Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Archivio per la categoria “Serata Blockbuster”

Jonah Hex – regia di Jimmy Hayward

Jonah Hex

JONAH HEX
un film di Jimmy Hayward
con Josh Brolin, John Malkovich, Megax Fox

Sarà capitato sicuramente anche a voi di scorrere la trama di un film, occhieggiare la locandina e leggere i nomi degli interpreti ed essere convinti che qualcosa di buono, in questa roba qui, ci deve essere, questa pellicola potrà divertire, emozionare, far riflettere o gettare un po’ di luce su argomenti e mondi sconosciuti. Poi ti schiaffi nella poltrona del cinema o sul divano del salotto, di traverso e bello spaparanzato e alla fine, dopo i titoli di coda dici: tutto qui?

Jonah Hex del regista Jimmy Hayward è uno di questi casi, di queste enormi delusioni cinematografiche. Avevo adocchiato al Blockbuster appena uscito, attirato dal volto sfigurato di Josh Brolin in locandina e dall’abbigliamento in stile western che faceva presagire ambientazioni, seppur lontane dalla tradizione del genere, che mi avrebbero tenuto compagnia per un’ora e mezza. Poi ero stato pure attirato anche dal trailer, quella fottuta e maledetta macchinetta commerciale che rende ogni pellicola del cazzo un capolavoro. Jonah Hex appariva come il classico cinefumetto sparatutto, anche e soprattutto perché era l’ennesima trasposizione dell’ennesima graphic novel omonima, nata negli anni ’50 e ultimamente rispolverata da un team di scrittori amanti di questo genere ibrido e crossover capeggiati da nientepopodimenoche Big Joe Lansdale, che appare anche nei contenuti speciali in una intervista che spiega quanto sia bello Jonah Hex e delle modifiche apportate alla versione originale, aggiungendo quel pizzico di soprannaturale che fa tanto Signore del Rasoio o giù di lì.

E però un cinefumetto, come qualsiasi opera action e che prometta sparatorie, inseguimenti e scazzottate, beh, deve anche mantenere qualcosa di quello che promette. Cioè, non è possibile che il trailer sia la parte più bella dell’intero film, che guardando il minuto e mezzo di spot sia coperta la quasi totalità di scene d’azione proposte. No, no e ancora no. Non è accettabile. A maggior ragione se Hayward e gli sceneggiatori – Mark Neveldine e Brian Taylor – sprecano un così alto potenziale tanto di soggetto, non dovendo inventare niente perché il Jonah Hex personaggio esiste già da cinquant’anni e ha mietuto fan un po’ in tutto il mondo, quanto di cast a disposizione, visto che al già citato Josh Brolin nei panni del protagonista la pellicola annovera tra le proprie fila anche Megan Fox, più bella che brava, e, soprattutto, John Malkovich, più bravo che bello e assolutamente sprecato in un ruolo che pare quasi una comparsata, una maschera senza alcuno spessore e con un ruolo poco più che marginale. Si poteva risparmiare sull’ingaggio di Malkovich e rispettare maggiormente la sua filmografia per una boiata simile. E lo dico, in primis, allo stesso John, che so essere un appassionato lettore di Pegasus Descending grazie a Google Translator.

Josh Brolin

La trama di Jonah Hex è di una esilità che induce alla tenerezza, come vedere quei bimbi rachitici di inizio secolo e avere voglia di prenderli tra le braccia, ma senza stringere troppo per il timore di spezzarli in mille pezzi. Tutto è scontato nel lavoro girato da Hayward, nonostante la storia cerchi di portare lo spettatore verso un climax crescente, tutto ciò che si ottiene è una noia varia e diffusa, senza mai un cambio di ritmo e con delle scene d’azione che paiono buttate lì proprio perché devono esserci in base al contratto stipulato con il produttore.  

Josh Brolin, volendo essere sinceri, ce la mette anche tutta al fine di fornire un poco di pathos al suo algido protagonista, giustamente spietato dopo che il Malkovich/Turnbull, suo ex generale durante la guerra di Secessione americana combattuta dalla parte dei confederati sudisti, gli ha sterminato la famiglia. Jonah Hex, venendo a patti con la morte, torna alla vita, seppur sfigurato da una enorme ustione in volto lasciatagli proprio da Turnbull. E gli giura vendetta. Almeno quando viene a sapere che il suo ex comandante, a differenza delle notizie ufficiali, è vivo e vegeto e, per di più, con bellicosi propositi distruttivi grazie a una nuova e segretissima – o almeno così doveva essere – arma segreta in mano al Governo USA che, da polli, se la fanno soffiare. Fare secco Turnbull è ora anche un ottimo pretesto per salvare qualche migliaio di vite innocenti.

