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Pulp, thriller, hard boiled, noir

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Sinfonia di piombo – Victor Gischler

Sinfonia di piombo

SINFONIA DI PIOMBO (Shotgun Opera)
di Victor Gischler
ed. Revolver BD
Traduzione di Marco Piva Dittrich

Da una parte Nikki Enders dall’altra Mike Foley. In mezzo Andrew Foley, nipote di Mike.

Tutto ebbe inizio nel 1965, quando Mike, insieme al fratello Dan, si guadagnava il meritato pane quotidiano smaltendo il lavoro sporco per la mafia italo-americana di New York, di solito facendo il culo a strisce a chi credeva che il business fosse governato dalle leggi del libero mercato. E se il liberismo era un’idea, le pallottole del Thompson fischiavano che era un piacere. Poi, una sera, l’incidente: Mike ammazza una bambina in un covo di spacciatori e va in crisi. Molla il fratello, il lavoro e se ne scappa in Oklahoma dove mette su un vigneto e inizia a produrre vino, dimenticandosi il passato e chi era.

Quarant’anni dopo Andrew, figlio di Dan, ha un problema. Come il padre prima di lui, ha preso il vizio di arrotondare facendo qualche lavoretto per la mafia. Un giorno, dopo un compito facile facile, vede qualcosa che non doveva vedere e per lui cominciano i cazzi amari. Qualcuno, dall’altra parte dell’oceano, decide che di guardoni in giro ce ne sono anche troppi e che Andrew e compari vanno semplicemente eliminati. Per portare a termine la cosa, nel vero senso della parola, la migliore sulla piazza è la bella e letale Nikki Enders, killer prezzolata e spietata.

Andrew, per salvarsi le chiappe, sarà costretto a contattare lo zio Mike, tirandolo fuori dalla formalina e dal cesso arso dal sole in cui si era rifugiato, richiamando il vecchio assassino al proprio passato mai passato realmente, al proprio destino a cui nessuno può sfuggire, alla propria essenza più intima e profonda.

Non poteva partire che con il botto – e che botto – la nuova collana Revolver diretta da Matteo Strukul per le edizioni BD. E cosa c’è di meglio di Victor Gischler, autentica incarnazione di tutto ciò che Strukul e soci hanno scritto nel loro manifesto per la nuova collana? Quando si parla di rapidità espositiva e narrativa, di fluidità, di personaggi sempre sopra le righe ma allo stesso tempo reali e di trame mai banali o scontate, beh, il nostro prof di letteratura della Louisiana è forse quanto di meglio è possibile attualmente reperire sul mercato librario tanto da insidiare – lo dico? L’ho detto – Sua Maestà Joe Lansdale, forse a causa dell’incrocio tra la curva leggermente discendente del texano e quella visibilmente ascendente di Gischler. Alla produzione letteraria di Gischler, inoltre, bisogna aggiungere ormai il suo imponente numero di sceneggiature di fumetti Marvel che sta sfornando come un pazzo, roba come The Punisher, Deadpool e gli X-Men.

Victor Gischler

Anche in questo Sinfonia di piombo l’adrenalina, il sangue e le pallottole scorrono a fiumi in una continua sarabanda di qua e di là per l’America, con personaggi che nascono per durare poche pagine prima di finire accoppati per morte violenta e altri, invece, in grado di dare una pacca sulla spalla del lettore. Ma considerare Gischler solo come un ottimo pulp writer sarebbe un errore, come il considerarlo un autore di un genere da formato economico con espositore ruotante fuori da ogni buon autogrill della rete autostradale, proprio di fianco al distributore automatico di preservativi, quelli messi di fianco ai cessi pubblici. Sinfonia di piombo, infatti, ha una struttura narrativa a prova di bomba che, comprendo, a causa della rapidità narrativa e dalle trovate pirotecniche del suo autore rischia spesso di passare inosservata come, tra l’altro, dovrebbe essere per ogni romanzo in grado di appassionarci e farci tremare le vene e i polsi.

Sviluppandosi su due filoni paralleli che a tratti diventano anche quattro per poi convergere, necessariamente, tutti in un stesso, caotico e violentissimo big bang, Gischler si dimostra capace di giostrarsi, nello stesso lavoro, con generi e stili diversi, attingendo tanto al fumetto quanto al cinema. Se, infatti, Nikki Enders è la classica bad girl già vista anche in altri lavori – si pensi alla Santa di Custerlina, alla Mila dello stesso Strukul o alla Nikita dell’omonima serie – che tanto strizza l’occhio alle narrazioni e ai personaggi delle nuvolette parlanti, il Mike Foley di Sinfonia di piombo, oltre a essere un personaggio straordinario per psicologia e comportamento, ricorda da vicino la decadenza di un capolavoro come Gli spietati di Clint Eastwood per quell’insopprimibile aurea di fine di un’epoca esemplificata proprio da quel vecchio Thompson ormai pezzo da museo. Gischler narra tutto ciò in una sintesi frutto di un profondo mimetismo tra Foley e i tempi, e la vita, di quest’uomo in cui gli acciacchi, il rimorso, il dubbio e una schiena dolente sono lo specchio di un decadentismo dei costumi e dello spirito qui ritratti in maniera perfetta e puntuale, scorrendo via in punta di penna sul filo affilato della nostra anima. Lo scontro tra Foley e Nikki, con tutti gli altri, caleidoscopici personaggi secondari di mezzo, diventa quindi lo scontro tra due epoche e tra due paste, due fogge così diverse quanto simili di assassini in cui le scelte individuali lasciano il tempo che trovano, a noi, schiavi sempiterni di un destino già scritto e di una natura tiranna.

Su Pegasus Descending potete anche leggere il prologo di Sinfonia di piombo i Victor Gischler!

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Un Revolver da undici colpi

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Provate a stare zitti, a spegnere la televisione o la radio, a stare fermi, immobili, e a drizzare le orecchie. Forse potete sentirlo, sia che voi siate a casa sia che vi troviate in mezzo a una piazza. È un lento fluire, una sorta di su e giù, è come un mantice che si riempie e si svuota. Se, come me, avete studiato medicina o, da piccoli, incuriositi dallo stetoscopio del vostro pediatra gli avete chiesto di farci un giro, di provarlo, allora potete capire di cosa sto parlando. Quando i polmoni sono liberi dal catarro e appoggiate su una schiena quel particolare strumento medico sentite l’aria entrare e uscire, come una risacca, una marea che va e che viene. Se voi, ora, percepite questo rumore significa che vicino a voi c’è un vostro simile, un lettore che ha appreso dell’imminente esordio della nuova collana Revolver, diretta da Matteo Strukul, per BD editore.

