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Custerlina: “Sono ancora molto affamato”

Alberto Custerlina

Una mia chiacchierata con Alberto Custerlina, da poco in libreria con il suo terzo romanzo, Cul-de-sac, dopo le avventure balcaniche di Balkan Bang! e Mano Nera.

Allora Al, siamo a Cul-de-sac, il tuo terzo romanzo. Che effetto fa?
Ci pensavo proprio la settimana scorsa. Nel 2008 sgomitavo per esordire e tre anni dopo mi ritrovo con tre romanzi pubblicati (di cui uno per due volte) e il quarto in lavoro. È una sensazione di grande soddisfazione, anche se, come consigliava Steve Jobs, sono ancora molto affamato.

Come mai questo titolo, Cul-de-sac, da dove nasce?
Mi piacciono i titoli brevi, che si ricordano facilmente. E poi, vuoi mettere la soddisfazione di pubblicare in Italia un romanzo che comincia con la parola Cul?

Ritroviamo vecchie conoscenze, come Ljudmila e Il Greco, e nuovi personaggi…
Non sono il tipo da romanzo seriale, ma neanche mi piace ficcare in un armadio i miei personaggi migliori. Mi sembra di averli conosciuti per davvero e non me la sento di abbandonarli così presto, quindi continuerò su questa strada: avventure diverse e personaggi noti che si alternano e s’incrociano. E naturalmente linfa nuova in ogni romanzo, come il buon Zeno Weber in Cul-de-sac, oppure il cattivone austriaco che sto tratteggiando per il prossimo romanzo.

In questo tuo lavoro hai messo meno sesso e sparatorie, virando maggiormente verso la spy story. Un cambio di rotta?
Stavolta non sono d’accordo con te. Sesso e sparatorie sono tra gli ingredienti principali proprio delle spy-story (non per niente Balkan Bang! è stato ripubblicato su Segretissimo), ma io non mi considero uno scrittore di spionaggio (o di gialli, per dire), anche se le mie storie ne ereditano qualche meccanismo. Insomma, io narro vicende di persone che vivono e agiscono nel mondo della criminalità senza badare troppo al genere. Come dice Matteo Strukul, le mie storie sono “crossover”. Con Cul-de-sac ho voluto continuare la mia evoluzione come scrittore, cercando di allontanarmi un poco da certi cliché che avevo utilizzato nei primi due romanzi. E vedrai il prossimo…

Dai Balcani, inoltre e almeno parzialmente, ci si sposta a Trieste, la tua città…
Fa sempre parte dello stesso processo di evoluzione. I personaggi hanno bisogno di muoversi, di esplorare nuove situazioni e nuovi posti, così gli orizzonti si ampliano e le storie abbandonano l’ambito locale. Riguardo a Trieste, ci sono molte cose da dire che pochi hanno detto pubblicamente. Ci tornerò sopra anche nel prossimo.

Anche in questo caso non ci si sono i buoni, ma solo sfumature varie di cattivi.
I buoni sono noiosi e nella narrativa ce ne sono fin troppi. Inoltre, l’eterno conflitto tra bene e male ha proprio rotto le scatole e credo non sia più utilizzabile per descrivere la vita reale. Insomma, si tratta di una grossolana semplificazione e le semplificazioni non mi piacciono, perché abbassano il livello culturale. M’interessa, invece, la vera natura umana: i conflitti, i tradimenti, le zanne che si scoprono simulando un sorriso.

In questo tuo romanzo, inoltre, mi pare tu abbia calcato di più la mano sulle psicologie dei tuoi personaggi, sulla loro intimità, vedi, per esempio, i dubbi de La Santa.
Esatto. Sono sempre stato affascinato dall’esplorazione dell’animo umano e ora credo di essere pronto per cominciare un approccio più serio al lato psicologico dei personaggi. Cul-de-sac è un punto di partenza, vedremo dove riuscirò ad arrivare.

Chi è Zeno Weber?
Zeno Weber è uno dei tanti fascisti triestini di cui le cronache locali, negli anni ’70 e ’80, si sono ampiamente occupate. Gente violenta, prepotente e razzista, che ha creato parecchi problemi alla città, le cui malefatte sono sempre state coperte per convenienza. Molti di loro hanno fatto carriera politica, a uno gli hanno pure intitolato una via. Zeno Weber è anche l’emblema dell’esperimento che sto portando avanti: prendere un bastardo (di quelli veri, non di quelli patinati delle fiction) e farlo diventare “simpatico”, prima a me e poi al lettore.

Anche se la tua è una storia di fantasia, non perdi l’occasione per qualche incursione nell’attualità: traffico di uranio, prostituzione, rapimenti e truffe bancarie. Insomma, un bel minestrone di reati!
Io e te (e quasi tutti i lettori) viviamo in una bolla che non entra quasi mai in contatto con la vera bolla criminale, se non per interposta persona, principalmente attraverso le cronache giornalistiche. Questa è la mia visione quantistica della vita di cui dicevo anche in un’altra intervista: due mondi che condividono la stessa realtà fisica, che s’influenzano, ma di fatto sono completamente separati. Quando a uno di noi capita d’interagire con l’altro mondo, ne resta sconvolto e spesso subisce danni (la cronaca nera mi è testimone). Ecco, io racconto “l’altro mondo”, che per sua natura è pervaso da quelli che noi chiamiamo “reati” e che gli altri, i criminali, invece chiamano “affari”.

Nella nostra precedente chiacchierata avevi lanciato la bomba a mano del “il noir italiano è morto”. Con quel pezzo battei tutti i record di commenti. Vogliamo replicare con un’altra bomba?
No, grazie, basta bombe contro i mulini a vento.

A parte gli scherzi, le cose non sembrano cambiate poi molto da un anno fa, anche se per onestà intellettuale bisogna ammettere che forse anche all’estero di fenomeni in ascesa non se ne vedono o, almeno, io non ne vedo. Sono ancora i “vecchietti” a sfornare le cose migliori.
Dipende da cosa intendi tu per “fenomeni”. Ci sono molti scrittori di genere ancora freschi e di alto valore, che però non riescono a raggiungere la notorietà. Quando si tratta di stranieri, spesso non riescono neanche a raggiungere l’Italia. L’ultimo che ce l’ha fatta ad arrivare in Italia è stato Gischler, anche se a dirti il vero gli americani mi hanno stufato, perché mi sembrano sempre meno consistenti, come poco burro spalmato su una fetta di pane troppo grande (tanto per citare Bilbo Baggins).  

Ma forse una qualche responsabilità non ce l’hanno pure i lettori? Oppure, all’opposto, non è detto che ciò che piace a noi – inteso il “noi” il senso lato – debba per forza piacere alla maggioranza, o a molti, dei lettori?
Guardando le classifiche capiamo che oggi il lettore medio di narrativa di genere compra principalmente thrilleroni di stampo conservatore, assolutamente confortanti a livello emotivo e poco impegnativi (se non per lo sforzo che fai per tenere in mano tomi da 1kg), oppure i soliti nomi noti, che vendono anche quando escono con cose illeggibili raccattate dal fondo di qualche cassetto dimenticato. Quindi, sì, i lettori hanno la loro parte di responsabilità sull’andamento del mercato editoriale (e sulla sua qualità). Per quanto mi riguarda, io vado avanti per la mia strada con la convinzione di fare un buon lavoro e se un giorno incontrerò anche il favore del grande pubblico ne sarò felice.

Cul-de-sac

Ho trovato molto interessante e perfettamente equilibrato il tuo raccontare una sola storia da più punti di vista, in contemporanea. Non è per niente facile, ma Cul-de-sac fila che è un piacere e la cosa crea una grandissima curiosità, perché relativizza il racconto. Arrivo alla domanda: hai composto a tavolino Cul-de-sac, organizzando capitoli e “telecamere” oppure sei andato a braccio, come mi avevi già detto fare nei tuoi precedenti lavori?
Avevo in testa questa struttura fin dall’inizio, ma la prima stesura l’ho scritta classica, a capitoli alternati, per evitare d’incappare in errori di carattere temporale. Poi ho rimontato tutto in tre parti separate e ho scritto il finale. Detta così sembra banale, ma in realtà è come dici tu: è molto complicato perché non basta che tutti gli eventi siano coerenti con il fluire del tempo, ma devi anche scegliere i momenti e i punti di vista giusti da inserire nei tre flussi narrativi, per evitare che il lettore si perda.

Nei commenti che lasci sul blog che curo, qua e là, avevi parlato del tuo desiderio di scrivere tanto un romanzo con i pirati quanto uno ambientato nel Risorgimento, un po’ come fatto da Giancarlo De Cataldo e Alessandro Mari. Perché hai abbandonato (?) questi due progetti?
Il progetto per il romanzo risorgimentale è stato rifiutato a priori da tutte le case editrici alle quali è stato proposto e tutte hanno motivato dicendo che in Italia il Risorgimento non tira, neanche se il romanzo dovesse uscire nell’anno dei 150 anni dell’unità (e questa era l’intenzione). E forse avevano ragione, perché l’unico che ha osato (De Cataldo) mi pare non sia andato granché bene. Riguardo ai pirati, si tratta di un progetto che potrò sviluppare quando avrò più tempo. Per ora mi posso permettere di scrivere solo una cosa alla volta e ciò che prediligo sono le mie storie criminali.

Tre romanzi di genere. Hai ancora voglia di scrivere di Balcani e sparatorie oppure vorresti esplorare altre vie, non so, un Harmony? Puoi dare qualche anticipazione ai lettori di Pegasus Descending sui tuoi prossimi lavori? Attualmente cosa stai scrivendo?
Un Harmony lo farei molto volentieri, ma di quelli un po’ osé. A parte gli scherzi: la mia passione è la cultura popolare e lì mi piace sguazzare. I Balcani, però, nel prossimo romanzo li abbandonerò a favore di un’ambientazione principalmente mittel-europea. Si tratterà di una storia che affonderà le sue radici nella seconda guerra mondiale e nel periodo immediatamente precedente. Torneranno alcuni personaggi di Cul-de-sac e debutterà una nuova eroina femminile tutta pepe. Riguardo alla tua ultima domanda, in questo momento sto scrivendo questa intervista, anzi, no, ho appena finito.

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Il titolare del blog intervistato da Liberi di Scrivere

L’opera di Bansky logo di Pegasus Descending

Anche se forse non è molto elegante, vi segnalo l’uscita di una mia intervista rilasciata in esclusiva – anche perché nessun altro me ne ha mai chiesta una… – per il blog Liberi di Scrivere. Si è parlato un po’ di tutto, sperando anche di aver sollevato qualche spunto di riflessione e occasione di discussione. Ovviamente, come sempre, i commenti sono ben accetti. Quindi fate un salto a leggere l’intervista e poi tornate qui e lasciate un segno del vostro passaggio più sotto. Un inciso: mi scuso con i molti che hanno commentato un qualche post su Pegasus Descending e a cui non ho ancora risposto. Purtroppo è solo ed esclusivamente una mia mancanza di tempo ed energie, credetemi, è un periodo molto impegnativo. Comunque i commenti vengono sempre letti e cerco pure sempre di rispondere, anche con un semplice grazie. Abbiate pazienza e perdonatemi il ritardo, ma continuate a rendere vivo il vostro fottutissimo blog preferito!

