Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Django Unchained – regia di Quentin Tarantino

Django Unchained

Django Unchained

DJANGO UNCHAINED
di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson

Spike Lee non ha capito un cazzo. Un po’, forse, perché si è messo a parlare di Django Unchained, il nuovo film di Quentin Tarantino, prima ancora di averlo visto. Un po’ perché, probabilmente, c’è chi si mette in testa un’idea, un preconcetto, diciamolo pure, un pregiudizio, e quello rimane, niente potrà fargli cambiare opinione perché, diversamente, significherebbe ammettere di avere torto, di aver detto una minchiata. Di non averci capito nulla. Appunto.

Dice il buon Spike, uno che crede di avere il monopolio del diritto di parola in merito alla questione della schiavitù in America, che non si tratta così un argomento tanto delicato e doloroso. Troppo leggero il modo di fare cinema di Quentin. Troppo spazzatura il caro, vecchio, amatissimo western all’italiana che tanti orgasmi multipli ha garantito negli anni a generazioni di maschi. Ma se Django Unchained è piaciuto pure a mia moglie che non ama il western né la violenza né il modo di metterla in scena di Tarantino – anche se ormai sarebbe meglio usare il passato, dire “amava” – vuol dire che quel maledetto geniaccio della settima arte ci ha preso un’altra volta, con il suo modo di fare è riuscito a mettere su un prodotto capace di piacere a chiunque, di spaccare, lo schermo e il botteghino. E così facendo ha parlato, eccome, di schiavitù e ne esce quel che era: una grandissima merda. Una vergogna per tutti noi, per noi esseri umani, per noi bianchi, ma anche per i neri a volte conniventi o, addirittura, essi stessi schiavisti, come descritto nell’ottimo romanzo di Edward P. Jones Il mondo conosciuto. Perché la merda, dicevamo, ha sempre lo stesso colore e lo stesso odore, chiunque la faccia.

Tarantino riesce in quello in cui ha fallito Spike Lee con il suo Miracolo a Sant’Anna, tentativo di epopea dei cosiddetti buffalo soldiers, i soldati neri che combatterono durante la seconda guerra mondiale anche in Italia. Ma se il Miracolo di Spike non riesce neanche a tenere sveglio lo spettatore e si situa lontanissimo da un capolavoro su altri buffalo soldiers, quelli del Glory si Edward Zwick, ambientato durante la guerra di secessione, poco oltre la metà dell’Ottocento, Tarantino prende un tema delicatissimo e lo impasta con una farina composta da cultura popolare, se non vi fa schifo l’aggettivo. E non è un ossimoro. Perché Miracolo a Sant’Anna l’hanno visto in otto, Django in milioni di persone, ragazzini che magari non sanno un cazzo di schiavismo, guerre, apartheid e diritti civili, ma che conoscono Tarantino e il suo modo di fare cinema, di rendere semplici le cose difficili, piacevoli le cose spiacevoli. Abbassare le cose ad altezza uomo non vuol dire sminuirle, vuol dire fare cultura. È questo che fa la letteratura di genere. È questo che fa il cinema popolare. Se ancora stiamo qui a discutere di come dire cosa, beh, prendetevi il Grande Fratello e andate un po’ tutti a farvi fottere.

Ma Django, oltre a questa doverosa nota, è un capolavoro assoluto perché ti fa amare il cinema e ti consente di guardarlo con gli occhi di uno che lo ama ancora di più. Possiamo stare qui fin che vogliamo a incensare i vari B-movie degli Anni ’70 e a rivalutarli, ma non si può non ammettere che Quentin Tarantino li ha presi e li ha sparati nell’olimpo della storia del cinema, elevandoli dove neanche credevano, quelli, che potesse esistere un’arte cinematografica a quelle vette. La pasta al burro sarà anche buona, ma se la cucina Gualtiero Marchesi diventa arte.

Waltz e Foxx

Waltz e Foxx

Django Unchained, sebbene con il vecchio Django di Corbucci condivida solo il nome e il commovente cameo di Franco Nero, è un omaggio a un genere interpretato da fuoriclasse. Leonardo DiCaprio è adeguato oltre ogni supposizione nei panni del bambino ricco e viziato, fottuto, nella versione italiana, dal cronico, pessimo doppiaggio che gli appicca addosso questa voce da quindicenne. Samuel Lee Jackson ti fa venire voglia di rompergli il culo con il suo fare da nerobianco e Jamie Foxx spacca nei panni di un Django in cerca della sua amata, con il suo carico di rabbia che gli sprizza dagli occhi, neanche fosse una Dulcinea del Toboso cinematografica. E poi c’è lui, Christoph Waltz, una spanna sopra tutto e tutti, un cannibale che si mangia la prima parte del film, una spalla che diventa testa, corpo e mente di una pellicola grazie a un personaggio affascinante e con qualche affinità con l’Hans Landa di Bastardi senza gloria, almeno dal punto di vista della presenza scenica e dalla capacità di interpretare un ruolo che non lascia spazio a ripensamenti o titubanze. L’unica cosa che stupisce davvero, parlando di Christoph Waltz, è capire dove sia stato prima dei Bastardi e perché.

Django Unchained è un lavoro di chiara firma tarantiniana, con tutti i suoi marchi di fabbrica, i dialoghi sempre in equilibrio sul filo di un tragico umorismo, le scene pulp, l’imprevedibilità narrativa, la colonna sonora spiazzante e capace di cambiare le carte in tavola, la sparatoria-massacro in ambiente chiuso che se non ci fosse non ci piacerebbe. Cambia l’ambientazione, la declinazione del Verbo, non la matrice. Ma alla fine c’è un cinema fatto di pietre miliari con il nostro Trinità, uno di quegli architravi che insieme a Fantozzi non possono non essere visti da chiunque dica di amare il cinema e di essere italiano. E, da parte del pubblico, giù lacrime, applausi e vuvuzela. Poi c’è la trama, la storia, ma questa non ve la racconto, andate al cinema e non rompete le balle.

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La scorciatoia – P.G. Sturges

La scorciatoia

LA SCORCIATOIA (The Shortcut Man)
di P.G. Sturges
ed. Revolver Libri BD
Traduzione di Fabrizio Fulio Bragoni

Donne, possibilmente belle e fatali, e noir hanno un unico sviluppo: cazzi amarissimi. Non fa eccezione La scorciatoia, romanzo d’esordio del californiamo P.G. Sturges, figlio dello sceneggiatore e regista Preston Sturges, il quale compare, anche se solo nominalmente e mediato dalle proprie opere, più volte nel libro.

