Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Born on the bayou

Prima che luragano arrivi

Prima che l'uragano arrivi


Prima che l’uragano arrivi
di James Lee Burke
ed. Meridiano Zero
Traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini

Credo che solo in un autore americano voi possiate trovare un procione con tre zampe che entra in una casa lungo il bayou a mangiare nella ciotola del gatto. Credo che solo in un autore americano del Sud degli USA tutto ciò sia possibile, soprattutto se questo si chiama James Lee Burke. Credo, inoltre, che solo con un noir, oggi, voi possiate veramente trovare narrata la realtà di un determinato luogo o di una specifica città. Se volete fare un viaggio per la Los Angeles dei giorni nostri dovete prendere un libro di Robert Crais, se avete voglia di immergervi nella vera Milano dovete leggere Gianni Biondillo e i suoi polizieschi. Se volete capire cos’è la Lousiana e, per estensione, il Sud degli States, prendetevi Burke e, magari, leggetevelo mettendo come sottofondo “Born on the bayou” dei Creedence Clearwater Revival contenuta nell’album “Bayou country” del 1969.

Sinceramente non ho ancora capito se questo genere di narratori usi l’ambientazione e la narrazione dei luoghi solo ed esclusivamente come cornice per le loro storie hard-boiled oppure, viceversa, siano le loro storie di omicidi e poliziotti a fare da pretesto, da occasione per narrare della loro terra.

In “Prima che l’uragano arrivi”, ennesima avventura del detective Dave Robicheaux, la trama è complessa e non si dipana fino alle ultimissime pagine del romanzo. Più storie procedono parallelamente: l’omicidio di una ragazza, un vecchio caso irrisolto che vede un barbone senza nome ucciso da un pirata della strada, il ritorno della figlia di un amico di Robicheaux ucciso anni addietro senza che il detective potesse salvarlo, un affarista senza scrupoli e il suo prepotente compare, spacciatori neri, famiglie per bene, piccoli borghesi arricchiti, procuratori distrettuali arrivisti. Insomma, è impossibile raccontare la trama di questo romanzo in poche righe cercando un seppur minimo livello di chiarezza senza rivelare nulla che possa rovinarvi la lettura.

Poi, sopra tutto, c’è questa grandissima capacità di James Lee Burke di raccontare il proprio mondo, una realtà che padroneggia e conosce in modo egregio e che, mediante una sensazione o una riflessione del protagonista Dave oppure tramite la descrizione di un determinato personaggio, delle sue azioni e delle insopprimibili costrizioni che l’ambiente fa gravare sulle sue scelte, ci racconta cos’è il Sud degli Stati Uniti oggi e da chi è abitato.

“La cultura del Sud della Lousiana è di origine franco-cattolica, e quindi il Klan qui non ha mai attecchito veramente, almeno non più a partire dalla Ricostruzione e la breve influenza della White League. Ma questo non significa che la violenza, la crudeltà e lo sfruttamento sessuale dei neri non ci siano mai stati. Quando ero al liceo, i ragazzi bianchi andavano a caccia di neri lungo le strade di campagna, sparando alle persone di colore con fucili ad aria compressa, gettando fuochi d’artificio sotto i loro portici, o”missili”, proiettili compatti che esplodevano all’impatto, contro le loro auto e i loro pick-up. Ricordavo di aver visto Bello Lujan che si sporgeva da una macchina lanciata a tutta velocità, il viso tagliato da un ghigno, proprio prima di imbrattare un nero vestito di tutto punto, pronto per andare in chiesa, con un sandwich al pomodoro mezzo mangiato pieno di maionese.” [pg. 174]

Giusto pochi giorni fa avevamo proposto su questo blog la canzone di Bob Dylan, “Hurricane”, grande opera di protesta contro le autorità statunitensi troppo spesso eccessivamente frettolose di trovare un nero a cui addossare crimini commessi da bianchi. Erano i tardi anni ’60, ma una storia simile torna anche in questo romanzo di Burke: “Avete il vostro negro in prigione” dice Monarch Little, un personaggio del romanzo, “Non cercherete nessun altro” [pg. 158] .

Non ci sono, in Burke, i buoni e i cattivi, non esiste il bianco e nero lungo il bayou, ma una infinità di sfumature grigie, in cui ognuno può scegliere cosa essere, ma fino a un certo punto, quasi a riprendere il passo di Machiavelli, contenuto nel capitole XXV de “Il Principe”, sulla fortuna: ” Non di manco, perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. “

Come il Texas di Cormac McCarthy anche la Lousiana di James Lee Burke non è un paese per vecchi, come testimoniano queste parole che potrebbero tranquillamente essere state pronunciate dallo sceriffo Bell di McCarthy: “ Dave, non capisci. Non hai mai capito. Noi siamo dei dinosauri. Questo non è il paese in cui siamo cresciuti. Ormai è di proprietà di pezzi di merda, da cima a fondo. Solo che adesso è tutto legale e loro hanno le loro brave lauree e indossano completi da duemila dollari. Ai tempi del Primo Distretto, dei figli di puttana così li avremmo buttati nel motore di un aereo”. Già, non è proprio un paese per vecchi per chi è nato sul bayou.

QUI trovate un’altra rensione di “Prima che l’uragano arrivi” dal blog Sartoris di Omar di Monopoli, mentre QUI una intervista all’autore su Sugarpulp.it. QUI, infine, una intervista video allo stesso James Lee Burke dal blog Last of the Independents del suo traduttore Luca Conti.

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2 pensieri su “Born on the bayou

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