Leggere i primi cinque titoli e, soprattutto, i nomi degli autori dell’esordio, è una reale boccata d’aria fresca dopo un’apnea durata non si capisce quanto tempo. Victor Gischler, Allan Guthrie, Antony Neil Smith, Derek Nikitas, Russel D. McLean. Quante volte, qui su Pegasus Descending, ci siamo lamentati che i nostri autori preferiti o, comunque, il meglio di un genere meticcio e fracassone che tanto amiamo, non venivano pubblicati in Italia, sbraitando al vento e ululando alla Luna? Ora, forse, potremo starcene in silenzio a leggere in santa pace e fregarcene dell’editoria che se ne fotte della qualità preferendo le pile di romanzi nei reparti ortofrutticoli dell’Esselunga.

I fuochi del Nord

Fin dal manifesto si capisce la pasta di Revolver e degli undici titoli all’anno che verranno pubblicati, uno al mese, la giusta misura per averli tutti, per non dire che a questo giro di stipendio non c’è nulla che mi piaccia: “Esiste una nuova genìa di autori che ha sviluppato un nuovo linguaggio del noir: meticcio, contaminato, bastardo. Svelano una letteratura diversa, che taglia i generi, abbatte gli steccati ed estrae dall’arte del narrare formule velenose e sanguinarie. Romanzi dark eppure sgargianti nei colori, trame agili come lame di coltello pronte a danzare sul confine sottile che corre fra romanzo, fumetto, sceneggiatura e storyboard. Qualità narrativa, profondità nel tratteggiare i caratteri dei personaggi, ritmo sincopato, azione adrenalinica e parossismo visivo, trame a orologeria. Sono storie che rappresentano la spina dorsale di una nuova grande letteratura popolare. I romanzi REVOLVER si guardano come film su carta. I romanzi REVOLVER si bevono come shake di noir, pulp, action, horror. I romanzi REVOLVER si vivono come esperienza di lettura nuova e spettacolare”.

E se la scrittura sarà un concentrato letterario di azione, adrenalina, sparatorie e inseguimenti a fare da supporto meccanico al racconto di storie anche forti della realtà che ci circonda (sul sito della nuova collana, revolverlibri.it, andatevi a leggere le trame de I fuochi del Nord di Nikitas e di Dietro le sbarre di Guthrie), i libri stessi, intesi come oggetti, saranno dei piccoli capolavori da collezione grazie alle strepitose copertine di Davide Furnò, già cover artist di Scalped, la serie scritta da Jason Aaron e già autore di Punishermax.

Ma cosa sarà Revolver? “Un’etichetta editoriale capace di intercettare le nuove energie di un genere-non genere che, in anni recenti, ha deciso di mescolare in un tacchino ripieno le mille scintille di una fantasia policroma fatta di noir, pulp, crime fiction, thriller, western, splatter, narrativa alta.” dice Matteo Strukul. “E tutto questo insieme. Non solo, aggiungete i deliri multicolori della sceneggiatura da fumetto, il ritmo incalzante e le coreografie iperviolente e impazzite degli action-movie, la rabbia irriverente di una serie televisiva come, che ne so, Sons of Anarchy: avrete Revolver”. Ma il curatore della nuova etichetta vuole anche sottolineare il lavoro sulla lingua narrativa: “Nei libri Revolver troverete un nuovo linguaggio del noir: meticcio, contaminato, bastardo; una letteratura diversa, che taglia i generi, abbatte gli steccati ed estrae dall’arte del narrare formule velenose e sanguinarie. Scoprirete qualità narrativa, profondità nel tratteggiare i personaggi, ritmo sincopato, azione adrenalinica e parossismo visivo, trame a orologeria. Ecco, quelle dei romanzi Revolver sono storie che rappresentano la spina dorsale di una nuova grande letteratura popolare”.

Dietro le sbarre

Che il progetto Revolver, però, sia ben più che una mera, nuova etichetta editoriale buttata lì tanto per racimolare – si spera…- due soldi e colmare un vuoto nel mercato librario italiano, bensì un autentico progetto culturale capace di dare nuovo slancio alla lettura in sé e, perché no, attrarre i giovani ora renitenti verso questo straordinario modo di coltivare il proprio cervello e la propria fantasia , lo dice in maniera chiara e senza alcun indugio ancora Matteo Strukul: ”Credo che leggere debba essere una grande emozione e un’esperienza che travalichi le barriere della mente. Quando ho letto capolavori come Il mio nome era Dora Suarez di Derek Raymond o 1974 di David Peace, o ancora Il potere del cane di Don Winslow, be’ quello che mi ha colpito è stato sentire i protagonisti respirare, sanguinare, soffrire, piangere. Erano vicino a me, il loro dolore era il mio. Quando ho letto Victor Gischler, per la prima volta, mi sono ritrovato a ridere come un idiota da solo in tram e la gente mi guardava come un pazzo. Se prendete Allan Guthrie, scoprirete un oceano di dolore inimmaginabile e atmosfere così cupe che a volte sembrano insostenibili. Ecco,” conclude Strukul “l’esperienza di un romanzo Revolver è questa: un libro che va oltre la semplice lettura, un romanzo che non rinuncia a voler fare – e sottolineo – volere fare intrattenimento di grande qualità il puro piacere della lettura, quello che per tanto tempo ci siamo dimenticati”.

Revolver: Pegasus Descending c’è. Ora tocca a voi.

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“Il difficile è crederci”. L’incontro con Victor Gischler

Luca Crovi, Victor Gischler, Marco Vicentini

Incontro Vitandrea per strada, nella centralissima via Torino, una delle tante arterie urbane che portano in piazza Duomo a Milano. Se ne va in giro con un amico e un’amica e immediatamente penso alla tipa che legge letteratura portoghese e ama Coelho.
<<No, non è lei>> mi dice, mentre mi porta a vedere l’abside affrescato come un soffitto a cassettoni. <<E Nisbet?>> attacca ancora.
<<Che ti devo dire. Secondo me ce lo siamo giocato. E pure James Lee Burke>>
<<Già. Per fortuna, però, che c’è Leonard>>
<<Beh, se ci levano pure quello…>> dico.

