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The Nisbet’s Rule: “Chi incontri a pagina uno è completamente fottuto”

Jim Nisbet

Non ho bisogno di dire che Jim Nisbet è un autore che apprezzo molto, se avete letto le mie recensioni di Iniezione letale e Cattive abitudini già lo saprete. Nisbet è uno scrittore in grado di travalicare il genere, di sondare i recessi più remoti dell’animo umano come pochi altri sono capaci di fare. Non è probabilmente un caso che nell’intervista rilasciata in esclusiva per Pegasus Descending e che potete leggere qui sotto, citi più volte sia Tolstoj sia Dostoevskij. Non si vuole, con ciò, fare dei paragoni che avrebbero poco senso e scarso valore, bensì sottolineare come in tutta l’opera di Nisbet sia sotteso, dopo opportuna digestione e assimilazione, l’insegnamento dei due geni russi.

Jim Nisbet sarà Domenica 16 Maggio a Torino presso il Salone del Libro alle ore 13.30 (Sala Azzurra) con Sandro Veronesi, mentre il giorno dopo, Lunedì 17 Maggio, presenterà alla Libreria Egea di Milano (via Bocconi 8 ) con la prof.ssa Paola Dubini il suo libro Cattive abitudini, per poi effettuare un breve tour di firma copie presso la Libreria Mondadori di Piazza Duomo alle 13.30 e, alle 15, nella Libreria Hoepli di via Hoepli 5.

 

Qual è stato il suo primo incontro con la letteratura?

Attraverso la lettura, naturalmente. Una lettura onnivora. Poi mia madre deve aver notato qualcosa e mi ha dato una macchina da scrivere quando avevo tredici anni.

Quando ha pubblicato il suo primo libro?

Il mio primo libro pubblicato si intitolava Poems for A Lady, e apparve nel 1977. Il mio primo romanzo pubblicato, invece, fu The Gourmet, nel 1981, ripubblicato poi da Black Lizard nel 1985 come The Damned Don’t Die e, a proposito, uscito in Italia per Bompiani con il titolo I dannati non muoiono nel 1993. Riapparirà questo autunno in America, trent’anni dopo. Incredibile.

Iniezione letale si apre con 57 magnifiche pagine che descrivono la morte di un condannato. Perché una così dettagliata descrizione? Ha fatto delle ricerche in merito?

La prima parte non è una domanda, ma ti ringrazio.

Iniezione letale

In quanto al motivo per cui la prima scena è scritta in questa maniera oppure da dove proviene la potenza di questo passaggio, non saprei realmente dirlo. È vero che ho trattato il soggetto e il momento in modo estremamente serio perché, del resto, sono seri. Molto seri.

Posso però tentare, per te, di tornare all’origine dei motivi – non posso realmente chiamarla ispirazione – che mi hanno indotto a portare avanti l’idea della prima scena. Il tutto è nato da un minuscolo articolo di giornale, meno di cento parole, circa un ragazzo in Texas. Era stato processato, giudicato colpevole e condannato alla pena di morte per un omicidio commesso nel corso di una rapina. Nel 1976, intanto, la Corte Suprema aveva deciso che la pena capitale era di nuovo legale. Gli ingranaggi della giustizia si presero il loro tempo per girare, ma – penso nel 1984 o 1985 – tutto era pronto per la prima esecuzione capitale dopo molti anni. Il Texas fu il primo a riammetterla e ancora oggi credo che sia lo Stato con il maggior numero di esecuzioni. Ormai la sedia elettrica, l’impiccagione e il plotone di esecuzione erano stati sostituiti dall’iniezione letale. (Lo Utah, per fare un esempio, ancora permette al prigioniero condannato di decidere tra l’iniezione letale e il plotone di esecuzione. Tutti, in America, ricordano le ultime famose parole di Gary Gillmore, indirizzate al proprio plotone di esecuzione: “Let’s do it”. La Florida continuò ad utilizzare la sedia elettrica fino a un macabro inceppamento avvenuto solo pochi anni fa. E così via.)

