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Il Grinta – regia di Joel e Ethan Coen

Il Grinta

IL GRINTA
un film di Ethan e Joel Coen
con Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld

Quando Tom Chaney, fuorilegge di quarta categoria, fa secco il padre della quattordicenne Mattie Ross, ancora non sa che uno schnauzer nano gli si sta per attaccare alle palle. Mattie, infatti, a dispetto della giovane età e dell’essere una donna in un mondo maschilista per antonomasia – la frontiera USA a cavallo tra Ottocento e Novecento – afferra subito il toro per le corna facendosi carico della propria famiglia e della necessità di riscuotere ciò che è suo e indispensabile per il loro sostentamento. Messasi in viaggio, arriva nella città in cui il genitore ha trovato la morte, per due motivi fondamentali: ingaggiare il peggior figlio di puttana sulla piazza pronto a piantare una pallottola nella testa vuota di Tom Chaney e ricontrattare la vendita di una partita di puledri con un affarista arraffone.

Tutto, all’inizio del film dei fratelli Coen remake del celeberrimo Il Grinta di Henry Hathaway del 1969 che valse un premio Oscar a John Wayne, è volto a elevare la personalità di Mattie sopra la media, odierna e di allora. Quindi Mattie contratta manco fosse in un suk arabo; Mattie assiste all’impiccagione di tre condannati in una pubblica piazza sgranocchiando noccioline; Mattie, a corto di risorse, dorme insieme a quegli stessi tre morti nel retrobottega del becchino; Mattie dorme, la notte dopo, insieme a una vecchia trombona, avendo l’albergo finito le camere libere. Ciò che muove la protagonista della trasposizione del romanzo di Charles Portis è un inveterato senso di giustizia afferente al Dio degli eserciti dell’Antico Testamento biblico piuttosto che a quello dell’amore e del perdono del Nuovo. E la redenzione, anche chiamata, in questo caso, vendetta, prende le sembianze di Reuben Cogburn, uno sceriffo che si guadagna da vivere facendo il cacciatore di taglie, uno che tra il vivo o morto, beh, preferisce di gran lunga il morto. Meno problemi.

Il Cogburn dei Coen, Il Grinta che dà il titolo a libro e film, a differenza di quello interpretato da John Wayne rinuncia a qualsivoglia barlume di nobiltà da cavaliere solitario per vestire i ben più adatti panni dello sfattone che per strappare pranzo e cena, oltre a dormire nel magazzino di un immigrato cinese, fa l’unica cosa che è in grado di fare: ammazzare.

Al duo Cogburn-Mattie si unirà il ranger texano LaBoeuf, elemento esterno alla vicenda perché proveniente da un altro Stato USA e continuamente in bilico tra l’accettazione e il rifiuto, la stima e la denigrazione. LaBoeuf, a differenza tanto di Cogburn quanto della piccola Ross, mantiene inalterato un senso della giustizia che vuole i condannati, anche pendagli da forca come Chaney, essere portati vivi e integri davanti a un legittimo tribunale. Saranno poi questi a infliggere la legge degli uomini. Ne Il Grinta, infatti, i Coen abbozzano una continua tenzone tra le due giustizie appena citate, quella degli uomini e quella di Dio, in cui la seconda, per la sua intrinseca natura, non permette alcuna mediazione e il come questa arriva, alla fine, non è poi cosa neanche così importante.

