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Pulp, thriller, hard boiled, noir

Essere il miglior film dell’anno e non vincere l’Oscar

Nell’uscire dal cinema, appena dopo la visione dell’ultimo lavoro di Clint Eastwood, Gran Torino, l’unica notizia positiva è sapere che il regista di San Francisco sta già lavorando al suo prossimo film, “The Human Factor”, con Morgan Freeman e Matt Damon. Perché un film così bello non dovrebbe avere mai fine.

La domanda che ci poniamo – e che ovviamente poniamo a tutti voi, sperando nei vostri commenti – è banale: Gran Torino è un capolavoro? Per quanto riguarda la stretta filmografia di Clint Eastwood ci sono pochi dubbi. Decisamente sì. Gran Torino supera, in termini di profondità, di analisi sociale e introspettiva, anche di semplicità, tutti i precedenti lavori dell’Eastwood regista, da Million Dollar Baby a Mystic River, da Flags of our Fathers a Changeling. Conosciamo la portata dei film che ho citato e dei molti altri che ho tralasciato (ad esempio, Fino a prova contraria), tutto ciò è quindi un ottimo termine di paragone per comprendere quanto Gran Torino sia un film fuori categoria, perché sopra all’eccellenza. C’è, probabilmente, anche molta autobiografia nel film, il protagonista, Walt Kowalski, non è semplicemente uno dei tanti personaggi interpretati da Eastwood, bensì un autentico alter ego, molto probabilmente il testamento cinematografico dello stesso regista, l’ultima sua interpretazione da attore come da lui stesso dichiarato. In questo caso anche la più alta.

Con Gran Torino Clint Eastwood mette a confronto gli Stati Uniti di ieri – il vecchio Kowalski – con quelli di oggi – Thao e il suo quartiere -, rappresentando come meglio non si potrebbe l’epoca di transizione, etnica e culturale, attualmente in atto. Fosse stato un sociologo avrebbe scritto un tomo di qualche centinaia di pagine letto da quattro colleghi universitari (vedi “La nuova America. Le sfide della società multiculturale” del politologo Samuel Huntington), ma, grazie al cielo, Eastwood fa il regista di professione e, come tutti i grandi, ci ha parlato dell’Uomo e della società attraverso la narrazione della vita, delle paure e delle emozioni di un uomo. Avviene così anche nella grande letteratura, si pensi, tanto per citare un paio di esempi, a “Le Benevole” di Jonathan Littell o a “Non è un paese per vecchi” (da cui il film omonimo dei fratelli Coen) di Cormac McCarthy. Avviene così in tutto ciò che noi aggreghiamo con il termine Arte. E il finale del film è quasi un riferimento all’arte plastica, alla scultura, alla pittura o alla fotografia d’autore. Basta una posa dell’Eastwood attore/regista per spalancare una infinità di significati e successive riflessioni, fino a dare molti significati a parole quali “giustizia”, “vendetta” oppure “speranza”. Sono certo che ognuno di noi interpreterà a modo suo tutto il film, dandogli un significato diverso. E proprio in questo consiste la grandezza di Gran Torino, perché che Arte sarebbe quella che, dopo averne usufruito, non spalanca la mente dell’osservatore e del fruitore a successive riflessioni, a rielaborazioni? Potremmo definire Arte qualcosa che non sia in grado di fornirti un nuovo punto di vista per le tue certezze, delle nuove risposte alle tue domande, che non abbia l’ambizione di sovvertire il tuo mondo spesso fatto di comodi luoghi comuni? No, non potremmo. Sarebbe, al massimo, un ottimo artigianato. Clint Eastwood è un artista, un grande artista e con Gran Torino l’ha ribadito a chi ancora avesse qualche dubbio e dimostrando in modo definitivo come l’essenza del cinema siano le idee. Basta averne una buona.

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