Comunque, dopo molti ostacoli, per così dire, era giunto il tempo, per questo giovane prigioniero che era anche, tra l’altro, un maschio nero, di andare al Creatore, come si suole dire. Lo accompagnarono dentro la camera della morte, lo legarono, gli inserirono due aghi, iniziarono a somministragli una flebo di soluzione salina per inibirgli la coagulazione e il telefono sul muro suonò: il suo avvocato era riuscito, all’ultimo minuto, ad ottenere una sospensione dell’esecuzione. Allora gli tolsero la flebo, rimossero gli aghi, slegarono il nostro ragazzo e lo riportarono nella sua cella nel braccio della morte.

Una settimana dopo, secondo un altro articolo di un centinaio di parole (che, per ironia della sorte, è chiamato “pallottola” nella terminologia giornalistica), lo riportarono nella camera della morte e lo uccisero per davvero. Non ci fu nessun drammatico rinvio e morì in un minuto e mezzo.

È stata questa settimana che mi ha affascinato. Che cosa poteva essere passato nella mente di questo ragazzo? Noi tutti sappiamo che Dostoevskij fece una esperienza simile (fu condannato a morte e graziato proprio davanti al plotone di esecuzione, N.d.R.) e che scrisse cose molto interessanti in merito. Ma Dostoevskij era un genio. Conosci quel commento secondo cui “Niente accade per caso a un artista”? Dostoevskij disse molte cose, ma non quella! Comunque, Bobby Mencken, come ho spontaneamente scelto di chiamare il mio giovane condannato nero, non era in Russia né, tanto meno, nel 1854. Era in Texas intorno al 1980. A quel tempo il Texas era l’unico Stato nel Paese ad aver resuscitato, per così dire, la pratica della pena capitale e il primo Stato a somministrarla mediante una iniezione letale. In più la prigione di Huntsville era ed è un posto molto famoso – che, tra l’altro, ho praticamente escluso dal romanzo, anche se forniva parecchio materiale. L’annuale rodeo dei prigionieri, per esempio. Oppure, per fare un altro esempio, la raccolta del cotone necessario per le uniformi -. Quindi è per questa ragione che ho ambientato il libro in Texas. E inoltre il Texas mi piace.

È così che il libro è nato. Subito, naturalmente, la narrazione ha cominciato a prendere la propria strada e, seppur essendo portati a fare ricorso alle piccole astuzie in possesso di ognuno, bisogna prestare attenzione a questo processo. Trovavo che il dottore fosse un personaggio interessante e così è stato.

Per quanto riguarda la ricerca, ti dirò la verità: non ne ho fatta alcuna fino a che non avevo già scritto la prima stesura del libro. In un certo senso tutto ciò è assurdo, naturalmente. Ho già menzionato Dostoevskij e la mia quotidiana abitudine di leggere il giornale. Lo sai che Dostoevskij ebbe l’idea per il personaggio di Raskol’nikov da un articolo pubblicato su un quotidiano? Idem Stendhal e Julien Sorel. Uno scrittore, un articolo di giornale, un romanzo. Comunque, essendo come sempre senza soldi, ho scritto il romanzo in quattro settimane, semplicemente perché non potevo concedermi altro tempo per lavorarci sopra. Al termine delle quattro settimane ho cercato di mettere le mani su qualsiasi cosa il San Francisco Chronicle avesse pubblicato in merito alla pratica dell’iniezione letale, che ormai aveva iniziato ad essere applicata nello Stato del Nevada, proprio accanto alla California. Una notte mi sedetti in un bar e lessi questo fascio di carte piuttosto modesto, che conteneva un resoconto di un reporter/testimone e i farmaci utilizzati. Il giorno dopo tornai al mio manoscritto e trascorsi un’altra settimana su di esso, con l’idea di avvicinarmi il più possibile alla verosimiglianza e accertandomi che questa fosse costante per tutto il libro.

Cinque settimane in tutto. Fine dello svolgimento. Fine dalla ricerca. Fine dei soldi. Fine del tempo. Poi tornai alla falegnameria.