Benvenuto Andrea su Liberidiscirvere. Nei rapporti di buon vicinato tra blog letterari è d’obbligo segnalare gli amici e i colleghi di cui si segue assiduamente il lavoro. Dunque facciamo le presentazioni, ti chiami Andrea Pelfini sei il curatore poco convenzionale di Pegasus Descending. Parlaci un po’ di te, uomo per certi versi misterioso, descriviti anche fisicamente ai nostri lettori, non tralasciando studi, background, pregi e difetti.
Beh, prima di tutto grazie per il tuo essere una lettrice di Pegasus Descending. Sai, una delle tante balle che si raccontano nel mondo della letteratura – e di quello che intorno a questa arte ci gira intorno – da sedicenti intellettuali con in brandy in mano è che la gente scriva per se stessa. Cazzate. Tutti scrivono per gli altri, scrivono per essere letti da altre persone, alla ricerca di fama e immortalità o, più semplicemente, per sbarcare il lunario. Chi dice il contrario mente, perché esiste solo quello che si percepisce e uno scrittore o un blogger non letto non esiste. Quindi grazie per farmi esistere! Venendo alle presentazioni, bah, non è che ci sia molto da dire: sì, il nome è giusto, presente. Ho iniziato la mia carriera scolastica tre il 1985 e il 1986 in un asilo di suore – ho ancora gli incubi a pensarci – e non ho ancora finito. Ho studiato medicina e scienze politiche, ora mi sto specializzando in scienze cognitive. Non so se serva, ma studiare è una cosa che mi appaga e, nonostante tutto, a volte, riesce a sedare un poco la mia curiosità. Intanto lavoro in una casa editrice di enigmistica, dopo aver passato cinque anni in un Blockbuster a noleggiare film e vendere videogiochi e aver fatto due figli. Non al Blockbuster, quelli, ma a casa. Fisicamente credo di non essere particolarmente originale, qualche milione di anni di evoluzione mi hanno forgiato con due braccia, due gambe e un naso, oltre a tutto il solito corredo di attrezzi che ci portiamo addosso: milza, intestino, cervello, stomaco etc. Ah, se può interessare i tuoi lettori, e a differenza di alcuni di loro, non ho più l’appendice. Credo sia interessante saperlo.

Pegasus Descending un blog che segnalo tra i più interessanti in circolazione dedicato alla narrativa e al cinema di genere pulp, thriller, hard boiled, noir. Un blog tosto insomma. Come è nato?
È nato per caso. Prima di Pegasus Descending avevo fondato una piccola rivista online di cultura e politica, L’Idea, in cui cercavo di parlare di questi temi con ragione e pacatezza, non rinunciando alla dialettica, ma sempre mediata dall’argomentazione oltre gli steccati ideologici che incatenano le menti (cavolo, mi sembra di parlare come Vendola…). Voleva essere un punto di incontro collettivo per giovani e meno giovani che avessero voglia di scrivere e confrontarsi, condividendo quello che uno sa con il prossimo e garantendo, così, un giovamento reciproco. Beh, la cosa non ha funzionato, non aveva accessi e nessuno sembrava avere una gran voglia di scrivere, dovevo pregare le persone per un pezzo da dieci righe etc. Sono stato fermo per un po’, poi, però, la voglia di scrivere e parlare di quello che vedevo e leggevo era troppo forte. Collegato alla rivista avevo un blog, L’Ideablog, e un giorno in cui non ero particolarmente impegnato ho postato una recensione su un film di Fausto Brizzi, Ex, che avevo appena visto al cinema. Qualche tempo dopo ho comprato, ancora una volta per caso, Un sudario non ha tasche di Horace McCoy e ne ho scritto una recensione. È anche grazie a quel libro che ho conosciuto Luca Conti, leggendo una sua postfazione e poi cercando il suo blog su internet. Mi sono detto: perché non provare a tenere un blog sul thriller, noir, pulp e affini? Poi la cosa ha preso piede e da un post ogni tanto sono diventati due, poi tre, infine cinque alla settimana. Hanno cominciato a contattarmi autori più o meno noti e uffici stampa, ho iniziato a fare interviste a scrittori italiani e stranieri o ad andare a presentazioni di libri a Milano. Il nome del blog, ancora una volta, è nato per caso: stavo leggendo Prima che l’uragano arrivi di James Lee Burke, il cui titolo originale è proprio Pegasus Descending. Mi piacque subito e decisi di intitolare così il blog. [CONTINUA QUI]

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Sergio Paoli: “Si è sconfitti solo quando la partita è finita”

Sergio Paoli con Niente, tranne la pioggia

Una mia chiacchierata con Sergio Paoli, da poco tornato in libreria con il suo ultimo lavoro, Niente, tranne la pioggia, edito da Todaro Editore e di cui ho già avuto modo di parlare qui su Pegasus Descending.

Niente, tranne la pioggia. Sergio, perché questo titolo?
In una saga di fantascienza, Galactica, il comandante Adama saluta spesso il suo miglior pilota, Starbuck, chiedendogli “Cosa senti?” e avendo come risposta “Niente tranne la pioggia, signore”. Avendo io apprezzato la serie televisiva questa frase mi era rimasta in mente. Nel romanzo, assume un significato preciso: in certi momenti, alcuni personaggi si ritrovano a rendersi conto di non sentire niente (inteso come emozioni, sentimenti), tranne la pioggia che cade. Si ritrovano come svuotati, si può dire. Essendo il mio anche un romanzo sulla nostra difficoltà a entrare in relazione con gli altri, sull’incapacità di provare sentimenti o emozioni vere, reali, “umane”, il titolo mi sembrava quello giusto.

Dove e come nasce questo tuo ultimo lavoro?
Nasce dall’essermi imbattuto in questa notizia, nell’essermi chiesto com’era andata a finire e nel non aver trovato risposte. Delle giovani ragazze dell’Est trovate morte nei boschi. Mi sono chiesto perché, cosa le aveva portate in Italia, che speranze e che sogni avevano. E mi sono chiesto perché, quando vediamo queste notizie, in realtà non ce ne importa niente. Perché non ci indigniamo per queste giovani vite spezzate. Perché non facciamo qualcosa. E ho pensato che dovevo raccontare questa storia. Ho cominciato a documentarmi sul traffico di esseri umani che parte dall’Est per arrivare in Italia, sui documenti della Direzione Nazionale Antimafia, sui libri che cito in fondo al romanzo. E poi ho scritto il romanzo, che è una storia sì di fantasia, ma fortemente ancorata a quello che avviene nella realtà di tutti i giorni, e della quale non sappiamo (o non vogliamo sapere) molto. Dovremmo chiederci, tutti quanti: ma se queste ragazze fossero nostre figlie?

Che differenze tra Niente, tranne la pioggia e la tua precedente produzione?
A livello d’ideazione e scelta dei temi, nessuna. Cerco un tema che m’interessa, lo approfondisco e cerco poi di scrivere una storia avvincente e valida, che si faccia leggere. A livello di scrittura, un abisso. Mi sono messo in discussione, ho cercato di imparare, di migliorare e di mettermi in gioco. Spero che si veda la differenza. Ogni romanzo che scrivo riparto da zero, come se non avessi mai scritto niente prima (anche se ne ho pubblicati già tre). Credo sia l’approccio migliore per non montarsi la testa.

Hai cambiato anche casa editrice?
Sì, per un fisiologico desiderio di esplorare strade nuove. Volevo un editore con cui confrontarmi e discutere. E adesso ce l’ho.

Nella mia recensione al tuo libro ho mosso due critiche a Niente, tranne la pioggia. Lubrano, il protagonista, mi è sembrato un po’ troppo di maniera, molto classico e con tutti i clichè del caso, un poliziotto tormentato, contro i suoi superiori, sensibile dove tutti gli altri se ne fottono. In secondo luogo, il ricorso, anche se sporadico, al sogno, alla narrazione onirica. Magari è solo una questione di gusti, una mia fissazione, ma la ritengo sempre un di più, un qualcosa di non necessario. A maggior ragione per il tuo personaggio.
Credo che le critiche che vengono dal lettore siano molto importanti. Non ne posso più di scrittori che salgono in cattedra e fanno la lezione ai lettori. Un romanziere scrive per il pubblico e deve saperlo ascoltare, per crescere, per migliorare. O anche solo per capire. Poi può continuare a scrivere come vuole, ma ascoltare il lettore è importante, fondamentale, istruttivo a volte. Nel merito posso dirti che Lubrano è un personaggio nuovo per me, ma che i personaggi d’investigatori creati dalla narrativa sono talmente tanti che crearne uno nuovo e originale è molto difficile. Allora ho cercato di crearlo come potrebbe piacere a me e di farlo conoscere secondo la regola “show, don’t tell”. Certo, a mia discolpa posso dire non ci sono molti investigatori in giro a Bergamo, fissati sulla “tettonica a zolle”! Sulla parte di narrazione che più che onirica definirei “psicologica” (in quanto il sogno è solo un espediente) credo sia davvero una questione di gusti. Mi piace entrare nella testa dei personaggi, perché a volte sono un mistero da comprendere anche per me. Capita che prendano vita propria, durante la stesura del romanzo (so che è difficile da capire, ma è così) e allora sento la necessità di approfondirli. In generale, non amo comunque i romanzi di pura azione, i personaggi che si muovono come robot. Gli esseri umani sono una faccenda complessa e i miei personaggi sono esseri umani, non eroi d’azione. Per questa complessità, a volte è necessario soffermarsi su di essi e magari scoprire che in loro c’è anche qualcosa di te, lettore.

Ho molto apprezzato il tuo ricorso a quello che definirei metagiallo o metanarrazione, il tuo citare Stephen King e On Writing, la Vargas o Ernest Mandel.
In parte il mondo dei miei personaggi, di Lubrano e degli altri, è anche il mio mondo, quindi ci finiscono dentro cose che vi appartengono.

Con la Vargas non sei stato molto tenero.
Io adoro Fred Vargas e il suo “spalatore di nuvole”, i suoi evangelisti. È Lubrano che aveva qualche osservazione da fare. D’altra parte, l’affermazione “un delitto è sempre semplice” (riportata credo su tutte le quarte di copertina dei romanzi della Vargas) credo lascerebbe perplesso qualunque investigatore che non possieda il magico potere di intuizione di Adamsberg (il commissario protagonista di molti romanzi della Vargas). Nei suoi romanzi funziona, ma nella vita vera non mi pare.

Riservi molta attenzione a Delitti per diletto, del già citato Mandel. Perché proprio questo titolo?
Perché l’ho cercato per una vita senza mai trovarlo. Mi ossessionava e ho voluto liberarmene infilandolo nella storia.

Senza voler anticipare nulla del finale, ma sembri quasi rinunciare a una soluzione legale optando, invece, per la necessità di farsi giustizia da soli.
Si fanno sempre delle scelte, anche quando non si sceglie. Lubrano voleva andare fino in fondo, fare il colpo grosso e non accontentarsi di arrestare qualche pesce piccolo. Tiene talmente tanto a questo da lasciar correre su altre cose, anche se non è detto che gli porti fortuna. Ma, come dici tu, se anticipiamo troppo, togliamo al lettore il piacere di scoprire che cosa succede nel finale…

Sergio Paoli

Alla fine, tutti i tuoi personaggi di Niente, tranne la pioggia, sono degli sconfitti.
Forse. Anzi, no. Tieni presente che si è sconfitti solo quando la partita è finita e ci si arrende. Se si ha la forza, la capacità, il coraggio di tenere aperta la partita, anche quando sembra andare male, non si è sconfitti. Si sta continuando a giocarsela. E’ solo finito un episodio e il prossimo vedremo come va. Lubrano è ancora lì, aggrappato alla vita.

Tornerà il sovrintendente Lubrano?
Credo di averti già risposto con la precedente.

Puoi anticipare ai lettori di Pegasus Descending i tuoi prossimi lavori?
Come sempre mi accade, sto ragionando su un’idea, su qualcosa che voglio dire. Sto pensando a come e quando il Male occupa l’animo umano e perché. E se è questo che ci fa morire un po’ ogni giorno, perdendo un pezzetto della nostra umanità un poco alla volta. Vorrei scrivere un noir dove non muore nessuno, ma muoiono tutti, ogni giorno, perché ogni giorno, senza accorgersene, tutti perdono un pezzetto della propria umanità, ad esempio quando si resta indifferenti di fronte a quelli che muoiono nel canale di Lampedusa o davanti alla morte di ragazze venute con la speranza di un lavoro onesto e poi buttate via in sacchi della spazzatura. Vorrei mettere alla prova Lubrano (e altri) su questa cosa qua. Che dici?

Dico che un lettore qui lo hai. E allora buon lavoro e alla prossima!

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Colitto: “Il mio ultimo Mondino. Per ora”

Alfredo Colitto by Fabrizio Galli

Questa che state per leggere è forse stata l’intervista più difficile da me fatta per Pegasus Descending. Non per colpa di Alfredo Colitto – di cui ho già recensito il suo ultimo romanzo, Il libro dell’angelo -, persona squisita e disponibilissima nei confronti di lettori e blogger, bensì a causa di una incomprensibile, fottutissima incompatibilità tra le nostre due caselle di posta elettronica. Io gli mandavo le mail e lui niente, non la riceveva o finivano dritte nello spam, forse un funesto presagio della qualità di questo blog? Noooo! Bravi, così, tutti in coro. Su, ancora una volta: noooo! Però, alla fine, grazie all’ufficio stampa Piemme e a un nuovo indirizzo da parte di Colitto, habemus intervistam. Quindi zitti e mosca. Leggete.

