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Le mani sulla città – Cassidy n.2

Le mani sulla città - Cassidy n.2

A Cassidy rimangono solo diciotto mesi di vita. Una sorta di ologramma dalle sembianze di un vecchio bluesman nero prodotto dalla sua mente lo mette in guardia: il tempo scarseggia e questi ulteriori giorni da vivere sono un dono, una possibilità concessa  a pochi per sistemare tutte le vecchie questioni lasciate indietro. Cassidy ne deve fare buon uso.

La sua prima preoccupazione è la figlia adolescente, attualmente residente in un posto lontano con una madre ubriacona che concede le proprie grazie a un ricco senatore. A dire il vero la residenza del politico sembra più quella di Tony Montana in Scarface piuttosto che quella di un normale burocrate, ma siamo in America, la terra in cui tutto è possibile.  

Al secondo posto nei pensieri di Cassidy c’è poi la vendetta, quel piatto che, dicono, vada gustato freddo. Già sul finire del primo numero Raymond era riuscito a scovare uno dei ceffi che avevano provato a fargli la pelle e a fotterlo. Il tipo, per evitare un proiettile di calibro .38 diretto in mezzo ai suoi occhi, accetta di rivelare a Cassidy il nascondiglio del furgone pieno di soldi che avevano rubato. Le cose non andranno esattamente come previsto.

Infine c’è il lavoro, quello di sempre. E per farlo bene è necessario riallacciare rapporti e reincontrare vecchi amici che non si vedeva da tempo. Gente che, si spera, non faccia la furba come quell’altra del primo numero. Di mezzo c’è un colpo da mezzo milione di dollari. Alla fine non sembra neanche così difficile: basta rubare una antica maschera atzeca da un museo di Phoenix, Arizona. Collateralmente Raymond Cassidy ha il tempo di rivedere una sua vecchia fiamma, l’avvenente avvocatessa paladina dei diritti dei più poveri Diane Weiss. E vuoi non farci una bella rimpatriata? Tra un ricco boss locale che tramite i suoi scagnozzi non fa altro che rompere le palle e la corruzione dilagante che coinvolge anche la polizia, non sarà facile per il biondo gangster e la sua cricca organizzare al meglio il colpo che hanno in animo di mettere in atto.

Il secondo numero della miniserie Bonelli Cassidy è notevolmente più duro rispetto al primo. I disegni di una brava Elisabetta Barletta ripropongono un antieroe tormentato che, a dispetto delle apparenze, spara per ammazzare. E senza neanche avvertire, a differenza di Tex e compadres. Discostandosi un po’ dal consueto buonismo bonelliano, che a volte ha rasentato un imbarazzante e zuccheroso politicamente corretto, la serie sceneggiata da Pasquale Ruju ci riporta nelle violente strade americane degli anni Settanta inseguendo un criminale che può essere tanto gentiluomo quanto spietato assassino. A mia memoria non ricordo, in un albo Bonelli, uno che ficca la pistola in bocca a un tipo addormentato ed è poi in grado di tirare il grilletto. Non per ricercare una vacua violenza fine a se stessa, ma per rendere il personaggio un po’ più reale e realistico. D’altra parte avevano appena cercato di farlo arrosto.   

Da segnalare anche l’ottima rubrica “Seventies” curata in ogni albo da Gianmaria Contro. Questa volta si parla si serie tv, da Starsky e Hutch a CHiPS del duo Baker e Poncherello.

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Cassidy: ammiccando ai Settanta

Cassidy, copertina di Alessandro Poli

Cassidy, la nuova miniserie a fumetti della Bonelli, è tutta una grande citazione, un immenso tributo a un’epoca, un cinema, una letteratura, un modo di raccontare storie criminali.