Il finale potete anche immaginarvelo senza che io ve lo racconti. Di novità, all’orizzonte, neanche l’ombra. Non so quanto Jonah Hex sia fedele al fumetto, ben poco, credo, da quel poco che ho intuito, a partire dalla componente soprannaturale pure, diciamolo, piuttosto inutile ai fini della storia e del suo svolgimento. Insomma, tanta noia e poco altro. E non c’è niente di più triste di un film action o d’avventura noioso.

Di seguito il trailer di Jonahh Hex del regista Jimmy Hayward:

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Novità in libreria: London Boulevard di Ken Bruen

London Boulevard

A dire il vero, prima del romanzo sono venuto a conoscenza dell’omonimo film interpretato da Colin Farrell e Keira knightley e diretto da William Mohanan. L’americano Mohanan è uno degli sceneggiatori più interessanti della Hollywood odierna, avendo firmato Le crociate e Nessuna verità di Ridley Scott, Fuori controllo con Mel Gibson e, soprattutto, The Departed, film capolavoro di Martin Scorsese, uno dei gangster movie più belli degli anni 00, pellicola, quest’ultima, che gli ha consentito di vincere un meritatissimo Oscar come miglior sceneggiatura. Ora, con London Boulevard, trasposizione del romanzo dello scrittore inglese Ken Bruen, William Mohanan approda anche alla regia, anche se non può non destare sorpresa che uno degli sceneggiatori di maggiore prospettiva e talento che vi siano in circolazione, per il suo primo film, si affidi a un lavoro non originale e, in particolare, non scritto da lui. Comunque, come al solito, non resta che vedere e leggere.

LONDON BOULEVARD (London Boulevard)
di Ken Bruen
ed. Casini
Traduzione di Claudia Checcacci

TRAMA: Dopo aver scontato una condanna per aggressione, Mitchell è di nuovo a piede libero, ma il suo passato tenebroso e violento sembra proprio non volerlo abbandonare. L’unico impiego che gli viene offerto – riscuotere debiti a nome di un usuraio – lo costringe a fare di nuovo i conti con il suo lato oscuro e spietato.
Ma la svolta è dietro l’angolo: una ricca attrice lo ingaggia come guardia del corpo tuttofare e incontra finalmente la donna della sua vita, la bella Aisling. Tutto sembra andare per il meglio, e Mitchell crede di poter finalmente diventare una persona migliore… ma l’imprevisto è in agguato e in un crescendo di colpi di scena la sua vendetta si scatenerà terribile e implacabile, sullo sfondo di una Londra sempre più cupa e inquietante.

Di seguito il trailer del film London Boulevard di Willian Mohanan, tratto dal romanzo omonimo di Ken Bruen:

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In the Electric Mist – regia di Bertrand Tavernier

In the Electric Mist

IN THE ELECTRIC MIST
un film di Bertrand Tavernier
con Tommy Lee Jones, John Goodman, Justina Machado

In the Electric Mist, film tratto dal quasi omonimo romanzo di James Lee Burke – In the Electric Mist with Confederate Dead, tradotto come L’occhio del ciclone – giunge, dopo quasi tre anni, finalmente anche in Italia, anche se direttamente in home video e senza uno straccio di pubblicità, tanto che se non fossi un ex dipendente Blockbuster e non continuassi a frequentare settimanalmente il mio vecchio posto di lavoro e gli amici che lì ho lasciato, manco me ne sarei accorto. E io adoro James Lee Burke, a tal punto da dedicargli pure il titolo di questo fottuto blog.

Continua, quindi, l’embargo nei confronti di uno tra i migliori scrittori di genere viventi e tra i più formidabili autori e narratori contemporanei di storie e mondi. Se noi quattro appassionati di questo autore nel Bel Paese possiamo vedere un film con Dave Robicheaux come protagonista, beh, dobbiamo ringraziare il regista francese Bertrand Tavernier, appassionato tanto quanto chi frequenta Pegasus Descending. Già autore di un documentario sul Sud degli Stati Uniti d’America e cantore delle sue bellezze e miserie, dei suoi sapori e dei suoi odori, Tavernier incontra James Lee Burke e Tommy Lee Jones per portare sul grande schermo – per la seconda volta, la prima per lui – il detective di New Iberia Dave Robicheaux e forse personaggio meglio riuscito della narrativa dello scrittore della Louisiana.