Jeff Bridges

Forse a causa della spasmodica attesa – mia e, credo, di molti appassionati di genere western e dei Coen – avevo altissime aspettative su questo nuovo lavoro dei registi di quel capolavoro che fu Non è un paese per vecchi. Oggi come allora il materiale narrativo su cui lavorare al meglio c’era tutto, grazie alla scrittura di due grandi autori americani come Cormac McCarthy e Charles Portis. Il risultato, invece, rasenta minimamente l’accettabile, avendo sprecato un potenziale mica male sia in termini di trama, morale o, più prosaicamente, cast. Utilizzare Matt Damon e Josh Brolin per un ruolo, il primo, poco più che abbozzato e, il secondo, per una mera comparsata, è un peccato difficilmente perdonabile. Non fosse stato per quel fenomeno di Jeff Bridges il cui Cogburn è infinitamente superiore a quello interpretato da Wayne, essendosi lasciato alle spalle ogni parvenza morale e moralistica per dare vita a un personaggio tragico e decadente, un uomo conscio tanto del suo fallimento sotto l’aspetto umano quanto del suo rimanere il rappresentante in estinzione di un mondo avviato lentamente, ma inesorabilmente, verso la sua fine. È la giustizia degli uomini, quella fatta di giurisprudenza, tribunali e avvocati il mattatore di gente come Cogburn, tanto che il film si apre proprio con un processo a Il Grinta in cui un avvocatuccio lo accusa, ma pensa un po’ te, di aver fatto fuori un ricercato. Roba da pazzi.

E la fine de Il Grinta, film e uomo, così come quello di un’epoca, analogamente a ogni tragedia che si rispetti, è la farsa, la commedia. La fine del west è il carrozzone del circo di Buffalo Bill. Perché “il tempo ci sfugge”, come dice una Mattie – e con lei, prima, molto prima, il poeta latino Orazio – ormai cresciuta e in cerca di chi, anni dietro, le ha reso giustizia, in un finale che per assonanza ricorda il racconto “The Dead” dei Dubliners di James Joyce.

Nonostante le potenzialità, però, questo ultimo lavoro dei fratelli Coen ha il retrogusto amaro dell’incompiuto, di un film che, in definitiva, non riesce in toto a esprimere tutto quello che avrebbe potuto dire e, quello che dice, non lo fa nel miglior modo possibile. Le idee, l’impalcatura c’è e l’ha fornita anni fa Portis. Ma tutto, eccezion fatta per la prova di Bridges e della Steinfeld – autentica rivelazione -, sprizza mediocrità da ogni poro, comprese le interpretazioni tanto di un Matt Damon forse ai suoi minimi storici per uno tra gli attori più interessanti e capaci di Hollywood, quanto di un Josh Brolin che ci aveva abituato ad altre vette d’intensità recitativa, come in uno degli ultimi lavori di Woody Allen, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. Ancora una volta, quindi, i Coen si dimostrano essere una coppia di registi notevolmente incostante dal punto di vista narrativo, oscillando continuamente tra il capolavoro (su tutti Il grande Lebowski, ancora con un indimenticabile Jeff Bridges, e Non è un paese per vecchi) e il flop (Burn after reading). Il Grinta, da mediocre, si situa in una posizione mediana che lascia allo spettatore poco altro oltre al barbone arruffato e alla benda sull’occhio di un redivivo, caro vecchio Drugo.

Di seguito il trailer de Il Grinta di Joel e Ethan Coen:

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Anteprima Hereafter, il nuovo lavoro di Clint Eastwood

Hereafter

È forse possibile che un blogger che strombazza nelle sue note biografiche la propria passione per Clint Eastwood sia scettico sull’ultimo lavoro del proprio vate? Hereafter uscirà nelle sale italiane il 5 Gennaio, quel tanto che basta per tirarlo fuori per i capelli dalla bagarre natalizia tra cinepanettoni, cartoni animati, film per ragazzi vari ed eventuali e boiate di ogni sorta e fattezza. Il nuovo film di Clint Eastwood, uno che negli ultimi quattro anni ha macinato qualcosa come sei film, tra cui, da segnalare, il notevole Gran Torino, è stato definito dalla Warner Bros nelle brevissime e scarsissime sinossi che si possono leggiucchiare qua e là per il web come un “thriller soprannaturale”. Sarà che quelle due parole stanno bene insieme come il ketchup con gli spaghetti, sarà che rifuggo come la peste da qualsivoglia trama metafisica, onirica, surrealistica o che tiri dentro morti che parlano e spiriti che ritornano, ma il film, per la prima volta e ben oltre la favola buonista di Invictus, non mi convince per niente.

