Custerlina: “Sono ancora molto affamato”
Una mia chiacchierata con Alberto Custerlina, da poco in libreria con il suo terzo romanzo, Cul-de-sac, dopo le avventure balcaniche di Balkan Bang! e Mano Nera.
Allora Al, siamo a Cul-de-sac, il tuo terzo romanzo. Che effetto fa?
Ci pensavo proprio la settimana scorsa. Nel 2008 sgomitavo per esordire e tre anni dopo mi ritrovo con tre romanzi pubblicati (di cui uno per due volte) e il quarto in lavoro. È una sensazione di grande soddisfazione, anche se, come consigliava Steve Jobs, sono ancora molto affamato.
Come mai questo titolo, Cul-de-sac, da dove nasce?
Mi piacciono i titoli brevi, che si ricordano facilmente. E poi, vuoi mettere la soddisfazione di pubblicare in Italia un romanzo che comincia con la parola Cul?
Ritroviamo vecchie conoscenze, come Ljudmila e Il Greco, e nuovi personaggi…
Non sono il tipo da romanzo seriale, ma neanche mi piace ficcare in un armadio i miei personaggi migliori. Mi sembra di averli conosciuti per davvero e non me la sento di abbandonarli così presto, quindi continuerò su questa strada: avventure diverse e personaggi noti che si alternano e s’incrociano. E naturalmente linfa nuova in ogni romanzo, come il buon Zeno Weber in Cul-de-sac, oppure il cattivone austriaco che sto tratteggiando per il prossimo romanzo.
In questo tuo lavoro hai messo meno sesso e sparatorie, virando maggiormente verso la spy story. Un cambio di rotta?
Stavolta non sono d’accordo con te. Sesso e sparatorie sono tra gli ingredienti principali proprio delle spy-story (non per niente Balkan Bang! è stato ripubblicato su Segretissimo), ma io non mi considero uno scrittore di spionaggio (o di gialli, per dire), anche se le mie storie ne ereditano qualche meccanismo. Insomma, io narro vicende di persone che vivono e agiscono nel mondo della criminalità senza badare troppo al genere. Come dice Matteo Strukul, le mie storie sono “crossover”. Con Cul-de-sac ho voluto continuare la mia evoluzione come scrittore, cercando di allontanarmi un poco da certi cliché che avevo utilizzato nei primi due romanzi. E vedrai il prossimo…
Dai Balcani, inoltre e almeno parzialmente, ci si sposta a Trieste, la tua città…
Fa sempre parte dello stesso processo di evoluzione. I personaggi hanno bisogno di muoversi, di esplorare nuove situazioni e nuovi posti, così gli orizzonti si ampliano e le storie abbandonano l’ambito locale. Riguardo a Trieste, ci sono molte cose da dire che pochi hanno detto pubblicamente. Ci tornerò sopra anche nel prossimo.
Anche in questo caso non ci si sono i buoni, ma solo sfumature varie di cattivi.
I buoni sono noiosi e nella narrativa ce ne sono fin troppi. Inoltre, l’eterno conflitto tra bene e male ha proprio rotto le scatole e credo non sia più utilizzabile per descrivere la vita reale. Insomma, si tratta di una grossolana semplificazione e le semplificazioni non mi piacciono, perché abbassano il livello culturale. M’interessa, invece, la vera natura umana: i conflitti, i tradimenti, le zanne che si scoprono simulando un sorriso.
In questo tuo romanzo, inoltre, mi pare tu abbia calcato di più la mano sulle psicologie dei tuoi personaggi, sulla loro intimità, vedi, per esempio, i dubbi de La Santa.
Esatto. Sono sempre stato affascinato dall’esplorazione dell’animo umano e ora credo di essere pronto per cominciare un approccio più serio al lato psicologico dei personaggi. Cul-de-sac è un punto di partenza, vedremo dove riuscirò ad arrivare.
Chi è Zeno Weber?
Zeno Weber è uno dei tanti fascisti triestini di cui le cronache locali, negli anni ’70 e ’80, si sono ampiamente occupate. Gente violenta, prepotente e razzista, che ha creato parecchi problemi alla città, le cui malefatte sono sempre state coperte per convenienza. Molti di loro hanno fatto carriera politica, a uno gli hanno pure intitolato una via. Zeno Weber è anche l’emblema dell’esperimento che sto portando avanti: prendere un bastardo (di quelli veri, non di quelli patinati delle fiction) e farlo diventare “simpatico”, prima a me e poi al lettore.
Anche se la tua è una storia di fantasia, non perdi l’occasione per qualche incursione nell’attualità: traffico di uranio, prostituzione, rapimenti e truffe bancarie. Insomma, un bel minestrone di reati!
Io e te (e quasi tutti i lettori) viviamo in una bolla che non entra quasi mai in contatto con la vera bolla criminale, se non per interposta persona, principalmente attraverso le cronache giornalistiche. Questa è la mia visione quantistica della vita di cui dicevo anche in un’altra intervista: due mondi che condividono la stessa realtà fisica, che s’influenzano, ma di fatto sono completamente separati. Quando a uno di noi capita d’interagire con l’altro mondo, ne resta sconvolto e spesso subisce danni (la cronaca nera mi è testimone). Ecco, io racconto “l’altro mondo”, che per sua natura è pervaso da quelli che noi chiamiamo “reati” e che gli altri, i criminali, invece chiamano “affari”.