La storia rimane estremamente fedele al romanzo, seppur con la licenza poetica di ambientarla in un Sud post-Kathrina invece che nel 1993 come nel romanzo di Burke. La lieve modifica, se è vero che non cambia molto ai fini del racconto e dello sviluppo della storia, perché a Dio piacendo tempeste e uragani sono quasi all’ordine del giorno in Louisiana, quello che viene a mancare dall’originale è il continuo rimbalzo tra la vicenda di Dave e il clima del territorio in cui vive e la cornice che l’imminenza dell’uragano conferisce all’intera storia. Fin dalle pagine iniziali del romanzo, infatti, sappiamo che qualcosa, e qualcosa di brutto, dovrà accadere. Lo sa Robicheaux nel momento in cui viene chiamato per il ritrovamento del cadavere di una giovane donna. E lo sanno tutti gli abitanti di New Iberia, Dave incluso, che qualcos’altro di ancora più grosso e che se ne fotte delle miserie e piccolezze umane si sta avvicinando, annunciato da quei nuvoloni neri laggiù sull’orizzonte con le loro scariche elettrostatiche. Questo sentimento di tragedia imminente, ecco, manca nel film di Tavernier, proprio per l’incapacità, forse causata anche dal differente mezzo narrativo – romanzo vs film – di giocare costantemente con il clima e l’ambientazione che, a differenza che nel romanzo, risulta decisamente più statica.

Tommy Lee Jones

Per un appassionato come il sottoscritto è stato invece estremamente divertente e stimolante osservare la trasposizione cinematografica della casa di Dave, del suo negozietto di articoli per pesca, oltre al vedere la scelta del regista per le facce, da Robicheaux con quella di Tommy Lee Jones a Bootsie, passando per la ancora piccola Alafair. Nonostante nelle mie future letture il detective di James Lee Burke rimarrà con la faccia, a dire il vero non molto definita, che si è formata, romanzo dopo romanzo, nella mia mente, un confronto con l’immaginazione altrui è sempre cosa piacevole. Io, per me, raffiguravo in modo totalmente differente l’abitazione della casa di Dave, me l’ero pensata con più verde, un bel giardino e i campi coltivati a un passo, poco lontano dall’acqua del bayou che placido si apriva un varco tra le fronde degli alberi e piante acquatiche. Ma, questa, è l’incredibile avventura della letteratura e specchio sorprendente di quello che è il cervello umano.

Tavernier non inventa niente, essendo invece costretto a potare un po’ la trama e la sua complessità per tradurla in un prodotto esportabile sul grande schermo. Tommy Lee Jones, con la sua faccia dolente e dura allo stesso tempo, è perfetto per il ruolo di Robicheaux, un personaggio liricamente tragico adatto a rappresentare ogni opposizione al decadimento morale e sociale di un’America, e un mondo, che invece sembra fottersene di tutto e tutti. Se nel romanzo la parte spirituale e inconscia riveste, inoltre, un ruolo fondamentale senza, diversamente da altri lavori, scadere mai nella trovata pacchiana e new age, nel film questo aspetto narrativo viene sostanzialmente trascurato rimanendo totalmente scollegato dall’evolversi della storia, a differenza che nel lavoro di Burke dove risulterà addirittura risolutivo dell’intera vicenda, quasi a sottolineare l’incapacità dell’uomo di resistere al destino e a narrazioni, nel bene o nel male, già scritte.

Di seguito il trailer di In the Electric Mist del regista Bertrand Tavernier:

The Fighter – regia di David O. Russell

The Fighter

THE FIGHTER
un film di David O. Russell
con Mark Wahlberg, Christian Bale, Melissa Leo, Amy Adams

Il regista David O. Russell deve probabilmente ringraziare la determinazione di Mark Wahlberg se è giunto alla direzione di The Fighter, storia di pugili e di pugilato fortemente voluta proprio dall’attore che qui interpreta il protagonista della pellicola, il welter Mickey Ward. Ma se tutto il film è degno di nota, beh, un po’ tutti coloro che hanno lavorato intorno a questo progetto devono lastricare di rosso una strada che dalla casa di produzione porta fino a quella, londinese, in cui risiede Christian Bale che, conferendo anima e corpo al fratellastro di Mickey, Dickie Eklund, consegna alla storia del cinema una delle prove d’attore più significative dell’intera settima arte.