Per fortuna, leggendo sul sito slashfilm.com, apprendo che questa definizione è buona solo, probabilmente, perché, ormai, se non ci appioppi l’etichetta di “thriller” a un film non lo va a vedere nessuno e che di thrilling questo Hereafter ha – come si dice? Ah, sì – un emerito cazzo di niente, essendo, piuttosto, una lunga conversazione dei suoi tre personaggi principali intorno alla morte e “di quanto non piaccia loro parlare ai morti, di come essi vogliano scoprire di più sul parlare ai morti o cercando quanto sia possibile parlare ai morti”. Peter Sciretta, autore dell’articolo, definisce Hereafter come non il peggior film di Eastwood, ma siamo lì, nonostante la sceneggiatura di uno come Peter Morgan (The Queen e Frost/Nixon) o la presenza di una star come Matt Damon. Anche i curiosi fatti che hanno circondato la proiezione alla stampa, in anteprima, del film, lasciano qualche sospetto: la comunicazione della proiezione è stata infatti diramata solo un’ora e cinquanta prima che avvenisse, facendo sì che andasse praticamente deserta. Per ovvi motivi. Perché? Paura di recensioni negative? Ma, allora, perché farlo poi concorrere a un festival? Mistero.

Il film inizia in grande, segnando anche l’esordio in un film di Eastwood degli effetti speciali, e finisce in una dimensione intima e intimistica, un po’ strappalacrime, come dichiarato dallo stesso regista e riportato da film.it. E, anche qui, a me i film commoventi – alla Io&Marley, Mi chiamo Sam, Hachiko, disabili e animali andanti – non piacciono. Un conto è commuovere in lavori come Million Dollar Baby, Gran Torino, Un mondo perfetto o I ponti di Madison County, un conto incentrare tutto sull’impatto emotivo di una storia sfortunata. Leggendo quanto appena riportato temo che lo zio Clint abbia corso il rischio di essersi fatto prendere un po’ la mano e di aver abbassato il suo standard qualitativo fino a un paio di lavori fa eccelso e, comunque vada, destinato a rimanere indelebile nella storia del cinema fino a quando esisterà questo modo di raccontar storie. O magari mi sbaglio e il mio “sesto senso” mi sta tirando una fregatura.

Di seguito il trailer di Hereafter, il nuovo lavoro di Clint Eastwood:

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True Grit. Il ritorno de Il Grinta firmato dai fratelli Coen

True Grit

Gli elementi sono questi: i fratelli Joel ed Ethan Coen; Jeff Bridge, Matt Damon e Josh Brolin; Il Grinta, dal romanzo di Charles Portis  e interpretato nel 1969 da John Wayne; la musica di Carter Burwell.

A Febbraio 2011 in Italia: True Grit, di cui consiglio di fare anche un salto sul sito ad esso dedicato anche solo per la canzone che fa da intro al sito stesso. Ancora una volta grazie a Walt per la segnalazione sulla pagina Facebook di Pegasus Descending.

