Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Tra i labirinti della mente ad Harlem

Corri, uomo, corri!

Corri, uomo, corri!

Corri, uomo, corri!
di Chester Himes
ed. Meridiano Zero
Traduzione di Luca Conti

Un poliziotto bianco e ubriaco entra in una tavola calda di New York mentre tre inservienti neri del turno notturno svolgono, tranquillamente, il loro lavoro. Il poliziotto è convinto che quei neri abbiano rubato la sua auto, che invece si è persa nei rivoli del troppo whiskey ingollato durante il servizio dal poliziotto stesso. Se nella Harlem del 1966 non si trova più un’automobile chi, se non un nero, può averla fatta sparire? A loro, diversamente, dimostrare la propria innocenza. La discussione degenera, mentre spunta tra le mani del bianco una pistola sottratta ad un vecchio gangster. Il grilletto è sensibile, troppo sensibile. Basta una lieve, involontaria pressione e un colpo parte, facendo secco il primo dei tre neri. Ormai la frittata è fatta, nessuno crederà mai al fatto che si sia trattato veramente di un incidente. Tanto vale andare fino in fondo, ormai, e ammazzare anche il secondo inserviente. Con il terzo le cose, invece, non vanno come dovrebbero, riesce a scappare e a creare, al poliziotto e a se stesso, un mare di problemi.

Sono queste, più o meno, le prime dieci pagine del romanzo di Chester Himes, “Corri, uomo, corri!”, recentemente ripubblicato da Meridiano Zero (ma quanti refusi!) e con la nuova traduzione firmata da Luca Conti.

Himes è uno dei padri “nobili” del noir americano e, per ovvia estensione, mondiale, ne è uno dei Padri fondatori e il primo scrittore nero di genere. Un po’ come per Edward Bunker, anche per Himes la storia della sua vita è più avvincente e ricca di gustose sfaccettature – per noi che di noir, hard boiled et similia ci nutriamo quotidianamente – rispetto a qualsivoglia loro opera di fantasia. Questo romanzo, però, mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, non è mai stato realmente in grado di farmi gettare a capofitto nella lettura, ad irritarmi ogni qualvolta io dovessi interromperla. “Corri, uomo, corri!” ha il sapore dell’incompiuto, della buona idea troppo frettolosamente buttata su carta e mandata in stampa. Nonostante ciò il romanzo si poggia in modo solido sui dialoghi, una di quelle cose che uno scrittore è in grado di scrivere oppure no.

A differenza di molte altre recensioni scovate e lette su internet, non credo che Harlem e l’ambiente cittadino in generale siano i veri protagonisti di questo libro. Sono quello che sono, cioè una scenografia sullo sfondo necessaria a dare ai personaggi della storia un luogo fisico in cui muoversi. Harlem ci sta bene perché è ben conosciuta da Himes – non a caso è famoso per il suo “Ciclo di Harlem” – e perché è un concentrato di quelle che sono le contraddizione degli Stati Uniti in questi anni difficili, anche nel liberal nord, dove magari non ci sarà il Klan come nel sud, ma in cui la parola di un nero non vale come quella di un bianco, a maggior ragione se quest’ultimo è anche un poliziotto. Non sono poi molti, tra l’altro, quelli a cui interessa veramente della morte di due inservienti neri, la città fagocita tutto per svegliarsi il mattino dopo senza neanche un po’ di bruciore di stomaco: “Alle undici di mattina, insomma, gli omicidi erano stati passati al setaccio in maniera efficiente, priva d’emozione, meticolosa; e, nei limiti del possibile, la piccola scalfitura che aveva intaccato la dura scorza della città si era ormai richiusa e rimarginata” [pg. 62].

Cos’è “Corri, uomo, corri!” – l’incitazione che il cervello di Jimmy Johnson, l’inserviente sopravvissuto e in fuga, gli ripete in continuazione – se non un grande romanzo psicologico, in cui la tensione è data non tanto dall’azione e dagli inseguimenti, non troppo riusciti, ma dalla profonda introspezione psicologica che porta Himes ad immedesimarsi ora nelle vesti dell’assassino Matt Walker, ora in quelle del fuggitivo Jimmy?

La stessa Harlem più che un quartiere vero e proprio formato da una maggioranza di neri sembra essere un luogo della mente in cui la componente psicologica ha la meglio su quella sociologica: “Uscì dalla tavola e si fermò davanti alla vetrina della libreria di fianco all’hotel, a guardare l’esposizione dei volumi di autori neri […]. Di colpo, si sentì protetto. Laggiù, nel cuore della comunità nera, si ritrovò cullato da una sensazione di sicurezza assoluta. Era circondato da neri che parlavano la sua stessa lingua e pensavano nella sua stessa maniera; veniva servito da personale nero in locali che si rivolgevano a una clientela nera; si ritrovava davanti agli occhi la produzione letteraria degli scrittori neri. Nero, a Harlem, era una parola grossa. Non c’era da stupirsi se tanti neri, in effetti, desideravano vivere in mezzo alla propria gente. Si sentivano al sicuro” [pg. 176].

Per concludere una chicca sullo stile di Himes. Per descrivere la specularità di Jimmy e Walker e il cordone ombelicale che li unisce e guida le loro azioni, Himes abbandona per un attimo la letteratura per approdare al cinema. Riporto poche righe per rendere l’idea: “[Jimmy] Si appoggiò al muro, preda della nausea, mentre gocce di sudore freddo gli colavano giù per il corpo accaldato, simili a pigri vermi striscianti. Walker era tornato a riporre la pistola nella tasca del soprabito e, a sua volta, si era lasciato andare contro la parete della scala di servizio, depresso e frustrato” [pg. 163].

E così, alla fine, oltre a chiudere il libro dobbiamo pure spegnere il lettore dvd.

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2 pensieri su “Tra i labirinti della mente ad Harlem

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