L’incontro con Victor Gischler, in Italia per un fitto tour promozionale di Notte di sangue a Coyote Crossing, il suo ultimo roboante romanzo pubblicato nel nostro Paese da quella masnada della Meridiano Zero, capitanata da The King Vicentini che a stento riesce a trattenere Matteo “Jack Sparrow” Strukul, il miglior ufficio stampa del mondo e manipolatore di giornalisti dopo Karl Rove. Date a Strukul un autore disposto a viaggiare, che sappia scrivere storie come Dio comanda e che regga dalle sei grappe in su e ve ne smercerà qualche migliaio di copie mentre sta ancora scrivendo la quarta di copertina.
<<Secondo me Strukul è quello lì>> dico a Vitandrea.
<<Mmm… quello con la maglietta di Ozzy Osburne e la criniera da Neanderthal?>>
<<Proprio lui>>
<<Pensavo vi foste già incontrati>>
<<Mai. Solo via mail. Andiamo a presentarci>>

Facciamo due passi. <<Ecco Gischler>> mi dice Vituccio. Victor se ne sta lì spaparanzato nel salottino davanti alla caffetteria e sembra innocuo. Cioè, non sembra uno in grado di partorire le storie che ci dà in pappa, piene di corse, mazzate, sparatorie e ritmo su ritmo. È un pacioso americano un po’ sovrappeso con scarpe nere e calzini bianchi. Ma è lui. Ci presentiamo, a Victor e Matteo, e nel frattempo arrivano pure Vicentini – <<Ah, il famoso Andrea!>>. Io mi giro guardandomi le spalle – e Luca Crovi, il miglior presentatore di incontri letterari del mondo. Con Luca, vabbè, ci presentiamo ben due volte, ma lasciamo stare. Pensavo di incontrare l’altro Luca, il Conti traduttore di Gischler, ma vengo poi a sapere che l’Escherichia Coli tedesca ha fatto registrare un unico caso italiano. Dove, come, quando e chi, però, è rimasto tutto rigorosamente top secret.

Frammenti di vita vissuta

<<La cosa più difficile quando inizi a lavorare su un libro e sei un esordiente>> attacca Victor Gischler <<È riuscire a credere in quello che stai facendo, essere convinto di potercela fare. Poi, una volta terminata la prima stesura, iniziano altre salite da scalare: prima lavorando sul libro, correggendo e riscrivendo, poi mettendoti in competizione con tutti gli altri. Oggi sono uno scrittore professionista, ma tutto mi sembra una serie di piccoli miracoli>>. Ed essere convinti del proprio lavoro, come dice giustamente Victor, è cosa necessaria, ma non sufficiente per il successo: <<Io scrivo con molto umorismo perché sono fatto così. Alcuni possono credere che mi stia prendendo gioco dei miei personaggi, ma la verità è che rido di me stesso, mi guardo dall’esterno. Gran parte della persone di cui scrivo>> prosegue <<sono inventate, anche se ci sono dei particolare presi dalla realtà>>.

Luca Crovi, con il suo modo di fare sornione e competente, di uno, cioè, che prima di intervistare e presentare gli autori legge anche i libri che questi hanno scritto – cosa mica così frequente… – lo incalza su Notte di sangue a Coyote Crossing, un lavoro che mutuando la definizione di Al Custerlina definirei senza indugio un turbonoir: <<Sì, è vero>> attacca Gischler. <<Notte di sangue è nato come un racconto, ma scrivendo stava diventando troppo lungo. Allora volevo farne una sceneggiatura e alla fine ne è venuto fuori un romanzo. Io non so mai dove vado a parare quando inizio a scrivere, raramente pianifico le trame, solo quando ne ho necessità perché devo prima presentarle a un editor o ai produttori di un film>>. Victor è autore eclettico, uno in grado di mantenersi su elevati livelli qualitativi e di godimento seppur cambiando continuamente genere e format di scrittura: <<Il lavoro è sempre uguale, uso la stessa cassetta degli attrezzi ma con strumenti diversi. Poi, sai, non è che la mattina mi metto lì e dico: oggi scrivo noir, o pulp, e fantascienza. Attacco e vedo che piega prende la storia>>.

Capitolo western/noir: <<Il noir ha preso il posto del western. Dove il secondo guardava verso la frontiera, il primo, il noir, guarda dentro noi stessi, dentro le persone. Mentre stavo scrivendo Notte di sangue, per esempio, mi sono subito reso conto che volevo inserire in quel lavoro dei forti elementi western, anche se, ovviamente, declinati ai tempi moderni>>. E se Notte di sangue a Coyote Crossing è una corsa pazza e disperata che dura una sola notte, dal tramonto all’alba, un racconto in cui Gischler riversa molte delle sue considerazioni sulla paternità – <<Sono molto ansioso e volevo mettere in evidenza questa responsabilità paterna, ma in maniera divertente>> – tratteggiando dei cattivi cattivissimi – <<I cattivi sono i personaggi più divertenti da scrivere>> – che, personalmente, hanno ricordato la squadraccia de Il lato oscuro dell’anima di Joe R. Lansdale, in particolare nella loro metamorfosi automobilistica e ignota, anche il mondo universitario non è uscito immune dalla penna del bardo di Baton Rouge: <<L’università della Louisiana, dove insegna mi moglie, ha trentamila studenti. Certo che possono accadere le cose di Anche i poeti uccidono! Il mondo universiatario>> racconta Gischler, un passato come docente di letteratura <<può essere tanto noioso quanto eccitante. Dipende dai momenti>>.

Victor Gischler

La chiacchierata è poi corsa via rapida, da Deadpool<<Un personaggio carico di umorismo>> -, al rispetto per il passato di personaggi da lui affrontati come Punisher o Wolverine, dall’aver buttato via dei romanzi richiestigli da un editore e che non sentiva suoi, fino agli scrittori preferiti: <<È stato leggendo John Dann MacDonald che ho detto per la prima volta: sì, voglio scrivere come questo qui>>. Ma è Elmore Leonard il modello, come per chiunque prenda in mano una penna per la prima volta: <<I suoi dialoghi sono perfetti, per quello che fa dire ai personaggi e per quello che non fa dire loro>>.

Infine, è Vicentini a sparare l’ultimo colpo, quello migliore, perché orientato al futuro, a quello che leggeremo piuttosto che a quello che abbiamo già letto: <<Pubblicheremo sicuramente altri due romanzi di Victor Gischler>> sogghigna sotto i baffi. <<Vi do qualche anticipazione su uno dei due: ci saranno tre donne killer. Non dico altro>>. Vitandrea s’alza e se ne va. A far firmare la sua copia di Notte di sangue.

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Il ritratto di Toby Sawyer

Notte di sangue a Coyote Crossing

Continuiamo, imperterriti, a parlare di Notte di sangue a Coyote Crossing, ultimo lavoro pubblicato in Italia firmato da Victor Gischler. Oggi è la volta di un pezzo monografico sul protagonista del romanzo, Toby Sawyer, scritto da Fabio (e Jonathan) Lotti. Ma… un attimo, prego… ok, ok… Dalla vasta redazione di Pegasus Descending mi hanno appena informato che Notte di sangue a Coyote Crossing, già settimana scorsa e a tre dalla sua uscita, ha polverizzato la prima edizione. Go-go Victor!

di Fabio (e Jonathan) Lotti

Uno degli elementi della grandezza e bellezza di Notte di  sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero 2011, è il personaggio principale Toby Sawyer.

