Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Un sudario non ha tasche – Horace McCoy

Un sudario non ha tasche

UN SUDARIO NON HA TASCHE
di Horace McCoy
ed. Terre di Mezzo
Traduzione di Luca Conti

“A quanto pare non sai molto di quel che succede, in questo tuo grande regno della libertà” [pg.153] dice, verso la fine del romanzo, Myra, la segretaria del protagonista Mike Dolan, un giornalista d’assalto particolarmente idealista che si mette in testa di fondare una piccola rivista indipendente e denunciare tutte le malefatte della cittadina di provincia in cui vive. La città descritta, Colson, non ne esce per niente bene, ma in effetti sono gli interi Stati Uniti d’America ad essere fatti a pezzi dallo strepitoso romanzo di Horace McCoy del 1937, “Un sudario non ha tasche”. ”, che prima uscì in Inghilterra e solo nel 1948 riuscì a trovare un editore negli USA disposto a pubblicarlo, come spiega in maniera egregia il brillante traduttore Luca Conti in una nota finale al testo.

Parliamoci chiaro: tutto il mondo è paese e da nessuna parte il potente di turno, il prepotente panzone, che sia un sindaco oppure un geometra arrembante, ama che si parli troppo di lui e, a maggior ragione, che si vada a scoperchiare il vaso di Pandora che nasconde sotto il letto. Se non ci stupiamo troppo del nostro Paese o di qualche “democrazia” sudamericana, tendiamo troppo spesso a idealizzare quel “grande regno della libertà” che ci pare essere l’America.

Già, l’America. Ma lo sbaglio è nostro e solo nostro, perché ci ostiniamo a declinare al singolare un qualcosa che invece è per definizione plurale, variabile, polimorfo. Cos’è l’America? È il primo emendamento alla Costituzione, quello che prevede che “Il Congresso non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e d’inoltrare petizioni al governo per la riparazione di ingiustizie” oppure è quella descritta da Horace McCoy, quella degli William Randolph Hearst, il magnate della carta stampata che nel 1898 gioca un ruolo fondamentale nello scoppio della guerra tra Usa e Spagna per Cuba, quello che sotterrando ogni parvenza di neutralità afferma perentorio: “Fornitemi le fotografie e io vi fornirò la guerra”? Gli Usa sono entrambe le cose, una enorme ed eterna contraddizione, sono contemporaneamente la patria del liberalismo più compiuto e l’ultima grande nazione schiavista, l’esportatore di libertà e di democrazia che, però, ancora negli anni ’60 ha posti riservati ai neri sui bus. È questa seconda America, potremmo definirla “the dark side of America”, ad essere raccontata in questo piccolo e misconosciuto gioiello di McCoy, in questo racconto che oscilla continuamente tra fiction e autobiografia, ma che come pochi ci racconta la Storia, quella fatta nelle strade e nella monotona e feroce quotidianità.

Dolan è un perdente e le sue battaglie sono senza speranza, perché “sono tutte cose di dominio pubblico […], ogni città ha la stessa dose di problemi da affrontare. Fa parte del sistema, e tutti lo sanno. Se intendi soltanto sfiorare queste faccende vuol dire che hai proprio perso la testa” [pg. 49]. Sguazziamo nella merda e ci va bene così, è più comodo così e così fan tutti, “quel che succede a Colton capita in ogni città degli Stati Uniti. Le tangenti, la corruzione, l’ipocrisia, il patriottismo fasullo, è roba che si trova dovunque. Colton è un tipico esempio, un simbolo di questo marciume. Mettiamo che tu riesca a fermare questa faccenda del Klan o dei Crociati, quel che è. Mettiamo che tu riesca a farla finire proprio qui a Colton […], mettiamo che tu riesca a stroncare la loro attività qui a Colton. E il resto del Paese? Fin quando non riesci ad arrivare al cuore del problema, non servirà proprio a niente. Va bene, la fermi qui, quella gente. E tempo un mese rispunta fuori da qualche altra parte” [pg. 160].

Non c’è speranza nell’autore di “They Shoot Horses, Don’t They?” (Non si uccidono così anche i cavalli? Ed. Terre di Mezzo), non c’è l’happy ending o “e alla fine arrivano i nostri” , bensì rimaniamo lì fermi immobili, attoniti, forse increduli e sconfitti, ma con la nostra pala in mano, troppo piccola per spalare quel mare di schifezze che ci circonda.

Il romanzo, come già accennato, è del 1937, settantadue anni sono trascorsi, ma siamo poi così sicuri che siano realmente passati?

CLICCANDO QUI potete leggere la prefazione a “Un sudario non ha tasche” firmata da Luca Conti.

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4 pensieri su “Un sudario non ha tasche – Horace McCoy

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