Raymond Cassidy, il protagonista che dà nome all’intera serie, ha ben più che vaga somiglianza con il giovane Clint Eastwood dell’ispettore Callaghan, anche esplicitamente citato a pagina 28 con il titolo originale Dirty Harry. Poco prima, a pagina 20, ero già sobbalzato sulla sedia all’entrata in scena di Jark, inizialmente alleato di Cassidy, poi acerrimo nemico. Jark è uguale sputato a Charles Bronson, anzi, è proprio lui, un misto tra Il giustiziere della notte e l’Armonica di C’era una volta il West di Sergio Leone. E anche l’armonica, intesa come strumento musicale, suonata dal blues man nero e cieco che come uno spettro tormenta il presente di Cassidy lanciando funeste previsioni per il futuro, non può non essere una citazione del maestro italiano del western, un immenso omaggio attraverso una delle caratterizzazioni più riuscite e durature dell’intera storia del cinema. Ma le sorprese non sono finite. A pagina 61 guarda un po’ chi si rivede? Tom Bosley, forse più celebre con il nome di Howard Cunningham, il papà di Ritchie/Ron Howard nella serie Happy Days. Correva l’anno 1974 quando la prima puntata di quella che forse diventerà la serie televisiva di maggiore successo e longevità – tanto che ancora oggi, in un nuovo mondo e un nuovo millennio, non sembra essere invecchiata – faceva la sua prima comparsa sulle tv statunitensi. E Cassidy è ambientato in quegli anni lì, più precisamente nel 1977, come la puntuale e precisissima colonna sonora citata numerose volte nel testo testimonia.

L’apertura è dedicata obbligatoriamente a Elvis Presley e alla sua “Way Down” che passa nell’autoradio di un Cassidy ferito gravemente da tre pallottole: “All of my resistence / is lying on the floor”. È la notte del 16 agosto 1977, il re del rock è morto da poche ore fottuto da un eccesso di successo e le radio di mezzo mondo danno fondo alla sua discografia in un estremo saluto. Anche Cassidy sta morendo, il colpo a una banca di provincia organizzato insieme ad un gruppo di figli di puttana è andato male. A dire il vero il colpo sarebbe pure andato come doveva. Oltre un milione di dollari, infatti, giace nel retro del furgone portavalori che hanno rubato. Peccato, però, che un poliziotto sia morto a causa dell’eccesso di foga e di violenza del già citato Jark/Bronson, imprevisto che non può andare a genio al ladro gentiluomo Cassidy/Eastwood che gli promette di cantargliene quattro. Non ne avrà il tempo. Jark e i suoi complici hanno già previsto tutto: di dividere la loro parte di bottino con il biondo Raymond non ne hanno proprio voglia, meglio due colpi di ’38 in testa. Sono più a buon mercato rispetto a cinquecentomila dollari. Ma Cassidy è uno tosto e non si fa impallinare come un piccione, anche perché, altrimenti, la serie a fumetti sarebbe già finita. Ne fa secco uno e riesce a fuggire con tre pallottole in corpo e con ben più di un piede nella fossa. Ma il blues man, che altri non è se non il Grillo Parlante di Pinocchio travestito, e il dottor Webber/Bosley, gli salvano la vita. Una vita ora dedicata ad un unico scopo: rimettere le cose a posto. E avrà solo diciotto mesi, poi la Grande Mietitrice verrà a reclamare il proprio conto da saldare.

