Pegasus Descending

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Greystorm: ammiccando a Verne

La copertina del primo numero


Non sono passati che quattro mesi da quando abbiamo recensito il primo numero di “Caravan”, ultima miniserie targata Bonelli. C’è quindi un po’ di sorpresa nel ritrovarci dopo così poco tempo a dover parlare di un nuovo personaggio che andrà a far compagnia ai vari Tex Willer e Dylan Dog nei prossimi dodici mesi, quel Robert Greystorm dal cui cognome l’omonima miniserie prende spunto.

“Greystorm” è principalmente un grande romanzo d’avventura a fumetti, un ritorno al passato e ad uno stile narrativo che tanta fortuna portò ad uno scrittore come quel Jules Verne che con le sue storie sembra volere fare da canovaccio, da musa ispiratrice per Antonio Serra, lo sceneggiatore di questa nuova iniziativa editoriale. A tal proposito non sembra quindi essere un caso che il protagonista nel fumetto, il già citato Robert Greystorm, fin dal primo numero, “Grandi progetti”, partorisca le proprie idee fantasiose grazie ai racconti del narratore francese e che, addirittura, intrattenga con lo scrittore stesso una corrispondenza epistolare. Quale miglior tributo al padre di “Ventimila leghe sotto i mari”?

Greystorm è un giovane tanto ricco quanto poco interessato allo studio, almeno nella sua veste convenzionale e accademica. La sua fervida fantasia gli consente di immaginare continuamente futuri possibili, spronandolo a travalicare le limitazioni del proprio mondo di fine ‘800 per inseguire, piuttosto, i folli progetti di un altro genio del passato: Leonardo da Vinci e la sua famosissima macchina per il volo.

Il fumetto è una continua contaminazione tra la fantasia più sfrenata e una realtà quantomeno possibile, condita da un accento gotico-dark che in questo primo numero è stato solo abbozzato, prevedendo, però, sviluppi ben più marcati con il procedere della narrazione e degli albi. Vedremo, inoltre, quanto lo sceneggiatore e i disegnatori accentueranno la connotazione fantasiosa e addirittura onirica che in questo “Grandi progetti” – disegnato da Simona Denna e Francesca Palomba – riveste un ruolo importante e che, per i miei particolari gusti, segna anche il punto più debole dell’intero frammento di storia.

Come mi è già capitato di scrivere in un recente passato è sempre molto difficile valutare un fumetto dal primo numero, così come giudicare un libro dalle prime dieci pagine può essere fortemente fuorviante e non permettere un’analisi serena dell’opera e un suo giudizio compiuto. Però il primo numero o le prime dieci pagine sono spesso la parte più importanti di una storia, lo sprone a farci proseguire o meno nella lettura. Per tale motivo il mio parere su “Greystorm” non è totalmente positivo anche se alcune tavole possiedono un fascino indiscutibile e in grado di accattivare il lettore, in modo particolare quello nostalgico della propria gioventù passata con il naso appiccicato a un libro di Jules Verne.

Ultimatum: l’Universo Marvel sta cambiando

Variant Edition del n.1

Variant Edition del n.1


Ognuno sarà pur libero di avere i proprio sogni, ma i problemi insorgono nel momento in cui questi stessi sogni si avverano. A maggior ragione se hanno a che vedere con la distruzione della razza umana e con l’asservimento degli ultimi, pochi superstiti ai voleri di esseri mutanti che si ritengono superiori. In quattro parole è da questa assolutamente non celata ambizione di Magneto che ha inizio, anche da noi in Italia, l’evento Marvel Ultimate in grado di sovvertire in modo totale e definitivo il mondo dei supereroi così come eravamo abituati a immaginarlo e leggerlo attraverso le tavole dei nostri fumetti preferiti, ponendo fine alla prima era dell’Universo Ultimate.

“Ultimatum” parte proprio da qui: dal dolore e dalla rabbia di un padre. Magneto, appunto. Che al già citato Magneto fossero sempre un po’ stati sulle palle questi omuncoli rosa e mollicci che vengono comunemente identificati con il termine di “umani” non è mai stato un segreto per nessuno, anzi. Come però dicevamo prima, se i sogni restano tali poco male. Ma se in un unico colpo uno si vede fare fuori i propri amati figli da un gruppo di supereroi senza cappa e spada, beh, le cose cambiano. Ciò che porrà fine ad un mondo, le vicende che verranno narrate nei cinque numeri americani di “Ultimatum” – riassunti in tre albi in Italia – hanno inizio da quella pallottola che uccide Scarlet e dalla successiva morte del di lei fratello Quicksilver, i due figli di Magneto. E l’ira di un padre può essere inesorabile, senza alcuna pietà.

