visione d’insieme della trilogia di Ellroy che, nonostante le mie critiche, è veramente un’opera monumentale. Sai che ho difficoltà ad immaginarmi come abbia potuto sedersi a un tavolino e riuscire a scrivere un’opera così complessa?

    Saluti e a presto

    Andrea

  3. Rob in ha detto:

    Concordo con Luca, American Tabloid è un capolavoro mentre Sei pezzi da mille non regge assolutamente il confronto. Aspetto da molto il capitolo conclusivo della trilogia e mi auguro ci sia un colpo d’ala da parte un autore che sembra avere esaurito da un pezzo il suo tocco magico.
    Ciò non toglie che Ellroy sarà a lungo un punto di riferimento per chiunque voglia scrivere noir; per la sua capacità di costruire e caratterizzare i propri personaggi (dai principali a quelli minori) lo definirei il Balzac del genere.
    Un saluto

  4. Ciao Rob,
    come ho già detto anche nella recensione ho letto American Tabloid alcuni anni fa e forse non avevo la maturità necessaria per affrontare un libro del genere, poi con Sei pezzi da mille ho subito un’altra pesante delusione, è stata una lettura troppo pesante, in particolare per uno stile scelto da Ellroy che diventa insostenibile se protratto per 750 pagine. A mio avviso era un libro che andava scritto in modo più classico, visto che la storia era di per se stessa sufficientemente complicata. Nulla toglie, comunque, alla grandezza di Ellroy, un autore di riferimento per chiunque voglia scrivere o leggere noir. Vediamo come sarà il credo ormai imminente terzo capitolo, Luca lo sta leggendo (anzi, l’avrà finito) e ha detto quanto riportato sopra, sembra che a tratti il colpo d’ala ci sia ma, appunto, solo a tratti…

    Se lo leggi prima di me, mi raccomando, fammi sapere che ne pensi! Mi puoi trovare anche su Anobii!

    Grazie mille per il commento e a presto!

    Andrea

  5. Pingback: “Il sangue è randagio” raccontato da James Ellroy « Pegasus Descending

  6. Charlie in ha detto:

    American Tabloid è stato un capolavora, Sei Pezzi da Mille è illeggibile, sia come ritmo che come è scritto. Per questo non sono minimamente interessato a leggare il terzo (e questo vi dice quanto è stato palloso il secondo).

  7. ale in ha detto:

    ho trovato per caso i vostri commenti e sono sorpreso per i giudizi negativi dati a sei pezzi da mille. Lo stile mitragliatore/caterpillar mi ha rapito e ha dato un ritmo vorticoso al romanzo.
    Le frasi brevi e secche, l’elenco serrato di azioni, le vocali allungate proiettavano fuori dalle pagine immagini e sensazioni. Un libro con un tiro hard rock pieno di personalità e fascino io l’ho divorato. Ammetto, non sono del tutto normale, dopo averlo letto ho ripreso American Tabloid e li ho riletti tutti e due di filata in apnea.
    Per quando riguarda il sangue è randagio diciamo che ha davvero troppa carne al fuoco e stratificazioni di storie e personaggi che possono suonare inutili ma ragazzi che botta! 856 pagine di puro delirio complottista criminale in salsa violenta, boooocuuu violenta

    • Beh, Ale, James Ellroy è sicuramente un grande scrittore e gli riconosco una capacità straordinaria di intrecciate trame complesse e ben fatte, come tu stesso dici. La mia critica è principalmente stilistica, il suo stile proprio non mi piace, preferisco una scrittura più avvolgende e meno, a mio avviso, confusionaria. Diciamo pure più classica. Ma sono gusti, è il bello della letteratura! Continua a seguire Pegasus Descending e grazie del tuo commento, ogni contributo ci arricchisce!

  8. byu tech in ha detto:

    ritengo sei pezzi da mille il vero capolavoro della trilogia. bisogna immergersi dentro quella confusione come quando si ascoltano i sonic youth. confusion is sex. lasciatevi andare quando leggete altrimenti non state leggendo ma solo giudicando.

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