Non molto tempo dopo vendetti il libro al primo editore che lo aveva letto, il romanziere Barry Gifford, che in quegli anni era l’editor della Black Lizard Books. Riuscì a pagarmelo un migliaio di dollari.

La stessa cosa, tra l’altro, era capitata anche sei o sette anni prima per il mio primo romanzo pubblicato. Il primo editor che lesse The Gourmet, lo comprò; lei, comunque, riuscì a darmi mille e cinquecento dollari. Quindi, in termini contrattuali almeno, ero in netta fase discendente.

Sia Iniezione letale sia Cattive abitudini hanno come protagonisti un uomo comune scaraventato in un mondo criminale che, per lui, è totalmente alieno. Perché questo genere di personaggio?

Perché forti contrasti forniscono ricche dicotomie.

Mi è parso di leggere in Cattive abitudini un fortissimo contrasto tra la razionalità del protagonista e il potere del destino che sconquassa la sua vita. È una lettura corretta la mia? Perché questa scelta?

Sì, sicuramente. Vuoi dire quanto questa sia una scelta dovuta a me? Beh, come ho detto anche prima, uno scrittore deve fare attenzione a dove sta andando il proprio libro. Io avevo uno scienziato con alcuni vicini misteriosi. So che questo concetto può sembrare strano per la mentalità italiana, ma in America un sacco di persone non arriva a conoscere i propri vicini. Per non parlare, poi, di quanto nella fisica delle stelle a neutroni il razionale e l’incomprensibile si incontrano e si fuggono.

 

Cattive abitudini

Cattive abitudini è stato da poco pubblicato in Italia. Qual è il substrato, il significato e la lezione morale (se ce n’è una) di questo romanzo?

 Questo lo lascio dire al lettore…

Perché fa finire il romanzo in un casinò?

Beh, inizia in un casinò, no? [si riferisce alla lotteria iniziale, N.d.R]. C’è forse qualche luogo che non è un casinò?

Qual è, secondo lei, il ruolo del destino nelle nostre vite?

Beh, in senso stretto, il destino è il corso della vita di ciascuno di noi. Detto ciò, ci sono molti dibattiti in merito a chi comanda. Tendenzialmente siamo portati a pensare che se le cose vanno come si voleva che andassero, allora sei tu che comandi. In caso contrario viene dato il merito o la colpa ad altre forze, a seconda che il corso della propria vita sia piacevole o meno.

Queste idee sono alla base di molte speculazioni e molta letteratura. Si pensi, ad esempio, alle ultime cento pagine di Guerra e Pace, dove Tolstoj svolge una corposa argomentazione in merito all’idea che il destino dell’uomo è fuori dalla portata delle sue mani, mentre è forse Dio che comanda. Tutto ciò nonostante le precedenti novecento pagine in cui un tizio di nome Napoleone sta menomando il proprio destino insieme a quello del resto dell’intera Europa. È un ragionamento interessante. Ma, dopo un po’, Tolstoj e la sua insistenza sul concetto di Dio iniziano a diventare noiosi.  Si pensi allo studio di George Steiner intitolato Tolstoj o Dostoevskij. È un lavoro accademico molto interessante, anche se molto difficile da comprendere se prima non hai letto tutto sia di Tolstoj sia di Dostoevskij. Ed è realmente vero che questi due scrittori tendono a dividere ordinatamente i lettori del mondo in due campi, per così dire, in due gruppi. I loro rispettivi approcci nei confronti del destino hanno molto in comune con quella dicotomia di cui dicevamo prima. E, naturalmente, se una domanda così non è mai bianca o nera, le risposte sono tutte grigie.  

Perché hai scelto il noir?

È il noir ad aver scelto me. Lasciami spiegare meglio citando Faulkner: “Rimproverare uno scrittore per l’uso della violenza è come rimproverare un falegname per l’uso del martello”.  O qualcosa di simile. Belle parole. Parole più vere non sono mai state pronunciate. Ma tieni d’occhio quello che il tipo sta costruendo. Alcuni lasciano i segni del martello sopra tutti i loro lavori di falegnameria.

