Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Il caso sbagliato di James Crumley

Il caso sbagliato

Il caso sbagliato


Il caso sbagliato
di James Crumley
ed. Einaudi Stile Libero
Traduzione di Luca Conti

Troppo spesso qualche sedicente fine intellettuale nel momento in cui apprende la nostra passione per il noir, il pulp e l’hard boiled storce il naso e inizia a guardarci come dei minus habens. Cosa ci può essere di interessante in ammazzamenti vari, furtarelli e sparatorie? Cosa si può dire dell’Uomo, della natura umana, della società o di chissà cos’altro con questo genere di letteratura che altro non è, secondo loro, che mero intrattenimento da terza fascia? Sicuramente queste persone, questi sciuri professoroni, non conosco James Crumley.

Chi segue questo povero blog – Pegasus Descending – ormai saprà che in ogni libro da me recensito cerco di mettere in evidenza il non scritto, il messaggio, più o meno velato, che lo scrittore ha cercato di trasmettere con la sua opera. Ho scritto e riscrivo: SCRITTORE. Chi pratica il noir non è semplicemente un narratore, un povero alcolizzato che per sbarcare il lunario butta già duecento pagine di cazzate varie ed eventuali. Per chi non se ne fosse ancora accorto siamo andati molto al di là di Agatha Christie e dell’inevitabile maggiordomo assassino. Il noir, lungo la sua secolare storia, si è trasformato da semplice racconto del mistero capace di stimolare la curiosità e la fantasia di chi legge attraverso intrighi e indovinelli, una sorta di gioco di furbizia tra scrittore e lettore, in pretesto per raccontare la società che ci circonda – e qui vi rimando a due mie recensioni, “Un sudario non ha tasche” di Horace McCoy del 1937 e “Corri, uomo, corri!” di Chester Himes del 1966 – oppure per cercare di sviscerare gli incubi, le inquietudini, le navigazioni di profondità dell’animo umano.

È in quest’ultimo insieme che, ad esempio, si colloca uno dei migliori romanzi della prima metà del 2009, quel “Vedi di non morire” di Josh Bazell di cui potete leggere la mia recensione pubblicata su Sugarpulp.it. Bazell, però, non è figlio di se stesso, bensì ha alle spalle illustri predecessori tra i quali spicca James Crumley.

Crumley, con il suo secondo romanzo – “Il caso sbagliato” – ma primo della sua fortunata carriera di romanziere noir, cambia le carte in tavola, il mistero nudo e crudo rimane nell’ordito della trama, ma ciò che acquista sempre maggiore rilevanza è il personaggio stesso, il protagonista, che non si limita più ad essere un superdetective da far invia al Ris di Parma o ai minchioni di CSI, ma parla di se stesso, delle sue paure, della sua solitudine, del suo sconforto. Tutto ciò, inoltre, continua poi a muoversi su uno sfondo sociale in continuo mutamento: qui, ad esempio, il protagonista Milton Chester Milodragovitch terzo, deve affrontare gli anni Settanta che negli Stati Uniti d’America vedono le strade invase dall’eroina, una piaga che inizierà a mietere vittime senza troppo badare alla loro estrazione sociale. “Il caso sbagliato”, non a caso, è stato scritto in piena bufera. Era il 1975.

La trama è a suo modo semplice e senza grosse impennate: una bonazza dai capelli rossi entra nello studio del nostro detective chiedendogli di ritrovare il suo fratellino. Milo non ne capisce un cazzo di queste cose, ha passato la sua carriera a correre dietro ad adultere e casalinghe in calore, ma questa rossa è proprio bona e lui non ci mette molto a capire che ne potrebbe venire fuori una bella scopata. E accetta l’incarico.

Le oltre 300 pagine scorrono lineari tra sbronze e dialoghi urticanti, lo spazio riservato al mistero e all’hard boiled vero è proprio è ridotto al minimo, quello che sembra aver interessato maggiormente Crumley è stata la narrazione di un’epoca, del mondo devastato dalla microcriminalità e dall’eroina di una media cittadina americana, l’immaginaria Meriwether. E poi lo scorrere senza senso della vita di Milodragovitch, un loser perennemente ubriaco e detective fallito.

“Il caso sbagliato” non è probabilmente il miglior romanzo di Crumley, così come difficilmente lo possono essere delle opere prime, dimostrando tra le righe i segni tanto di una ingenua immaturità – per quel che riguarda la scrittura di un genere come l’hard boiled -, quanto, però, quelli di potenzialità insuperabili in grado di far scolpire il suo nome nell’Olimpo degli immortali di questo genere e, a dispetto dei fini intellettuali di cui dicevamo sopra, della letteratura. Non a caso tre anni dopo, nel 1978, verrà pubblicato “L’ultimo vero bacio”, da tutti riconosciuto come il suo autentico capolavoro.

CLICCANDO QUI potete trovare ulteriori informazioni su James Crumley e la sua opera, tra cui altre recensioni de “Il caso sbagliato” e de “L’ultimo vero bacio”. Inoltre è pubblicata una interessante intervista allo scrittore firmata dalla brava Laura Lippman.

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4 pensieri su “Il caso sbagliato di James Crumley

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