Giovanottone sbrindellato, lo vediamo subito con i pantaloni  “già fino a metà delle chiappe”, aiuto sceriffo in prova in una piccola città piena di segreti. Sbrindellato e timido di fronte al Capo massiccio, anzi “enorme” e quindi niente battute su ciccia e ciccione. Primo impatto simpatia e tenerezza. Sigarette Winston perennemente in bocca, macchina Chevy Nova un “ammasso di ruggine”, ex suonatore di chitarra in una band. Sposato con Doris che lavora in una tavola calda vive in un trailer, grande amore per “il più bel bambino del mondo” che “sarebbe diventato un neochirurgo”. Altro elemento a suo favore il forte sentimento paterno dentro un ragazzo con i sogni di un ragazzo che si sono spezzati proprio per l’avvenuta paternità.

Andiamo avanti. Amante la giovane Molly, l’unica cosa buona della sua vita che però sarà costretto a lasciarlo come la moglie. Dunque l’abbandono. La solitudine, forse già implicita nella sua natura. Lo dice lui stesso “Quando andavo in giro con la mia band mi ero sentito sì libero, ma molto spesso solo”.

Ancora. Toby è buono (episodio del cane che deve spruzzarlo con l’ammoniaca ma gli dà da mangiare), e vedi pure la poliziotta Amanda e lo sguardo “duro da sbirro” che lui non potrà mai avere. Buono ma anche un po’ razzista (come noi?) verso i messicani “Da un lato mi facevano pena, ma dall’altro non vedevo l’ora che si togliessero dai piedi”.

È riflessivo (pensieri sulla città che non offre prospettive ai giovani), sgomento quando ammira il cielo stellato e si sente come “un moscerino”, ricorda le paure da piccolo, le strane forme nell’ombra, si percepisce inadeguato “Forse, se fossi stato una persona più in gamba… O un musicista migliore. O un sacco di altre cose”.

È buffo e un po’ imbranato. O meglio Gischler ce lo presenta anche così attraverso l’episodio dell’armadio con la punta del glande incastrata nella cerniera dei pantaloni. Una specie di macchietta che si aggiunge al ricordo (nostro) di tanti “armadisti” scappati a gambe levate.

Fabio e Jonathan Lotti

Pure incazzato nero con il mondo, il male esiste ma non si riesce a riconoscerlo fin dall’inizio (episodio di Nonna Jordan), forte, scaltro e risoluto quando c’è da menare le mani, colpire con l’accetta o con la pistola o salvare la propria pelle. Un personaggio a tutto tondo reso più completo dai ricordi che si affacciano di tanto in tanto. Ricordi che servono a rendere spessore alla storia e a rivelare qualcosa di nuovo anche in altri personaggi. Vedi la “terribile” Amanda, per esempio, che durante il ricordo del matrimonio fallito si mordicchia il pollice e alza la spalla, un gesto che vale più di mille parole (ecco la grandezza di uno scrittore).

Insomma, per riprendere cose già dette, Toby Sawyer siamo noi, con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato  abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme”.

Grazie Gischler e grazie Luca.

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Notte di sangue a Coyote Crossing – Victor Gischler

Notte di sangue a Coyote Crossing

NOTTE DI SANGUE A COYOTE CROSSING (The Deputy)
di Victor Gischler
ed. Meridiano Zero
Traduzione di Luca Conti

Perché leggiamo romanzi? Perché leggiamo migliaia di pagine di letteratura ogni mese, che siano di genere o meno? Beh, le risposte credo che siano tante quanti sono i lettori. Ognuno ha la sua, ognuno può trovare una motivazione plausibile solo scavando dentro se stesso, solo riflettendo sul proprio agire. Leggere non è mica obbligatorio, non ce lo prescrive il dottore. Ci sono infiniti modi di perdere tempo, ognuno trova quello che meglio gli si confà. Io, per me, non ne ho mai trovato uno, però, più divertente e stimolante della lettura. Neanche il cinema. Se mi chiedessero di scegliere uno e solo uno dei tanti modi esistenti di raccontar storie avrei ben pochi dubbi nel rispondere. E quando leggo romanzi come Notte di sangue a Coyote Crossing di quel geniaccio ormai assurto nel ristretto gotha dei miei scrittori preferiti – insieme a Lansdale, Leonard, Hiaasen, McCarthy e pochi altri, solo per citare i contemporanei, non scomodiamo i classici – che risponde al nome di Victor Gischler, la risposta al perché leggo romanzi diventa di una chiarezza a dir poco accecante: perché mi diverto da morire e godo come un riccio che ha appena visto una riccia con la gonnellina d’aculei alzata.

Scrivere duecento pagine su una sola notte non è cosa da poco. Scriverle, poi, riuscendo a imprimere loro un ritmo da paura sostenuto da corse in macchina, sparatorie, incendi, mazzate da orbi, imboscate e rottinculo che vogliono affettarti le chiappe è impresa ancor più ardua. Ma Gischler è la scrittura, intesa nel suo significato più ampio e alto. Gischler è distillato di scrittura, un acido concentrato a pH 14, una roba che te la leggi in tempo reale inseguendo Toby Sawyer su e giù per Coyote Crossing, amena cittadina di merda sperduta su per il culo dell’Oklahoma, un posto talmente da schifo e isolato che neanche le zanzare ci sono e i telefonini non prendono neanche a recitare in aramaico. E i telefoni, oggi, prendono pure a Macugnaga. Non aggiungo altro.

Il The Deputy che dà il titolo originale all’opera di Gischler, il già citato Toby Sawyer, è una sorta di vicesceriffo part time di Coyote Crossing. Le cose, negli States, non funzionano come da noi. Negli Usa un po’ chiunque può fare il poliziotto, addirittura il capo della polizia cittadina, lo sceriffo, viene eletto dai cittadini, così come i procuratori distrettuali. È la patria della democrazia, cazzo, o no? Comunque, Toby Sawyer, dopo un fallimentare peregrinare in giro per gli Stati Uniti d’America e il mondo con il suo gruppetto rock di provincia, ritorna alla città natale una volta finiti i soldi. Succede sempre così, fidatevi. Lì, almeno, un trailer, una sorta di camper fisso, in cui ripararsi dalla pioggia c’è e pure un lavoro, anche se la vocazione, insomma, non sarebbe proprio questa. Ma bisogna pur vivere e si lavora per vivere e non si vive per lavorare. Quando trovano per strada il cadavere di Luke Jordan crivellato di pallottole e, nelle sue vesti di cadavere, morto stecchito, Toby deve fare una cosa semplice semplice mentre il capo della polizia locale, il teutonico Frank Krueger, va ad avvertire la famiglia: tenerlo sott’occhio di modo che qualche coyote non gli stacchi una coscia approfittando nell’insperato e gratuito banchetto. Ma Toby si allontana un attimo, il tempo di una Cola Cola e il cadavere è sparito. Lazzaro, alzati e cammina! Seeee. E chi ci crede. Ma Toby, che non è ragazzo scemo, capisce subito che qualcosa non va, i conti non tornano. Poi, il fatto che dai suoi colleghi a un gruppo di messicani incazzosi fino ai parenti del caro estinto cerchino in ogni modo di aprirgli qualche altro buco ulteriore nella carcassa oltre a quelli che già possiede per dotazione, ecco, gli dimostrano che sì, qualcosa qui non va. E per sopravvivere ci sarà una sola via, ben esplicitata dal trittico morale contenuto ne La 25a Ora ora di David Benioff: picchia per primo, picchia duro e non mollare mai.   