Dick Henry è la più classica delle “scorciatoie” per morosi e furbetti del quartierino, il classico duro dal cazzotto facile a cui si ricorre per poche centinaia di dollari per risolvere un problema che non richiede niente di più grosso – niente, per intenderci, che abbia a che vedere con il Cogan di George V. Higgins, altra pasta, altra statura. Intervallando riscossioni a interventi stile paladino della vecchina della porta accanto, Dick se la spassa mica male con la bella ed enigmatica Lynette, una che spruzza sesso anche solo nel guardarti e, si sa, l’uomo mica è fatto di legno, al massimo ci si diventa, di legno. Questa quiete da routine modello hard boiled Anni ’50 si inceppa quando il ricco sfondato Artie Benjamin, uno che si è fatto da solo creando dal nulla un impero fondato sul porno, gli commissiona un compito facile facile: pedinare sua moglie, di Artie, e scoprire con chi se la fa quella zoccola di Judy. E, chissà perché, quella faccia lì di quel tipo là assomiglia maledettamente a qualcuno di sua conoscenza…

La scorciatoia, ennesima lettura della collana Revolver, è romanzo breve e rapido che scorre via, però, senza lasciare traccia. Sto scrivendo questa recensione dopo sole poche settimane dalla fine dell’ultima pagina e la trama, comunque esilissima e dal sapore del fritto misto che ti torna su per due giorni dopo che lo hai mangiato, la trama, dicevamo, è già andata e la sensazione che la lettura mi ha lasciato è quella di una velata noia e di un disperato tentativo di far ridere il lettore, tentativo, però, mal riuscito, come quegli imitatori di terza tacca che si impegnano disperatamente cercando di imitare Adriano Celentano, quello degli Anni ’70, alla festa del fungo trifolato.

L’avere una trama ampia e articolata o essenziale e, magari, anche banalotta, per la letteratura di genere non è un problema: nel primo caso si possono scrivere capolavori come Il potere del cane di Don Winslow o lasciarsi travolgere come in Sei pezzi da mille di James Ellroy; nel secondo si possono scrivere gemme spassosissime come gran parte della serie di Hap&Leonard di Joe Lansdale oppure pietanze insipide, come delle zucchine bollite, come questo di Sturges, dove non c’è mai un cambio di ritmo, i dialoghi, nonostante il paragone con Elmore Leonard (assurdo), ci sono perché devono esserci e del finale ti accorgi perché le pagine che ti rimangono in mano ancora da leggere sono poche, ma per nessun’altra ragione.

P.G. Sturges

Anche l’utilizzo dei flashback non sortisce il risultato sperato. Sturges usa in modo massiccio questo espediente narrativo, probabilmente per cercare di dare sostanza e complessità al proprio personaggio da one man show scolpendone il passato e motivando, in tale maniera, il perché è diventato quello che è. Volendo essere maligni, e recensendo bisogna un po’ esserlo, i flashbach paiono però essere più dei riempitivi, come l’allungare la birra con l’acqua, come faceva Mariolino del circolo Acli di Trontano. Il volume aumenta, ma diventa pisciazza. Il passato di Dick Henry, analogamente, poco aggiunge al presente del personaggio, anzi, rompe pure abbastanza le balle perché interrompe continuamente il ritmo narrativo proprio quando si comincia a sperare che qualcosa decolli, interesse del lettore nei confronti della storia raccontata compreso. Anche se non voglio rimanere incatenato in un modello preconfezionato che sulla scia di W.C. Heinz, George V. Higgins e, soprattutto, il mai troppo citato Elmore Leonard prevede che la storia prenda forma dai personaggi e solo da loro stessi, senza troppi artifici e senza, ogni due per tre, vedere l’autore del romanzo piombare pesantemente sulle caviglie del lettore come un Felipe Melo qualsiasi, è altrettanto vero che per utilizzare al meglio i back and forth ci vuole, forse, addirittura più maestria che nel primo caso, perché il rischio di annoiare o di raffazzonare un prodotto appena appena accettabile è altissimo, a differenza dell’insegnamento dei tre grandi di cui sopra dove, invece, o c’è un buon romanzo o non c’è nulla, solo carta buona per accendere il camino.

Il problema de La scorciatoia, all’opposto dei commenti letti in giro, è il suo essere un romanzo che non lascia il segno, non incanta, non accattiva, non rattrista, non sorprende, non affascina, non ammalia, non mi fa neanche incazzare. Lascia indifferenti, fatta eccezione per la solita copertina-capolavoro di Davide Furnò.

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Cogan, il trailer

Il Professionista – W.C. Heinz

Il Professionista

IL PROFESSIONISTA (The Professional)
di W.C. Heinz
ed. Giunti
Traduzione di Roberto Serrai

Va bene “papà” Hemingway, ma dobbiamo tutti mettercelo in testa: se non ci fosse stato Wilfred Charles “Bill” Heinz non avremmo, probabilmente, neanche Elmore Leonard o, comunque, il Leonard che conosciamo e amiamo, quel maestro, al momento ancora insuperato, di stile.

Lo dice Leonard stesso in una recente prefazione al dimenticato Il Professionista, romanzo d’esordio di Heinz uscito nel 1958 e appena portato (o riportato?) in Italia da Giunti. “Quarantatre anni fa” dice Elmore “leggendo Il Professionista imparai a conoscere anche il modo in cui Bill Heinz eliminava dalla sua prosa tutte le parole non indispensabili. Mi resi conto che in un dialogo disse è l’unico verbo che serve. Disse arriva dritto al punto” prosegue l’autore di Out of Sight “e dà ritmo alla frase. Non c’è bisogno di usare rispose, replicò, suggerì, affermò: nulla. Allo stesso modo ho imparato che non serve un avverbio per spiegare come un personaggio dice una certa frase. <<Gli avverbi sono impicci>> dico sempre adesso che sono diventato un’autorità nel campo. Possono distruggere il ritmo della frase, distrarre, bloccare il flusso delle parole. Un avverbio è una parola dell’autore, non del personaggio; e se il primo deve farsi da parte, lo stesso vale per le sue parole. Se nel Professionista c’è un avverbio che modifica il verbo disse, vuol dire che il redattore ce l’ha infilato mentre Bill era distratto.” [pg. 10-11]

E se questa non è una lezione di scrittura, beh, ditemi un po’ voi cos’è.