The Fighter è una classica storia americana, declinata di volta in volta in maniera diversa ma sostanzialmente sempre uguale a se stessa, che prevede come suo cardine l’individualismo esasperato di cui la cultura yankee è impregnata e che, probabilmente, ha anche contribuito a fare degli States quella landa infinita di opportunità e occasioni che ancora rappresenta. All’uomo solo contro tutti fa poi da corollario una vita di stenti permeata dalla necessità di sbarcare ogni giorno il lunario che consenta di mettere insieme il pranzo con la cena, oltre a famiglie povere, ignoranti e ingombranti in grado di ripercorrere, aggiornandola e attualizzandola, una vasta letteratura che da Caldwell passa per Steinbeck arrivando a Faulkner, tramutando in arte, sublime, quella porzione d’umanità reietta e dimenticata che da sempre ha rappresentato l’altra faccia di quell’oceano delle opportunità di cui dicevamo pocanzi.

Per mettere in scena la disperazione e la fama di rivincita che attanaglia queste fasce di popolazione, la boxe rappresenta l’elemento ideale, il substrato sportivo e sociale d’elezione. E se non è facile riuscire a utilizzare questo potentissimo mezzo narrativo per dire qualcosa di nuovo, il suo racconto ogni volta diverso riesce comunque a non stancare mai. La boxe, nel cinema come nella letteratura, è infatti sempre stata strumento per parlare del mondo e dell’uomo, essenzialmente per la sua natura intrinsecamente tragica che la rende la summa intellettuale dell’analoga tragedia umana. E se con Million Dollar Baby di Clint Eastewood – racconto preso da un lavoro dello scrittore J.K. Toole – la boxe diventa pretesto per parlare, tra le altre cose, di un tema scottante e delicato come l’eutanasia, in Cinderella Man la biografia di James Braddock viene trasformata da Michael DeLisa e Ron Howard nel paradigma della Grande Depressione e nella forza, ancora una volta esclusivamente individuale, a cui milioni di americani hanno fatto ricorso per tirarsi fuori da una situazione di miseria e disperazione. Ma potremmo ancora citare l’Alì di Michael Mann o il Toro Scatenato di Martin Scorsese con un Robert De Niro che insieme a Heat – La sfida fornisce, forse, una delle migliori interpretazioni della sua lunga – e ormai declinante – carriera.

Bale e Wahlberg

The Fighter è un film contenutisticamente più semplice e lineare rispetto alle opere appena citate e con un finale conciliante che, come da prammatica, prevede una bella colonna sonora, magari una canzone rock, a incorniciare lo scorrere delle fotografie del vero Mickey Ward. Ma c’è Christian Bale e la sua recitazione da pelle d’oca a spazzare via la polvere del già visto, nonostante un Wahlberg gonfio come non mai ma altrettanto statico, sempre uguale a se stesso indipendentemente dal ruolo interpretato. Il buon Mark, avendoci messo del suo, anche in termini economici, in questo lavoro, si è giustamente accaparrato il ruolo di protagonista, anche se prendersi come spalla uno come Christian Bale a interpretare un ruolo tanto complesso quanto schizzato e, di conseguenza, adattissimo alle sue caratteristiche, può avere come effetto collaterale la vincita, per quest’ultimo, di un Oscar come miglior attore non protagonista, tra l’altro doppiato anche da una bravissima Melissa Leo, che interpretando una mamma che crede sempre fare il bene facendo, invece, sempre il male per il proprio figlio ricompre un ruolo faustiano al contrario.