TRAMA: I Fratelli Joel ed Ethan Coen dirigono True Grit, un adattamento più fedele per il grande schermo dell’omonimo romanzo di Charles Portis, più fedele rispetto al precedente Il grinta (1969), interpretato da un John Wayne che vinse con questa parte l’Oscar per il miglior attore protagonista. In questa nuova versione l’ubriaco e testardo Rooster Cogburn ha il volto di Jeff Bridges. Matt Damon interpreta La Boeuf, l’uomo della legge di Campbell che con Cogburn e una quattordicenne si mette sulle tracce di Tom Chaney (Josh Brolin), l’uomo che ha ucciso il padre della ragazza nel pericoloso territorio indiano. Il padre della quattordicenne Mattie Ross, Frank, è stato ucciso da Tom Chaney (Josh Brolin), uno dei suoi lavoratori, per un cavallo, 150 dollari in contanti e due pezzi d’oro della California. Mattie si dirige verso Fort Smith per cercare giustizia. Lì assume Reuben ‘Rooster’ Cogburn (Jeff Bridges), un Marshal americano ma anche forte bevitore, per aiutarla a rintracciare Chaney. Nel frattempo, un ranger del Texas di nome La Boeuf (Matt Damon) sta seguendo anche lui l’assassino, e si unisce a Ross e a Cogburn creando un improbabile trio sulle tracce di Chaney. Carter Burnwell torna per la quattordicesima volta a collaborare con i fratelli Coen per comporre la colonna sonora del film caratterizzata dall’uso di inni protestanti che simboleggiano i principi morali che guidano la protagonista (interpretata dalla tredicenne Hailee Steinfeld). La pellicola è stata filmata in New Mexico e in Texas. (fonte: Mymovies.it)

Qui sotto uno dei due trailer con le prime immagini di True Grit:

Di seguito, invece, il secondo dei due trailer:

E ora smettetela di urlare come dei gatti in calore! Un po’ di contegno, per Dio, un po’ di contegno!

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Green Zone

Green Zone

GREEN ZONE
regia di Paul Greengrass
con Matt Damon, Greg Kinnear, Brendan Gleeson

Alla fine dell’ultimo film del regista di The Bourne Ultimatum, Paul Greengrass, mi è rimasto un dubbio: ho visto un film denuncia mascherato da action thriller oppure un action thriller travestito da film denuncia? Probabilmente entrambe le cose compongono una frazione di verità, anche se Green Zone rimane essenzialmente un film d’azione vecchio stampo che utilizza una incursione nell’attualità internazionale, anche se ormai inizia a diventare Storia piuttosto che attualità vera e propria, per raccontare una storia il cui scopo è essenzialmente quello di intrattenere.

Che la guerra in Iraq del 2003 promossa dall’amministrazione Bush fosse basata sulla menzogna del ritrovamento in territorio iracheno di armi di distruzioni da massa, beh, era cosa ormai nota e assodata. Tanto nota e assodata da fare sì che pure l’ex generale Colin Powell, allora Segretario di Stato di quella stessa amministrazione, probabilmente a causa della figura di merda fattagli fare in mondovisione dai compagnucci di merende repubblicani, ha preso apertamente posizione a favore di Barack Obama, democratico, durante l’accesa campagna elettorale per l’elezione del 44esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Uno smacco mica male. Anche se l’aver prestato il volto e l’autorevolezza per la pagliacciata della fialetta di antracite all’ONU non deve proprio essergli andata giù al buon Colin. Lui ci credeva nella sincerità dell’Intelligence. Comunque, abbandonando gli infangati lidi della politica internazionale per approdare nuovamente a quelli più consolatori del cinema, Green Zone prende spunto da questi fatti, anche se visti in micro e cioè tramite lo sguardo e le vicende di uno dei soldati americani che, sul campo, erano incaricati di scovare queste armi fantasma, per poi diramarsi in una trama più “tradizionale” fatta di sparatorie, intrighi, tradimenti, menzogne e inseguimenti attraverso le strade martoriate da due guerre e da oltre vent’anni di dominio da parte di Saddam Hussein e con uno stile di regia che spesso ammicca al documentario-verità mediante l’uso della telecamera a mano.