Non è neanche un caso, poi, che uno zampino consistente in tutto questo macello lo abbia pure messo uno che di nome fa Dottor Destino ed è signore di una terra chiamata Latveria che sarà costretta, così come tutti gli altri abitanti di questo pezzo di roccia disperso nell’universo, a pagare un prezzo molto alto. Ma c’è poco da fare se è vero, come cantava Francesco De Gregori ne “Il bandito e il campione”, che “al proprio destino nessuno gli sfugge”.

Al termine del primo numero, una sorta di ampio preamblo ai due successivi, le vittime umane si contano in termini di milioni. Vista la recente frenesia sorta intorno al fatidico 2012, agli sconvolgimenti che questa data dovrebbe portare – minchia, l’hanno detto i Maya! – e pompata mica male da chi, evidentemente in un manifesto calo di popolarità, non sapeva più come piazzare sul mercato libri e film di serie C, appaiono assolutamente visionarie le tavole che ritraggono un mega tzunami in grado di spazzare via in un solo colpo l’intera isola di Manhattan e con essa tutti i suoi abitanti, siano umani, supereroi o X-Men. L’acqua è democratica, affoga tutti, indistintamente.

Avrete, credo, un vostro personaggio Marvel preferito. Ecco. Qui muore.

Per concludere, questi tre albi italiani sono assolutamente imperdibili per chiunque voglia avere un’idea chiara sugli sconvolgimenti che attendono l’Universo Ultimate, sui personaggi che usciranno di scena, più o meno definitivamente, e sui nuovi assetti di potere che, nell’immediato futuro, daranno il via alla seconda era di questo mondo parallelo così fertile in termini di invenzioni narrative e fantasia sfrenata. O, in altre parole, di divertimento. Se Jeph Loeb ci ha messo la sua penna, David Finch, grazie alle sue tavole semplicemente perfette e magnifiche, ha dato vita alle sue parole nere su sfondo bianco, gettando in pasto a milioni di avidi lettori una epopea che, ancor prima della sua conclusione, è già un classico da riporre nella libreria a fianco di capisaldi della Marvel quali, ad esempio, “Civil War” o “Secret War”. Imperdibile.

(con la collaborazione di Matteo Radice)

Quel pensionato di Wolverine

La prima copertina con Vecchio Logan

La prima copertina con Vecchio Logan

Vecchio Logan, la miniserie della Marvel firmata Millar&McNiven

Domanda: i supereroi e gli X-Men invecchiano? Beh, Wolverine, almeno, sì. È infatti un Wolverine di mezza età e un po’ appesantito il protagonista di “Vecchio Logan” (Old Man Logan), ultima miniserie sull’uomo lupo con le ossa di adamantio pubblicata dalla Marvel Italia e frutto della sceneggiatura di Mark Millar e delle tavole di Steve McNiven. Le previsioni parlano, per il momento, di otto numeri in scaletta, di cui cinque già usciti nel momento in cui stiamo scrivendo (fine Luglio). Altre indiscrezioni, tratte dalla rubrica “Snikt!” firmata da Luca Scatasta in calce ad ogni albo del fumetto, raccontano, inoltre, di un ipotetico ultimo numero che verrà pubblicato in un volume speciale e separato rispetto alla striscia mensile su cui sono apparsi i primi episodi delle serie. Il condizionale è in questi casi d’obbligo, anche considerando il fatto che la stessa serie non si è ancora conclusa negli Stati Uniti e che Millar&McNiven stanno procedendo a rilento nella sua realizzazione e pubblicazione, tanto da far temere una temporanea sospensione della serie che consenta ai suoi autori un margine temporale maggiore per concluderla come merita.

L’ambientazione in cui la vicenda si svolge è, grossomodo, quella narrata da Cormac McCarthy nel suo ultimo romanzo, “La strada” (ed. Einaudi), un mondo desolato e postatomico in cui la razza umana non se la passa troppo bene e, come sempre accade in questi casi, il ritorno alla natura non lascia spazio al “buon selvaggio” di roussoniana memoria, bensì all’homo homini lupus di Thomas Hobbes oppure ad un più prosaico mors tua vita mea. Peccato che il nostro vecchio Wolverine, ora trasformatosi in un pacioso contadino con tanto di moglie e figli a carico, abbia definitivamente appeso gli artigli al chiodo, trasformandosi in un pacifista da bandiera arcobaleno appesa al balcone. O almeno così sembra.