Le affinità tra la boxe e la tauromachia sono più delle loro differenze. Entrambe le attività sono un condensato di tragicità, una messa in scena dello scontro per la vita che su un ring, o all’interno di una arena, non fa altro che concentrare nello spazio e nel tempo la tragedia della vita stessa, del suo fluire, spesso inutile, tra i muri della violenza alla ricerca di un po’ di gloria e di un baleno di felicità destinato a svanire nel suo stesso manifestarsi constringendoci, ogni volta, a ricominciare tutto dall’inizio. E alla fine non vince nessuno, al massimo si può non perdere o, meglio, differire i costi della sconfitta e la misura di un pugile, di un torero, di un toro o di un uomo è data non da quanto ha vinto, ma da quanto sangue ha sputato, da quanto impegno ci ha messo, da quanto coraggio e spirito di sacrificio è stato in grado di trovare all’interno di se stesso e di mobilitare.

“Com’è che ti piace così tanto la boxe?”
“Perché ci trovo dentro tante cose.”
“Cosa vuoi dire?”
“La legge fondamentale dell’uomo. La verità della vita. È una lotta, uomo contro uomo, e se cerchi di sconfiggere un altro, devi sconfiggerlo completamente. Non farlo morire di fame, come succede nel mondo pulito, civile e competitivo del commercio. Lascialo disteso lì, privo di sensi, al tappeto.”
“Forse è proprio così. Non so.”
“Guarda. Non dico che sia una cosa buona. Non dico che sia bello. Dico solo che è così. È nell’uomo, in tutti gli uomini. Io sono contrario alla violenza. Odio i conflitti. Credo in un mondo in cui saranno la ragione e l’onestà a dettare legge, e dove la forza non conterà più nulla. Tra qualche secolo potremmo anche arrivarci, ma per adesso l’uomo ha ancora in sé una parte animale e la legge della vita è la legge della giungla – solo i più forti sopravvivono. Finché sarà così, credo che l’uomo rivelerà completamente se stesso solo nella boxe, come in nessun’altra forma espressiva. È la guerra, di nuovo la guerra, ed è autorizzata e la gente paga il biglietto per vederla perché, senza nemmeno rendersene conto, ci vede dentro questa verità.” [pg. 262-263]

Sono solo poche righe, un breve dialogo, ma in queste parole è condensato gran parte del pensiero filosofico e politico occidentale liberal-democratico figlio della visione antropologica di Hobbes e che ha trovato nel contrattualismo una delle sue più valide espressioni descrittive e normative.

Il Professionista è la storia di un mese della vita di un pugile, quel mese in cui un atleta si prepara a combattere per il titolo mondiale. Eddie Brown è probabilmente il miglior peso medio sulla piazza in quel momento e Frank Hughes, giornalista sportivo, ha deciso di seguirlo passo passo nel suo avvicinamento alla lotta per la cintura per raccontare la sua storia in un articolo per un magazine. Intorno a Brown e Hughes si alternano altri personaggi legati al mondo della boxe, tutti con il loro carico di sconfitte alterne a speranze. Su tutti domina Doc Carroll, il manager-allenatore di Eddie, uno di quei vecchi insegnanti di pugilato che, come tutti i vecchi, non accetta il mondo che cambia, la via del business che la boxe sta prendendo e la sempre più prepotente presenza di un nuovo mezzo di comunicazione con cui confrontarsi: la televisione.

Il romanzo corre rapido grazie a uno stile perfetto tutto incentrato sul dialogo e su una essenzialità della prosa che rende al meglio la monotonia degli allenamenti e le speranze di chi ci crede ancora, di chi fa tutto quello che può per piegare il destino al suo volere. Il neuroscienziato Read Montague nel suo Perché l’hai fatto? spiega bene la differenza tra l’incertezza riducibile e quella irriducibile. La spiegazione ha un po’ il sapore di quel detto cinese secondo cui se un problema ha una soluzione, non preoccuparti. E se un problema non ha una soluzione, beh, non preoccuparti. La fortuna, secondo Machiavelli, era una delle doti principali del principe, quella fottuta fortuna che governa una grossa fetta, variabile, della nostra vita. Ma la fortuna è la fortuna e non ci riguarda, ci fotte, certo, ma non ci riguarda. Preoccupiamoci del resto, di quella quota di eventi che dipende da noi, dalle nostre azioni. Eddie fa questo, si allena e si allena ancora, Doc Carroll ne ha ormai fatto un pugile professionista pronto per vincerlo quel maledetto titolo mondiale. Ma la vita è una tragedia e come tale va affrontata.

W.C. Heinz

Il Professionista per molte pagine parla del niente ma non annoia, perché quel niente è quello che stanno vivendo Hughes e gli altri e noi siamo lì, a parlare dei problemi nel crescere un bambino, nel criticare uno sport che può ucciderti, nel bere Martini e gustare bistecche alte un dito, prima e dopo la corsa e le passeggiate intorno al lago. Fosse scritto male il romanzo di Heinz sarebbe stato un polpettone senza capo nè coda, come forse fu giudicato al tempo da una critica letteraria miope e da critici in doppio petto con le mani pulite e il cervello pieno di muffa. Invece il dialogo serrato rende il tutto vivo, quasi un pezzo di teatro, un frammento proveniente dal passato che si rianima davanti a noi ogni volta che apriamo le pagine del libro e forse bisogna possedere quel sacro amore per l’essenzalità di un Hemingway o le continue rotture di palle di un caporedattore che vuole sempre tagliarti i pezzi per raggiungere una tale asciutezza stilistica, al pari di giganti del giornalismo e del come si dovrebbe scrivere quali Montanelli o Pansa. Ma è anche il più grande insegnamento di Steve Jobs: la raffinatezza è nell’essere essenziali.

Il Professionista, in ogni caso, è molto di più che un romanzo sulla boxe, è un romanzo su noi stessi che solo grazie al suo parlare universale è possibile annoverare, credetemi, tra le grandi opere del Novecento degne di essere considerate un classico: “Non ti limiti a dirglielo. Glielo fai vedere. La sola cosa di cui un uomo ha paura è l’ignoto, e allora cerchi di mostrargli le cose così non ci sarà più l’ignoto. Quando un pugile comincia a combattere è come un gattino appena nato. Non ci vede. Anzi, vede solo guantoni. L’aria è piena di guantoni, finché non impara che non tutti fanno male. Allora il mistero piano piano svanisce, e puoi cominciare a lavorare sui colpi. Gli insegni le combinazioni, ma lui non vuole arrivare fino in fondo. È tornato l’ignoto. Ha paura di quello che potrebbe accadere se si impegna sul serio. Che gli potrà succedere, se decide di fidarsi? Che cosa crede? Che lascerò che gli stacchino la testa? Allora lo convinci mettendogli paura. Capisci?” [pg. 110]

Il Professionista di W. C. Heinz è vita. Niente di più e niente di meno.

