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Jonah Hex – regia di Jimmy Hayward

Jonah Hex

JONAH HEX
un film di Jimmy Hayward
con Josh Brolin, John Malkovich, Megax Fox

Sarà capitato sicuramente anche a voi di scorrere la trama di un film, occhieggiare la locandina e leggere i nomi degli interpreti ed essere convinti che qualcosa di buono, in questa roba qui, ci deve essere, questa pellicola potrà divertire, emozionare, far riflettere o gettare un po’ di luce su argomenti e mondi sconosciuti. Poi ti schiaffi nella poltrona del cinema o sul divano del salotto, di traverso e bello spaparanzato e alla fine, dopo i titoli di coda dici: tutto qui?

Jonah Hex del regista Jimmy Hayward è uno di questi casi, di queste enormi delusioni cinematografiche. Avevo adocchiato al Blockbuster appena uscito, attirato dal volto sfigurato di Josh Brolin in locandina e dall’abbigliamento in stile western che faceva presagire ambientazioni, seppur lontane dalla tradizione del genere, che mi avrebbero tenuto compagnia per un’ora e mezza. Poi ero stato pure attirato anche dal trailer, quella fottuta e maledetta macchinetta commerciale che rende ogni pellicola del cazzo un capolavoro. Jonah Hex appariva come il classico cinefumetto sparatutto, anche e soprattutto perché era l’ennesima trasposizione dell’ennesima graphic novel omonima, nata negli anni ’50 e ultimamente rispolverata da un team di scrittori amanti di questo genere ibrido e crossover capeggiati da nientepopodimenoche Big Joe Lansdale, che appare anche nei contenuti speciali in una intervista che spiega quanto sia bello Jonah Hex e delle modifiche apportate alla versione originale, aggiungendo quel pizzico di soprannaturale che fa tanto Signore del Rasoio o giù di lì.

E però un cinefumetto, come qualsiasi opera action e che prometta sparatorie, inseguimenti e scazzottate, beh, deve anche mantenere qualcosa di quello che promette. Cioè, non è possibile che il trailer sia la parte più bella dell’intero film, che guardando il minuto e mezzo di spot sia coperta la quasi totalità di scene d’azione proposte. No, no e ancora no. Non è accettabile. A maggior ragione se Hayward e gli sceneggiatori – Mark Neveldine e Brian Taylor – sprecano un così alto potenziale tanto di soggetto, non dovendo inventare niente perché il Jonah Hex personaggio esiste già da cinquant’anni e ha mietuto fan un po’ in tutto il mondo, quanto di cast a disposizione, visto che al già citato Josh Brolin nei panni del protagonista la pellicola annovera tra le proprie fila anche Megan Fox, più bella che brava, e, soprattutto, John Malkovich, più bravo che bello e assolutamente sprecato in un ruolo che pare quasi una comparsata, una maschera senza alcuno spessore e con un ruolo poco più che marginale. Si poteva risparmiare sull’ingaggio di Malkovich e rispettare maggiormente la sua filmografia per una boiata simile. E lo dico, in primis, allo stesso John, che so essere un appassionato lettore di Pegasus Descending grazie a Google Translator.

Josh Brolin

La trama di Jonah Hex è di una esilità che induce alla tenerezza, come vedere quei bimbi rachitici di inizio secolo e avere voglia di prenderli tra le braccia, ma senza stringere troppo per il timore di spezzarli in mille pezzi. Tutto è scontato nel lavoro girato da Hayward, nonostante la storia cerchi di portare lo spettatore verso un climax crescente, tutto ciò che si ottiene è una noia varia e diffusa, senza mai un cambio di ritmo e con delle scene d’azione che paiono buttate lì proprio perché devono esserci in base al contratto stipulato con il produttore.  

Josh Brolin, volendo essere sinceri, ce la mette anche tutta al fine di fornire un poco di pathos al suo algido protagonista, giustamente spietato dopo che il Malkovich/Turnbull, suo ex generale durante la guerra di Secessione americana combattuta dalla parte dei confederati sudisti, gli ha sterminato la famiglia. Jonah Hex, venendo a patti con la morte, torna alla vita, seppur sfigurato da una enorme ustione in volto lasciatagli proprio da Turnbull. E gli giura vendetta. Almeno quando viene a sapere che il suo ex comandante, a differenza delle notizie ufficiali, è vivo e vegeto e, per di più, con bellicosi propositi distruttivi grazie a una nuova e segretissima – o almeno così doveva essere – arma segreta in mano al Governo USA che, da polli, se la fanno soffiare. Fare secco Turnbull è ora anche un ottimo pretesto per salvare qualche migliaio di vite innocenti.