La violenza dicevamo. In un mondo in cui la legge è ormai qualcosa di polveroso e obsoleto, non resta che la forza e la prepotenza. Anche Logan/Wolverine deve piegarsi a questa legge di natura, essendo assillato dalla poco cattolica famiglia degli Hulk che, con qualche pesante insistenza, chiede il pagamento dell’affitto per l’appezzamento che la Wolverine family occupa e trovando non poche difficoltà a coltivare zucchine in un terreno che sembra quello del deserto di Atacama. A soccorrerlo ci penserà l’ormai cieco Clint Barton, un tempo Occhio di Falco, proponendogli un viaggio – pagato e all inclusive – coast to coast alla Kerouac per quelli che una volta erano gli States e che ora altro non sono che un terreno desolato preda di bande armate e talpoidi, umanoidi, forse targati Greenpeace, che inghiottono uomini e città nel tentativo di ridonare alla Terra il suo giusto e antico equilibrio.

Nel fumetto, ovviamente, c’è molto altro, a voi scoprirlo (ad esempio: quale sarà la fine dei supereroi?). Per il momento il giudizio che possiamo esprimere in merito a questa miniserie è totalmente positivo: i disegni sono ottimi e la storia sembra robusta, anche se la ventina di pagine mensili lasciano sempre l’amaro in bocca. Come spesso accade l’ideale sarebbe poterla leggere tutta d’un botto, senza neanche fermarsi per inspirare. Ma tant’è, accontentiamoci. Sperando che Millar&McNiven ci diano dentro e non ci facciano aspettare troppo. Perché il Vecchio Logan ha lo sguardo incazzato. Molto incazzato.

(con la collaborazione di Matteo Radice)

Caravan, la nuova miniserie targata Bonelli

La copertina del primo numero

La copertina del primo numero


La vita scorreva tranquilla e banale a Nest Point. La partita di calcio, gli impegni di lavoro, la cena da preparare, l’uscita con gli amici. Poi uno strano black-out che mette fuori uso qualsiasi meccanismo elettronico presente nella zona, dalle automobili ai telefonini, dall’elettricità ai computer portatili. E inoltre quelle strane nuvole nel cielo, quel loro girare vorticosamente su se stesse quasi a voler inghiottire l’intera cittadina. Infine, all’improvviso, con l’elettricità che ritorna e con le auto che riprendono a funzionare, la vita sembra riprendere il suo corso come se tutto non fosse stato altro che un grande stand by. Peccato che la mattina dopo, però, l’esercito faccia irruzione con elicotteri da guerra e carri armati a Nest Point, setacciando casa per casa e intimando ai suoi occupanti di fare le valigie e mettersi in marcia per una meta sconosciuta. Questione di “sicurezza nazionale”.

In estrema sintesi è questo il preambolo di “Caravan”, la nuova miniserie a fumetti in dodici numeri pubblicata dalla casa editrice Bonelli con soggetto e sceneggiatura firmati da Michele Medda, già precedentemente impegnato con le nuvole di Nathan Never e Dylan Dog. Tutte le copertine saranno firmate da Emiliano Mammucari, mentre il primo numero, intitolato “Il cielo su Nest Point”, è stato disegnato da Roberto De Angelis. I successivi undici, invece, vedranno l’alternarsi di un ampio team di disegnatori composto da Stefano Raffaele, Fabio Valdambrini, Werner Maresta, Andrea Cuneo, Maurizio Gradin, Michele Benevento.

Ovviamente è molto difficile giudicare una serie a fumetti solo dal primo numero, a maggior ragione se si considera che l’idea di partenza – la nube misteriosa e la forzosa fuga dalla città – è tutt’altro rispetto ad una trovata originale, potendo vantare precedenti illustri quali la serie tv Jericho oppure “The mist”, romanzo breve – o racconto lungo – di Stephen King e da cui il regista Frank Darabont, nel 2007, ha tratto l’omonimo flop cinematografico. L’originalità di “Caravan”, invece, è rappresentata dalla sua narrazione multipla: non c’è qui, a differenza di tutte le altre serie targate Bonelli (con la parziale eccezione di “Volto Nascosto”), il protagonista/eroe intorno a cui tutto ruota, non abbiamo il one man show alla Tex, alla Dylan Dog o alla Brad Barron, bensì molti personaggi alla pari, con le loro vicende e le loro diverse sfaccettature. Questi coprotagonisti già nel presente primo numero si incontrano e si confrontano, ma solo con la prosecuzione della narrazione potremo verificare quanto sapranno rappresentare la complessità di una situazione tanto drammatica nella quale, necessariamente, ognuno reagisce in modo diverso. Se ciò non dovesse accadere, purtroppo, saremmo costretti ad assistere ad un mesto déjà vu. E non ci resterà che la “nebbia”.

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