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Il Giallo Mondadori sotto l’ombrellone

Fabio e Jonathan Lotti

di Fabio e Jonathan Lotti

Contro la crisi dilagante il Giallo Mondadori. Quello da edicola che conobbi negli anni cinquanta-sessanta quando da giovanottello speranziello cominciavo a muovere i primi passi tra sangue e morti ammazzati. Testi robusti, poco prezzo. Alta qualità alla portata di tutti (sembra una reclame).

E non è che si tratti solo del solito giallo classico della camera più o meno chiusa (a proposito Henry Merrivale, il Vecchio di Carr, non ne poteva più http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2012/02/12/rivelazioni/)  che il nostro G.M. propone un’offerta per tutti i gusti, per tutti i palati. Oggi vi suggerisco in breve  alcuni testi che possono essere letti benissimo durante le vacanze in mare o in montagna (per chi può) o anche a casa se uno decide di restarci (perfino al gabinetto che pare uno dei luoghi preferiti di tanti lettori).

Intanto beccatevi l’ultimo che ho sotto mano “Il veleno nella mente” di Thomas H. Cook.

Lucas Paige studioso di storia militare alla presentazione del suo ultimo libro a Saint Louis. Ne ha fatta di strada da quando viveva a Glenville! Una cittadina per niente attraente, priva di prospettive, con le sue erbacce, le sue pozzanghere, i marciapiedi deserti, “una biblioteca senza finestra ospitata nello scantinato del dipartimento di polizia”. Secondo il suo pensiero espresso in prima persona. E ora c’è proprio una vecchia conoscenza che glielo farà ricordare: Lola Faye.

Non la faccio lunga. Un padre rozzo, meschino non adatto alla madre dedita alla lettura e tutta al proprio figlio, con i suoi consigli martellanti “Non accontentarti di Glenville, Luke”. Una tragedia familiare che inizia con l’uccisione del padre il cui assassino sembra essere il marito geloso di Lola.

Libro dalle prospettive che mutano di continuo con il trascorrere della storia, mettendo in spasmodica allerta il  lettore desideroso di conoscere la verità. “Tu vai avanti, vai avanti e credi di sapere chi sei e come girano le cose. Ma poi, da un momento all’altro, cambia tutto” (Lola). Se vogliamo anche un libro sulle apparenze scritto in maniera magistrale.

E spesso sulle apparenze (vedi un po’ come avvengono certi collegamenti), sono basate le indagini del nostro Poirot in Le fatiche di Hercule di Agatha Christie, Mondadori 2012. Il quale Poirot all’inizio mica mi restava tanto simpatico, un fighetto vanesio e altezzoso che avrei preso pure a schiaffi! Poi i suoi tic e le sue manie, i suoi baffi, le sue ghette, il bastone sempre appiccicato tra i piedi, incominciarono a farmi sorridere e a rendermelo pure divertente.

Il personaggio principale di queste storie, non c’è ombra di dubbio, è proprio il nostro Hercule aiutato da George “servitore perfetto, pieno di discrezione e riserbo”. Eccezionale stima di se stesso (scontato), buon cuore, se c’è da aiutare gli altri in difficoltà non si tira indietro, aperto a matrimoni tra persone di ceto diverso, freddoloso da far paura, batte i piedi per terra, si soffia le mani in continuazione. Le donne, per lui, sono un “sesso miracoloso” che sanno trasformarsi da bimbe bruttocce a giovani avvenenti e mi immagino la sua faccia quando viene accerchiato da uno stuolo vociante di studentesse che vogliono  l’autografo. Il suo cuore batte ancora per la contessa Vera Rossakov che rivede dopo venti anni, così attraente e ricca di fascino a differenza di tante signorine sbiadite e tutte eguali. In giro per l’Europa va a finire anche al Camposanto di Pisa (giuro). Sballottato in una carrozza metropolitana troppo stress e troppa fretta nel mondo (sembra oggi).

Di mezzo sempre qualche veleno e pure la droga che girava veloce anche allora. Non mancano i pettegolezzi che costituiscono il fulcro sorridente di una avventura, e se c’è da coprire uno scandalo politico lo si può fare “tappandolo” con uno scandalo di sesso e siamo in perfetta sintonia con i nostri tempi.

Tra le pieghe dei racconti si intrufolano birichini, l’umorismo, l’ironia e il sorriso. Sgorga naturale la gioia di scrivere della Christie e di punzecchiare certe storture del mondo. Qui presa di mira soprattutto l’apparenza, quella naturale e quella fatta ad arte che può condurre a giudizi completamente sballati.

Proporre Agatha in questo blog sembra rischioso ma io penso che, stante i nostri gusti, bisogna leggere di tutto (boni, state boni, ehi ragazzi, cosa volete fare con codesti bastoni?).

Per coloro che hanno intenzione di sposarsi ecco due romanzi ed un racconto che invitano alla prudenza in Delitti in luna di miele di Ross Macdonald, Harry Carmichael, Cornel Woolrich, Mondadori 2012.

Tre Maestri. Tre capolavori con introduzione di Mauro Boncompagni. Una sicurezza. Qui due parole davvero.

Il delitto non invecchia diRoss Macdonald

Alex Kincaid in luna di miele viene abbandonato precipitosamente dalla moglie Dolly McGee. Perché? Ci vuole il noto detective Lew Archer “cento al giorno più le spese” a risolvere il problema. Inizia la sua peregrinazione fra i rapporti umani esplorati dall’autore in tutte le loro sfaccettature. Angosciosa tensione e metafore sorprendenti nello stile di Ross.

Paura al chiaro di luna di Harry Carmichael

In viaggio di nozze David Eastwood e mogliera, un bel tocco di figliola da far strabuzzare gli occhi. Sul proprio furgoncino Juan Bolondrón de Viego (siamo in Spagna), spettatore involontario della caduta in mare della loro macchina. Conseguenza: marito sparito e moglie ferita gravemente. Due assicurazioni a favore l’uno dell’altra e allora qui c’è bisogno del perito Piper per sbrogliare la matassa. Atmosfera tesa, particolari che sfuggono e ritornano in mente insieme ad un certo fremito sensuale stuzzicarello che si rifà vivo.

La settima moglie di Barbablù di Cornell Woolrich

L’investigatore Richtie Dokes si sta occupando da tempo del caso Blatney che ha ucciso la moglie a colpi d’ascia. Niente indizi e lettura continua dello schedario per trovare qualche aggancio. Altri casi di spose uccise, altri nomi, altri assassini, uno psicopatico con una reazione particolare di fronte a “coltelli o ad oggetti dai bordi non perfettamente smussati”, stessa reazione avuta dal fresco sposino Hilton della sorella. Ma allora…A doppia voce, fratello e sorella, con aumento spasmodico della suspense.