Victor Gischler, autore che ha dimostrato tutta la vacuità contenuta nel concetto di “genere”, oltrepassandolo, mischiandolo e smembrandolo a ogni suo nuovo romanzo, con Notte di sangue a Coyote Crossing scrive forse il suo romanzo più bello – se la gioca con Anche i poeti uccidono -, sicuramente il più adrenalinico e mozzafiato. Ha ragione da vendere Don Winslow nello strillo di copertina definendolo una “Splendida miscela di western e noir”, perché mai come in questo caso queste due etichette identificative per un certo tipo di letteratura sono in grado di compenetrasi a dimostrazione di quanto l’una sia lo specchio, o una branca, dell’altra. Gischler, però, ci mette del suo, innestando su una ambientazione di genere classicamente western, addirittura un omaggio spudorato ed evidentissimo, una storia con tratti noir di grandissima attualità non solo americana, come l’immigrazione clandestina, ma miscelando il tutto con una massiccia dose di gin tonic d’azione che rende tutto più lieve e di un divertimento assolutamente fuori dal comune.

Notte di sangue a Coyote Crossing, quindi, altro è che un mero divertissement? Non direi. Gischler, in questo lavoro, affronta temi mica da poco: l’immigrazione, come già detto, ma anche la vita in una piccola cittadina di periferia che nulla ha da offrire ai pochi giovani – che, infatti, vogliono tutti andarsene il prima possibile – oppure quei bellissimi passi sulla paternità, facendo un taglia e cuci del romanzo non saranno più di un paio di pagine ma contenenti una sensibilità tanto rara quanto commovente. Insomma, sotto l’apparenza c’è molto di più. I grandi intellettuali, per dire quelle cose, magari mettono in fila centocinquantamila noiosissime parole, i grandi scrittori ci costruiscono intorno una storia di duecento pagine in grado di rapire completamente il lettore, mettendo in piedi una notte in cui dormire è proprio l’ultimo dei pensieri.

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Deadpool: In viaggio con la testa – Victor Gischler e Bong Dazo

Deadpool: In viaggio con la testa – 1

DEADPOOL: IN VIAGGIO CON LA TESTA (Merc with a Mouth)
di Victor Gischler e disegni di Bong Dazo
ed. Marvel
Traduzione di Luigi Mutti

Nonostante sia uno dei personaggi della Marvel Comics più divertenti, fuori di testa e mitragliatori di minchiate che china e macchina da scrivere abbiano mai prodotto, Deadpool rimane cartoon dalle alterne fortune e pure neanche particolarmente noto al di fuori del mondo nerd: se tutti, bene o male, conoscono gente come Hulk, Spiderman, Wolverine o, per cambiare versante a fare un po’ di par condicio, Batman e Superman, di Deadpool non molti hanno letto le sue storie. Sicuramente la causa è anche del cinema che, a differenza dei personaggi citati sopra, non si è mai occupato del personaggio nato dalla macchina da scrivere di Fabian Nicieza e dalle matite di Rob Liefeld, nonostante sembra che sia attualmente in lavorazione uno spin-off con Ryan Reynolds nelle vesti proprio di Wade Wilson, vero nome del minchione mascherato armato di katane e potere rigenerante.

Ci voleva quindi il re Mida della letteratura di genere, Victor Gischler, a far decollare e rendere famoso, soprattutto nel nostro Paese, questo eroe Marvel sui generis, grazie alla miniserie in dodici puntate Deadpool: In viaggio con la testa, in Italia pubblicata in due volumi unici.

Se già sopportare un Deadpool solo è impresa ardua, figuratevi due. Il secondo, vabbè, è composto solo dalla sua testa formato zombie, ma il non avere un corpo in grado di fargli sfogare tutte le cazzate che gli passano per la mente è forse situazione ancora più tragica per le orecchie di chi, volente o, più spesso, nolente, gli gira intorno. Deadpool è un mercenario e in queste sue vesti rosse e nere viene ingaggiato dall’A.I.M. per recuperare la testa putrescente del suo omologo proveniente da uno dei tanti universi paralleli e inavvertitamente finita sul nostro mondo. La testa, contenente oltre al cervello bacato e infetto del Deadpool zombie anche alcuni rimasugli del virus zombie che l’ha ridotto così, servirà agli scienziati per lo sviluppo di una pericolosissima arma batteriologica. Peccato, però, che anche l’Hydra sia sulle tracce della testa.

Inizia così un incredibile viaggio su più dimensioni spazio-temporali che porterà Wade Wilson, accompagnato dalla biologa dottoressa Betty, una bionda con pornoocchialini da bibliotecaria porca e tette e chiappe sempre in mostra per l’astinente Deadpool, a vedersela con schiere di cavernicoli neandertaliani, dinosauri zombie, supereroi anch’essi infettati, tanti Deadpool paralleli acconciati da cowboy o da ufficiali di fanteria e chi più ne ha più ne metta.

Scrive Stan Lee nell’introduzione al secondo volume: “Lo scrittore di thriller Victor Gischler ha sceneggiato un racconto supereroistico a metà fra l’horror e il road movie interdimensionale, con una carica umoristica demenziale e ammiccamenti sexy tra il nostro protagonista e le fanciulle che hanno diviso la scena con lui. La schizofrenia di Deadpool – da ricondursi ai suoi poteri rigenerativi – permette a Gischler di giocare con il pubblico, usando anche le continue citazioni pop di Wade Wilson per mettere alla berlina alcuni meccanismi narrativi implementati dallo stesso sceneggiatore”.