Bale, trasfigurando anche il proprio fisico per meglio rappresentare lo sfacelo figlio dell’eroina, gioca con il proprio peso e i propri muscoli, condensando in un unico personaggio l’intera anima di un quartiere periferico, instillando in Dickie una complessità totalmente assente in Mickey, mettendo ancora più in evidenza i limiti di Wahlberg. Si può anche pensare che sia il personaggio di Mickey stesso, schiacciato da una mamma invadente e da una famiglia mai capace di farsi i cazzi propri, a richiedere una interpretazione da bamboccione gonfiato. E però Ward è realmente un personaggio tormentato, o così dovrebbe essere, tanto da oscillare continuamente, come un equilibrista, tra l’influenza sociale potentissima che il gruppo familiare è in grado di esercitare modellando le scelte e le azioni del singolo e, all’opposto, quella richiesta individualistica tanto cara al made in USA. Wahlberg, però, fallisce nella rappresentazione di tutto ciò e nella manifestazione del dilemma interiore di Mickey, evidenziando una serie di limiti di difficile soluzione. Il finale, quindi, è scontato e la morale la solita e forse anche per questo è ancora più sorprendente segnalare un tale capolavoro d’attore, come quello messo in piedi da Christian Bale, in un film tutto sommato modesto e niente più se non piacevole. Ma i fiori non nascono dai diamanti. Mai stato così.

Di seguito il trailer di The Fighter del regista David O. Russell:

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Il Grinta – regia di Joel e Ethan Coen

Il Grinta

IL GRINTA
un film di Ethan e Joel Coen
con Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld

Quando Tom Chaney, fuorilegge di quarta categoria, fa secco il padre della quattordicenne Mattie Ross, ancora non sa che uno schnauzer nano gli si sta per attaccare alle palle. Mattie, infatti, a dispetto della giovane età e dell’essere una donna in un mondo maschilista per antonomasia – la frontiera USA a cavallo tra Ottocento e Novecento – afferra subito il toro per le corna facendosi carico della propria famiglia e della necessità di riscuotere ciò che è suo e indispensabile per il loro sostentamento. Messasi in viaggio, arriva nella città in cui il genitore ha trovato la morte, per due motivi fondamentali: ingaggiare il peggior figlio di puttana sulla piazza pronto a piantare una pallottola nella testa vuota di Tom Chaney e ricontrattare la vendita di una partita di puledri con un affarista arraffone.

Tutto, all’inizio del film dei fratelli Coen remake del celeberrimo Il Grinta di Henry Hathaway del 1969 che valse un premio Oscar a John Wayne, è volto a elevare la personalità di Mattie sopra la media, odierna e di allora. Quindi Mattie contratta manco fosse in un suk arabo; Mattie assiste all’impiccagione di tre condannati in una pubblica piazza sgranocchiando noccioline; Mattie, a corto di risorse, dorme insieme a quegli stessi tre morti nel retrobottega del becchino; Mattie dorme, la notte dopo, insieme a una vecchia trombona, avendo l’albergo finito le camere libere. Ciò che muove la protagonista della trasposizione del romanzo di Charles Portis è un inveterato senso di giustizia afferente al Dio degli eserciti dell’Antico Testamento biblico piuttosto che a quello dell’amore e del perdono del Nuovo. E la redenzione, anche chiamata, in questo caso, vendetta, prende le sembianze di Reuben Cogburn, uno sceriffo che si guadagna da vivere facendo il cacciatore di taglie, uno che tra il vivo o morto, beh, preferisce di gran lunga il morto. Meno problemi.

Il Cogburn dei Coen, Il Grinta che dà il titolo a libro e film, a differenza di quello interpretato da John Wayne rinuncia a qualsivoglia barlume di nobiltà da cavaliere solitario per vestire i ben più adatti panni dello sfattone che per strappare pranzo e cena, oltre a dormire nel magazzino di un immigrato cinese, fa l’unica cosa che è in grado di fare: ammazzare.

Al duo Cogburn-Mattie si unirà il ranger texano LaBoeuf, elemento esterno alla vicenda perché proveniente da un altro Stato USA e continuamente in bilico tra l’accettazione e il rifiuto, la stima e la denigrazione. LaBoeuf, a differenza tanto di Cogburn quanto della piccola Ross, mantiene inalterato un senso della giustizia che vuole i condannati, anche pendagli da forca come Chaney, essere portati vivi e integri davanti a un legittimo tribunale. Saranno poi questi a infliggere la legge degli uomini. Ne Il Grinta, infatti, i Coen abbozzano una continua tenzone tra le due giustizie appena citate, quella degli uomini e quella di Dio, in cui la seconda, per la sua intrinseca natura, non permette alcuna mediazione e il come questa arriva, alla fine, non è poi cosa neanche così importante.