Alfredo, siamo giunti al terzo e ultimo capitolo dedicato a Mondino de’ Liuzzi… Ma sei proprio sicuro sicuro che sia l’ultimo?
Mah, quando ho cominciato la trilogia ne ero sicurissimo. Ora da un lato mi sono affezionato ai personaggi, dall’altro ricevo una quantità di mail di lettori che vogliono che la saga continui. Diciamo che Il libro dell’angelo è l’ultimo “per il momento”…

Come ti sei imbattuto in Mondino, personaggio che, è bene ricordarlo, è esistito realmente?
Quasi per caso. Stavo facendo le ricerche per scrivere un thriller ambientato a Bologna nel medioevo, di cui non avevo ancora bene in mente la trama. Poiché di sicuro ci sarebbero stati morti e feriti, ho pensato di documentarmi sulla medicina dell’epoca. E poiché Mondino è stato un personaggio importantissimo per lo sviluppo della medicina, a Bologna e in Europa, incontrarlo è stato inevitabile. Ed è stato amore a prima vista. Ho capito subito che avevo trovato il protagonista di Cuore di Ferro.

In questo, Il libro dell’angelo, oltre che alle prese con un assassino di bambini, Mondino deve anche vedersela con due donne che oserei definire, per usare un eufemismo, con un “forte carattere”…
Mondino è un uomo geniale, collerico, anche un po’ presuntuoso. Ovvio che trovi attraenti solo donne che sanno tenergli testa, senza lasciarsi dominare…

Da Bologna la localizzazione della vicenda si sposta a Venezia. Perché portare Mondino fuori dal suo habitat naturale?
Dopo due romanzi la Bologna medievale cominciava ad andarmi stretta, e mi piaceva l’idea di far muovere Mondino in un luogo di cui non conosce nulla, straniero in terra straniera. Se a questo aggiungiamo che Adia, una delle due donne a cui accennavi prima, alla fine di Cuore di Ferro era partita per Venezia, e che io amo Venezia, ecco spiegata la “location” della storia.

Anche Gerardo è definitivamente cresciuto e da spalla diventa protagonista del romanzo.
Sono contento che tu l’abbia notato. Tutto parte dal fatto che, quando ho cominciato questa serie, volevo evitare l’effetto “Sherlock-Watson”. Poi da cosa nasce cosa… Ormai Gerardo non è più il giovane cavaliere templare ingenuo del primo libro, e mi sembrava giusto dargli un’avventura sua, autonoma, che solo a metà romanzo si incrocia con quella di Mondino.

Dici Venezia e tutti pensano al Carnevale. Tu, invece, ci parli dello Sposalizio del Mare.
Confesso che al Carnevale ci avevo pensato anch’io. Volevo la scena culminante del libro durante una ricorrenza importante, con Piazza San Marco piena di gente. Poi ho pensato che una festa meno sfruttata, da un punto di vista letterario, sarebbe stata meglio. Così ho scelto lo Sposalizio del mare, e credo di aver fatto la scelta giusta.

Ho notato una cura quasi maniacale nella descrizione degli abiti dei vari personaggi che via via si incontrano tra le pagine del tuo romanzo. A memoria non mi ricordo di altri autori che descrivano così minuziosamente il vestiario del tempo. Perché questa tua particolare attenzione?
Il vestiario è importante per creare l’atmosfera, per dare al lettore la sensazione di “vivere” nell’epoca del romanzo. Tuttavia la risposta a questa domanda sta in parte in quella precedente. Quando ho deciso di scambiare il Carnevale per lo Sposalizio del Mare, ero quasi a metà romanzo. Il Carnevale è in inverno, l’Ascensione in primavera inoltrata. Ho dovuto rifare daccapo tutta la ricerca sul vestiario e cambiare il guardaroba di tutti i personaggi. E poiché mi sono divertito a farlo, ho dedicato un po’ più di attenzione del solito al vestiario, naturalmente senza con questo appesantire la narrazione.

Come avviene la scrittura di un romanzo storico, in questo caso thriller? Qual è il tuo metodo di lavoro? Prima butti giù una scaletta, fai le ricerche o tutto procede insieme?
Metà e metà. Prima decido il periodo, poi faccio le ricerche e comincio a immaginare scene e personaggi principali. Allora butto giù una trama di massima e mi metto a scrivere, ma mentre scrivo mi vengono altre idee che non avevo previsto, così devo fare altre ricerche. Alla fine, la ricerca e la scrittura procedono insieme per la maggior parte del romanzo.

Silvana La Spina, in una presentazione milanese de Il libro dell’angelo, definisce i tuoi romanzi come “popolari”. Io ho scritto che, invece, sono sia popolari, nella trama, sia colti, nella scrittura, nelle descrizione, nella cura e nella precisione storica. Forse il problema sta in cosa intendiamo con le parole “popolare” e “colto”?
Sì, credo che il problema sia nelle parole. Per me “popolare” non è affatto l’opposto di “colto”, soprattutto nella società odierna, dove culture, subculture e classi sociali sono mescolate in un “melting pot” ormai inseparabile. Anche Silvana secondo me lo intendeva in questo senso. Comunque mi piace la tua definizione, che mette insieme questi due aggettivi.

Tu sei anche traduttore di importanti autori americani. Secondo te, quali sono le principali differenze tra autori d’oltreoceano e italiani?
Ormai sono sempre meno, effetto anche questo della globalizzazione. Volendo cercare il pelo nell’uovo, mi arrischierei a dire che gli americani danno più importanza alla solidità della storia e meno allo stile. Gli italiani per lo stile sono disposti a sacrificare un po’ di solidità. Questo non solo nella letteratura, direi.

Il libro dell’angelo

Come riesci a trasmettere, in italiano, tutte le peculiarità di un autore straniero, non omologandolo, cioè, a un tuo particolare stile narrativo, qual è, per esempio, quello che usi nelle tuo opere di narrativa?
Domanda difficile. Cerco di rispettare lo stile, la costruzione delle frasi, degli autori che traduco. Ma ovviamente la traduzione la faccio io, che sono una persona diversa dall’autore. Perciò ci finisce dentro anche un po’ di me. Questo non è solo inevitabile, ma è anche giusto: un traduttore che riuscisse ad annullarsi del tutto non sarebbe umano e la traduzione risulterebbe “senz’anima”.

Perché hai scelto una trama thriller per i tuoi romanzi?
Il thriller è un genere narrativo che mi affascina, ma non è l’unico. Non mi sento vincolato a un genere. Ho scritto e scriverò anche altre cose. Mi piace sperimentare.

Avrei forse seguito il grosso dibattito, credo svoltosi prevalentemente su internet, intorno ai generi, al loro superamento etc. Storia vecchia, insomma. Tu che ne pensi in merito?
È un dibattito che non mi interessa. Ci sono tanti romanzi di genere riconoscibili come tali, per cui si può dire che il genere esiste, ma anche tanti romanzi che assorbono suggestioni e contaminazioni diverse, per cui si può dire che il genere è superato. Penso solo che finché la letteratura è in movimento vuol dire che è viva, e questo mi basta.

Vuoi dare ai lettori di Pegasus Descending qualche anticipazione sui tuoi prossimi lavori?
Come ho detto prima, mi piace sperimentare. Il mio prossimo romanzo sarà ancora storico, ma non più thriller. Sarà una saga famigliare ambientata nel Seicento a Napoli, all’epoca di Masaniello. E stavolta mi prendo un paio d’anni per scriverlo, quindi uscirà nel 2013.

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Il patrimonio artistico: la nostra ultima risorsa

Luca Scarlini, foto di Roberto Masotti

Del mio interesse per il patrimonio artistico e culturale italiano – e mondiale – ho già parlato senza risparmio di parole in almeno un paio di articoli passati, tra cui la recensione del libro di Luca Scarlini, Ladri di immagini, edito da Edizioni Ambiente. Non ci tornerò su direttamente, ma sono particolarmente felice di ospitare qui su Pegasus Descending lo stesso Scarlini che, gentilmente, mi ha rilasciato una breve intervista:

Come è nato Ladri di immagini?
Dallo studio che avevo intrapreso della relazione di mio padre, che era stato partigiano, con Rodolfo Siviero, e 007 dell’arte, con cui fu insieme a recuperare opere in Germania dopo la guerra.

Mi sembra che in Italia ci sia un generale disinteresse per le sorti del nostro patrimonio storico-culturale?
Ci sono enti e persone che fanno molto, ma in ambito generale pochissimo interesse all’argomento e in specie nella politica.

Quale potrebbe essere il modo, secondo te, per invertire la rotta, anche e soprattutto nelle coscienze delle “persone comuni”?
Far capire che si tratta dell’ultima risorsa economica rimasta all’Italia e che da essa dipendiamo ormai in buona parte.

I ladri d’arte non sono quelle personalità affascinanti mediate dal cinema e, forse, ormai entrate nella nostra immaginazione. Nel tuo libro tu cerchi proprio di demistificare questa figura.
Il ladro gentiluomo è un ossimoro, una contraddizione e non per caso hanno inventato così tante fiction sull’arte, perche i quadri o le sculture, i resti archeologici sembrano comunque a molti non importanti.

Quali sono, attualmente, le opere italiane di maggior pregio rubate e mai ritrovate?
Senz’altro la Natività di Caravaggio, rubata a Palermo nel 1969 dalla mafia, sembra, e mai riacquisita.

In Ladri di immagini parli anche del corpo speciale dei Carabinieri dedicato al recupero di opere artistiche rubate, il primo, nel mondo, ad essere stato formato, se non ricordo male.
Sì, e ha all’attivo molti esiti importanti, ma che deve anche monitorare un territorio vasto con risorse limitate. 

Caravaggio, Natività

I crolli di Pompei hanno destato molto scalpore, ma già non se ne sta più parlando, almeno sui media nazionali. E la politica italiana sembra più interessata ad accapigliarsi intorno alla sfiducia al ministro Bondi piuttosto che a dare il via a un proficuo confronto sulle cose che si potrebbero fare per migliorare la situazione. Siamo proprio senza speranza?
No, la speranza c’è in tutte le azioni fatte dai gruppi e dai singoli, sono le istituzioni italiane che sono spesso davvero senza speranza.

Quali sono le opere che nel nostro Paese, a tuo avviso, meriterebbero maggiore attenzione e valorizzazione?
Sicuramente tutti i mondi archeologici al di fuori dei siti più noti, un immenso mondo spesso poco noto.

Per concludere una domanda standard: cosa stai scrivendo ora e quali le tue prossime pubblicazioni?
Sto chiudendo la redazione del libro nuovo per Guanda Un paese in ginocchio. Perché purtroppo non possiamo non dirci cattolici, che tratta dell’Italia e del cattolicesimo come suo DNA precipuo nella vita quotidiana.

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La “doppietta” di Simone Tordi

Luna in scorpione

Visto e considerato che mi sono riproposto di esplorare meglio e dare maggiore risalto al mondo del Giallo Mondadori, promettendomi, in primo luogo, di leggere almeno una delle quattro pubblicazioni – due inediti e due ristampe ne I Classici – che ogni mese si possono trovare in edicola, è con piacere che pubblico oggi l’intervista fatta con Simone Tordi, autore di Luna in scorpione, Giallo Mondadori n. 3013 uscito a Settembre e di cui potete leggere la mia recensione pubblicata su Pegasus Descending.

Come sei arrivato alla pubblicazione con Il Giallo Mondadori?
Sono arrivato al Giallo Mondadori grazie all’incoraggiamento e all’entusiasmo dell’editor della collana, il grande Sergio Altieri.

Perché questa formula della “doppietta”, cioè due romanzi brevi in un unico volume?
Mi trovo meglio con la formula breve, con il racconto e il romanzo breve, per intenderci. L’idea di fare una “doppietta”, con due romanzi così diversi, è ancora una volta di Altieri.