E il punto di maggiore forza narrativa di questo In viaggio con  la testa sta proprio nella commistione tra un continuo citazionismo pop e dissacrante, almeno in bocca a un cazzone come Deadpool, e l’intrinseca comicità figlia dell’inventiva di Victor Gischler, già ampiamente dimostrata con il romanzo Anche i poeti uccidono. Gischler, inoltre, è anche un vulcano impazzito di trovate in grado di rilanciare ad ogni pagina la vicenda raccontata, proponendo nuovi personaggi e piazzandoli, chiappe, armi e scarponi, in vicende di volta in volta nuove e assurde, tanto che è possibile fare un parallelismo, almeno in questi termini, tra questo lavoro fumettistico e il racconto postapocalittico Black City. C’era una volta la fine del mondo, il romanzo, tra quelli pubblicati in Italia, che meglio si avvicina alla sceneggiatura per le nuvolette parlanti.

Deadpool: In viaggio con la testa – 2

Ma il lavoro del nostro socio della Louisiana è incorniciato anche dai magnifici disegni del filippino Bong Dazo, perfettamente a suo agio con le vicende di Deadpool con tavole semplicemente stupende che esaltano in maniera incredibile la sceneggiatura di Gischler, come anche testimoniato dal possibile paragone con i contributi contenuti nel secondo volume e firmati da gente come Kyle Baker, Rob Liefeld (il papà di Deadpool), Das Pastoras e l’italiano Matteo Scalera. Ma se il successo di In viaggio con la testa è stato così dirompente, tanto da rompere gli indugi e far partire a giugno, anche in Italia, una serie regolare incentrata su Wade Wilson, parte del merito la si deve pure attribuire a quell’autentico fenomeno intellettuale e artistico che sulla carta d’identità riporta, alle sezioni “nome” e “cognome”, la dicitura Arthur Suydam

, l’autore delle dodici copertine originariamente uscite negli States. Nella versione italiana, purtroppo, questo straordinario lavoro dell’artista è in parte perso a causa della compressione di quella dozzina di numeri nei soli due volumi della miniserie, sottraendo inevitabilmente spazio a ben dieci lavori di Suydam, personaggio in cui fumetto e autorialità di fondono senza soluzione di continuità, riducendo gran parte del vasto immaginario culturale pop degli anni ’80 e ’90 a mera parodia di se stesso grazie all’intermediazione di Deadpool medesimo, dissacrando mostri sacri come l’album Nevermind dei Nirvana o Lo squalo di Steven Spielberg. Le cover di Suydam, credetemi, da sole valgono il prezzo di copertina di Merc with a Mouth.

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Clamoroso: Notte di sangue a Coyote Crossing anticipato al 23 marzo!

Notte di sangue a Coyote Crossing

Forse presi da una sbornia da risoluzione Onu 1793, tra una bombetta sulla Libia e l’altra, anche il duo Meridiano Zero Marco Vicentini/Matteo Strukul sembrano essersi imbarcati su un bel Tornado biposto per mollare, in anticipo rispetto al previsto, un missile al napalm con sopra attaccata una etichetta gialla con scritto: Notte di sangue a Coyote Crossing – Victor Gischler – Traduzione di Luca Conti. Warning! E dove starebbe la notizia? Tutti sapete che il 26 marzo esce questo romanzo? Errore: Notte di sangue a Coyote Crossing è stato incredibilmente anticipato a domani 23 marzo, disponibile, si spera, in tutte le libreria d’Italia. E poi ditemi voi se questa non è una notizia. Il romanzo è, credetemi, una autentica bomba di rapidità, azione e freschezza. Consiglierei di leggerlo al mio migliore amico (che se lo beccherà, visto che glielo regalerò per il compleanno…e mi bacerà le chiappe dopo la lettura, garantito al limone!). E poi ci rivediamo tutti qui su Pegasus Descending, la prossima settimana, per parlarne insieme e prolungare il nostro godimento. Quindi, che ne dite, la polverizziamo questa prima edizione di Notte di sangue a Coyote Crossing?  

ps: e sì, la sagoma sulla copertina del romanzo di Gischler è proprio lui: Omar Di Monopoli! Vedere sul suo blog per credere.

NOTTE DI SANGUE A COYOTE CROSSING (The Deputy)
di Victor Gischler
ed. Meridiano Zero
Traduzione di Luca Conti  

TRAMA: In mezzo allo sconfinato nulla dell’Oklahoma, nella contea di Coyote Crossing, gli abitanti dormono sonni tranquilli, o almeno così credeva il giovane aiuto sceriffo Toby Sawyer, prima di quella notte. I Jordan sono piombati in città, assetati di vendetta per l’omicidio del fratello Luke, ma il cadavere è scomparso e tutti sembrano avere troppe cose da nascondere per raccontare la verità. Toby deve ritrovare il corpo prima dell’alba, e scoprirà ben presto di non essere il solo a cercarlo: tre killer chicanos gli distruggono il trailer a raffiche di mitra, e lui fa appena in tempo a fuggire con il figlio in braccio, sotto una pioggia di proiettili. Nello spazio di una notte, senza potersi fidare di nessuno, uomo o donna, amico o collega, il giovane Toby diventerà uomo, scoperchiando segreti pericolosi che lo costringeranno a combattere contro il cuore marcio di un’intera città e a scontrarsi con I Jordan in un’ultima sfida che profuma di O.K. Corral. Una frenetica corsa contro il tempo tra esplosioni, incendi e inseguimenti mortali. Victor Gischler, adorato non a caso da Joe R. Lansdale e Don Winslow, ancora una volta sfodera humour, velocità e colpi di scena in un noir mozzafiato dal sapore western.

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Antologica Gischler. Tutte le recensioni su Pegasus Descending

The Deputy

Che Notte di sangue a Coyote Crossing (The Deputy) uscirà sabato 26 marzo, cioè tra pochi giorni, ormai lo sanno anche i muri, tanto che l’altro giorno l’ho pure letto sulla porta del cesso degli uomini di un autogrill della A26. E, soprattutto, lo sapete voi che seguite Pegasus Descending, visto che l’ennesimo lavoro di Victor Gischler, e ultimo in ordine di tempo ad essere tradotto in italiano da Luca Conti e pubblicato dalla Meridiano Zero, è uno dei libri di questo 2011 più attesi da me e da tutti gli amanti di quel genere ibrido, adrenalinico e anche un po’ anfetaminico capace di dare un senso compiuto alla parola “scrittura”. Di Victor Gischler, oltre che romanziere anche lanciatissimo sceneggiatore di fumetti per la Marvel, ho già parlato molto in passato, come testimoniato dagli stralci di recensione pubblicati su Pegasus Descending e che vi ripropongo di seguito. Il mio consiglio spassionato è quello di recuperare, se ancora non lo avete fatto, un po’ tutto dei suoi trascorsi lavori, con una attenzione particolare, però, per Anche i poeti uccidono e proprio per l’imminente Notte di sangue a Coyote Crossing, probabilmente i suoi due lavori pubblicati in italiano più divertenti e interessanti. Leggere per credere.  

Cliccando sul titolo del romanzo o del fumetto potete leggere l’intera recensione.