Naturalmente Faulkner non menziona mai la Regola del Noir di Jim Nisbet. Ce n’è solo una: chiunque tu incontri a pagina uno è completamente fottuto e potrà solo stare peggio.

Forse non conosceva questa regola. O forse non ne aveva bisogno. 

Come nascono i tuoi romanzi?

Ho idee in continuazione. Ma le idee che scelgo sono le uniche che sembrano non avere nulla in comune con quello che ho già visto in passato. Con il passare degli anni e dei romanzi, questo ethos fornisce molte difficoltà, ma anche molto interesse, per me che faccio lo scrittore. 

Quale tuo romanzo preferisci e perché?

Suppongo che mi piacciono per motivi differenti, ma ci sono forse quattro cose che tutti hanno in comune. Ognuno rappresenta, grosso modo, il miglior lavoro che potevo fare in quel momento e, sebbene siano tutti diversi, puoi sempre dire chi li abbia scritti. Inoltre, le persone che si prendono la briga di chiedermi circa i miei romanzi hanno tutte un loro preferito e questo pregiudizio o preferenza o opinione è abbastanza uniformemente distribuito tra tutti i titoli. E questo mi piace.   

Lei è anche un falegname. Ci sono affinità con la scrittura?

Le due cose sono complementari, senza alcun dubbio. Mentre una ti affama, c’è sempre una possibilità che l’altra ti dia da mangiare. Mentre una esercita la mente, l’altra allena il corpo, anche se, naturalmente, c’è il tai-chi per la relazione tra questi due aspetti. Mentre una è praticata seduto ad una scrivania in solitudine, l’altra è svolta all’aperto, in piedi e in mezzo ad altri artigiani. Questo, almeno, era vero quando ho iniziato io.  E i giorni degli inizi sono diventati i giorni di mezzo, e quelli di mezzo i giorni più recenti… e così via. Inoltre ci sono degli elementi ulteriori. Una volta ho lavorato in un gruppo di costruzione molto ampio, probabilmente 60 uomini, in cui ogni suo membro era in libertà provvisoria, me escluso, e io ero in prova.

C’è bisogno di dare spiegazioni?

Potrebbe darci qualche anticipazione sul suo prossimo libro?

Se ti riferisci al mio “ultimo” romanzo come Cattive abitudini ce ne sono altri quattro dopo quello. Ma ricorda, chiunque incontri a pagina uno…

Dopo Cattive abitudini viene The Octopus on My Head. Poi, Windward Passage, che è già stato pubblicato negli Stati Uniti. A seguire, Old & Cold, che uscirà nella primavera del 2011 (2011!). Dopo quello sarà la volta del romanzo che ho appena terminato di scrivere, intitolato Snitch World.

C’è, negli USA, un giovane scrittore di noir particolarmente interessante?

No fucking idea. [Non ne ho la minima idea]

 

Un grazie di cuore a Olivia Crosio che, in anteprima, ha letto e rivisto la mia traduzione dell’intervista rilasciatami da Jim Nisbet. Non ho bisogno di dire che qualsiasi cosa che non funzioni sia da attribuirsi solo ed esclusivamente a me.

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Cattive abitudini – Jim Nisbet

Cattive abitudini

CATTIVE ABITUDINI
di Jim Nisbet
ed. Fanucci
Traduzione di Olivia Crosio

Leggi le prime cento pagine di Cattive abitudini, il nuovo romanzo pubblicato in Italia da Fanucci di Jim Nisbet, e cerchi di capire, parola dopo parola, dove l’autore voglia andare a parare. Cosa può interessarmi delle paturnie di Banerjhee Rolf, un brillante scienziato di mezza età che ha perso il lavoro e ora passa le sue giornate senza avere più un cazzo da fare se non stare dietro alle begonie e alle stelle a neutroni, interessanti corpi celesti a una sporta di anni luce di distanza dal suo rachitico reddito annuo?