Roy Miller, interpretato da un sempre ottimo Matt Damon, dopo una serie di “buche” imbarcate nella ricerca di armi chimiche irachene, inizia a sospettare che, forse, i Servizi Segreti USA, quelli che passano le coordinate dei siti in cui cercare, non la raccontino proprio giusta. Qualcosa non torna e, grazie a una circostanza fortuita, Miller inizia a indagare per conto proprio coadiuvato da Martin Brown, un illuminato e anziano agente della CIA. CIA e Pentagono si stanno vicendevolmente sulle balle. Miller, quindi, dovrà ben presto fare una scelta: continuare a collaborare con Brown oppure cedere alle lusinghe del suo avversario, Clark Poundstone, inviato del Pentagono e intenzionato a non sentire ragioni nei confronti di chi gli consiglia che, forse, sciogliere l’esercito iracheno e buttare in mezzo ad una strada centinaia di migliaia di uomini armati non sia poi proprio ‘sta grande idea. Le cose, comunque, sappiamo come sono andate a finire. Tutto si gioca intorno alla figura del generale iracheno Al Rawi, potente gerarca dell’ex regime che sembra aver avuto un ruolo fondamentale prima dello scoppio della guerra e che ora, qualcuno, ha tutta l’intenzione di mandare sottoterra.

Green Zone, per quanto detto in apertura di recensione, può quindi essere visto in una duplice maniera. Non c’è un modo giusto e uno sbagliato di vedere un film, anche se la mia personale lettura propende verso quella che lo vuole essere un movimentato action che affonda le radici nella guerra americana più vicina, visto e considerato che la vicenda afgana non sembra aver ancora impressionato sufficientemente gli sceneggiatori di Hollywood.

Non c’è molto altro da dire, se non che, ancora una volta, il cinema americano attua un’opera di intensa critica della guerra in Iraq del 2003. Se con la guerra in Vietnam il cinema aveva avuto un rapporto ambivalente – ora intensa critica, ora la resa eroica delle gesta di una generazione o di singoli –, in questo caso le voci sono tutte fortemente critiche, esplorando con dovizia di particolari quanto di negativo ogni guerra si trascina dietro, dagli effetti politico-internazionali e le conseguenti menzogne annesse e connesse (Green Zone), alle atrocità sul campo (Redacted) fino ai traumi post conflitto sui soldati che vi hanno partecipato (Nella valle di Elah), trascurando lo scenario macro per concentrarsi, all’opposto, sulla narrazione di vicende personali o addirittura intimistiche estremamente significative e convincenti quali il magnifico e struggente Grace is Gone.

Di seguito il trailer di Green Zone di Paul Greengrass:

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Invictus

Invictus

INVICTUS
di Clint Eastwood
con Morgan Freeman e Matt Damon

Lo sport apre quegli spazi che all’epica sono stati preclusi dalla quotidianità spinta da una folle corsa verso il nulla. La politica, a volte, riesce a sbirciare all’interno di questo spazio in cui la narrazione dell’incredibile trova una propria dimensione, per perdersi, poi, in quella stessa quotidianità fatta di delibere di consigli comunali, di appalti truccati, di mezzucci per compiacere questo o quell’altro che hanno finanziato la campagna del sindaco, perdendo ogni potenzialità di ampio respiro nello sguardo troppo breve della legislatura, delle prossime elezioni che incombono e della campagna elettorale che è sempre in atto. Sono le storie narrate in film come Invictus di Clint Eastwood, tratto dal libro di John Carlin Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation a consentire alla politica di riappropriarsi di quelle potenzialità visionarie e immaginifiche che, nella giusta misura, dovrebbe essere in grado di conservare.