LA GABBIA DELLE SCIMMIE: “Con questo romanzo, nel 2002, Victor Gischler è riuscito a giungere in finale nella sezione opera prima dell’Edgad Award, prestigioso premio letterario riservato alla narrativa gialla, conquistandosi i favori prima della critica e poi del pubblico, consacrandolo tra gli autori emergenti americani di uno strano genere ibrido, capace di mescolare in un’unica soluzione il thriller, il pulp e la commedia. Charlie Swift, il protagonista del libro, è un noto killer di Orlando, Florida. Come ormai avviene da diversi anni sta svolgendo il suo “onesto”, quotidiano lavoro, quando la notizia dello sterminio dell’intera sua congrega di criminali lo raggiunge come un montante al mento. Che fare? In primo luogo sarebbe cosa buona e giusta cercare di restare vivi, cosa non facile se sei in possesso di una certa valigetta, vera causa degli assassinii dei tuoi degni compari.”

ANCHE I POETI UCCIDONO: “Non c’è un cazzo da fare: Victor Gischler è un grande. Cioè, se a voi piace il pulp, se vi fanno leccare le orecchie quelle storie assurde in cui non riesci mai a prevedere cosa accadrà due righe dopo perché lo scrittore le ha infarcite di colpi di scena e già sapete, dai capitoli precedenti, le situazioni paradossali in cui ha calato con tutte le braghe i suoi personaggi, beh, allora non potete non leggere Gischler e in particolare questo Anche i poeti uccidono romanzo fresco di stampa per la Meridiano Zero con la traduzione di Luca Conti. Altrimenti non cianciate più di Tarantino e balle varie. […]Anche i poeti uccidono è uno di quei libri che riconciliano con la lettura e la scrittura, una di quelle opere che, ne sono certo, se in giro ci fosse meno snobismo e meno puzza sotto il naso, aiuterebbe un mucchio di gente e tanti giovani a comprendere che la lettura non è quella palla veicolata dalla scuola, ma una delle esperienze più divertenti del nostro essere umani. Gischler poggia le fondamenta della sua narrazione su un ritmo senza soste, parti e arrivi di filato al THE END dell’ultima pagina grazie a una mirabolante serie di avventure tutte azione e dialoghi serrati, questi ultimi, probabilmente, l’autentico fiore all’occhiello dello Gischler’s style.”

BLACK CITY: “Uno inizia un romanzo che parla della fine del mondo, di un’epoca futura e futuribile in cui il pianeta e la società come siamo abituati a conoscerli non ci sono più lasciando il posto, invece, al ritorno del Leviatano di Thomas Hobbes, uno inizia un romanzo così e si aspetta di trovarci un protagonista più o meno con l’aspetto di Vin Diesel, cranio pelato e cinquantuno di bicipite. Per fortuna, però, Victor Gischler non è uno scrittore qualunque, bensì uno dei maggiori talenti che gli USA siano stati in grado di sfornare negli ultimi anni, dove il suo eclettismo è pari solo alla sua fantasia e alla sua capacità di ribaltare i generi, mescolandoli gli uni agli altri o tirando fuori dal cilindro personaggi surreali. […]Alla fine siamo sempre fermi lì: all’Odissea e al viaggio di Ulisse. È probabilmente impossibile per chiunque voglia sedersi a un computer a scrivere, ignorare il primo e più avventuroso viaggio della storia della letteratura. E anche il paradigma, tra Omero – o il gruppo di aedi che sotto quel nome sono ricordati – e Gischler non è poi tanto diverso. In entrambi i casi, infatti, c’è un uomo, solo, che con il proprio ingegno, coraggio, spirito e desiderio di conoscenza del mondo che lo circonda deve andare avanti e accettare le sfide che il destino gli ha proposto. Tutto qui. Il mondo di Omero è popolato da ciclopi, divinità incazzose, lascive maghe e avvenenti principesse; quello di Gischler da bar Joey Armageddon, cannibali, manicomi femminili, treni mossi da culturisti tonti e dopati come cavalli, puttane e nanerottoli con manie di grandezza – e no, questa non voleva essere una battuta su Berlusconi.”

BENVENUTI NEL BAYOU: “Il principale problema di Frank Castle, alias The Punisher, è quel prurito alla nuca che gli prende quando qualcosa non va. È tutta una questione di inconscio, di percezione subliminale, di quella parte fondamentale di contatto con il mondo circostante non mediata dalla nostra coscienza. È tutta una questione di esercizio e di abitudine ad avere un mare, anzi un oceano, di cazzi amari da risolvere, di maniaci e assassini, o maniaci-assassini, alle costole che vogliono farti fuori o che tu vuoi fare fuori. Insomma, se vi foste trovati nella medesima situazione in cui Victor Gischler piazza Frank Castle in questo 16esimo e ultimo numero della collezione 100% Marvel del Punisher Max, beh, avreste tirato semplicemente dritti. E vi sareste salvati il culo, perché né voi né io siamo Il Punitore, un tizio di un paio di metri con un bicipite da minimo minimo 55 cm e particolarmente avvezzo ad accoppare nelle più svariate maniere. […]Alla fine sappiamo tutti come va a finire, perché il Punitore non affronta i problemi, ma semplicemente li elimina. Questa è una regola aurea per chiunque affronti questo personaggio, come testimoniato dallo stesso Gischler in una recente intervista radiofonica rilasciata a Tutti i colori del giallo di Luca Crovi. Lui, Gischler, ci aveva anche provato a portare una ventata di aria fresca e nuova in questa serie, a inserire all’interno di questo personaggio delle debolezze o delle punte di ironia come ci si aspetterebbe da uno dei più originali scrittori di black comedy contemporanei. Ma un cazzo, la risposta dei produttori è stata quella sopra. Dito medio alzato. E allora botte e fucilate, fughe, risse e nessuna pietà, né per gli eroi né per i villains. Questa è la regola.”

FORZA DELLA NATURA (“Il libro nero”): ““Il libro nero” di Victor Gischler, reso vivo dalle tavole notturne e stroboscopiche di Jefte Palo, si apre con una tipa con due tette che la non smettono di parlarti. Ogni tanto capita: cioè, io ci provo anche a non guardarti la scollatura, ma sono loro a guardare me. E poi, insomma, se una si mette un vestitino del genere si offende se almeno una sbirciatina al decolté non gliela butti. Frank Castle, nonostante, neppure lui, non disdegni, è un professionista che dopo lo sterminio della sua famiglia prende il proprio lavoro sul serio. La ragazza, una sorta di ricca baldracca con residenza ad Arcore, non gli serve ad altro se non a intrufolarsi nella residenza privata di Carlos, uno dei grossi figli di puttana che tanto stanno sulle palle al Punitore. Beh, come andrà a finire non sto qui a raccontarvelo.”