Leggi questa manciata di pagine e ti sembra, per certi versi, di rivedere l’impostazione del bellissimo Iniezione letale: uomo ordinario che per un caso più o meno fortuito della vita si ritrova a dover fare i conti con il bilancio della propria esistenza mediante alcuni incontri con una genia umana piuttosto distante dalla sua. Se nel romanzo appena citato e datato 1987 il dottor Royce si sarebbe ritrovato catapultato in un mondo fatto di lerciume e degradazione in cui, dopo un iniziale smarrimento, adattarsi lasciandosi alle spalle tutti i condizionamenti sociali che gli avevano permesso di costruirsi una rispettabile, per quanto modesta, posizione, in Cattive abitudini l’incontro con due vicini di casa alquanto bizzarri è ciò che dà costrutto e anima all’intero romanzo, riassumibile con la frase riportata a pagina 134: “Ripensò alla famosa frase secondo cui la vita è qualcosa che ti succede mentre sei impegnato in altri progetti”.

È il Caso a guidare la vita di Banerjhee, in una magnifica contrapposizione con il suo essere una persona totalmente razionale e con tre lauree in ambito scientifico, uno che non trova definizione migliore della felicità se non come un “basso coefficiente di attrito” [pg. 16]. La vita e le convinzioni di una tale persona sono prese letteralmente e costantemente a bastonate sui denti per le intere 156 pagine di romanzo, mandando in vacca anche i buoni propositi di Machiavelli secondo cui solo una metà del nostro destino è in mano alla Fortuna. L’altra la decidiamo noi, con le nostre azioni e le nostre scelte.

Rolf perde il lavoro che amava e a cui aveva dedicato gran parte della sua vita, privandosi della gioia di un figlio che cresce o del tempo da dedicare alle sue passioni, giardinaggio e astronomia su tutte. Rolf si ritrova come vicini di casa due tipi come Toby ed Esme che sono ai suoi antipodi: svaccati, fancazzisti, sospetti spacciatori di droga, impegnati solo a scopare come ricci e fermamente convinti che una svolta alle loro vite non derivi dal lavoro e dall’impegno quotidiano frutto di una ferrea ottica protestante, bensì dai colpi di culo e da una lotteria a cui giocano con continuità e convinzione. Per loro la felicità sono “i soldi […] la cosa migliore dopo i letti ad acqua e l’olio di oliva” [pg. 16]. Rolf si ritrova a casa da solo dopo che l’amata moglie Madja si trasferisce a Chicago per stare più vicina al figlio, lasciano Banerjhee a friggersi le chiappe al Sole della California. Una sera, rientrando a casa, trova Esme nuda che gironzola in lacrime per il suo giardino dopo un diverbio con Toby. Da qui le cose cambieranno per sempre, senza che Rolf, il matematico razionale calcolatore di probabilità, abbia mai trovato una formula adeguata in grado di prevedere come, da lì a poco, la sua vita sarebbe andata completamente a puttane a causa del fottutissimo Caso. Non ha deciso un cazzo di niente e ci ha messo gran parte della sua vita a comprendere questo elementare fattore, questa variabile difficile da sostanziare con un numero o un valore quantificabile. Allo stato dell’arte non gli resta, quindi, che la fuga, nel tentativo di ritagliarsi un personale spazio di autonomia in ciò che il destino gli ha riservato, nel finale ed estremo tentativo di prendersi una rivincita nei confronti del Fato.