Nella nostra precedente chiacchierata avevi lanciato la bomba a mano del “il noir italiano è morto”. Con quel pezzo battei tutti i record di commenti. Vogliamo replicare con un’altra bomba?
No, grazie, basta bombe contro i mulini a vento.
A parte gli scherzi, le cose non sembrano cambiate poi molto da un anno fa, anche se per onestà intellettuale bisogna ammettere che forse anche all’estero di fenomeni in ascesa non se ne vedono o, almeno, io non ne vedo. Sono ancora i “vecchietti” a sfornare le cose migliori.
Dipende da cosa intendi tu per “fenomeni”. Ci sono molti scrittori di genere ancora freschi e di alto valore, che però non riescono a raggiungere la notorietà. Quando si tratta di stranieri, spesso non riescono neanche a raggiungere l’Italia. L’ultimo che ce l’ha fatta ad arrivare in Italia è stato Gischler, anche se a dirti il vero gli americani mi hanno stufato, perché mi sembrano sempre meno consistenti, come poco burro spalmato su una fetta di pane troppo grande (tanto per citare Bilbo Baggins).
Ma forse una qualche responsabilità non ce l’hanno pure i lettori? Oppure, all’opposto, non è detto che ciò che piace a noi – inteso il “noi” il senso lato – debba per forza piacere alla maggioranza, o a molti, dei lettori?
Guardando le classifiche capiamo che oggi il lettore medio di narrativa di genere compra principalmente thrilleroni di stampo conservatore, assolutamente confortanti a livello emotivo e poco impegnativi (se non per lo sforzo che fai per tenere in mano tomi da 1kg), oppure i soliti nomi noti, che vendono anche quando escono con cose illeggibili raccattate dal fondo di qualche cassetto dimenticato. Quindi, sì, i lettori hanno la loro parte di responsabilità sull’andamento del mercato editoriale (e sulla sua qualità). Per quanto mi riguarda, io vado avanti per la mia strada con la convinzione di fare un buon lavoro e se un giorno incontrerò anche il favore del grande pubblico ne sarò felice.
Ho trovato molto interessante e perfettamente equilibrato il tuo raccontare una sola storia da più punti di vista, in contemporanea. Non è per niente facile, ma Cul-de-sac fila che è un piacere e la cosa crea una grandissima curiosità, perché relativizza il racconto. Arrivo alla domanda: hai composto a tavolino Cul-de-sac, organizzando capitoli e “telecamere” oppure sei andato a braccio, come mi avevi già detto fare nei tuoi precedenti lavori?
Avevo in testa questa struttura fin dall’inizio, ma la prima stesura l’ho scritta classica, a capitoli alternati, per evitare d’incappare in errori di carattere temporale. Poi ho rimontato tutto in tre parti separate e ho scritto il finale. Detta così sembra banale, ma in realtà è come dici tu: è molto complicato perché non basta che tutti gli eventi siano coerenti con il fluire del tempo, ma devi anche scegliere i momenti e i punti di vista giusti da inserire nei tre flussi narrativi, per evitare che il lettore si perda.
Nei commenti che lasci sul blog che curo, qua e là, avevi parlato del tuo desiderio di scrivere tanto un romanzo con i pirati quanto uno ambientato nel Risorgimento, un po’ come fatto da Giancarlo De Cataldo e Alessandro Mari. Perché hai abbandonato (?) questi due progetti?
Il progetto per il romanzo risorgimentale è stato rifiutato a priori da tutte le case editrici alle quali è stato proposto e tutte hanno motivato dicendo che in Italia il Risorgimento non tira, neanche se il romanzo dovesse uscire nell’anno dei 150 anni dell’unità (e questa era l’intenzione). E forse avevano ragione, perché l’unico che ha osato (De Cataldo) mi pare non sia andato granché bene. Riguardo ai pirati, si tratta di un progetto che potrò sviluppare quando avrò più tempo. Per ora mi posso permettere di scrivere solo una cosa alla volta e ciò che prediligo sono le mie storie criminali.
Tre romanzi di genere. Hai ancora voglia di scrivere di Balcani e sparatorie oppure vorresti esplorare altre vie, non so, un Harmony? Puoi dare qualche anticipazione ai lettori di Pegasus Descending sui tuoi prossimi lavori? Attualmente cosa stai scrivendo?
Un Harmony lo farei molto volentieri, ma di quelli un po’ osé. A parte gli scherzi: la mia passione è la cultura popolare e lì mi piace sguazzare. I Balcani, però, nel prossimo romanzo li abbandonerò a favore di un’ambientazione principalmente mittel-europea. Si tratterà di una storia che affonderà le sue radici nella seconda guerra mondiale e nel periodo immediatamente precedente. Torneranno alcuni personaggi di Cul-de-sac e debutterà una nuova eroina femminile tutta pepe. Riguardo alla tua ultima domanda, in questo momento sto scrivendo questa intervista, anzi, no, ho appena finito.
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