Una tavola di Maurizio Di Vincenzo

È la musica a scandire il progredire temporale degli eventi, è la sua storia a indicarci il periodo e l’epoca in cui la narrazione si svolge. Dopo l’Elvis di “Way Down” ci imbattiamo, infatti, nelle grandi hit datate 1977, da “I’m your boogie man” di K.C. & Sunshine Band ai Bee Gees di “Stayin’ Alive”, con l’unica eccezione di “Somewhere over the rainbow” di Harold Arlen, che però identifica una precisa serie di tavole quasi sospese in un mondo che non è più reale, al di là del tempo e dello spazio. Ma sono la musica e le citazioni cinematografiche a dare la misura di questo nuovo lavoro dello sceneggiatore Pasquale Ruju, tornato nelle edicole italiane dopo la convincente miniserie Demian (che, tra l’altro, tornerà in edicola il 27 Maggio con un numero speciale). Se in Demian le radici del noir affondavano nella tradizione europea e più precisamente francese, tra Jean-Claude Izzo e Jean-Patrick Manchette e la loro Marsiglia, terreno di caccia per il protagonista Demian, con Cassidy ci spostiamo nell’altro grande teatro del noir e delle gangster stories, gli USA. Se con Demian era la tradizione letteraria a fornire l’inchiostro in cui Ruju intingeva la penna, ora è il cinema “dei duri” a fornire il substrato per il suo lavoro, come gli esempi di citazione sopra riportati evidenziano e come testimonia anche la prima tavola: una strada e un cartello con su scritto “Route 66”. Vi viene forse in mente qualcosa di più caratterizzante della più celebre strada degli States?

Lo stesso protagonista Raymond Cassidy appare come un Ogm tra Raymond Chandler e Butch Cassidy, un padre fondatore di un genere e un ladro entrato nel mito, a segnare la misura per un serie a fumetti che si presta ad essere come la panna sulle dita. Tutta da gustare fino in fondo, rigettandosi tra le sparatorie e gli inseguimenti che tanta storia hanno fatto, permettendo ai nostalgici di riassaporare le atmosfere di un tempo e quella puzza mista di olio lubrificante e polvere da sparo che tanto piaceva a molti. Ed io, dietro ad ogni curva, mi aspetto poi di vedere spuntare la Ford Gran Torino di Starsky e Hutch. Gli anni sono quelli.  

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Greystorm: ammiccando a Verne

La copertina del primo numero


Non sono passati che quattro mesi da quando abbiamo recensito il primo numero di “Caravan”, ultima miniserie targata Bonelli. C’è quindi un po’ di sorpresa nel ritrovarci dopo così poco tempo a dover parlare di un nuovo personaggio che andrà a far compagnia ai vari Tex Willer e Dylan Dog nei prossimi dodici mesi, quel Robert Greystorm dal cui cognome l’omonima miniserie prende spunto.

“Greystorm” è principalmente un grande romanzo d’avventura a fumetti, un ritorno al passato e ad uno stile narrativo che tanta fortuna portò ad uno scrittore come quel Jules Verne che con le sue storie sembra volere fare da canovaccio, da musa ispiratrice per Antonio Serra, lo sceneggiatore di questa nuova iniziativa editoriale. A tal proposito non sembra quindi essere un caso che il protagonista nel fumetto, il già citato Robert Greystorm, fin dal primo numero, “Grandi progetti”, partorisca le proprie idee fantasiose grazie ai racconti del narratore francese e che, addirittura, intrattenga con lo scrittore stesso una corrispondenza epistolare. Quale miglior tributo al padre di “Ventimila leghe sotto i mari”?

Greystorm è un giovane tanto ricco quanto poco interessato allo studio, almeno nella sua veste convenzionale e accademica. La sua fervida fantasia gli consente di immaginare continuamente futuri possibili, spronandolo a travalicare le limitazioni del proprio mondo di fine ‘800 per inseguire, piuttosto, i folli progetti di un altro genio del passato: Leonardo da Vinci e la sua famosissima macchina per il volo.

Il fumetto è una continua contaminazione tra la fantasia più sfrenata e una realtà quantomeno possibile, condita da un accento gotico-dark che in questo primo numero è stato solo abbozzato, prevedendo, però, sviluppi ben più marcati con il procedere della narrazione e degli albi. Vedremo, inoltre, quanto lo sceneggiatore e i disegnatori accentueranno la connotazione fantasiosa e addirittura onirica che in questo “Grandi progetti” – disegnato da Simona Denna e Francesca Palomba – riveste un ruolo importante e che, per i miei particolari gusti, segna anche il punto più debole dell’intero frammento di storia.