Termino con  Caccia al mostro di Bill Pronzini e Barry N. Malzberg, Mondadori 2012.

Un breve excursus sulla collaborazione tra questi due scrittori alla fine del libro in “I segreti del giallo” con“Una caccia molto speciale” sempre del nostro impareggiabile Mauro Boncompagni. Una amicizia nata alla fine degli anni sessanta, con il primo che riunisce il realismo dell’hard boiled insieme al giallo classico ed il secondo tipico esponente delle “ossessioni visionarie”.

Qui abbiamo un mostro a Bloodstone  che squarcia donne in modo orrendo (segni di losanga sulle cosce e fazzoletti di carta sporchi di sangue sul luogo del delitto). Quattro a dargli la caccia: Daniel Smith, tenente di polizia con un’ulcera che lo distrugge; Jack Cross, giornalista locale tutto preso dal suo prossimo libro “Squartatore di Bloodstone” e dalla fissazione con Clark Kent; Steven Hook, ex attore alcolizzato, scommettitore di corse di cavalli (ora in cattive acque), una maledetta sinusite che lo angustia; agente Keller in contrasto con il capo Smith e sempre in giro alla ricerca dello Squartatore (fissato che sia Hook). Un episodio di violenza alle spalle, non crede alle idee del dottor Ferrara, solo con “la vigilanza, l’impegno costante e l’istinto si poteva catturare lo Squartatore”. Il citato dottor Ferrara è lo psichiatra chiamato a capire il profilo del mostro. Per lui l’omicida non sa di essere l’assassino. E dunque può nascondersi dietro chiunque…

In corsivo il pensiero dello Squartatore, parti del libro di Cross battuti a macchina, tutti i personaggi hanno qualcosa di ambiguo e inquietante che fa sospettare di loro. Velocità, ritmo, tensione, angoscia, atmosfera allucinata, pazzesca. Pure una citazione degli scacchi “Nel buio le figure si spostavano come pedine su una scacchiera spruzzata di sangue” che fa rabbrividire.  E il lettore è lì che si arrovella a capire chi può essere l’assassino. Un giorno, se lo Squartatore sarà catturato, potrebbe sorgere spontanea perfino la domanda “ Ma è proprio lui?”.

Buona lettura!

Che sia sotto l’ombrellone o al gabinetto…

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Dave Zeltserman e la trilogia della redenzione

La trilogia nera

Esco momentaneamente dal mio indaffarato torpore per segnalarvi una uscita davvero imperdibile: dopo anni di attesa, mail, petizioni, proteste e incazzature, possiamo finalmente gustarci Zeltserman e non solo uno, bensì due suoi nuovi romanzi inediti in Italia. TimeCrime porta infatti in libreria l’intera trilogia dell’uomo uscito di galera che io, in tempi non sospetti, definii come Trilogia della redenzione. Piccoli crimini, il primo romanzo dei tre, è stata una delle migliori letture di questi anni di Pegasus Descending, tanto che ancora oggi, a due anni di distanza, sento un orgasmo salirmi dalle viscere nel ricordare quelle ore spese sulle pagine affollate. In calce al post riporto la sinossi del volume diffusa da Fanucci, con l’unica perplessità arrecata dalle ottocento e passa pagine che ne fanno un tomo della Treccani che per un povero pendolare come me, vacca boia, è un problema non da poco. Però, tre romanzi a 12 euro… insomma… come sempre in culo alla crisi e a chi ci fa pagare i suoi fottuti debiti! Qui sotto, invece, riporto la mia recensione di Piccoli crimini perché credo che ne valga la pena e perché potrebbe essere un utile pretesto per parlare un po’ di questo autore in attesa di leggere gli altri due suoi lavori della trilogia. Vabbè, ha un po’ il sapore del pasticcio al forno che ogni tanto mangio in pausa pranzo, quello fatto con gli avanzi del giorno prima, però, se fatto bene, anche quello non è male e si gusta con piacere.

PICCOLI CRIMINI
di Dave Zeltserman
ed. Fanucci
Traduzione di Olivia Crosio

Piccoli crimini di Dave Zeltserman è la miglior crime fiction che io abbia letto negli ultimi due anni. Era da tempo che non mi capitava di essere completamente assorbito nella trama di un romanzo inseguendo le sporche vicende del suo protagonista, una via di mezzo tra un cattivo figlio di puttana e un povero sfigato finito dentro a un gioco più grande di lui.

Joe Denton è un ex poliziotto della cittadina di Bradley, Vermont, appena uscito di galera dopo aver scontato sette anni per il tentato omicidio del procuratore distrettuale Phil Coakley. Bradley è una piccola città della provincia americana, non è come Los Angeles o Chicago dove non passa giorno in cui un agente di polizia non sia impegnato in una sparatoria o in un inseguimento. Nel Vermont la vita scorre lenta, ma i soldi non fanno schifo a nessuno. E lo stipendio statale è troppo risicato se quale sogno e realizzazione hai una bella casa, o magari due, le vacanze d’estate e un potente Suv superinquinante e che beve come un cammello dopo aver attraversato il Sahara. Anche la polizia, quindi, arrotonda e se è vero che la delinquenza è poca e sottocontrollo, ci pensano i zelanti tutori dell’ordine pubblico a riportare le statistiche più vicine alla media nazionale.

Joe era un poliziotto corrotto beccato dallo stesso Phil con le mani nella marmellata. In più, quella sera,
era strafatto di cocaina e merda varia, il suo accoltellamento è stato un gesto istintuale e selvaggio. Così istintuale e così selvaggio che non l’ha neanche ammazzato il procuratore, lasciandolo, però, sfigurato per il resto dei suoi giorni e condannando Denton alla perenne esposizione al pubblico biasimo: “È assurdo, ma non sarebbe così se quella notte Phil fosse morto. Il ricordo della mia brutta impresa sarebbe sbiadito e i cattivi sentimenti si sarebbero esauriti. Il vero problema è che Phil è lì ben visibile ogni giorno. Ogni giorno tutti provano di nuovo repulsione per il mio crimine. Per colpa mia in sua presenza si sentono in imbarazzo e devono sforzarsi di fingere che non sia un fenomeno da baraccone. Non esiste perdono per un delitto del genere.” [pg. 46]