Jeff Bridges

Forse a causa della spasmodica attesa – mia e, credo, di molti appassionati di genere western e dei Coen – avevo altissime aspettative su questo nuovo lavoro dei registi di quel capolavoro che fu Non è un paese per vecchi. Oggi come allora il materiale narrativo su cui lavorare al meglio c’era tutto, grazie alla scrittura di due grandi autori americani come Cormac McCarthy e Charles Portis. Il risultato, invece, rasenta minimamente l’accettabile, avendo sprecato un potenziale mica male sia in termini di trama, morale o, più prosaicamente, cast. Utilizzare Matt Damon e Josh Brolin per un ruolo, il primo, poco più che abbozzato e, il secondo, per una mera comparsata, è un peccato difficilmente perdonabile. Non fosse stato per quel fenomeno di Jeff Bridges il cui Cogburn è infinitamente superiore a quello interpretato da Wayne, essendosi lasciato alle spalle ogni parvenza morale e moralistica per dare vita a un personaggio tragico e decadente, un uomo conscio tanto del suo fallimento sotto l’aspetto umano quanto del suo rimanere il rappresentante in estinzione di un mondo avviato lentamente, ma inesorabilmente, verso la sua fine. È la giustizia degli uomini, quella fatta di giurisprudenza, tribunali e avvocati il mattatore di gente come Cogburn, tanto che il film si apre proprio con un processo a Il Grinta in cui un avvocatuccio lo accusa, ma pensa un po’ te, di aver fatto fuori un ricercato. Roba da pazzi.

E la fine de Il Grinta, film e uomo, così come quello di un’epoca, analogamente a ogni tragedia che si rispetti, è la farsa, la commedia. La fine del west è il carrozzone del circo di Buffalo Bill. Perché “il tempo ci sfugge”, come dice una Mattie – e con lei, prima, molto prima, il poeta latino Orazio – ormai cresciuta e in cerca di chi, anni dietro, le ha reso giustizia, in un finale che per assonanza ricorda il racconto “The Dead” dei Dubliners di James Joyce.

Nonostante le potenzialità, però, questo ultimo lavoro dei fratelli Coen ha il retrogusto amaro dell’incompiuto, di un film che, in definitiva, non riesce in toto a esprimere tutto quello che avrebbe potuto dire e, quello che dice, non lo fa nel miglior modo possibile. Le idee, l’impalcatura c’è e l’ha fornita anni fa Portis. Ma tutto, eccezion fatta per la prova di Bridges e della Steinfeld – autentica rivelazione -, sprizza mediocrità da ogni poro, comprese le interpretazioni tanto di un Matt Damon forse ai suoi minimi storici per uno tra gli attori più interessanti e capaci di Hollywood, quanto di un Josh Brolin che ci aveva abituato ad altre vette d’intensità recitativa, come in uno degli ultimi lavori di Woody Allen, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni. Ancora una volta, quindi, i Coen si dimostrano essere una coppia di registi notevolmente incostante dal punto di vista narrativo, oscillando continuamente tra il capolavoro (su tutti Il grande Lebowski, ancora con un indimenticabile Jeff Bridges, e Non è un paese per vecchi) e il flop (Burn after reading). Il Grinta, da mediocre, si situa in una posizione mediana che lascia allo spettatore poco altro oltre al barbone arruffato e alla benda sull’occhio di un redivivo, caro vecchio Drugo.

Di seguito il trailer de Il Grinta di Joel e Ethan Coen:

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Un gelido inverno – regia di Debra Granik

Un gelido inverno

UN GELIDO INVERNO
un film di Debra Granik
con Jennifer Lawrence, John Hawkes, Kevin Breznahan

Probabilmente la storia già la sapete: Un gelido inverno, trasposizione cinematografica firmata da Debra Granik del bellissimo romanzo di Daniel Woodrell, ricalca fedelmente la trama narrata nel libro. Quando Ree, una sedicenne costretta a sobbarcarsi sulle proprie spalle il peso del sostentamento della famiglia, si sente bussare alla porta e già sa che non saranno buone nuove. Lo sceriffo della piccola comunità rurale in cui vive, spersa tra i boschi, le nevi, il freddo e la miseria di una provincia americana in cui le villette monofamiliare sono state sostituite da fatiscenti baracche di legno, lo sceriffo, dicevamo, sta infatti cercando il padre di Ree, un pregiudicato in attesa di giudizio per spaccio di anfetamine. Se non si presenterà, la settimana successiva, al processo intentatogli, le autorità locali confischeranno la casa in cui Ree vive con la madre malata e i due fratelli piccoli e il piccolo pezzetto di bosco circostante. Il padre, infatti, pur di uscire di galera ha dato questi unici averi come garanzia per la libertà su cauzione. A Ree, oltre tutto il resto, non rimane altra scelta che mettersi alla ricerca del padre, iniziando così un viaggio da oltretomba in un mondo violento, ignorante e criminale che come un parassita, una tenia, succhia le sostanze nutritive della società.