Come mi è già capitato di scrivere in un recente passato è sempre molto difficile valutare un fumetto dal primo numero, così come giudicare un libro dalle prime dieci pagine può essere fortemente fuorviante e non permettere un’analisi serena dell’opera e un suo giudizio compiuto. Però il primo numero o le prime dieci pagine sono spesso la parte più importanti di una storia, lo sprone a farci proseguire o meno nella lettura. Per tale motivo il mio parere su “Greystorm” non è totalmente positivo anche se alcune tavole possiedono un fascino indiscutibile e in grado di accattivare il lettore, in modo particolare quello nostalgico della propria gioventù passata con il naso appiccicato a un libro di Jules Verne.

Caravan, la nuova miniserie targata Bonelli

La copertina del primo numero

La copertina del primo numero


La vita scorreva tranquilla e banale a Nest Point. La partita di calcio, gli impegni di lavoro, la cena da preparare, l’uscita con gli amici. Poi uno strano black-out che mette fuori uso qualsiasi meccanismo elettronico presente nella zona, dalle automobili ai telefonini, dall’elettricità ai computer portatili. E inoltre quelle strane nuvole nel cielo, quel loro girare vorticosamente su se stesse quasi a voler inghiottire l’intera cittadina. Infine, all’improvviso, con l’elettricità che ritorna e con le auto che riprendono a funzionare, la vita sembra riprendere il suo corso come se tutto non fosse stato altro che un grande stand by. Peccato che la mattina dopo, però, l’esercito faccia irruzione con elicotteri da guerra e carri armati a Nest Point, setacciando casa per casa e intimando ai suoi occupanti di fare le valigie e mettersi in marcia per una meta sconosciuta. Questione di “sicurezza nazionale”.

In estrema sintesi è questo il preambolo di “Caravan”, la nuova miniserie a fumetti in dodici numeri pubblicata dalla casa editrice Bonelli con soggetto e sceneggiatura firmati da Michele Medda, già precedentemente impegnato con le nuvole di Nathan Never e Dylan Dog. Tutte le copertine saranno firmate da Emiliano Mammucari, mentre il primo numero, intitolato “Il cielo su Nest Point”, è stato disegnato da Roberto De Angelis. I successivi undici, invece, vedranno l’alternarsi di un ampio team di disegnatori composto da Stefano Raffaele, Fabio Valdambrini, Werner Maresta, Andrea Cuneo, Maurizio Gradin, Michele Benevento.

Ovviamente è molto difficile giudicare una serie a fumetti solo dal primo numero, a maggior ragione se si considera che l’idea di partenza – la nube misteriosa e la forzosa fuga dalla città – è tutt’altro rispetto ad una trovata originale, potendo vantare precedenti illustri quali la serie tv Jericho oppure “The mist”, romanzo breve – o racconto lungo – di Stephen King e da cui il regista Frank Darabont, nel 2007, ha tratto l’omonimo flop cinematografico. L’originalità di “Caravan”, invece, è rappresentata dalla sua narrazione multipla: non c’è qui, a differenza di tutte le altre serie targate Bonelli (con la parziale eccezione di “Volto Nascosto”), il protagonista/eroe intorno a cui tutto ruota, non abbiamo il one man show alla Tex, alla Dylan Dog o alla Brad Barron, bensì molti personaggi alla pari, con le loro vicende e le loro diverse sfaccettature. Questi coprotagonisti già nel presente primo numero si incontrano e si confrontano, ma solo con la prosecuzione della narrazione potremo verificare quanto sapranno rappresentare la complessità di una situazione tanto drammatica nella quale, necessariamente, ognuno reagisce in modo diverso. Se ciò non dovesse accadere, purtroppo, saremmo costretti ad assistere ad un mesto déjà vu. E non ci resterà che la “nebbia”.

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