Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Dei “Sogni” che non ricorderemo

La copertina del libro

La copertina del libro

Sogni all’alba del Ciclista Urbano
di Daniel Galera (traduzione di Patrizia di Malta)
ed. Mondadori

La cosa peggiore che può capitare ad un recensore è non avere nulla da dire in merito all’oggetto della propria recensione. È quello che è accaduto a me con il romanzo d’esordio del brasiliano Daniel Galera, “Sogni all’alba del Ciclista Urbano”. Forse, quindi, potreste già voi smettere di leggere e io di scrivere. Vado comunque avanti – e per favore fatelo pure voi! – perché anche da un libro che non è piaciuto si può ricavare qualcosa di buono, ad esempio cercando di capire il perché del proprio parere negativo. Inoltre non è assolutamente detto che la mia opinione sia corretta; sicuramente non è l’unica e un blog serve anche a questo, a dare spazio a posizioni diverse (una posizione diametralmente opposta rispetto alla mia è, ad esempio, quella della traduttrice di Galera, Patrizia di Malta, di cui potete LEGGERE QUI una intervista allo stesso autore).

Sopra il titolo della copertina fa bella mostra di sé la seguente frase: “Il romanzo rivelazione della nuova narrativa brasiliana”. Ora, delle due l’una: o chi ha scelto di tradurre e pubblicare il libro non capisce una mazza (probabile) oppure sono io quello che non capisce nulla di letteratura (ancora più probabile). “Sogni all’alba” può forse essere una rivelazione, ma negativa, perché se questo è il massimo che la narrativa brasiliana è in grado di esprimere, beh, Jorge Amado, allora, starà facendo una giravolta nella tomba. Ma cerchiamo, seppur brevemente, di entrare più nello specifico.

Il libro racconta un mondo o una società? No. Di cose da dire e da raccontare sul Brasile, per quel poco che lo conosco, ce ne sarebbero, basti pensare a quel piccolo capolavoro cinematografico, passato colpevolmente in sordina, che è “Tropa de Elite” di Josè Padilha. Nel libro di Galera, invece, il mondo intorno al protagonista scompare, non esiste, potrebbe vivere in qualsiasi Paese del mondo e non cambierebbe assolutamente nulla. Certamente mi si può muovere la seguente critica: “Sogni all’alba” non aveva come intento l’essere un romanzo “sociale” o “sociologico”, ma solo raccontare le vicende e la formazione di un ragazzino, Hermano, dall’infanzia all’età adulta, andata e ritorno. A ciò rispondo che neanche qui, allora, Galera coglie nel segno, perché ne viene fuori una storia con scarso spessore e soprattutto un già letto e riletto, trito e ritrito romanzo di formazione. In due righe la trama: il ragazzo va su e giù in bicicletta per la città, incontra il suo solito gruppetto di amici, bisticcia con uno, si riappacifica, ha una mezza storiella con una ragazzina, succede una tragedia che lo costringe di colpo a crescere portandosi dietro un senso di colpa che solo una volta adulto riesce a sanare. Fine. Direte: le trame sono spesso banali, cos’è “Delitto e castigo” se non un omicidio o “Non è un paese per vecchi” se non una caccia al killer? Vero. Ma quanta roba, poi, sta in mezzo alle semplici trame? Come, i grandi scrittori, riescono da trame banali a raccontare l’Uomo o il mondo? Galera, mi dispiace, non ce la fa, non riesce a fare il passo successivo, resta ancorato, cementato alla sua trama, che sviluppa, e nulla più. Non riesce a colmare la distanza esistente tra un narratore e uno scrittore.

Quello che ne risulta, infine, è un libro che passa e va, che non stimola la curiosità del lettore ad andare oltre, a proseguire in autonome riflessioni, a fare automatiche connessioni di pensiero con altri testi, film, esperienze o storie, perché inchiodato alla sua trama, all’essere – e qui chi ha curato l’edizione o la copertina ha ragione – non letteratura, bensì semplice narrativa. E pure mediocre.

E poi quel titolo new age, orribile trasposizione di “Maos de Cavalo”. Perché l’ho letto allora? Già, questa è proprio una bella domanda. Ma forse tutto ha sempre e comunque un senso, anche se di primo acchito non siamo in grado di vederlo.

INCIPIT

Non esiste terreno impossibile per il Ciclista Urbano. Le sue potenti gambe spingono alternatamente sui pedali, destra, sinistra, destra, sinistra, calcolando l’inclinazione della salita dalla forza richiesta ai muscoli della coscia e del polpaccio a ogni giro completo della corona dentata anteriore. Le piante dei piedi e i palmi delle mani processano ogni vibrazione trasferita dalle gomme al manubrio e al telaio della bicicletta, compiendo microaggiustamenti di direzione e di equilibrio a una velocità maggiore di quella del pensiero. Il tratto di salita da affrontare appena fuori da casa è breve, e serve a oliare le articolazioni e riscaldare i muscoli. E subito si arriva alla Rua do Canteiro: due strisce di selciato lastricate, in pendenza, separate da uno spiazzo erboso nel mezzo. Ci vogliono cinque isolati prima di raggiungere la Faixa. Conoscere a memoria ogni metro di quel tragitto non rende la strada meno pericolosa per il Ciclista Urbano. Da una settimana all’altra possono cambiare molte cose.

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