Il finale potete anche immaginarvelo senza che io ve lo racconti. Di novità, all’orizzonte, neanche l’ombra. Non so quanto Jonah Hex sia fedele al fumetto, ben poco, credo, da quel poco che ho intuito, a partire dalla componente soprannaturale pure, diciamolo, piuttosto inutile ai fini della storia e del suo svolgimento. Insomma, tanta noia e poco altro. E non c’è niente di più triste di un film action o d’avventura noioso.

Di seguito il trailer di Jonahh Hex del regista Jimmy Hayward:

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Il Grinta – regia di Joel e Ethan Coen

Il Grinta

IL GRINTA
un film di Ethan e Joel Coen
con Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld

Quando Tom Chaney, fuorilegge di quarta categoria, fa secco il padre della quattordicenne Mattie Ross, ancora non sa che uno schnauzer nano gli si sta per attaccare alle palle. Mattie, infatti, a dispetto della giovane età e dell’essere una donna in un mondo maschilista per antonomasia – la frontiera USA a cavallo tra Ottocento e Novecento – afferra subito il toro per le corna facendosi carico della propria famiglia e della necessità di riscuotere ciò che è suo e indispensabile per il loro sostentamento. Messasi in viaggio, arriva nella città in cui il genitore ha trovato la morte, per due motivi fondamentali: ingaggiare il peggior figlio di puttana sulla piazza pronto a piantare una pallottola nella testa vuota di Tom Chaney e ricontrattare la vendita di una partita di puledri con un affarista arraffone.

Tutto, all’inizio del film dei fratelli Coen remake del celeberrimo Il Grinta di Henry Hathaway del 1969 che valse un premio Oscar a John Wayne, è volto a elevare la personalità di Mattie sopra la media, odierna e di allora. Quindi Mattie contratta manco fosse in un suk arabo; Mattie assiste all’impiccagione di tre condannati in una pubblica piazza sgranocchiando noccioline; Mattie, a corto di risorse, dorme insieme a quegli stessi tre morti nel retrobottega del becchino; Mattie dorme, la notte dopo, insieme a una vecchia trombona, avendo l’albergo finito le camere libere. Ciò che muove la protagonista della trasposizione del romanzo di Charles Portis è un inveterato senso di giustizia afferente al Dio degli eserciti dell’Antico Testamento biblico piuttosto che a quello dell’amore e del perdono del Nuovo. E la redenzione, anche chiamata, in questo caso, vendetta, prende le sembianze di Reuben Cogburn, uno sceriffo che si guadagna da vivere facendo il cacciatore di taglie, uno che tra il vivo o morto, beh, preferisce di gran lunga il morto. Meno problemi.

Il Cogburn dei Coen, Il Grinta che dà il titolo a libro e film, a differenza di quello interpretato da John Wayne rinuncia a qualsivoglia barlume di nobiltà da cavaliere solitario per vestire i ben più adatti panni dello sfattone che per strappare pranzo e cena, oltre a dormire nel magazzino di un immigrato cinese, fa l’unica cosa che è in grado di fare: ammazzare.

Al duo Cogburn-Mattie si unirà il ranger texano LaBoeuf, elemento esterno alla vicenda perché proveniente da un altro Stato USA e continuamente in bilico tra l’accettazione e il rifiuto, la stima e la denigrazione. LaBoeuf, a differenza tanto di Cogburn quanto della piccola Ross, mantiene inalterato un senso della giustizia che vuole i condannati, anche pendagli da forca come Chaney, essere portati vivi e integri davanti a un legittimo tribunale. Saranno poi questi a infliggere la legge degli uomini. Ne Il Grinta, infatti, i Coen abbozzano una continua tenzone tra le due giustizie appena citate, quella degli uomini e quella di Dio, in cui la seconda, per la sua intrinseca natura, non permette alcuna mediazione e il come questa arriva, alla fine, non è poi cosa neanche così importante.

Jeff Bridges

Forse a causa della spasmodica attesa – mia e, credo, di molti appassionati di genere western e dei Coen – avevo altissime aspettative su questo nuovo lavoro dei registi di quel capolavoro che fu Non è un paese per vecchi. Oggi come allora il materiale narrativo su cui lavorare al meglio c’era tutto, grazie alla scrittura di due grandi autori americani come Cormac McCarthy e Charles Portis. Il risultato, invece, rasenta minimamente l’accettabile, avendo sprecato un potenziale mica male sia in termini di trama, morale o, più prosaicamente, cast. Utilizzare Matt Damon e Josh Brolin per un ruolo, il primo, poco più che abbozzato e, il secondo, per una mera comparsata, è un peccato difficilmente perdonabile. Non fosse stato per quel fenomeno di Jeff Bridges il cui Cogburn è infinitamente superiore a quello interpretato da Wayne, essendosi lasciato alle spalle ogni parvenza morale e moralistica per dare vita a un personaggio tragico e decadente, un uomo conscio tanto del suo fallimento sotto l’aspetto umano quanto del suo rimanere il rappresentante in estinzione di un mondo avviato lentamente, ma inesorabilmente, verso la sua fine. È la giustizia degli uomini, quella fatta di giurisprudenza, tribunali e avvocati il mattatore di gente come Cogburn, tanto che il film si apre proprio con un processo a Il Grinta in cui un avvocatuccio lo accusa, ma pensa un po’ te, di aver fatto fuori un ricercato. Roba da pazzi.