Piccoli crimini

Quando Denton esce di prigione si ritrova ad aspettarlo non i genitori, che lo ignorano, o la moglie, che l’ha piantato in asso portandosi via le due figlie e cambiando pure nome, ma lo sfigurato Phil che porta sulla faccia i segni del peccato di Joe, un genere di peccato per cui non esiste perdono e redenzione. E Phil, c’è da capirlo, è incazzato. Molto incazzato. Manny Vassey fino a sette anni fa era l’osso duro di Bradley, il boss di provincia che non si muove foglia senza che lui non voglia. Ora è un povero vecchio in un letto d’ospedale in attesa che il cancro lo ammazzi. E Phil è lì ogni giorno a leggergli la Sacra Bibbia, perché anche il più duro quando è sulla soglia si caga nelle mutande e inizia a credere in Dio, in Suo Figlio e in tutti gli angeli e i santi del Paradiso. Sperare in un miracolo non costa niente. Se Manny vuotasse il sacco sarebbero cazzi amarissimi per mezzo dipartimento di polizia, Joe Denton incluso. Per tale motivo lo sceriffo Dan Pleasant mette Denton con le spalle al muro: scegli tu, o fai fuori Manny o fai fuori Phil. E Joe c’è dentro di nuovo, fino al collo e in una città in cui nessuno gli è più amico, neppure i suoi anziani genitori, e in cui troppa gente sembra avere una voglia matta di piantargli una pallottola in mezzo agli occhi.

Piccoli crimini è una discesa negli inferi che per tragicità di contenuti è assimilabile a Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij. In entrambi i libri, infatti, abbiamo un colpevole dichiarato e, nel caso del romanzo di Zeltserman, addirittura già condannato e che a norma di legge avrebbe già saldato il suo debito con la giustizia. Saldato un cazzo. La società è ipocrita e il popolo un bove, le cicatrici sulla faccia di Phil Coakley sono quindi il castigo, quello vero, che Joe deve quotidianamente pagare ripartendo ogni giorno da zero come un novello e moderno Sisifo. Zeltserman ci trascina quindi in questa quotidianità fatta di tormento e dolore, con la costrizione di dover fare il Male affinché il Bene – in questo caso un briciolo di normalità – possa compiersi. Piccoli crimini è la storia dell’impossibilità della redenzione per chi con questo stesso Male sia, almeno una volta, sceso a compromessi. Indietro non si torna. Il tutto è inoltre scritto in modo magnifico e con un ritmo che ti attanaglia gli occhi alle pagine mentre i colpi di scena si susseguono imperterriti e senza alcuno spazio per prendere una boccata d’aria, sperando in ogni pagina di porre termine a questo vortice di violenza e cattiveria. Che se ne esca, in un modo o nell’altro, purché tutto ciò abbia fine. E tutto finirà, perché è questa l’unica cosa che abbiamo imparato: che tutto finisce.

Uniche note stonate l’eccessivo numero di refusi ed errori vari contenuti nel libro e la presenza di una punteggiatura strutturata in modo piuttosto discutibile.

Prima di iniziare, comunque, fate un salto dal vostro pneumologo di fiducia. Perché questo libro si legge tutto in apnea e la privazione prolungata di ossigeno nuoce gravemente alle cellule cerebrali.

Piccoli crimini è il primo romanzo di un terzetto che potremmo definire “Trilogia della redenzione” che Dave Zeltserman sta scrivendo. Il secondo libro, Pariah è già stato pubblicato negli USA e da indiscrezioni raccolte credo che potremmo già leggerlo in Italia in questo 2010. Per il terzo volume della trilogia, Killer, dovremo invece aspettare un po’ di più visto che solo nell’anno corrente, a Maggio, vedrà la luce editoriale negli States. Su Pegasus Descending, comunque, se interessati troverete tutte le notizie e informazioni del caso.

Dave Zeltserman

Di seguito la sinossi de La trilogia nera di Dave Zeltserman, che oltre a Piccoli crimini contiene anche Pariah e Killer, tradotti da Olivia Crosio e Marta Milani.

SINOSSI: Contea di Bradley,  Vermont. L’ex poliziotto Joe Denton ha appena finito di scontare sette anni per il tentato omicidio del procuratore distrettuale. Si illude di aver chiuso con il passato, con la violenza, la droga e le scommesse: ma un crimine di quel genere è impossibile da dimenticare.  Kyle Nevin è  invece un “bravo ragazzo”, gestisce gli affari nei quartieri a sud di Boston. Ammazza solo se costretto, non pesta i piedi a nessuno: eppure Red Mahoney, il suo boss, lo vende all’FBI.  Quando Nevin esce di galera ha quindi una sola cosa in mente: fare a pezzi Red. Per racimolare qualche dollaro organizza un rapimento, ma niente va come dovrebbe… Né la fortuna sorride a Leonard March, sgherro “storico” del mafioso Sal Lombard. Quando dopo quattordici anni le porte del carcere gli si aprono davanti, per mettere insieme due pasti caldi al giorno si ritrova a pulire gabinetti. Non sarebbe poi così male, per uno che ha sessantadue anni e ventotto omicidi sulla coscienza: ma si ci si può reinventare una vita “normale” quando là fuori tutti vogliono la tua testa?

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Dietro le sbarre – Allan Guthrie

Dietro le sbarre

DIETRO LE SBARRE (Slammer)
di Allan Guthrie
ed. Revolver BD
Traduzione di Marco Piva Dittrich

Il miglior aggettivo per descrivere Dietro le sbarre dello scozzese Allan Guthrie è “claustrofobico”. Fin dalle prime pagine, infatti, si può percepire una insopprimibile sensazione di perdizione e tragedia, si sta lì fermi ad osservare la distruzione di un giovane, Nick Glass, e della sua famiglia, uno sprofondare senza fine nel Male e nel non ritorno.

Quando Nick viene assunto come guardia carceraria sembra una buona notizia per il poco più che adolescente brufoloso proveniente dalla provincia della Scozia e appena approdato nella grande e caotica Edimburgo con moglie e figlioletta al seguito. Ma come forse sarà capitato spesso anche a voi, se il non avere lavoro è indubbiamente un problema, a volte l’averlo è altrettanto tragico se questo, a fronte di uno stipendio, vi sottrae tutto ciò a cui tenete, se ciò che dovete dare in cambio è la vostra dignità, i vostri sogni di realizzazione, la vostra famiglia o quel flebile alito che prende il nome di felicità. Nick si trova in questa situazione, nella condizione dell’alpinista che non riesce a salire, a proseguire nella sua scalata, ma, ormai bloccato in parete, non riesce neanche a tornare indietro. Fare il secondino in un carcere significa essere quotidianamente a contatto con la feccia della nostra società, con ladri, truffatori e assassini. La legge, dietro le sbarre, non è mai quella scritta nei codici di procedura penale e le regole sono quelle spietate di un hobbesiano stato di natura e del suo proverbiale homo homini lupus.