Nero Luna e Scorpioni nel cervello. Nella mia recensione pubblicata su Pegasus Descending ho espresso, e motivato, una preferenza per il primo. Tu, invece, so essere maggiormente affezionato o soddisfatto del secondo lavoro. Molti altri lettori che hanno commentato sul blog del GM la pensano come me. Secondo te perché questa dicotomia “di gusti” tra i lettori e l’autore?
Ho riflettuto molto su questa diversità di pareri. Ho riletto Scorpioni nel cervello, che non prendevo in mano da quasi tre anni. E ho riletto Nero Luna. Luna è più agile, scorrevole, leggibile. Scorpioni nasce dall’idea di scrivere un romanzo non realistico, piuttosto grottesco e onirico. Non sempre ho centrato il bersaglio e, a posteriori, l’uso del presente indicativo non ha aiutato. Detto questo, sono contento del tentativo fatto e ci sono diversi elementi positivi.

In Nero Luna ho avvertito una decisa influenza della serie tv The Shield
Mentirei se dicessi che non ha avuto alcuna influenza sul personaggio di Luna. La serie di Ryan è ben fatta, regge alla grande per almeno tre stagioni.

Ci sono due critiche che mi sento di muovere a Scorpioni nel cervello: i personaggi eccessivi, talmente “tanti” da diventare irrealistici…
E’ una critica che mi hanno rivolto anche altri lettori. Premetto che con Scorpioni il mio intento era di creare un romanzo a-realistico, grottesco e onirico. Partendo da queste premesse è naturale che i personaggi siano così eccessivi, estremi. Certo, non sempre ho centrato gli obiettivi, e forse mi sono fatto prendere la mano. Probabilmente oggi non lo scriverei al presente indicativo, ma al passato, che è più facile da maneggiare.

… e l’uso di aspetti onirici dei personaggi stessi, il racconto di loro sogni, che forse sono volti a caratterizzare meglio e con più precisione i personaggi e la loro psicologia, ma che, allo stesso tempo, “distraggono” il lettore e rallentano la narrazione.
Anche questo è un rischio che ho corso in maniera razionale. Gli aspetti onirici sono fondanti in Scorpioni nel cervello, ma è vero che, in alcune occasioni, possano frammentare e rallentare troppo l’azione.

Tu sei anche sceneggiatore di serie tv di enorme successo (Carabinieri, Ris, etc). Hai mai avvertito una qualche costrizione, implicita o esplicita, da parte dei produttori affinché proponessi una sceneggiatura già vista e letta, che strizzasse l’occhio allo spettatore, così da garantire un successo certo alla fiction basandosi “sul già visto” piuttosto che lasciare completa libertà di innovare e proporre nuovi personaggi, ambienti, format etc.?
Faccio subito una precisazione, anche per completare la scarna nota bio in coda al Giallo Mondadori. NON sono uno sceneggiatore, o meglio, ho avuto poche esperienze come sceneggiatore televisivo. Lavoro da anni come story editor e produttore per le fiction Tv di Mediaset. Dal mio punto di vista, da parte degli sceneggiatori c’è sempre una sorta di auto-censura, dettata anche dalle richieste del committente. Se scrivi per una serie da prima serata per Canale 5, che ha un pubblico piuttosto generalista, difficilmente potrai proporre una serie come Romanzo Criminale.  

Quali sono le differenze di rapporto e collaborazione tra sceneggiatore/produttore e scrittore/editor(e)?
Nel mio lavoro i ruoli sono invertiti. Nelle vesti di produttore/story editor ci sono io, dall’altra parte ci sono i creativi puri: sceneggiatori, registi ecc. In realtà per me la narrativa rappresenta un vero rovesciamento dei ruoli.

Cosa ti diverte di più scrivere?
Mi piace creare i personaggi, e l’idea di base, mentre a volte fatico di più sulle classiche svolte del plot legate alle indagini. Questo per quanto riguarda il noir. Mi piacerebbe anche provare altri generi, e altri toni, come quello della commedia, del grottesco.

Tu hai scritto anche non-fiction, e più precisamente di Banda della Magliana…
Si, è stata un’esperienza molto interessante. Mi piace scrivere fumetti, e la Banda ha avuto un’ottima risonanza sulla stampa. E’ stato un lavoro scritto a quattro mani,  con Leonardo Valenti, lui si grande sceneggiatore televisivo (da RIS a Romanzo Criminale). Stiamo ultimando un nuovo progetto insieme, sempre disegnato da Stefano Landini. E’ una specie di bio su Leone: C’era una volta Sergio Leone.

Che consigli daresti a chi volesse iniziare, o provare a iniziare, una carriera da sceneggiatore o da scrittore?
Direi subito che è dura. In Italia si producono pochi film e, per quanto riguarda la fiction, dopo un periodo di vacche grasse, stiamo assistendo a una contrazione del mercato. Ci sono sceneggiatori che magari scrivono una puntata all’anno, e certo non basta per camparci. Per non parlare dell’editoria. Quando va bene, e magari con un esordio si superano le duemila copie, e addirittura si arriva alle cinquemila, in diritti arrivano pochi soldi. Quando va bene. I bestseller sono pochi, gli altri raccolgono le briciole. Ci vuole passione, dedizione, pazienza, e un vero lavoro alle spalle. Senza per questo smettere di sognare.

Attualmente a cosa stai lavorando? Puoi dare ai lettori di Pegasus Descending qualche anticipazione sulle tue prossime pubblicazioni?
Come ho già accennato, presto dovrebbe uscire la graphic novel su Sergio Leone. Ho diverse idee per la narrativa, sempre in ambito noir, ma è presto per parlarne, meglio essere scaramantici.  

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“Il noir è morto, mandiamo in pensione commissari e marescialli”. Custerlina bang!

Alberto Custerlina

No, ve l’ho già detto, la foto qui di fianco inganna ma non ospito, oggi, sulle pagine di Pegasus Descending, la clamorosa deposizione di uno dei più pericolosi serial killer del XXI secolo attualmente detenuto a San Quentin in attesa di farsi un giro sulla sedia elettrica. Lo scappato di casa con cui ho avuto il piacere e l’onore di scambiare due chiacchiere è invece Alberto Custerlina, uno tra scrittori italiani di genere più interessanti apparsi negli ultimi anni sulla scena editoriale. Su queste pagine virtuali ho già recensito le due opere da lui pubblicate – Balkan bang! e Mano Nera – e quindi non è un segreto per nessuno la stima che nutro nei suoi confronti. Nonostante la foto.    

Allora Al, Mano Nera è il tuo secondo romanzo, dopo Balkan bang!. Dove nasce questa tua nuova storia?
Sentendo le reazioni dei lettori di Balkan bang!, ho ritenuto necessario scrivere un romanzo che parlasse del conflitto ancora in atto nei Balcani e della possibilità di una sua recrudescenza.

Il secondo romanzo è sempre un po’ una prova del fuoco per gli scrittori, soprattutto per quelli che hanno avuto successo all’esordio. I critici sembrano aspettarli al varco. Tu quali difficoltà hai trovato nella stesura di Mano Nera rispetto a Balkan bang!, quali differenze nel tuo approccio e nel tuo lavoro?
Nessuna difficoltà. La storia l’avevo in testa e il lavoro fatto su Balkan bang! mi aveva fatto maturare molto. Per Mano Nera ho solo ragionato un po’ su una tecnica di scrittura più asciutta e poi sono partito a testa bassa. Quindi stesso approccio, migliore tecnica e stile più minimal.

Hai cambiato anche editore, passando da una casa editrice media ad una grande e di portata nazionale…
Un salto enorme. Lavorare con gli editor di B.C. Dalai è stato molto soddisfacente e, soprattutto, estremamente utile per la mia crescita come scrittore.

Nella mia recensione di Mano Nera ho scritto che mi devo guardare bene dalle amiche che potresti presentarmi. Prima Zorka, ora “la Santa”, sembri avere una passione e propensione per il personaggio femminile spietato assassino.
Eh, eh, tranquillo, le mie amiche le presenterei solo ai miei nemici. Diciamo che nel romanzo nero italiano le figure femminili sono in massima parte relegate a ruoli secondari (a parte i personaggi delle colleghe scrittrici e qualche altra eccezione) per cui ho voluto dare una mano a riequilibrare la situazione. E poi, la figura dell’assassina motivata mi affascina: la Santa uccide per motivi religiosi mentre Zorka lo fa per una sorta di rivalsa sessuale.

Ho trovato particolarmente azzeccato e ottimamente caratterizzato il personaggio del Greco. Come l’hai partorito e lo rivedremo in futuro?
Il Greco è un personaggio che mi girava in testa da molto tempo. Volevo un avventuriero che fosse spietato ma che avesse anche una sua etica personale. Un uomo al di fuori del ben e del male, libero e anarchico. La sua creazione è stato un affinamento continuo in fase di scrittura. E ti posso dire con certezza che tornerà nel prossimo romanzo, come la Santa, del resto.

Rispetto a Balkan bang!, Mano Nera mi è sembrato poggiare le chiappe su una trama più esile e rapida, meno intricata. Come mai?
“Trama esile” è una definizione che non mi piace, per cui aspettati d’incontrare la Santa sotto casa. ;) Mano Nera è stato concepito come un romanzo veloce (anche per questo l’ho definito un turbo noir), che facesse da contraltare ai tomi spessi come mattoni che spadroneggiano nelle librerie. Credo sia il momento d’investire di più sulla qualità e sulla storia, piuttosto che su pompose descrizioni e sulle divagazioni buone solo a far sprecare carta e inchiostro. Il romanzo di genere deve riacquistare la sua dimensione breve (citiamo alcuni Maestri: Simenon, Chandler, Hammet, Manchette, Izzo, Scerbanenco) e affrancarsi da quei verbosi thriller che devono la loro fortuna principalmente alla televisione. Già, perché io credo che il pubblico sia attratto dai tomi-mattone in quanto è abituato a sciropparsi serial tv infiniti e abbia così sviluppato l’incapacità di staccarsi da certi personaggi per scoprirne altri. E credo sia un fenomeno tipico della fiction moderna (anche letteraria, vedi i thriller, appunto), che è un genere altamente conservatore, consolatorio e che richiede un uso moderato dei neuroni.

So che non sei d’accordo con l’idea di un noir che sia “innovazione del dèjà-vu”. Perché?
Perché chi la sostiene lo fa per convenienza. È molto più facile prendere qualcosa di esistente e rimpastarlo piuttosto che creare qualcosa di nuovo. Come già dicevo su questo blog, rimpasta che ti rimpasta, alla fine ti rimane in mano sempre la stessa pizza.
Tentare di svecchiare, invece, mi pare la scelta giusta. E’ un processo lungo e doloroso, che pochissimi autori intraprendono, vuoi per pigrizia, vuoi per paura, vuoi per mancanza di idee. Naturalmente va detto che non è possibile scrivere (e neanche dipingere o scolpire, per esempio) senza tener conto o essere influenzati da ciò che è venuto prima di noi. L’importante però, è cercare di metterci del nostro (il più possibile) per poter innovare.

Quali sono, secondo te, gli spazi di innovazione per il genere noir?
Sai, in realtà il noir è morto. Se però vogliamo far finta che sia tra noi, allora direi che si dovrebbe cominciare a fare a meno di certi cliché talmente abusati da essere diventati delle macchiette. Mi riferisco ai vari commissari, ispettori e marescialli. Io capisco che la gente non è mai stufa di queste storie (tutte uguali, e quindi torniamo al discorso di prima), ma dico pure che uno dei compiti dello scrittore è di offrire alle persone dei percorsi di crescita e non favorire il loro immobilismo mentale.

Quali sono i “segreti” per scrivere un buon noir – anche se il tuo ha forti connotati action -?
Sono gli stessi segreti che ti portano a scrivere un buon romanzo, al di là del genere. Padronanza della lingua, ampio bagaglio di letture e culturale in genere, talento, volontà e disciplina. Naturalmente il noir, se fosse ancora vivo, dovrebbe instillare nel lettore sensazioni di disagio, dubbi e ragionamenti sull’etica, la morale e la società.