Invictus è un film buonista? Forse. O, più semplicemente, è un film in grado di mettere in mostra, per una volta, la grandezza a cui l’uomo può ambire, trascurando, anche solo per un attimo, i molti punti oscuri che le storie e le biografie celano tra le loro righe. Il Sudafrica di Mandela e quello odierno – che poi non sono passati che una manciata di anni tra l’uno e l’altro – sono tutt’altro che quella Rainbow Nation di cui spesso si parla. La criminalità è a livelli incommensurabili, con i suoi 18.000 omicidi all’anno; l’AIDS ha assunto le dimensioni di una epidemia devastate in grado di minare il futuro di uno Stato, i suoi giovani; l’economia stenta a decollare e la povertà è ancora lontana dall’essere un remoto ricordo; la disuguaglianza fondata sulla differenza razziale ancora largamente diffusa, nonostante una classe medio-borghese sembri, lentamente, diffondersi. In questo contesto il film di Clint Eastwood può realmente apparire come un cioccolatino poggiato su un mare di merda, allo stesso modo dell’attenzione e della frenesia da Mondiale di Calcio che manda in fibrillazione i cuori calcistici di qualche miliardo di persone nel mondo. Il problema è che dal 12 Luglio, il giorno dopo la disputa della finale di Johannesburg, il sipario calerà e tutti torneranno a fottersene di tutto. Gli stadi, inesorabilmente, inizieranno a diventare obsoleti e a creparsi, i palloni a sgonfiarsi e tutto riprenderà come prima. Appuntamento al 2014 in Brasile, con altri scorci di povertà, di samba e di reportage con attaccato il cartellino “Da consumarsi prima della finale di calcio”. Tutto ciò non ha senso. Non hanno senso le campagne dell’Unicef o di quelle mille associazioni che, meritoriamente, si impegnano a portare aiuti in Paesi poverissimi. La domanda giusta da porsi, forse, sarebbe “Perché le cose, nonostante gli sforzi, non migliorano?”. E se le cose migliorassero veramente, i problemi sarebbero ugualmente molti. Cosa succederebbe se tutti i cinesi scoprissero la carta igienica, ad esempio? Un disastro.

Clint Eastwood, in qualche modo, considera solo marginalmente il contesto sociale entro cui il suo Invictus si svolge. Quello che gli interessa, forse, è raccontare una storia e parlare, per una volta, della politica con la P maiuscola. I personaggi, allora, sono tutti positivi ed estremamente buoni, il cambiamento in meglio è possibile, basta crederci e lavorare duramente affinché esso diventi reale. Eastwood lo dice espressamente: non ci sono trucchi o scorciatoie. Le cose non ti piacciono così come sono? Bene, invece di stare lì a lamentarti tutto il giorno, rimboccati le maniche e inizia a lavorare per cambiarle. Mandela ha passato 27 anni, ventisette, in un bugigattolo su un’isola, prigioniero di una della più pazzesche operazioni di prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Ma in quei ventisette anni ha lavorato duramente su se stesso per essere pronto con l’appuntamento che il destino, di cui lui era padrone, gli avrebbe offerto. È da questa esperienza che il leader del nuovo Sudafrica democratico trarrà la forza per perdonare il proprio nemico, avendo ed allenando continuamente la sua capacità di immaginare un futuro impossibile che affonda le proprie radici in un passato fatto di odio e violenza. Sarebbe come far coesistere all’interno di una stessa gabbia, per restare all’interno del contesto africano, la zebra e il leone. Si può scegliere la strada di Mugabe, in Zimbabwe, o quella di Mandela in Sudafrica. La prima si fonda sull’odio e la vendetta, la seconda sul perdono e la conciliazione. È dura. Ma una delle due ha, almeno, una flebile speranza.

È per tale motivo che derubricare il film di Clint Eastwood a mera operazione buonista non può convincermi. Quella che viene narrata in Invictus, probabilmente, è una favola dalla fortissima valenza simbolica e retorica. Ma è una favola reale, qualcosa che è avvenuto. Manca di sfaccettature, anche se le scene iniziali di contrapposizione tra l’opulenza bianca e la povertà nera sono estremamente potenti. Allo stesso tempo, il rischio dell’agiografia è sempre dietro l’angolo. Invictus manca di quella complessità che sarebbe indispensabile per raccontare in modo realistico un Paese complesso come il Sudafrica, ma non era questo l’intento del regista americano. Il film di Eastwood, al contrario e nonostante il ricorso, a tratti, di uno stile registico quasi documentarista, è solamente una boccata d’aria sopra la superficie della nostra piccolezza e la sottolineatura del potere salvifico dei sogni, delle idee e dell’immaginazione. Pensare l’impossibile è il primo passo per renderlo reale. Nello sport, in politica, nella scienza. Ma queste, me ne rendo conto, sono le parole di un innamorato. Prendetele come tali.      