Le cose, per Nick, precipitano definitivamente quando uno dei ras del ramo ergastolani, Cesare, “chiede” a Glass di diventare il suo galoppino, di portare in carcere la droga che verrà poi smerciata agli altri detenuti. Nick inizialmente resiste, ma una visita dello svitato Watt alla sua famiglia lo costringe a giungere a più miti consigli. Inizia così una autentica discesa all’inferno da parte di un ragazzo troppo piccolo per affrontare una vicenda così grande e troppo inadeguato alla vita per resistere tanto alle tentazioni quanto alle sfide che ogni giorno, ognuno di noi ma qualcuno un po’ di più, è costretto ad affrontare e vincere.

Come detto in apertura, Guthrie compone una storia senza pause e in grado di gettare il lettore dentro una bara, un po’ come quei film di bassa lega in cui il protagonista, e noi con lui, si ritrova sepolto vivo sotto due metri di terra. Pagina dopo pagina il re del tartan noir non lascia scampo al suo protagonista, quasi una vittima sacrificale che più si muove e più si stringe il cappio intorno al collo, nonché votata a una critica serrata di un mondo, anche sociale, in cui la legge è assente e quando c’è è troppo impegnata a mettersi le dita nel naso piuttosto che difendere l’ordine costituito e i suoi figli più deboli.

Guthrie compone una sinfonia che a ogni riga ha il sapore della tragedia imminente, tanto da stupire il lettore nel suo incedere per 250 pagine tale è la fragilità di Nick Glass che potrebbe inciampare a ogni passo, dando vita a una affresco sulla disperazione individuale in cui la solitudine è un nemico implacabile in grado di uccidere più di assassini ed ergastolani e in cui la parola speranza è stata sbianchettata anche dai vocabolari.

Allan Guthrie

Tra le due posizioni filosofiche e politiche che vedono la natura al centro della discussione, da una parte come ente alieno e tiranno, in Hobbes, e dall’altro come stato di perfezione perturbato dalla nostra ricerca di civiltà, in Rousseau, Guthrie sembra propendere verso la prima ipotesi, nonostante la sua riflessione complessiva concentri il proprio focus dell’attenzione su un marcato soggettivismo narrativo, quasi un ricorso smisurato a quello che potremmo chiamare “individualismo metodologico”, un modo di raccontare il mondo, il macro, narrando le vicende di una e una sola persona, il micro. È un po’ quello che da sempre fanno, tanto per capirci, scrittori come Philip Roth o Cormac McCarthy, anche se con accenti e sfaccettature diverse. Stilisticamente Guthrie si posiziona in questa tradizione, nonostante non ceda mai un metro a qualsivoglia afflato epico e riducendo il tutto, almeno nella prima parte di Dietro le sbarre, a un realismo marcato incentrato sul dialogo serrato di uno scrittore che non è mai onnisciente e che, all’opposto, sospende il proprio giudizio individuale e personale per limitarsi a raccontare una storia con tutte le sue idiosincrasie e la sua capacità di stupire, fino al suo finale deflagrante e spiazzante in cui la tragedia, finalmente, può celebrare il suo trionfo e il vuoto intorno a noi avere la meglio. Perché siamo sempre lì, in uno in quei casi in cui l’hai preso nel culo e se ti agiti lo fai solo godere di più.

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Come sei lento!

Omicidio allo specchio

di Fabio e Jonathan Lotti

Quando siam tutti presi dal piroettar di parole…

Si tratta dell’idea del “doppio” già ampiamente collaudata ma qui svolta in maniera originale. Simon Johnson non è messo tanto bene a trentaquattro anni. Guance pallide disseminate di cicatrici lasciate dall’acne, capelli prematuramente grigi, miope con occhialoni da miope (appunto), piaga dietro l’orecchio destro causata dallo sfregamento dell’astina di plastica, cuore ballerino con nuova valvola cardiaca, gengive che sputano sangue sotto la pressione dello spazzolino da denti, ondate di panico a stento represse quando si trova in ascensore. Anche il vestiario e l’appartamento in cui vive a Los Angeles si adeguano: tristi, sporchi e malinconici, come la sua Volvo grigia scrostata sul cofano.

Buon cuore (lo dimostra con un vecchio cane rognoso dal pelo sporco e incrostato di sangue) e unici amici Robert e Chris. Amici per modo di dire che si sente “perso nel mondo dell’interazione umana”, distante da tutto e da tutti. Solo, naturalmente, con il pesce rosso Francine a fargli compagnia, sguardo fantozzesco su canali pornografici.

Ebbene questo essere isolato si ritrova improvvisamente a lottare con un tizio sconosciuto in casa sua. Dopo una colluttazione furiosa riesce ad ucciderlo e a rendersi conto che gli somiglia in maniera maledettamente straordinaria. Si tratta di un certo Jeremy Shakleford, professore di matematica, che infila nella vasca coprendolo di ghiaccio. Per scoprire il motivo dell’aggressione decide di “diventare” l’altro.

Incomincia una storia ai limiti del credibile con una strana frase che gli sembra di sentir ripetere e vedere scritta sui muri e la scoperta che i due hanno in comune lo stesso psichiatra; una Cadillac che lo segue, ricordi che affiorano dal passato, una studentessa fra le braccia che lo chiama con il suo vero nome. Insomma dietro a questa storia ci deve essere qualcuno che sta tessendo una tela, qualcuno che cerca di farlo impazzire. “Che cosa gli sfuggiva?”.

Inquietudine, mistero, paura. Scrittura volutamente lenta, precisa, accurata a rendere un personaggio ed un ambiente degradato, una lentezza funzionale al racconto come se ci si muovesse in un sogno, in una irrealtà, in una continua allucinazione, in un film al rallentatore dove piccoli particolari si innestano e incastrano fra loro.

Lentezza da alcuni criticata come un fastidioso fardello. Praticamente lentezza mezza bruttezza come altezza, all’incontrario, mezza bellezza. L’ho già scritto, e chiedo venia a chi già mi ha letto, ma vorrei ripeterlo anche qui. Andando in giro per blog e nella vita ho incontrato tutta una serie di lamentele sulla lentezza e dunque sulla pesantezza sfibrante di certi libri. Una noia, una lagna, una palla! Di converso un elogio sperticato della velocità, del brio, del guizzo, della mitragliata di parole, e insomma della corsa continua e dirompente. Io non sono certo contrario ad un ritmo pimpante, figuriamoci! Ai miei tempi andava di moda il rock and roll e il twist che era un piacere sgambettare da tutte le parti, ma poi ci si riposava pure con balli alla mattonella che era ancora meglio. Però, però tutta questa fretta, tutta questa voglia di movimento assatanato che prende le nuove generazioni di lettori (e non) un po’ mi agganghisce (mio conio). Mi blocca, mi mette ansia. Mi instilla un dubbio. O che saranno da buttar via tutti quei creduti capolavori dove un ballo non finisce mai e le descrizioni dei luoghi, degli interni, dei paesaggi durano quanto i ricami delle nostre sante nonnette? Quei libroni, insomma, dove si finiva per ciondolare la testa arrivati appena ad un centesimo del tutto?