E la fine de Il Grinta, film e uomo, così come quello di un’epoca, analogamente a ogni tragedia che si rispetti, è la farsa, la commedia. La fine del west è il carrozzone del circo di Buffalo Bill. Perché “il tempo ci sfugge”, come dice una Mattie – e con lei, prima, molto prima, il poeta latino Orazio – ormai cresciuta e in cerca di chi, anni dietro, le ha reso giustizia, in un finale che per assonanza ricorda il racconto “The Dead” dei Dubliners di James Joyce.

Nonostante le potenzialità, però, questo ultimo lavoro dei fratelli Coen ha il retrogusto amaro dell’incompiuto, di un film che, in definitiva, non riesce in toto a esprimere tutto quello che avrebbe potuto dire e, quello che dice, non lo fa nel miglior modo possibile. Le idee, l’impalcatura c’è e l’ha fornita anni fa Portis. Ma tutto, eccezion fatta per la prova di Bridges e della Steinfeld – autentica rivelazione -, sprizza mediocrità da ogni poro, comprese le interpretazioni tanto di un Matt Damon forse ai suoi minimi storici per uno tra gli attori più interessanti e capaci di Hollywood, quanto di un Josh Brolin che ci aveva abituato ad altre vette d’intensità recitativa, come in uno degli ultimi lavori di Woody Allen, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. Ancora una volta, quindi, i Coen si dimostrano essere una coppia di registi notevolmente incostante dal punto di vista narrativo, oscillando continuamente tra il capolavoro (su tutti Il grande Lebowski, ancora con un indimenticabile Jeff Bridges, e Non è un paese per vecchi) e il flop (Burn after reading). Il Grinta, da mediocre, si situa in una posizione mediana che lascia allo spettatore poco altro oltre al barbone arruffato e alla benda sull’occhio di un redivivo, caro vecchio Drugo.

Di seguito il trailer de Il Grinta di Joel e Ethan Coen:

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True Grit. Il ritorno de Il Grinta firmato dai fratelli Coen

True Grit

Gli elementi sono questi: i fratelli Joel ed Ethan Coen; Jeff Bridge, Matt Damon e Josh Brolin; Il Grinta, dal romanzo di Charles Portis  e interpretato nel 1969 da John Wayne; la musica di Carter Burwell.

A Febbraio 2011 in Italia: True Grit, di cui consiglio di fare anche un salto sul sito ad esso dedicato anche solo per la canzone che fa da intro al sito stesso. Ancora una volta grazie a Walt per la segnalazione sulla pagina Facebook di Pegasus Descending.

TRAMA: I Fratelli Joel ed Ethan Coen dirigono True Grit, un adattamento più fedele per il grande schermo dell’omonimo romanzo di Charles Portis, più fedele rispetto al precedente Il grinta (1969), interpretato da un John Wayne che vinse con questa parte l’Oscar per il miglior attore protagonista. In questa nuova versione l’ubriaco e testardo Rooster Cogburn ha il volto di Jeff Bridges. Matt Damon interpreta La Boeuf, l’uomo della legge di Campbell che con Cogburn e una quattordicenne si mette sulle tracce di Tom Chaney (Josh Brolin), l’uomo che ha ucciso il padre della ragazza nel pericoloso territorio indiano. Il padre della quattordicenne Mattie Ross, Frank, è stato ucciso da Tom Chaney (Josh Brolin), uno dei suoi lavoratori, per un cavallo, 150 dollari in contanti e due pezzi d’oro della California. Mattie si dirige verso Fort Smith per cercare giustizia. Lì assume Reuben ‘Rooster’ Cogburn (Jeff Bridges), un Marshal americano ma anche forte bevitore, per aiutarla a rintracciare Chaney. Nel frattempo, un ranger del Texas di nome La Boeuf (Matt Damon) sta seguendo anche lui l’assassino, e si unisce a Ross e a Cogburn creando un improbabile trio sulle tracce di Chaney. Carter Burnwell torna per la quattordicesima volta a collaborare con i fratelli Coen per comporre la colonna sonora del film caratterizzata dall’uso di inni protestanti che simboleggiano i principi morali che guidano la protagonista (interpretata dalla tredicenne Hailee Steinfeld). La pellicola è stata filmata in New Mexico e in Texas. (fonte: Mymovies.it)

Qui sotto uno dei due trailer con le prime immagini di True Grit:

Di seguito, invece, il secondo dei due trailer:

E ora smettetela di urlare come dei gatti in calore! Un po’ di contegno, per Dio, un po’ di contegno!

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