Di seguito il trailer di Invictus di Clint Eastwood:

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Sopra tutto Invictus

Eastwood, Freeman a Damon sul set di Invictus

Non ho alcun dubbio sulla notizia da proporvi come apertura de “Il brusio della rete” di questa settimana: è uscito anche in Italia “Invictus”, il nuovo film di Clint Eastwood – attimo di rispettoso silenzio per Sua Maestà il miglior regista vivente del mondo – con Morgan Freeman e Matt Damon. La storia è tratta dal libro di John Carlin tradotto recentemente anche in italiano con il titolo “Ama il tuo nemico. Nelson Mandela e la partita di rugby che ha fatto nascere una nazione” (ed. Sperling&Kupfer) e racconta di come Mandela cercò un punto di contatto tra le “due nazioni” del neonato Sudafrica appena uscito dall’apartheid mediante la coppa del mondo di rugby del 1995. A mio avviso un film imperdibile come tutto ciò che l’Eastwood regista ha prodotto. Per chi volesse approfondire l’argomento e gettare uno sguardo anche al di là del film il materiale on line o cartaceo non manca. Per prima cosa vi suggerisco la bella e interessante recensione firmata da Giancarlo Zappoli per il sito Mymovies.it, così come l’altrettanto emozionante articolo in merito di Roberto Saviano per La Repubblica. Oltre al già citato libro di Carlin consiglio, infine, per chi volesse approfondire l’aspetto storico-politico del Sudafrica, della colonizzazione bianca e dell’instaurazione del successivo regime di apartheid l’agile volume di Mario Zamponi “Breve storia del Sudafrica” edito da Carocci. Per chi volesse invece leggere qualcosa di più approfondito sul lavoro di Clint Eastwood segnalo l’omonimo libro edito da Marsilio e curato da Giulia Carluccio. L’ho ordinato ormai da due mesi e se la Mondadori si degna di farmelo arrivare lo potrò recensire su Pegasus Descending.

Puntata particolarmente cinematografica quella che state leggendo. Dopo “Invictus” rimaniamo in ambito “grandi registi” con l’intervista a Steven Spielberg pubblicata su La Stampa e firmata da Lorenzo Soria in occasione della presentazione della nuova serie in dieci puntata di “The Pacific”. Dopo “Salvate il soldato Ryan” e la bellissima serie tv “Band of Brothers” (di cui vi consiglio anche il saggio dello storico Stephen Ambrose sulla compagnia Easy da cui la serie è tratta) Spielberg torna a solcare i campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale attraverso un iperrealismo semplicemente straordinario. Peccato che chi, come il sottoscritto, non possiede il collegamento a Sky non potrà vederla, dovendo rimanere in religiosa e speranzosa attesa di un passaggio, anche notturno, su una tv in chiaro. Improbabile. Per maggiori informazioni e curiosità vi rimando al pezzo di Adamo Dagradi pubblicato su L’Arena.it. sempre di Dagradi un breve articolo su una curiosa e inquietante vicenda marginalmente cinematografica. Leggere per credere.

Per quei tre o quattro che non vorranno vedere “Invictus” le uscite settimanali propongono anche il nuovo film con Denzel Washington che già avevo inserito tra i supposti migliori film del 2010, “The book of Eli”, che per il mercato italiano è diventato un cagoso “Codice Genesi”. Puah. Altre news cinematografiche nel pezzo di Claudia Morgoglione, ormai un’affezionata de “Il brusio della rete”, sempre per La Repubblica.

