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Sherlock Holmes-Gioco di ombre – regia di Guy Ritchie

Sherlock Holmes – Gioco di ombre

SHERLOCK HOLMES – GIOCO DI OMBRE
un film di Guy Ritchie
con Robert Downey jr, Jude Law, Noomi Rapace, Jared Harris, Sthepen Fry

Anche con il rischio di farvi andare panettone e cotechino di traverso ve lo devo dire: a Andrew Martin dell’Independent l’ultimo film di Guy Ritchie, Sherlock Holmes – Gioco di ombre, proprio non è piaciuto: “Lo Sherlock che ho letto da ragazzo era un uomo intelligente e riflessivo mentre il personaggio che incarna il celebre detective in Gioco di ombre – più videogioco che gioco – è iperattivo, acrobatico, allucinato, frenetico”. Il personaggio partorito dalla penna di sir Arthur Conan Doyle era, scrive ancora Martin, “un uomo di grande eleganza, altissimo e talmente magro da apparire ancora più alto”. Della stessa lunghezza d’onda il critico cinematografico de Il Fatto Quotidiano – da cui ho ripreso le parole del giornalista dell’Independent e la sua stroncatura – Carlo Antonio Biscotto che, dopo aver massacrato Gioco di ombre sia per la trama sia per i dialoghi, oltre, ovviamente, per la rivisitazione stessa del suo protagonista, conclude il breve pezzo affermando che “Sir Arthur si sarà rivoltato nella tomba”.

Ora, io non so se i morti si rivoltino o meno nella tomba, a maggior ragione quelli schiattati cento e passa anni fa e di cui, ormai, la memoria è persino fin troppa grazia, ma se così fosse Conan Doyle si sarà rivoltato piuttosto per il godimento che il lavoro, duplice, di Guy Ritchie gli avrà conferito e per la straordinaria riesumazione, questa sì, di un personaggio letterario celeberrimo e conosciuto meno solo di Berlusconi, mentre Gesù, al terzo posto, altro non è che un puntino distante.

Certo, uno poteva prendere un attore segaligno e con il naso lungo e sottile, mettergli in testa quel ridicolo cappellino, in bocca una pipa di spugna e una marsina sulle spalle, affiancargli un dottore a cui rifilare l’“elementare Watson” e via. Ma la domanda, a questo punto, sarebbe stata un’altra: perché? Che senso avrebbe avuto? Ci sono personaggi e storie che già sulla carta, nei romanzi, sono perfetti e non necessitano di alcuna trasposizione cinematografica, a maggior ragione se in un secolo di cinema e tv ne hanno già avute a dozzine. Riproporre lo Sherlock Holmes tanto caro a Martin e Biscotto – e anche a chi cerca di scrivere, con sempre maggiore fatica, ve ne sarete accorti, questo blog – sarebbe stato tanto superfluo quanto dannoso. Ricordiamo tutti il flop cinematografico di The Killer Inside Me, tanto per citare un esempio e chiarire ciò che voglio dire. Lo Sherlock Holmes letterario ognuno se lo immagina un po’ come vuole, come più gli aggrada, plasmando all’interno di quei quattro canoni il proprio Holmes e il proprio Watson. Stessa cosa dicasi per la storia: i gialli di Conan Doyle sono conosciuti forse anche dai bambini dell’asilo, così come le loro soluzioni, trasporre Uno studio in rosso sarebbe forse stato interessante? Sarebbe stato in grado di catturare l’attenzione dello spettatore, la sua curiosità, o, piuttosto, altro non sarebbe stato se non una concessione alla nostalgia di ex giovani lettori e dei loro anni verdi ormai sfumati?

In Gioco di ombre, oltre allo Sherlock Holmes e al dottor Watson magnificamente interpretati da Robert Downey jr e Jude Law, anche la trama stessa è una novità, un qualcosa in grado di ammiccare alla Storia che sfocerà nella Prima guerra mondiale e, più in generale, alla natura dell’animo umano. Moriarty – un ottimo Jared Harris – è personaggio tanto crudele quanto affascinante, il classico esempio di umanità a cui la natura ha dato tutto, morale esclusa, un uomo verso il quale ci sentiamo attratti per la sua intelligenza e per il suo potenziale di successo, uno capace di scrivere una saggio sul moto di un asteroide mentre orchestra scenari geopolitici e industriali che riguardano l’Europa intera.

Rapace, Downey jr e Law

Questa, la rivisitazione di Sherlock Holmes tanto in termini di trama quanto di caratterizzazione, è probabilmente l’unica, reale maniera per mantenere vivo un personaggio come quello domiciliato a Baker Street e, ne sono certo, a donargli una nuova giovinezza che porterà tanti ragazzi a riprendere in mano l’originale e quella serie di quattro romanzi che, non dimentichiamolo, risalgono ad appena una quarantina d’anni dopo I promessi sposi. Tutto ciò grazie anche alla tecnica di Ritchie, uno che, dopo il divorzio da Madonna, è tornato a fare buoni film, lasciando le vaccate alla ex moglie. L’azione, infatti, in Gioco di ombre è ininterrotta per due ore filate e l’ambientazione nella Londra di fine Ottocento quanto mai spettacolare e gotica, quasi dickensiana. Forse proprio tutta questa azione, farcita da abbondante humour, potrà non piacere ai puristi holmesoniani, ma personalmente non conosco altra via per l’immortalità se non la rielaborazione personale dei canoni, il continuo reinventare i nostri classici, le nostra fondamenta culturali, senza per questo motivo scalfire minimamente la loro grandezza originaria.