Fabio e Jonathan Lotti

Ma il dubbio dura un attimo perché quei libroni mastodontici, lenti e pesanti si leggevano con calma, con rispetto del tempo dovuto, cercando di assaporarne i minimi dettagli. Senza fretta, senza furia che nessuno ci correva dietro.

Non so ma tutta questa odierna voglia di brio, di sorridente leggerezza, di allegro scorrazzar veloce di parole a volte mi sa tanto di spensierata superficialità. Compresa la mia, si capisce. Allora un elogio alla lentezza bisogna farlo. Che poi la tartaruga, con il suo passo lemme lemme, dura  anche cent’anni. E, a quanto mi risulta, nemmeno il piè veloce Achille riesce a raggiungerla.

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E visto che parliamo de Le belve… Savages, il trailer

Un grazie a Walt per la segnalazione!

Le belve – Don Winslow

Le belve

LE BELVE (Savages)
di Don Winslow
ed. Einaudi Stile Libero
Traduzione di Alfredo Colitto

Ben e Chon credono di aver trovato il paradiso in quell’angolino della California, proprio lì dove gli evoluti e civili Stati Uniti d’America prendono il raffreddore con tutti gli spifferi di coca e marijuana che provengono dal barbaro e atavico Messico. Ci sono posti, in Messico, in cui quotidianamente ci sono più morti ammazzati che nuovi nati. Tijuana, capitale della Bassa California, tanto per fare un nome, il vero centro nevralgico del narcotraffico internazionale che dal Sudamerica smercia tonnellate di droga – e dollari – negli States. Criminali e pendagli da forca, gente che prima ti decapita e poi ti chiede chi sei, certo, ma la droga chi la consuma? In nessun mercato c’è un’offerta senza una domanda, lezione 0 di ogni corso di microeconomia.

È questa, insomma, l’ambientazione de Le belve di Don Winslow, ultimo romanzo del celebrato autore americano da cui Oliver Stone dovrebbe anche trarre un film. Le belve, incomprensibile traduzione di Savages, il titolo originale, è una sorta di cazzeggio mainstream per chi non ha le palle per leggersi ottocento pagine di uno dei migliori romanzi di genere degli anni 00, quel Il potere del cane, sempre di Winslow, che per la sua potenza tragica ed epica è paragonabile a lavori quali l’Iliade e l’Odissea.

Se con Il potere del cane Winslow aveva creato un mondo, un’epopea, dando vita a personaggi immortali ed empatici, con Le belve sono l’azione e la rapidità a farla da padrone.

Lo stile di Winslow, infatti, ha sempre denotato una certa lentezza. Ne parlavo tempo fa con Marco Vicentini, l’ex patron della Meridiano Zero, e lui sosteneva come lo stile di Winslow fosse affetto da una sorta di eccessiva piattezza, probabilmente immemore del vecchio adagio anglosassone “mostra, non dire”. Il commento di Vicentini era riferito, in particolare, a L’inverno di Frankie Machine, lavoro che galleggia per tutto lo sviluppo della sua trama su due livelli narrativi e temporali, uno presente e uno passato, nel secondo dei quali viene narrata la giovinezza di Frankie e come questo sia diventato uno dei più apprezzati killer della mafia californiana. Anche nella mia recensione di questo primo lavoro di Winslow, in effetti, evidenziavo come il romanzo iniziasse, sostanzialmente, da pagina 43 e come i momenti di bonaccia non fossero pochi. Questa evidente pecca narrativa nello stile dell’autore newyorkese veniva edulcorata nel capolavoro de Il potere del cane proprio a causa, o grazie, alla sua struttura intrinseca di romanzo fiume, di epopea, come già detto, un lavoro, cioè, che trovava nella complessità e nel dettaglio il suo punto di forza e la sua ragion d’essere. Per costruire un mondo è necessario spendere parole e il lettore che vuole vivere, o rivivere, quel mondo deve accettare la sfida e affrontare la complessità. Ne Le belve questa la complessità scompare e quella che altro non è se non una guerra di droga tra i rampanti Ben e Chon e un sanguinario cartello della droga capitanato da una donna trova il suo sviluppo in una serie di rapidissimi capitoli che evidenziano una natura fortemente cinematografica, quasi che Winslow abbia già preparato il terreno per Oliver Stone, risparmiandogli la fatica di adattare il romanzo e facendogli risparmiare i soldi per lo sceneggiatore.

Don Winslow

Le belve, comunque, è un romanzo che stilla divertimento allo stato puro grazie tanto alla già citata struttura narrativa e rapidità di esposizione, quanto alla sarabanda di sparatorie, colpi di scena, intermezzi porno-erotici e a una irresistibile razione adrenalinica che spinge la lettura capitolo dopo capitolo, pagina dopo pagina.

La valutazione complessiva di un romanzo deve comunque essere fatta considerando la sua totalità e compiutezza. Le belve, quindi, poco aggiunge alla produzione letteraria di Winslow, manifestandosi invece come un divertisement che edulcorato da qualsivoglia contenuto “alto” si rifugia nel puro piacere di raccontare una storia, tra l’altro non particolarmente originale, ma non si nasconde mai dietro un dito o dietro supposte velleità socio-politologiche, limitandosi a portare a termine il proprio compito ludico in maniera egregia senza voler essere altro da quella che è la sua natura. Le belve è come quei film d’azione che ci rapiscono per un paio d’ore garantendoci quella sospensione della credulità così importante in ogni opera narrativa che sia capace si slegare il lettore/spettatore dalla realtà ma che al termine delle due fatidiche ore riconsegna quello stesso lettore/spettatore a quella medesima realtà tale e quale, senza lasciare alcun segno nel profondo dell’anima, senza, insomma, farci pensare molto. E questo non necessariamente è un male o un difetto.

I ragazzi muoiono in Iraq e Afghanistan, e i titoli di testa parlano di Anna Nicole Smith.
Di chi?
Appunto.” [pg. 70]

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