Coma nascono le tue storie? Ti butti e scrivi, fai una scaletta, procedi a singhiozzo o altro ancora?
Parto da un’idea, un personaggio o una scena e poi ci scrivo attorno il romanzo senza pianificare alcunché. È un metodo dispendioso ma altamente creativo. Inoltre, devo subito trovare il titolo (prima di scrivere il resto), perché tutta la mia scrittura ruota attorno a questo embrione. Nel caso di Mano Nera il titolo fu la prima cosa che ebbi e tutto il romanzo servì a giustificarlo.

Mano Nera

C’è qualche autore italiano o straniero che ti abbia particolarmente colpito negli ultimi tempi?
Faccio fatica a leggere gli autori italiani perché, come dice Stanis La Rochelle, sono “troppo italiani”. A parte gli scherzi, devo confessare che riesco a leggere solo quello che mi serve. Mi spiego: come la gran parte degli autori “giovani” (come autori), devo anche lavorare al di fuori della scrittura e quindi mi resta poco tempo per la lettura. Quindi privilegio gli autori che ritengo utili alla mia crescita come scrittore. Inoltre, ho un problema che ancora non sono riuscito a risolvere: quando sono in fase di scrittura rischio fortemente di venir influenzato da ciò che parallelamente leggo, come una specie di Zelig delle Lettere. Comunque, ogni tanto faccio delle incursioni per tenermi aggiornato e durante una di queste mi è piaciuto molto Carrino e ho apprezzato Pandiani (poco italiano) e sono in attesa del nuovo romanzo di Giuseppe Merico, del quale ho letto alcuni brani che mi sono piaciuti molto.

Che consigli daresti a un esordiente che volesse affacciarsi al mondo delle Lettere?
Leggere e scrivere molto (sempre), avere pazienza (crescere pian piano, per gradi), grande disciplina e forte volontà. E innovare! Ed essere coscienti che se non ti pubblicano vuol dire che fai schifo e quindi ti devi mettere sotto per migliorare.

Puoi dare qualche anticipazione ai lettori di Pegasus Descending sui tuoi prossimi lavori?
Sto scrivendo il terzo capitolo della serie balcanica dove ritroveremo alcuni personaggi di Mano Nera e dove l’azione si sposterà in massima parte a Trieste, la mia città. Avevo in canna anche un romanzo risorgimentale (scritto alla mia maniera, s’intende), ma sembra che il tema non desti interesse tra gli editori, anche perché tutti aspettano di vedere come andrà il romanzo risorgimentale di De Cataldo, in uscita a ottobre.

Io l’ho ben chiesto a Custerlina di spiegare il perché e il percome il noir sia morto, non crediate che mi sia fatto scappare una così ricca occasione per fare un po’ di casino e un briciolo di polemica. E lo scrittore triestino ci si era anche messo giù di buzzo buono a stendere una risposta che specificasse meglio quanto da lui dichiarato e sostenuto. Ma ha preso così tanto a cuore la risposta a questa mia domanda che ne è venuta fuori una lenzuolata più lunga dell’intera intervista e che comparirà prossimamente sulle pagine di Sugarpulp, movimento letterario con cui ho il privilegio di collaborare. Appena il pezzo di Alberto Custerlina sulla morte del noir sarà on line ne darò notizia nel primo Il brusio della rete utile.

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Michael Gregorio: quello che i libri di Storia non raccontano

Michael Gregorio

Luminosa tenebra è il terzo capitolo della saga che vede il procuratore Hanno Stiffeniis scorazzare su e giù per la Prussia di inizio ‘800 a risolvere misteri e casi di omicidio. Ma, come ho già anche scritto nella mia recensione del libro, il lavoro di Michael Gregorio, alias di Michael G. Jacob e Daniela De Gregorio, va molto al di là del semplice intreccio giallo che comunque è presente nei loro romanzi. È la narrazione vivida e feroce di una Storia che travalica le antologie a fare da protagonista indiscusso dei loro libri e a distinguere il loro lavoro da quello di autori che frequentano lo stesso genere, ma con minor perizia. È quindi stata, per me, fonte di enorme piacere ed estrema curiosità la chiacchierata che riporto qui sotto, capace di spaziare dal giallo a Kant, dal racconto della Storia fino alle diatribe scientifiche dei primi anni del 1800.    

Come mai questo titolo? Deriva da una frase presa da una lettera scritta da Kant nel romanzo
In realtà deriva da una frase del Paradiso Perduto di John Milton. Lo scrittore immagina l’angelo caduto Lucifero nell’istante in cui viene cacciato dal Paradiso e si trova in un luogo “pauroso e desolato” dove regna un “buio visibile, una tenebra nella quale si scorgono visioni di sventura”. Noi abbiamo riproposto il concetto attraverso le parole di Immanuel Kant (in una lettera inventata, però). Vedendo una creatura chiusa dentro un pezzo di ambra, il professor Kant si chiede cosa succederebbe se quella antica creatura potesse essere risvegliata. L’immagine è inquietante. È un po’ quello che accade in Jurassic Park di Steven Spielberg.

Come è nato Luminosa tenebra?
Da tempo eravamo tutti e due affascinati dall’ambra. Un materiale incredibile. E dal fatto che delle creature sono conservate dentro la resina. Fissate nel tempo nel momento stesso della loro morte. Così abbiamo scoperto che l’ambra era, da sempre, una ricchezza per quella zona del Baltico e, quindi, della Prussia. L’idea di ambientare un’indagine di Hanno Stiffeniis in quel mondo, quello, cioè, della raccolta dell’ambra, ci è venuta subito. Le vittime sono le donne che raccolgono l’ambra. Creature belle e forti, simili ad antiche divinità pagane. Era facile che potessero accendere l’idea di razza superiore e di forza biologica.

L’ambra gioca un ruolo fondamentale nel romanzo. Cosa c’è di vero e cosa di inventato sull’importanza di questa resina?
Sul modo con cui l’ambra veniva raccolta, la sua importanza commerciale e sociale per la costa baltica, non abbiamo inventato niente. E nemmeno sull’importanza che ha avuto l’ambra che conteneva insetti per gli scienziati dell’epoca pre-Darwiniana. Abbiamo solo raccolto notizie, incluso una storia delle leggi feroci che regolavano la raccolta dell’ambra in quelle zone. La gente veniva impiccata direttamente sulla spiaggia se veniva trovato con un pezzo addosso. Un po’ come sappiamo avviene con i diamanti. Altri dettagli sono frutto della fantasia, chiaramente, ma solo per arricchire la nostra storia. Per esempio il fatto che solo donne raccolgono ambra nel nostro libro, lo abbiamo “dedotto” da due notizie che abbiamo messo insieme: tutti gli uomini erano stati arruolati per combattere l’esercito francese e la raccolta dell’ambra era diventata ancora più importante commercialmente. Allora, chi la raccoglieva se molti degli uomini combattevano ed erano menomati dalla guerra? Una piccola esagerazione, ma perfettamente plausibile.

La documentazione storica che rende i vostri libri degli eccezionali spaccati dell’epoca è tanto importante quanto la scrittura del romanzo stesso. Come siete arrivati a una conoscenza così dettagliata e viva degli ambienti, dei colori e addirittura degli odori di un tempo passato? Storia o immaginazione?
Daniela ha insegnato Storia. Io ho insegnato Storia della Fotografia dell’ottocento. E tutti e due leggiamo romanzi e saggi storici da una vita. La storiografia raramente parla degli odori che si sentivano nell’aria. Ma un lettore fantasioso riempie facilmente i buchi nella narrazione storiografica. Non è difficile immaginare quello che si vedeva e che si sentiva quando un chirurgo doveva amputare una gamba (come succede in una scena del nostri libro) senza l’anestesia e con un arnese molto rozzo. Doveva essere una visione infernale che nei documenti di Storia non viene descritta come tale, perché “normale” per quel periodo. O ancora le menomazioni fisiche. Riusciamo ad immaginare quante persone anche giovanissime, fossero senza denti o con le pelle rovinata da cicatrici e malattie. Inimmaginabile per noi, normale quel quei tempi.

I vostri sono gialli storici. Perché questa scelta? Perché non scrivere semplicemente un romanzo storico?
Combiniamo quello che piace a tutti e due: un’ambientazione storica e la soluzione di un delitto misterioso. Non ci interessa spiegare la Storia in modo didattico. Quando si deve costruire una trama incalzante, come richiedono le regole del giallo, si eliminano i dettagli storici che non servono al racconto. E scrivere dentro un genere molto specifico, come è appunto il thriller, è una gran bella disciplina ed una sfida continua per creare, dentro le regole, qualcosa di nuovo.

E perché un personaggio seriale come Hanno Stiffeniis?
Il nostro magistrato, Hanno Stiffeniis, comincia la sua carriera in 1804 con Critica della Ragion Criminale. È ancora giovane e molto insicuro. Preferirebbe starsene a casa al sicuro, un piccolo burocrate in una piccola società tranquilla. Ma il caso – la Storia, diciamo – lo coinvolge in eventi drammatici e feroci facendogli scoprire cose, degli uomini e di se stesso, che avrebbe preferito non scoprire. La soluzione dei misteri, infatti, non è mai tranquillizzante. Abbiamo scritto quattro romanzi con Hanno Stiffeniis come protagonista (il quarto, intitolato Unholy Awakening è stato pubblicato all’inizio di Agosto in Inghilterra e uscirà a fine Settembre in USA), e crediamo che ci sia ancora molto da scoprire di questo figlio dell’Illuminismo che però non crede più ai poteri chiarificatori della ragione. Hanno non è un investigatore che affronta un caso, lo risolve e tutto torna come prima. Volevamo che la sua personalità crescesse con ogni indagine rivelando qualcosa di sé che non si conosceva prima.

La Prussia di inizio ‘800 è un periodo storico non molto sfruttato dalla narrativa storica. Avete ambientato lì le vostre storie per distinguervi, perché nessuno aveva ancora esplorato quei territori letterari, oppure ci sono altri motivi, di studio o di ricerca che vi hanno condotto a questa scelta?
È stato un caso. Daniela aveva un’idea per un racconto intorno alla figura di Immanuel Kant, che era nato a Königsberg in Prussia. Diciamo che questa è stata l’origine di Critica della ragion criminale, il nostro primo romanzo. Faber & Faber, la casa editrice inglese che ha acquistato i diritti mondiali, ha commissionato poi gli altri tre che sono stati pubblicati fino ad ora.

In Luminosa tenebra mi ha colpito il riferimento alle riviste scientifiche dell’epoca…
Prima della pubblicazione dell’opera di Charles Darwin L’origine delle specie nel 1859, il concetto di uno sviluppo continuo e progressivo della Natura esisteva già, anche se la religione giocava un ruolo centrale in questo discorso. Il mondo era stato creato perfetto, ci si chiedeva, o no? Nel periodo Illuminista, gli scienziati cominciarono a tracciare l’idea di una catena evolutiva. E l’ambra giocava un ruolo molto importante nei loro studi. Conteneva creature che erano simili, ma anche molto diverse da quelle che avevano sotto gli occhi. Poi c’erano anche frammenti di piante tropicali. Era possibile, si chiedevano, che l’Eden fosse stato sulle sponde del Mar Baltico? C’erano modi diversi di interpretare il tutto, quello di Linneo, che proponeva un intervento divino e correttivo (un ‘disegno intelligente’, diciamo), e quello evolutivo e ‘migliorativo’ di Lamarck. Quella scientifica è una delle tante battaglie che animano le pagine di Luminosa tenebra e che spinge Hanno a chiedersi se non sia la ragione dietro quei terribili delitti delle raccoglitrici d’ambra..