Sir Arthur Conan Doyle, quindi, ammettendo che i morti si girino nella tomba, si sarà mosso, sì, ma per mettersi comodo e per vedere come il suo amato personaggio sarebbe stato in grado di affrontare le sfide che il nuovo mondo gli avrebbe parato davanti. E noi con lui.

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La regina dei castelli di carta – regia di Daniel Alfredson

La regina dei castelli di carta

LA REGINA DEI CASTELLI DI CARTA
un film di Daniel Alfredson
con Noomi Rapace e Michael Nyqvist

La regina dei castelli di carta – terzo capitolo della trilogia di Stieg Larsson portato sul grande schermo ancora da Daniel Alfredson – comincia là dove finiva il precedente La ragazza che giocava con il fuoco.

Lisbeth Salander è ricoverata in ospedale in bilico tra la vita e la morte. I due colpi di pistola esplosi durante la colluttazione con il padre e il fratellastro insensibile al dolore si sono conficcati per bene dentro il cranio. Due stanze accanto quello stesso padre è ricoverato in gravi condizioni, ma non così gravi da non consentirgli di tenere in scacco buona parte dei servizi segreti deviati svedesi, minacciando di rivelare a tutti gli sporchi affaracci che questi hanno condotto per decenni all’insaputa di tutti. All’esterno dell’ospedale, intanto, Mikael “Superman” Blomkvist continua la sua crociata giornalistica contro la sozzura che ammorba gran parte della Scandinavia, senza mai dimenticarsi, però, della povera Lisbeth che, a causa dei fatti narrati nel secondo capitolo della serie, è accusata di omicidio, oltre ad essere entrata nuovamente nel mirino di quel porco del dottor Teleborian, suo ex psichiatra, che la vorrebbe far internare. E questa volta per sempre.

Se con Uomini che odiano le donne – diretto da Niels Arden Oplev – la storia era incentrata su un caso giallo di sparizione assolutamente convincente e appassionante, già il secondo capitolo della trilogia Millennium evidenziava alcune pecche e debolezze definitivamente deflagrate con questo La regina dei castelli di carta.

Non avendo letto i libri di Larsson non posso dire quanto ciò sia dovuto alla trama imbastita dallo scomparso scrittore oppure quanto tutto ciò sia imputabile al regista Alfredson, colui che ha preso il posto del convincente Oplev.

Una delle principali pecche che avevo già evidenziato in La ragazza che giocava con il fuoco era la completa scomparsa, rispetto al primo capitolo della trilogia, della natura svedese e di una ambientazione che in Uomini che odiano le donne faceva fare un salto di qualità importante all’intero film. Se, inoltre, il primo lavoro affondava le radici in modo deciso ed estremamente interessante in un passato svedese probabilmente ancora scarsamente risolto o comunque rimasto vivo, seppur in tracce, come brace sotto la cenere di una società ammantata, ovunque, di socialdemocrazia, questo risvolto viene a perdersi o, in ogni caso, ad essere trattato in maniera più superficiale e confusa nel secondo capitolo, per trascinarsi solamente, infine, in quest’ultimo lavoro dove la componente da legal thriller prende il sopravvento sfumando inevitabilmente tutto il resto.

La vicenda da intellettualmente intrigante si fa via via sempre più irritabilmente intricata, con una difficoltà a seguire lo svolgimento della complessa trama dovuto anche all’eccesiva distanza tra il secondo e terzo film che, come già detto, affondano le radici in una separazione solo di maniera essendo, in realtà, un tutt’uno inscindibile. Ma la vera domanda che si pone lo spettatore è un’altra: ma che c’entra la storia raccontata in Uomini che odiano le donne con tutto ciò? Niente. Un cazzo di niente. E, per quanto mi riguarda, la storia poteva anche finire lì, almeno dal punto di vista cinematografico, perché nel prosieguo la vicenda si adagia su una trama con i sempiterni servizi deviati e una soluzione che già si sa che appagherà tutti quelli che vogliono sempre che il Bene trionfi sul Male, nonostante l’evidente fallacia di questa supposizione. E così accade. Alla fine tutti sono felici e contenti, i cattivi in carcere o morti e i buoni a brindare a un mondo uscito migliore dai loro sforzi. Mi bastava Biancaneve.

Nonostante questi evidenti punti deboli, è però da sottolineare la prova di Noomi Rapace, autentica mattatrice della trilogia, che con una prova convincente e in grado di suscitare un’intensa empatia nei suoi confronti si eleva di una spanna sopra tutti i suoi colleghi, a partire da Michael Nyqvist in giù, riempiendo il proprio personaggio di una sofferenza atavica e insopprimibile in grado di dare un senso anche a una trama e a una regia che, all’opposto, fanno acqua un po’ da tutte le parti.

Di seguito il trailer di La regina dei castelli di carta del regista Daniel Alfredson:

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