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Black City (Go-go Girls of the Apocalypse) – Victor Gischler

Black City (Go-go Girls of the Apocalypse)

BLACK CITY. C’ERA UNA VOLTA LA FINE DEL MONDO (Go-go Girls of the Apocalypse)
di Victor Gischler
ed. Newton Compton
Traduzione di Daniela Di Falco

Uno inizia un romanzo che parla della fine del mondo, di un’epoca futura e futuribile in cui il pianeta e la società come siamo abituati a conoscerli non ci sono più lasciando il posto, invece, al ritorno del Leviatano di Thomas Hobbes, uno inizia un romanzo così e si aspetta di trovarci un protagonista più o meno con l’aspetto di Vin Diesel, cranio pelato e cinquantuno di bicipite. Per fortuna, però, Victor Gischler non è uno scrittore qualunque, bensì uno dei maggiori talenti che gli USA siano stati in grado di sfornare negli ultimi anni, dove il suo eclettismo è pari solo alla sua fantasia e alla sua capacità di ribaltare i generi, mescolandoli gli uni agli altri o tirando fuori dal cilindro personaggi surreali.

Così, se in Anche i poeti uccidono il protagonista era un professore cannaiolo e fancazzista e in La gabbia delle scimmie un sicario senza più clan, in Black City. C’era una volta la fine del mondo (pessima trasposizione del ben più esemplificativo e immaginifico Go-go Girls of the Apocalypse, unica nota negativa insieme alla copertina alla Twilight) Mortimer Tate è ben lungi dal rappresentare uno di quei tipi in grado di sopravvivere all’apocalisse. Mortimer, il cui aspetto ricorda molto il nonno di Heidi con qualche chilo in meno, nove anni fa si è infatti rifugiato su una montagna con una pressoché infinita provvista di viveri, armi e libri. Mentre, tutto solo, se ne stava al fresco delle fresche frasche, il mondo giù a valle andava a puttane travolto da guerre, crisi ed epidemie. Gischler, a differenza di molti altri autori che con la fine del mondo e della società moderna si sono confrontati da decenni, non utilizza soluzioni esterne – il virus di Apocalisse Z di Manel Loureiro oppure alieni, asteroidi e stelle di Gesù Bambino che cadono su Los Angeles -, preferendo, all’opposto, accontentarsi di tutti i casini che noi uomini siamo in grado di mettere in piedi con il solo utilizzo delle nostre teste bacate ed egoiste. Gischler, in qualche maniera, sembra infatti rifarsi a un tipo di fantascienza da Guerra Fredda quando lo spettro dell’apocalisse nucleare era ben più che la fantasia di qualche nerd.

Mortimer, dicevamo, se ne sta nella sua baita sugli irti colli finché, un giorno, si scazza. L’incontro con tre uomini che, per inciso, rimangono subito secchi sotto le pallottole delle sue pistole, gli mette sta voglia di scambiare due parole con un’anima viva, una qualsiasi, e di vedere che fine ha fatto quella stronza della sua ex moglie, Anne, che proprio ex non è a voler ben vedere, perché i documenti della separazione, lui, mica li ha firmati prima che scoppiasse tutto il casino. Tate, non un rambo del 2123 ma un grigio assicuratore, scende quindi a valle e la prima persona con cui si imbatte è un energumeno di due metri che lo fa prigioniero, lo riempie di legnate e gli taglia pure un dito mignolo, così, tanto per gradire, e mettere subito in chiaro un paio di cose: nel nuovo mondo i nostri, i fottuti nostri, non arrivano mai. O quasi. Inizia così un epico viaggio attraverso quel che rimane degli States risprofondati ai tempi della frontiera, nel 1800, oppure nel Medioevo europeo che poi, fucili a parte, non erano epoche tra loro così diverse.

Alla fine siamo sempre fermi lì: all’Odissea e al viaggio di Ulisse. È probabilmente impossibile per chiunque voglia sedersi a un computer a scrivere, ignorare il primo e più avventuroso viaggio della storia della letteratura. E anche il paradigma, tra Omero – o il gruppo di aedi che sotto quel nome sono ricordati – e Gischler non è poi tanto diverso. In entrambi i casi, infatti, c’è un uomo, solo, che con il proprio ingegno, coraggio, spirito e desiderio di conoscenza del mondo che lo circonda deve andare avanti e accettare le sfide che il destino gli ha proposto. Tutto qui. Il mondo di Omero è popolato da ciclopi, divinità incazzose, lascive maghe e avvenenti principesse; quello di Gischler da bar Joey Armageddon, cannibali, manicomi femminili, treni mossi da culturisti tonti e dopati come cavalli, puttane e nanerottoli con manie di grandezza – e no, questa non voleva essere una battuta su Berlusconi.

Perché alla fine, questo Go-go Girls, non è altro che una riflessione profonda, mascherata da cazzeggio, sull’individualismo estremo del nostro mondo occidentale e addirittura, più in generale, sulla storia dell’uomo: “La vista degli schiavi ciclisti fece calare di una tacca la produzione di endorfina di Mortimer, e l’euforia si sgonfiò come un palloncino. Non era certo uno storico, ma non riusciva a figurarsi un’epoca in cui i ricchi non avessero sfruttato il lavoro dei poveri. C’era qualcosa nel crollo di una civiltà che spingeva un uomo verso il socialismo? Oppure le nozioni di “giusto” e “ingiusto” apparivano semplicemente meno astratte quando uno osservava centinaia di schiavi affannarsi sulle cyclette dall’alto della sicurezza e della comodità di un secchio celeste?” [pg. 188]. Ma Gischler fa un passo ulteriore e il suo mondo diventa, all’estremo, parodia del nostro. Ancora: “In Europa, nel Medioevo, un’unica istituzione si è opposta all’ignoranza e alla barbarie: la Chiesa cattolica romana, come le ho già detto. Oggi, anche noi abbiamo un’istituzione venuta a salvarci: il franchising.” [pg. 206]

Ancora una volta un certo tipo di letteratura, spesso degradata a semplice intrattenimento per adolescenti brufolosi, dimostra come sia possibile far riflettere divertendo. Fantascienza, utopia e storie ucroniche, se ben scritte, possono tracciare mondi paralleli il cui unico fine è sempre e solo uno: criticare il nostro, di mondo. Per inciso: Go-go Girls è un romanzo del 2008, in piena crisi economica mondiale.

 Prendete una fantasia sfrenata e mischiatela con gli stilemi antichi di Omero. Avrete il viaggio di Victor Gischler tra le macerie degli Stati Uniti d’America. E anche nel finale questa similitudine prosegue, perché la ricerca è, per definizione, infinita. Avete presente gli Argonauti?

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