In Luminosa tenebra si addensano le tensioni tra scienza e filosofia o umanismo mutuate dalla Rivoluzione Francese e dall’Illuminismo. È significativo che il corso di filosofia di Königsberg sia deserto mentre i corsi di scienze siano esageratamente affollati. Personalmente ho sempre creduto che la cultura poggi su due gambe, le scienze naturali e quelle umanistiche. Le une completano le altre, almeno per chiunque abbia la presunzione e l’ardire di voler comprendere un briciolo in più delle infinite sfumature del mondo che ci circonda. Anche grazie alla vostra esperienza di docenti, qual è, oggi, il rapporto tra questi due ambiti della conoscenza?
Per motivi, diciamo così, narrativi, abbiamo enfatizzato il predominio delle scienze a Königsberg dopo l’arrivo dei francesi. È un fatto, comunque, che l’università, dove le discipline che si insegnavano comprendevano teologia e metafisica piuttosto che le scienze, aveva perso molta della sua importanza dopo la morte di Kant. Ma c’è un’altra cosa che ci piace sottolineare: a Königsberg ha veramente insegnato un uomo come Daniel Lorenz Salthenius (quello che potrebbe sembrare il più grottesco ed immaginario di tutti i personaggi del nostro libro) che era arrivato dalla Svezia inseguito dalla diceria di aver fatto un patto con il Diavolo. A Königsberg le voci continuarono e si rafforzarono. Questo mentre il giovane Kant cominciava a gettare le fondamenta del pensiero razionale. La Germania era una terra dove la magia ed il demoniaco non erano stati scacciati del tutto. L’illuminismo, poi la rivoluzione francese e l’ascesa di Napoleone portavano invece la Francia ad interessarsi di più alle discipline militari, ingegneristiche e matematiche. Quando queste due visioni sono venute a contatto e si sono scontrate, perché i francesi avevano occupato la Germania, il contrasto ha coinvolto diversi livelli. Umani e scientifici.

Nel nostro mondo c’è ancora spazio per Kant?
Sì. Eccome! E’ sempre uno dei pensatori più grandi. Non tanto per quello che ha detto sulla struttura del pensiero, perché poi la scienza lo ha superato. Ma la sua intuizione che la ragione è importante perché ci permette di pensare, di comunicare e di capirci fra di noi, ma che c’è un mondo totalmente non penetrabile dalla ragione, è di una modernità che spesso, (Kant è ritenuto da tutti gli studenti il filosofo più difficile e più noioso) non viene chiarita abbastanza.

Come è nato il vostro interesse per questo autore, tanto da introdurlo come presenza costante nei vostri romanzi?
Ci interessa appunto per questo suo stare con i piedi nella chiarezza della ragione e saper però spingere lo sguardo nei mari bui e nelle terre scure dell’inconoscibile. Proprio come un dipinto di Caspar David Friedrich, lo stupendo artista tedesco che amava ritrarre la presenza umana di spalle e contro lo sfondo di un territorio inumano per la sua desolazione o per l’asprezza.

A chi volesse iniziarne lo studio e la lettura, da cosa consigliereste di iniziare? Quale sua opera o quale lavoro antologico?
Kant non è una lettura facile. Ma c’è un’opera giovanile, un libretto piccolo piccolo, come andava di moda nel periodo dell’Illuminismo quando si trattava di temi anche importanti in forma non superficiale, ma leggera sì. Si intitola I sogni di un visionario spiegati con la metafisica. C’è tutta la filosofia di Kant e lo spunto però, è molto “salottiero”. C’era un personaggio, allora, più anziano di Kant, lo svedese Emanuel Swedenborg, molto famoso ai suoi tempi in tutte le corti di Europa perché diceva di parlare con gli spiriti. Una signorina chiese a Kant: “Professore, lei crede nella possibilità di comunicare con gli spiriti?” Kant risponde con questo piccolo libro spiritoso e profondo. Consiglieremmo di leggerlo. Uno dei personaggi del nostro primo romanzo Critica della ragione criminale, il negromante Vigilantius, interroga le vittime dell’assassino che sta terrorizzando Königsberg. È un discepolo di Swedenborg ed è stato il “razionale” Kant ad averlo convocato per parlare con i cadaveri.

Luminosa tenebra

Nell’inaugurare la serie di cui Luminosa tenebra è il terzo capitolo vi siete immaginati un target di lettore a cui rivolgersi?
La congiunzione astrale sopra le nostre teste è stata veramente fortunata. Perché abbiamo scritto una storia che ci piaceva, ma che non avremmo mai immaginato avrebbe potuto interessare anche un pubblico che parla le 24 lingue in sui è stato pubblicato. “Critica” è entrato nella classifica dei best-sellers in Italia, per esempio, e speriamo di ripetere l’exploit con Luminosa tenebra. Abbiamo lettori in tanti Paesi che ci complimentano (alcuni ci criticano), e siamo molto grati per i complimenti. Detto questo, però, non si può scrivere un libro avendo in mente un lettore ben preciso. Scriviamo thriller perché ci piace leggere thriller. E scriviamo le storie che ci sembrano funzionare dal punto di vista del mistero. Credo che sia l’unica regola da seguire: scrivere quello che ti incuriosisce e ti interessa. Siccome crediamo che non si sia mai soli nelle passioni, speriamo di trovare, come dire, compagni di intrattenimento.

Qual isono i vostri riferimenti letterari?
Daniela: diversi autori e diversi libri fanno parte di me, anche se, magari, non li leggo più da anni. Kafka è stata una mia grande passione. Poi le Bronte di Jane Eyre e Cime tempestose. Mi piacciono le favole dei fratelli Grimm che sono racconti veramente sinistri.
Michael: Sono inglese, e mi piace la tradizione inglese, Dickens, Austen e Trolloppe, per esempio. Poi, lo stile asciutto degli americani “hard-boiled”, cioè, Chandler, Hammet, Caine. E leggo qualsiasi giallo che mi capita – 1 o 2 alla settimana. Recentemente ho letto i nuovi libri di Ian Rankin, Alan Furst, Kate Atkinson, Roger (R.N.) Morris, Cathi Unsworth, Robert Goddard, David Downing e molti altri. Potrei non finire mai!

Mi spiegate come si scrive un libri a quattro mani? Vi dividete i capitoli o gli argomenti? Fate una scaletta della trama e poi vi spartite le sezioni?
Prima di scrivere una parola, inventiamo una storia insieme. La strutturazione di una trama può durare molte settimane e consumare molte tazze di tè. Daniela comincia a parlare del prossimo libro quando ne stiamo ancora scrivendo uno! Poi buttiamo già una sinossi di 20-30 cartelle, raccontando come la storia si sviluppa dall’inizio alla fine, abbozzando luogo, personaggi, scene, ecc.. A questo punto, chiediamo un opinione dal nostro agente e dal nostro editore. Abbiamo bisogno di qualcuno di fiducia che veda i punti deboli. Poi, si riguarda la scaletta e si comincia, Daniela al suo computer, io al mio, scrivendo il capitolo o la scena che più ci interessa. Scambiamo i nostri tentativi, ci critichiamo duramente, e ri-scriviamo tenendo conto delle nostre osservazioni. Le discussioni possono essere feroci, ma sono sempre mirate a migliorare la storia e il nostro modo di raccontarla. È un lavoro intenso, ma anche di grande soddisfazione. Facciamo gli editori l’uno dell’altro, finché siamo contenti del risultato. A libro fatto, è difficile, se non impossibile, dire chi ha scritto che cosa!

Potete darci qualche anticipazione sulla prossima indagine del procuratore Hanno Stiffeniis?
Unholy Awakening è ambientato a Lotingen, la piccola cittadina dove vive Hanno Stiffeniis con la sua famiglie. C’è stata un’epidemia, e molto persone sono morte, incluso il figlio più piccolo dei Stiffeniis. Fra marito e moglie c’è stata qualche incomprensione. Arriva un’affascinante e misteriosa forestiera, Emma Rimmele, tornata a Lotingen per seppellire sua madre. Quando una serva è trovata sgozzata nel pozzo di casa Rimmele, i sospetti cadono immediatamente su Emma. E quando altre persone vengono assassinate nello stesso modo, la gente si accanisce contro di lei con un’accusa che è come una sentenza di morte: vampiro. Il vampiro e la caccia ai vampiri era una pratica molto diffusa dalle parti della Prussia. Ci sono documenti e testimonianze storiche che ne parlano. Vampiri che non hanno niente a che vedere né con Dracula, né con Stephanie Meyer.

Potete dare ai lettori di Pegasus Descending qualche anticipazione sui vostri prossimi lavori? Attualmente a cosa state lavorando?
Dopo quattro romanzi ambientati in Prussia, vogliamo guardare altrove, almeno per il prossimo libro. Abbiamo già un titolo, e abbiamo scritto metà del libro. È un mistero che ci affascina molto. La storia si svolge in Italia e in Inghilterra appena dopo la fine della seconda guerra mondiale. Una donna inglese è sparita da Roma. Altre donne sono state già trovate morte. Catherine Allison è una vittima delle vendette politiche, o c’è qualcosa di più minaccioso dietro alla sua sparizione?

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“L’innovazione del déjà-vu”. Il noir secondo Alberto Paleari

Alberto Paleari

Alberto Paleari, oltre ad aver recentemente esordio nella narrativa con l’ottimo noir Il colore della vergogna (ed. Todaro) e di cui abbiamo parlato qualche giorno fa proprio qui su Pegasus Descending, è anche studioso ed esperto di gialli e di semiotica del giallo. L’occasione era ovviamente imperdibile per scambiare due chiacchiere insieme sugli argomenti che ci accomunano.

Questo è il tuo romanzo d’esordio, come sei arrivato alla scrittura?
Scrivo da quando ero piccolo. Sulla libreria conservo alcuni fumetti sceneggiati alle elementari, programmi di Basic adattati da riviste specializzate, poemetti in rima composti alle medie. Da adolescente mi sono perso nella musica, ho composto un centinaio di canzoni cantautorali. La svolta verso la narrativa è arrivata all’università, quando ho frequentato un corso di semiotica del testo. Lì ho trovato strumenti per organizzare in forma di storie le idee confuse che avevo in testa. Da allora non ho smesso. Nel corso degli anni alcuni miei racconti sono apparsi in antologie collettive, riviste letterarie, periodici. Il mio primo romanzo è rimasto inedito. Con il secondo, Il colore della vergogna, è andata meglio.

Perché la tua scelta è ricaduta proprio sul noir?
Ognuno è vittima delle proprie ossessioni. Il noir non è un genere in senso stretto. È atmosfera, scavo morale e psicologico. È la rappresentazione della linea d’ombra tra bene e male, sviluppata attraverso il meccanismo narrativo della detection o altri schemi drammatici. Nel mio caso si è trattato di assecondare un istinto, dare una forma narrativa allo sguardo naturale con cui osservo la vita.

Il noir consente di dire qualcosa in più rispetto ad altri generi?
L’errore sta nel restare vittime delle etichette. Credo che il noir sia, prima di tutto, lo sguardo dell’autore. Il termine non coincide necessariamente con il meccanismo della detection (enigma-indagine-soluzione), che generalmente caratterizza il giallo. L’analisi psicologica o la rappresentazione sociale possono essere svolte attraverso qualunque schema drammatico, anche tipico della narrativa non di genere: amore impossibile, vendetta, ricatto, ribellione, adulterio. In questo senso sia i romanzi di genere sia quelli non di genere hanno le stesse possibilità di esprimere o evocare contenuti.

Come è nato Il colore della vergogna?
Dall’idea alla pubblicazione il romanzo ha richiesto due anni e mezzo. Ho iniziato a scriverlo a metà dicembre 2007 e l’ho pubblicato a maggio 2010. Ho avvertito l’urgenza di lavorarci il giorno in cui ho fuso tre elementi distinti, che mi galleggiavano in testa da tempo in modo indipendente: il corpo di una ragazza trovata morta nella periferia di Milano, un poliziotto in bilico tra due vite, la strage di piazza Fontana come specchio e riflesso dell’intera indagine. Prima di arrivare alla forma definitiva ho avuto bisogno di riscrivere il testo molte volte. Per la pubblicazione sono stati determinanti gli incontri con Veronica Todaro, che ha creduto nel manoscritto nonostante qualche imprecisione strutturale, e con Tecla Dozio, che ha seguito l’editing con un approccio unico.

Milano, insieme alla vicenda del commissario Oliveri, è una assoluta protagonista…
È la mia città, un luogo che da provinciale ho sempre visto come mitico e che da cittadino ho assaggiato nelle sue grandezze e miserie. Il romanzo mi ha permesso di scavare nel suo passato, alla ricerca di quello che è stato e che dopo quarant’anni non c’è più. Oppure che c’è ancora, in forma diversa. Il libro è (anche) un atto d’amore nei suoi confronti.