Cattive abitudini, romanzo del 2006, si propone decisamente come un racconto post 11 Settembre 2001, data che, non a caso, ricorre frequentemente nella sviluppo della storia e nelle parole dei suoi protagonisti. Il nuovo lavoro di Jim Nisbet pubblicato nel nostro Paese è un romanzo marcatamente incentrato sul crollo di qualsiasi certezza, un noir a tinte nerissime che seppur non presentando nella sua trama alcun cliché di genere – c’è solo una sparatoria, nessun poliziotto sfigato o depresso, pochissima azione e un mare di riflessione introspettiva – trasmette un cronico sentimento di sospensione, di attesa, di costante aspettativa: sappiamo che dovrà succedere qualcosa, ma non sappiamo quando e cosa. È il senso della nostra vita. Sappiamo che qualcosa succederà, non abbiamo alcuna scelta. Ma cosa accadrà, diversamente, non ci è dato saperlo. Nisbet riproduce tutto ciò in poche pagine attraverso il racconto di un uomo. Un uomo, è proprio il caso di dirlo, che è un modello matematico o economico, un qualcosa di artificiale e che presenta delle semplificazioni volte a renderlo utilizzabile nella realtà controllando o non considerando alcune variabili, così da renderlo esplicativo del mondo che ci circonda. Diversamente avremmo una fotografia della realtà, sicuramente più fedele al vero, ma non in grado di spiegare perché eccessivamente complessa. Sono pochissimi i Banerjhee Rolf del mondo, ma pure loro sono soggetti al Caso, pure loro con il loro megacervello a noi non dato sono sotto i colpi duri e terribili della Fortuna che guida le nostre vite più di quello che vorremmo.

E solo alla fine in un lercio casinò di periferia il protagonista del romanzo capirà la vera essenza della vita, l’unico antidoto a una forza soverchiante: è vero che il Fato te lo mette sempre nel culo. Ma non agitarti, perché così lo faresti solo godere di più.

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Coming soon: Cattive abitudini di Jim Nisbet

Cattive abitudini

Su Pegasus Descending potete leggere la recensione di Cattive abitudini di Jim Nisbet.

Dopo il Crumley de “La cattiva strada” appena uscito in libreria è già – e di nuovo – tempo di un altro imperdibile di questo 2010 partito bello frizzantino (agli sbadati ricordo anche “Il sangue è randagio” di James Ellroy e il magnifico “Piccoli crimini” di Dave Zeltserman). Uscirà infatti intorno alla prima decade di Marzo per Fanucci un nuovo romanzo di Jim Nisbet, “Cattive abitudini”, dopo che il 2009 si era per me concluso assegnando al precedente “Iniezione letale” il primo posto nella votazione per il Bloody Mary Award promosso da ThrillerCafè, premio che sancisce il miglior romanzo noir, thriller etc. pubblicato in Italia nell’anno appena conclusosi. Aspettando la recensione di “Cattive abitudini” su Pegasus Descending mi congedo dirottandovi a quella del bellissimo “Iniezione letale” proponendovi, inoltre, un primo assaggio della trama del libro di prossima pubblicazione.

TRAMA: Banerjee Rolf, un brillante ed equilibrato scienziato indiano americano, vive una vita tranquilla con sua moglie, curando il giardino e dedicandosi nel tempo libero alla sua passione, l’astronomia. Ma è l’uomo sbagliato al momento sbagliato: perde il lavoro che svolgeva nel laboratorio di un’industria farmaceutica che ha contribuito a fondare e far decollare, e finisce per farsi coinvolgere nei loschi traffici del suo vicino di casa, Toby Pride, un uomo poco raccomandabile e dedito al commercio di droga, e della sua fidanzata, una tossica senza speranza. Ben presto la vita di Rolf cambia radicalmente: il suo mondo va letteralmente in pezzi, ed è proprio lui a finire nei guai con la giustizia. Crimine, cosmologia, politica, filosofia, fisica e molto altro rendono unica la sua storia, che si snoda rapida come l’assalto di un cobra e arriva a un epilogo che è al tempo stesso sbalorditivo e assolutamente perfetto.

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Iniezione letale – Jim Nisbet

Iniezione letale

INIEZIONE LETALE
di Jim Nisbet
ed. Fanucci
Traduzione di Olivia Crosio

Partiamo calmi, non usiamo paroloni: le prime 57 pagine di questo romanzo sono una delle migliori cose scritte che io abbia mai letto in vita mia.