Se di “Shutter Island” avevo già parlato con dovizia di particolari un paio di settimane fa, ancora non vi avevo proposto nulla né sul libro né sulla graphic novel che ne è stata tratta. Per quanto riguarda il fumetto, quindi, vi rimando alla recensione di Giorgio Fontana su Il Sole 24 Ore, mentre per il romanzo vi suggerisco il commento di Alessandra Buccheri per L’Angolo Nero de “L’isola della paura” di Dennis Lehane. Che volete di più?

Anche se in Italia sembra che non legge un cazzo di nessuno, diversamente i festival dei libri e della lettura spuntano fuori come funghi un po’ da tutte le parti. Un Comune che voglia dirsi serio deve avere, al giorno d’oggi, un suo festival letterario. Altrimenti fuffa. Vuoi che Roma rimanga indietro. Manco per idea. E allora beccatevi, amici romani, il nuovo “Libri come”, festival che dal 25 al 28 Marzo porterà nella capitale una pulmanata di scrittori che spiegheranno ai molti ascoltatori e ai quattro lettori come si scrivono i libri. Con la penna o con la tastiera, per esempio? E io pago.

Per concludere mi si perdoni questa nota personale, una sorta di sms al mio amico Matteo, grande esperto e appassionato di fumetti. Visti i prezzi che girano mi sa che ti conviene iniziare a mettere i 50 centesimi nel porcellino-salvadanaio. Leggete la notizia pubblicata da Il Messaggero e capirete.

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Il ladro di Maigret e tanto cinema

Il ladro di Maigret con alcuni complici

Non è stata una settimana particolarmente ricca quella appena passata, il web ha mormorato meno del solito. Però qualche chicca c’è pur stata e la rubrica “Il brusio della rete” di Pegasus Descending è qui a riportarvela.

Sicuramente è stata una settimana di merda per questo maldestro ladro. Di solito uno frega, che ne so, gioielli, soldi, al massimo mangiare oppure, come da mia esperienza al Blockbuster, birre. Questo no. A questo piace leggere e piacciono i gialli e quindi vai con la scorta dei Maigret. Peccato che l’abbiano beccato in flagranza di reato e che ora si debba cuccare un processo per direttissima per ‘sta cazzata. Speriamo almeno che il giudice gli ricordi che, grazie a Dio, esistono le biblioteche pubbliche.

Nonostante l’attesissima uscita de “Il sangue è randagio” di James Ellroy, capitolo conclusivo della trilogia dell’Underworld USA e di cui ho già parlato con dovizia di particolari nel post “’Il sangue è randagio’ raccontato da James Ellroy”, non ho scovato altre notizie letterarie o recensioni degne di nota. Di contro è stata una settimana molto fertile per il mondo del cinema e soprattutto del suo parlarci intorno.

Imperdibile l’intervista che Morgan Freeman ha rilasciato a Claudia Morgoglione per La Repubblica in vista della prossima uscita prevista per il 26 Febbraio del per me imperdibile nuovo film firmato da Clint Eastwood, “Invictus”. Sul sito di Coming Soon Television potete invece leggere l’intervista che lo stesso Freeman e Matt Damon hanno rilasciato a Carola Proto. Sempre rimanendo in tema cinema vi consiglio la recensione di Alessandra Buccheri su L’Angolo Nero di “Paranormal Activity”, film che appartiene a un genere assolutamente a me non affine, ma che ha fatto una barcata di dollari di incasso a fronte di soli quindicimila di spesa. Beati loro. Proseguiamo nel nostro excursus cinematografico con la recensione firmata da Stephen Gunn (alias Stefano di Marino) di “Giochi di potere” con Harrison Ford per la rubrica del blog di Segretissimo “Visti con il professionista: i classici del cinema di spionaggio”. Infine un pezzo che è un autentico calcio nei coglioni al cinema italiano di Adamo Dagradi sul suo blog: “L’Italia e il cinema che non c’è più. Ovvero: ma chi vogliamo prendere in giro?”. E ora scatenatevi nei commenti.

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