Siamo alla fine degli anni ’60, nel periodo in cui il terrorismo arrecherà delle profonde ferite a Milano e all’Italia – Il colore della vergogna finisce con l’attentato di piazza Fontana -. Perché intrecciare una vicenda noir con un pezzo così doloroso e oscuro della nostra Storia?
Perche è solo attraverso la metafora di una strage impunita che potevo esprimere l’idea di fondo del romanzo: né destra né sinistra, la verità cambia in base al punto di osservazione. L’Italia è sporca. Noi con lei.

Il commissario Oliveri è una figura piuttosto classica: vicino, in questo caso vicinissimo, alla pensione, un po’ sovrappeso, con un’ulcera gastrica e un mucchio di problemi familiari. Perché un personaggio “così classico”?
Per mesi ho cavillato se utilizzare un altro protagonista (giornalista, avvocato, magistrato), ma nessuno mi sembrava calzare. Per questa storia volevo un uomo dalla moralità radicata ma dal comportamento non  sempre all’altezza dei propri princìpi. Un poliziotto tormentato dai propri sbagli, pronto a continuare la un’indagine nonostante tutto. Ho cercato di tratteggiare un protagonista vicino a una soglia, in bilico tra dimensioni opposte: poliziotto quasi pensionato, padre senza più la figlia, marito con una moglie incapace di amarlo, non più magro ma neanche obeso, fumatore ma in astinenza. Con l’ulcera ho voluto creare un’anticipazione e una metafora della bomba di piazza Fontana, una deflagrazione che finirà per dilaniare lo stomaco di Milano e dell’Italia intera.

Il genere noir, giallo e thriller è pieno zeppo di cliché, forse è quasi impossibile sottrarvisi, cosa fa quindi la differenza tra un buon libro e un brutto libro di genere?
L’innovazione del déjà-vu. Anni fa Umberto Eco ha scritto un saggio sulle strutture narrative di Ian Fleming, l’autore di 007. Tra le pagine sosteneva che il giallo – come ogni genere – è per natura conservatore. Che, più che di sperimentazione, si nutre di cliché. Che questa consuetudine ha per il lettore una funzione consolatoria, dato che il piacere nella lettura consiste nel ritrovare situazioni e personaggi conosciuti ma rivestiti da una patina di novità. Condivido a fondo questa idea. Il valore di un romanzo di genere, penso, non consiste nel sovvertimento delle regole precostituite ma nel sottile scarto che si avverte nel loro rimpasto, nella (ri)attualizzazione, nella riproposizione in forme parzialmente e solo apparentemente nuove. In sostanza, in quello che si può definire un abile montaggio del déjà-vu.

Leggo nelle brevi note biografiche in quarta di copertina: “È esperto di semiotica del romanzo giallo e delle teorie narrative del monomito”. Cos’è la semiotica del giallo?
In estrema sintesi è lo studio dei meccanismi di funzionamento profondo dei testi narrativi e del modo in cui questi generano significato. Nei romanzi gialli questo si concretizza per esempio nello studio delle strutture narrative e temporali, del sistema dei personaggi, nell’analisi delle inferenze abduttive (cioè del modo in cui il protagonista sviluppa la propria indagine), nell’approfondimento delle strategie di comunicazione dell’autore nei confronti del lettore. È la disciplina su cui ho scritto una tesi di laurea nel 1999, analizzando i primi due medical thriller di Patricia Cornwell, e che ho continuato ad approfondire negli undici anni successivi con un approccio più personale che accademico.

E le teorie narrative del monomito?
È un approccio allo studio della narrativa introdotto dall’americano Joseph Campbell e formalizzato al meglio da Chris Vogler nel saggio Il viaggio dell’eroe. Nella teoria del monomito si sostiene che ogni “buona” storia, ogni storia “raccontata bene”, si basi sulla riproposizione di uno schema predigerito a livello inconscio e comune a tutti gli esseri umani, che discende dal mito. In questo si muovono personaggi riconducibili ad “archetipi”, cioè modelli umani antichissimi. Attraverso un Richiamo all’Avventura l’Eroe inizia un viaggio che lo condurrà in un Mondo Straordinario. Dovrà affiancarsi a una Spalla, farsi guidare da un Mentore, passare attraverso Prove, Alleati e Nemici, superare i Guardiani della Soglia, riconoscere i traditori Mutaforme. Dovrà sperimentare una prima Esperienza di morte per recuperare la Spada ed intraprendere la Via del Ritorno. Solo allora riuscirà finalmente a lottare contro l’Ombra e ottenere – forse – l’Elisir. Questo schema di fondo è riscontrabile in ogni racconto letterario o cinematografico percepito come efficace, è ciò che infonde nel lettore o spettatore un senso di completezza e appagamento. Proprio perché questo impianto discende da quella cultura orale sviluppata attraverso i rituali sociali nel corso dei millenni. Lo studio di questi modelli e l’aggiunta di idee personali mi hanno portato ad elaborare degli schemi di sintesi sul funzionamento delle macchine romanzesche, che hanno costituito la base del mio primo libro. Il colore della vergogna è un romanzo di duecento pagine. Per scriverlo ho avuto bisogno di schemi lunghi quasi cento.

Essere un esperto e uno studioso di un genere ti ha aiutato nella scrittura del romanzo o, invece, può essere stato un ostacolo, magari a causa del naturale raffronto, credo, che uno scrittore naturalmente fa con i proprio grandi modelli letterari?
Tutto quello che scrivo parte dei modelli letti, analizzati, smontati, reinterpretati, riassemblati. È l’approccio più concreto che conosca, l’unico che funzioni con me. Lo studio amatoriale non si contrappone alla scrittura perché questa nasce dall’istinto di raccontare storie, trasmettere contenuti. E questo precede tutto. Nessun conflitto tra le due attività, quindi. Nel mio caso, casomai, un reciproco supporto.

Chi sono i tuoi autori preferiti e perché?
Tra i giallisti italiani contemporanei: Camilleri per l’organicità del sistema in cui fa muovere Montalbano e la ricerca linguistica, Lucarelli per la voce inconfondibile e l’amore della brevitas. Tra quelli storici: Renato Olivieri per le atmosfere milanesi decadenti, Scerbanenco per il nervosismo della scrittura e il gusto unico nei titoli. Tra gli stranieri: Connelly per l’attenzione maniacale al dettaglio, Deaver per la lucidità delle trame.

C’è qualche giovane autore, italiano o straniero, che ti ha particolarmente impressionato negli ultimi tempi?
Paolo Grugni. Di suo ho letto Let it be e Italian Sharia: personaggi originali, trame lineari e uno stile unico, soprattutto nei dialoghi.

 

Il colore della vergogna

Il colore della vergogna è un romanzo molto cupo, un noir, appunto, assolutamente non consolatorio. Non concedi nulla alla speranza…
È la mia visione delle cose, che finisco per trasmettere nella scrittura. Ma, a guardare bene, al termine del romanzo un’apertura c’è. È la fiducia nella possibilità di ricominciare dai propri errori. La fede in una redenzione, forse.

 Perché questo titolo un po’ singolare?
L’idea di fondo era di utilizzare una sinestesia per creare un titolo paradossale e interpretabile a più livelli. I punti di partenza sono stati due modi di dire (essere rossi di vergogna, la contrapposizione politica tra rossi e neri) e la sensazione di sgomento di fronte a una strage impunita. Attraverso lo scardinamento dei primi ho provato a dimostrare come davanti a certe tragedie non esista nessun ideale dietro cui nascondersi o potersi giustificare.

La vergogna ha un colore?
No, perché la vergogna è l’orrore, lo sporco che imbratta ognuno, senza distinzione di bandiere o credo politici. Quello che corrode tutti, nessuno escluso. Anche te. Anche me.

Nella società e nel mondo in cui siamo chiamati a vivere c’è ancora spazio per la vergogna?
Sì, come sempre. Ma, prima che collettiva, la vergogna è un sentimento privato.

Scrittore e addetto ai lavori in una casa editrice. Che consiglio daresti a un esordiente?
Ne darei più di uno. Leggere tanto, tantissimo, per capire in quale direzione insistere nella propria ricerca stilistica. Studiare: non fermarsi alla superficie dei testi ma approfondire perché alcune trame o certi personaggi funzionano meglio di altri. Scrivere, cercando un’espressione senza fronzoli, incisiva, in cui gli spazi bianchi sulla pagina abbiano lo stesso valore delle parole. Revisionare, revisionare, revisionare, coltivando il fascino della limatura. Perseverare, sempre e comunque.

Attualmente a cosa stai lavorando? Puoi dare ai lettori di Pegasus Descending qualche informazione sui tuoi progetti letterari futuri?
L’ultimo racconto che ho scritto è quello con cui sono stato tra i vincitori di Subway Letteratura 2010. Si intitola Un metro ancora ed è la storia del rapporto tra un padre che lavora nel tunnel della nuova metropolitana 5 di Milano e un figlio lontano. L’ho scritto a gennaio. Negli ultimi mesi ho raccolto idee per libri molto diversi tra loro. Ne sceglierò solo uno, che intendo iniziare a scrivere in autunno. Al momento l’idea che mi ossessiona di più è quella di un romanzo sulla decomposizione dei tessuti. Di tutti i tessuti: organici, familiari, sociali. Una storia di crimine, colpa ed espiazione, scavati attraverso la lente di un rapporto morboso d’amore o amicizia. Per farlo vorrei utilizzare la metafora medica.

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“Il mio Fonzi? Un buzzurro-meridionale”. Chiacchierando con Omar Di Monopoli

Omar Di Monopoli

Non vincerà mai lo Strega, presumo, ma sono fermamente convinto che Omar Di Monopoli sia uno dei migliori scrittori italiani contemporanei. Ne è prova La legge di Fonzi – di cui potete anche leggere una recensione pubblicata su Pegasus Descending – che chiude l’ideale trilogia delle “orecchiette western” dopo Uomini e cani e Ferro e fuoco. Di Monopoli è stato capace con il suo lavoro letterario di combinare una solida componente verista, anche e soprattutto nell’uso di una lingua italiana fortemente contaminata da inflessioni dialettali, con trame che, semplificando, possono essere catalogate come noir. Il risultato è pirotecnico e la qualità eccelsa. Ne abbiamo parlato recentemente:   

Allora Omar, come è nata La legge di Fonzi?
Terminato il primo libro della trilogia, Uomini e cani, mi sono accorto che avevo ancora delle storie da raccontare. C’erano dei personaggi che mi ronzavano in testa e così mi sono messo a scrivere prima Ferro e fuoco, ambientato in un Gargano cruento ed esasperato, e poi questo La legge di Fonzi, che si svolge invece nel brindisino, nelle periferie all’ombra dei grandi stabilimenti industriali. Sono tre capitoli disgiunti, senza nessun collegamento apparente, ma che condividono però una prospettiva, una visione che per coordinate e stilemi è stata definita “western” (con mio grande sollazzo, visto che amo i generi).

Fonzi credo sia un chiaro tributo al personaggio di Happy Days. Perché questa scelta?
Per tutto ciò che rappresenta, ovvio: il bullo dal cuore d’oro, il vincente perpetuo, l’uomo che non deve chiedere mai; la mia è però una declinazione in chiave buzzurro-meridionale del personaggio. La suggestione più importante viene però da uno spaghetti-western d’infima categoria, Django il bastardo, firmato da Sergio Garrone nel 1969. Era un filmetto che narrava del ritorno al paesello di un pistolero lugubre e assetato di vendetta: ecco, io ho pensato che sarebbe stato interessante se quel pistolero fosse stato un bulletto di provincia e così è nato Giuànni Fonzi.

Il tuo è uno stile di scrittura molto particolare, un misto tra arcaismi ed espressioni dialettali condensate in un’assoluta scorrevolezza, anche per il lettore non pugliese. Frutto del duro lavoro, di una scelta a tavolino oppure è un tuo modo naturale di raccontare?
Bhe’, c’è una ricerca decennale dietro quella lingua. Ho cominciato a innamorarmi del vernacolo e della particolare costruzione che esso richiede un po’ di tempo fa, quando ero alla ricerca di una mia identità, di una mia “voce” narrativa; intanto compulsavo i grandi autori espressionisti del sud degli USA: Faulkner, la O’Connor, Caldwell e compagnia sonante, spesso tradotti da romanzieri nostrani di altrettanto valida caratura: Pavese, Vittorini, Del Buono. L’eccellenza, insomma. Il risultato è un frullato verbale che pesca di là e di qua e che ben si sposa con le storie che ho intenzione di raccontare, perché fornisce il giusto gradiente di liricità e sperimentazione pop (oltre ad un risultato che – grazie a Dio! – incontra il consenso dei lettori).