Nonostante il tema della pena di morte sia tutt’altro che alieno sia al cinema sia alla letteratura, più o meno di genere, l’apertura di “Iniezione letale”, libro del 1987 firmato da Jim Nisbet, è qualcosa di sconvolgente, è un pugno sui denti per chiunque accetti l’idea che tale suprema punizione non è qualcosa di letterario, bensì una quotidiana realtà in molti Paesi del nostro pianeta, a partire da quel “regno delle libertà” che sono gli Stati Uniti d’America. È difficile, anzi credo sia impossibile rimanere indifferenti di fronte alla terribilmente magnifica descrizione che Nisbet fa delle ultime ore di Bobby Mencken, un ex tossico nero accusato di aver freddato una donna durante una rapina a un market notturno. Non è importante che voi siate pro o contro la pena di morte, così come non ha alcuna importanza, almeno in queste prime 57 fatidiche pagine, sapere se il condannato sia realmente colpevole oppure innocente. Quello che conta è che qui siamo di fronte alla messa in scena della morte di un uomo, nonostante tutti gli errori che egli abbia potuto commettere e gli abissi in cui la sua condotta l’abbia portato.

Non può rimanere indifferente a tutto ciò una persona come il dottor Royce, un medico a cui la vita ha già più volte sputato in faccia e a cui tutti i suoi anni di università altro non servono che a disinfettare la vena di un paziente al quale, da lì a pochi minuti, verrà iniettata una miscela letale di schifezze varie e assortite. Soprattutto se, appena prima di morire, questo stesso paziente ti confessa che lui è innocente dandoti un bacio sulla bocca. Inizia così per Royce una discesa negli inferi tra gli strati più sordidi di una società americana in cui non esiste il Bene e il Male, o almeno una loro divisione manichea, e in cui l’amore viene declinato attraverso accenti per noi incomprensibili o l’amicizia perde qualsiasi significato che ci possa suonare familiare per perdersi nella rincorsa della prossima dose di eroina.

Nisbet in duecento pagine descrive in modo magistrale le cloache figlie della droga e dell’assenza di speranza che avevo riscontrato precedentemente con tale potenza e drammatica precisione solo in “Il caso sbagliato” di James Crumley, libro del 1975. È quindi sorprendente scoprire come in un romanzo piuttosto breve si possano in definitiva trovare temi tanto profondi e complessi, articolati mediante poche pagine costruite grazie ad una asciuttezza e a una concisione che raramente ho notato in altri autori e romanzi. Nisbet ha un grandissimo rispetto per la parola scritta e il suo utilizzo, è forse per questa ragione che non spreca mai una sillaba che sia una, tutto è ridotto all’essenziale, i dialoghi sono secchi ma allo stesso tempo avvolgenti, la lettura coinvolgente e, come detto sopra, a tratti estremamente dolorosa, sicuramente mai indifferente.

“Iniezione letale” rappresenta tutto ciò che dovrebbe essere l’arte: la continua rielaborazione di concetti a noi familiari, addirittura spesso abusati, talmente quotidiani da passare inosservati alla nostra attenzione. Riflettiamoci un attimo. Alla fine la trama di questo romanzo potrebbe essere così riassunta: un condannato a morte che si dichiara innocente e un idealista del cazzo che gli crede e si mette in macchina per dimostrare che i giudici si sono sbagliati, che la pena di morte fa schifo e che siamo un po’ tutti dei fascisti figli di puttana, mentre l’autore è un progressista illuminato che ha capito tutto. Insomma, un bella trama da romanzetto di serie C. Invece, questa stessa trama passata per la penna di Nisbet ha dato vita a qualcosa di più grande, a pagine di autentica, altissima letteratura mascherata da romanzo di genere, noir, hard boiled o quello che volete voi. Siamo qui di fronte ad alcuni dei temi eterni che nascono con l’Uomo e che con lui moriranno: il delitto e il castigo, il peccato e la redenzione, la realtà e la sua rappresentazione, la sostanza e l’apparenza.

La possibilità di scegliere che senso dare alla propria vita e che direzione farle prendere. Sempre e comunque.

CLICCANDO QUI potete leggere gran parte dell’introduzione di “Iniezione letale” pubblicata su Repubblica.it e firmata da Sandro Veronesi.

Su Pegasus Descending potete anche leggere la recensione di Cattive abitudini, sempre di Jim Nisbet.

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