In un totale degrado generale, morale e ambientale, mi ha colpito “il discorso di don Antonio”, un personaggio totalmente marginale, ma l’unico in grado di parlare fuori dai denti e di denunciare le troppe cose che non vanno.
Anche questa è una lezione appresa dai grandi. Faulkner era solito mettere in bocca ai personaggi di contorno (ammesso che in Faulkner esistano personaggi di contorno!) le verità più scomode. È un escamotage, se vogliamo, ma funziona spesso dannatamente bene!

Monte Svevo sembra strangolato da una moltitudine di poteri più o meno forti che fanno il buono e il cattivo tempo. Sembra impossibile poterne uscire.
Io ricorro spesso all’iperbole, esagero sino all’intollerabile i connotati negativi della vicenda per esigenze di caratterizzazione. Sono in fondo le regole del genere che lo impongono, ma il bello (insomma, mica tanto bello!) è che spesso tale forzatura viene letta da chi conosce la realtà del sud come una realtà documentaria. E questo perché è impossibile parlare del nostro Mezzogiorno senza in qualche maniera affondare le mani nel mare magnum degli atavici disservizi, della malapolitica e dell’abusivismo che ne costituiscono, ahinoi, una componente sostanziale. Poi naturalmente il sud, il mio sud, è anche una terra fantastica piena di bellezza e meraviglia, ma a promuovere quest’aspetto, soprattutto nella mia regione, ci pensano – e con grandissimo successo – le associazioni turistiche e i siti di accoglienza. Il dovere di un artista è ben altro…

Due personaggi in evoluzione sono Pisso e Chicco, gli unici cui concedi un briciolo di speranza per levarsi dalla situazione in cui si trovano…
Sono i rappresentanti di una generazione persa, cresciuta immagazzinando miti sbagliati (gli sgarristi della Sacra Corona Unita e i soldi facili) e che pure, soprattutto nel caso di Pisso, hanno lungo lo svolgersi del romanzo la percezione che la loro vita potrebbe essere diversa. Ciò nonostante il loro riscatto sociale fallisce, perché la consapevolezza di sé richiede una disciplina che i due personaggi, intrisi della violenza che ammorba il loro ambiente, non possiedono.

Anche l’amore sembra sbiadire nel calore del Sole pugliese.
A parte i dettami narratologici (un amore conflittuale è giocoforza letterariamente più intrigante di una relazione piana e ben riuscita) mi interessava raccontare le differenze di classe che ancora sussistono nelle piccole realtà di provincia del sud. La storia «contratta» tra Pisso e Livia si adattava a pennello a questa mia esigenza.

È corretto il parallelismo tra Pisso e Giordano e i due ragazzi di Gomorra?
Può darsi, magari è accaduto a livello inconscio. In fondo nessuno scrittore meridionale può realmente dirsi avulso dal confronto con Saviano. Il suo libro è stato ed è importantissimo, anche se in fondo il suo è un lavoro che attiene al reportage giornalistico più che alla letteratura propriamente detta – io poi ho avuto con Uomini e cani il Premio Città di Milano che l’anno prima era toccato a lui, quindi in qualche modo la sua ombra si staglia sul mio lavoro sin dal mio esordio, e naturalmente lo considero un onore.

Con il personaggio di Ridge, quello di Beautiful, introduci un elemento grottesco, direi quasi da fratelli Vanzina, nel tuo romanzo, in assoluta controtendenza con il resto del libro. Perchè questa scelta?
Sono profondamente affascinato dal cattivo gusto imperante e mi è capitato spesso di constatare quanto – al nord come al sud – spesso gli amministratori politici, soprattutto nelle realtà di provincia, siano soliti inserire personalità televisive d’infimo livello in contesti culturali agli antipodi. E così ho pensato di utilizzare il personaggio di Ridge come epitome della brama di notorietà che permea il nostro quotidiano, una sorta di proiezione di questa febbre senza controllo che ci ha resi tutti spettatori passivi, però l’ho fatto alla mia maniera, stravolgendo il tutto in chiave grottesca. È poi mi serviva un elemento dissonante, qualcosa che smorzasse il ritmo cupo della vicenda per far riprendere fiato al lettore…

Perché un Sud sempre atavico, senza speranza e rappresentato come una terra selvaggia?
Perché l’idea “western” che serbo della letteratura necessitava di un fondale siffatto e il sud che io conosco è così, o meglio – come ho già detto – è anche così. Non c’è dubbio che stiamo parlando di una terra irta di contraddizioni, un posto dove convivono i browser di ultima generazione e le maciàre, gli iPhone e la pizzica, il clientelismo e la sublime bellezza di un paesaggio unico…

Non c’è il rischio della caricatura, di vendere un prodotto perché Milano lo vuole così, parafrasando quanto detto da Nic Pizzolatto in merito al Southern? Penso a un altro bel libro ISBN, Liberaci dagli sbirri di Gabriele Reggi oltre, naturalmente, a Gomorra.
In realtà a pensarci bene l’immaginario southern che permea ormai il settentrione è fatto di masserie e agriturismo punteggiati di ulivi, serate passate a sorseggiare vino Primitivo lasciandosi estasiare dal ritmo dei tamburelli. Io e molti miei altri colleghi abbiamo preso questa idea magica che da anni si sta vendendo in giro per desacralizzarla e dire: guardate, sarà pure una terra fiabesca ma quando i turisti se ne vanno non c’è lavoro neanche a pagarlo, gli ospedali sono luoghi in cui devi temere per la tua vita e se non stai attento dove parcheggi ti rubano la macchina… pane al pane, punto e basta!

Ma il Sud è realmente quello che tu descrivi nei tuoi libri o c’è dell’altro?
Uno scrittore, un artista in senso più ampio, non si preoccupa – o non dovrebbe farlo – della plausibilità del suo operato. A me personalmente interessa che il mio piccolo universo fittizio abbia una sua coerenza interna, poi è formidabile constatare quali reazioni susciti tutto ciò in chi legge.

Credi che “raccontare storie”, come tu fai, possa aiutare la tua regione e il nostro Paese, dove, ahinoi, le cose che non vanno sono molte?
No, sono abbastanza disilluso sul potere taumaturgico dell’arte. E non perché non creda più che un buon libro non possa cambiarti la vita come quando ero ragazzo, piuttosto ho la percezione che sempre più oggi quel buon libro (come un buon film/fumetto/pezzo musicale ecc.) fatichi incredibilmente a circolare. Ai giorni nostri, oggettivamente, un prodotto di qualità «altra» rispetto a ciò che il potere delle major va propinando ha grosse difficoltà ad arrivare nelle mani giuste, e questo per una serie di ragioni che, evidentemente, hanno a che vedere col mercato in generale (e con l’assurdo monopolio tutto nostrano in particolare)!

Gli intellettuali, gli scrittori e gli scienziati, contano veramente qualcosa?
Bella domanda! Non lo so, forse non m’interessa saperlo. Io sono uno scrittore nella misura in cui pubblico con un editore nazionale e di conseguenza talvolta i giornali parlano di me, ma – a parte nei momenti di esaltazione egoica – non mi sembra che il mio parere conti un cazzo; ciò nonostante quando ricevo mail da lettori, commenti sul blog o semplici strette di mano durante le presentazioni dei romanzi, bhé, ecco, mi accorgo d’intravedere uno spiraglio: la gente è ancora viva, ti stupisce e ha delle idee, chiede il confronto. Talvolta anche lo scontro. Forse non siamo tutti lobotomizzati dalla Tv.

La legge di Fonzi

Che rapporto hai con la critica?
Il primo libro ha avuto attenzioni positive da più parti e la cosa, da novizio, mi ha lusingato e gasato parecchio. Poi mi è sembrato di entrare in un tunnel buio in cui l’attestato del critico di turno stava diventando più importante di qualsiasi altra cosa, ma per fortuna è durata poco, il tempo di metabolizzare il secondo romanzo che secondo me è un gioiellino ma che la critica, per una sorta di legge non scritta, ha trattato con una certa sufficienza perché qualcuno ha deciso che “il secondo libro è solo un ponte tra l’essere uno scrittore e il rimanere uno scrivente”. Ora so di potermi semplicemente considerare “uno che scrive” e questo mio complesso e meticoloso lavoro quotidiano, supportato tra l’altro da un editore serio e ggggiovane (le “g” sono volute) come ISBN è tutto ciò che mi serve per andare avanti. Incontrare blog di appassionati come Pegasus Descending rappresenta poi la ciliegina sulla torta.

Internet ti sembra stare prendendosi sempre più spazi, anche in termini di autorevolezza, oppure ti paiono esperienze amatoriali incapaci di fare il salto di qualità?
Internet è uno strumento magnifico. Resto sbalordito dalla capacità di fare proseliti di alcuni siti e mi auguro che ciò accada in maniera sempre crescente, anche perché in rete se fai una cazzata c’è subito chi ti riprende costringendoti a uscire allo scoperto. Certo la possibilità di far circolare robaccia c’è, ma è il prezzo da pagare della libertà, mi pare, una libertà che da fastidio a molti, ai piani alti…

Quali sono i tuoi riferimenti culturali e stilistici?
Provengo dal fumetto underground più becero (ciclostilavamo delle robacce coi compagni di università a Bologna) ma ovviamente, come per chiunque si cimenti oggi in campo creativo, la mia formazione è un concentrato di molte cose: cinema, letteratura, musica, web, illustrazione e chi più ne ha più ne metta.

L’autore italiano che, recentemente, ti ha più colpito?
Ce ne sono molti, soprattutto tra i miei conterranei, ma ci tengo a dire che sono da sempre un estimatore del grande Vincenzo Pardini: un maestro capace di reinventarsi il western in Garfagnana, uno scrittore superlativo sconosciuto ai più nonostante il regista Veronesi abbia tratto dal suo seminale Jodo Cartamigli il film con Pieraccioni Il mio west (pessima scelta, comunque, vista l’epica solidità dei suoi personaggi che nulla ha a che spartire con la smorta inespressività del comico toscano!)

E quello straniero?
Oltre alla schiatta di autori southern che cito di continuo, direi che la scrittrice Joyce Carol Oates è assolutamente inarrivabile. Davvero una grandissima, talento allo stato puro anche quando scrive la lista della spesa!

Perché hai scelto il noir per ambientare le tue storie?
Il genere è in assoluto la dimensione che meglio si adatta a contenere l’evasione e l’impegno. Certo il rischio di saturazione è dietro l’angolo, ma come vedi c’è sempre spazio per l’innovazione. Nel mio caso qualcuno ha coniato questa bella definizione, “western pugliese”, che seppur limitante per molti aspetti mi gratifica molto, e favorisce la visibilità dei miei lavori.

C’è molto western nella tua scrittura. Ma c’è realmente ancora spazio per questo genere in un mondo, come il nostro, ormai ipertecnologico e molto lontano da quei palcoscenici?
Il western non è un genere. È IL genere, e in quanto tale non morirà mai. In America esiste tutta una produzione di film western per la tv via cavo o per l’home video che non si è mai fermata, anche quando da noi si suonava il requiem per i cowboy e gli indiani. Ma intanto Sergio Leone è tra i cineasti più studiati nelle università del mondo, e tracce di stilemi western sono oggi diluiti nei film e nei libri più disparati (non so, penso a Assalto Distretto 13 o a Non è un paese per vecchi, per dire, ma a ben guardare si possono trovare impronte del genere davvero ovunque).

Puoi dare ai lettori di Pegasus Descending qualche anticipazione sui tuoi prossimi lavori?
Sto ultimando il mio nuovo romanzo, tutto incentrato sulle peripezie di un ragazzino pugliese di dieci anni e ambientato negli anni ottanta durante i moti antinucleare che portarono al referendum (a proposito, qualcuno vuole ricordare a chi ci governa che l’Italia ha sancito col voto la sua netta contrarietà alle centrali su suolo nazionale?).

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