Debra Granik, con Un gelido inverno, non commette il più grande errore in cui potrebbe scivolare un regista o uno sceneggiatore che volesse tramutare in film un’opera romanzata su carta: essere infedele al testo. Le trama, infatti, segue quasi pedissequamente quella scritta originariamente da Woodrell, limitandosi a tradurre in immagini le parole dello scrittore di Springfield, Missouri.

Una natura prepotente e ingombrante, infatti, diventa l’indiscussa protagonista di questo racconto di frontiera dalle multiformi sembianze: se, a tratti, la vicenda si tinge di noir, perdendosi tra i mille rivoli e le false piste di una ricerca che ha il sapore dell’indagine, della ricerca di una persona scomparsa qual è, in definitiva, il padre di Ree, Un gelido inverno è anche, e forse essenzialmente, un grande racconto di formazione e di passaggio a una età ancora più adulta di quella che Ree è costretta a vivere. La continua sospensione tra le realtà e la voglia di fuga, di costruirsi un futuro diverso e lontano da quei boschi, nel romanzo è magnificamente e simbolicamente rappresentata dalle musiche new age ascoltate da Ree, oltre che dalla sua ferrea volontà di arruolarsi nell’esercito, insieme alla Marina l’unica via per i poveri di viaggiare e scoprire il mondo. Un gelido inverno, inoltre, ammicca in maniera prepotente alla narrativa western e di frontiera, un genere di letteratura in cui la natura è matrigna piuttosto che madre e le vite dei pochi uomini che hanno l’ardire di sfidarla continuamente messa a repentaglio da forze oggettivamente soverchianti. La Granik, non volendo inventare niente, acquisisce poi il punto di vista di Woodrell e la sua messa in crisi di una società americana in cui la periferia è una sua componente fondamentale, ripercorrendo le orme – e le sorti al Sundance Festival, vinto da entrambi – del notevole e ignorato Frozen River di Courtney Hunt.

Questa trasposizione cinematografica, quindi, dimostra di possedere tutte le qualità del romanzo di Woodrell proprio grazie alla sua fedeltà. Nella traduzione italiana, però, si perde forse gran parte di quel lavoro sulla lingua operato sia dallo scrittore nel suo romanzo sia dagli attori nelle versione originale, attenuando un poco il sapore ruspante di quelle martoriate zone per cedere il passo a un lavoro maggiormente universale. Come accade, però, anche con molte opere italiane, non sempre è possibile combinare allo stesso tempo la fluidità narrativa alla estrema fedeltà linguistica, dovendo, di solito, trovare un giusto compromesso tra questi due Scilla e Cariddi.

Nonostante il Sundance, purtroppo, temo comunque che Un gelido inverno, come il romanzo, rimarrà opera vista e letta da pochi cultori e appassionati, minando cronicamente la possibilità di poter usufruire anche nel nostro Paese di una produzione lontana da logiche commerciali da blockbuster, ma intrinseca essenza di un movimento intellettuale e artistico che sempre più dimostra di affondare le proprie radici in un substrato culturale che spazia da Caldwell a Faulkner, da Steinbeck e Fante, dimostrandosi capace come pochi di raccontare la realtà e il mondo che ci circonda e, forse anche per questo motivo, destinato sempre a soccombere davanti a produzioni milionarie in cui, tolti gli effetti speciali, rimane il nulla.      

Di seguito il trailer de Un gelido inverno della regista Debra Granik:

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The Tourist – regia di Florian Henckel von Donnersmarck

The Tourist

THE TOURIST
un film di Florian Henckel von Donnersmarck
con Johnny Depp, Angelina Jolie, Paul Bettany, Timothy Dalton

Passare da Le vite degli altri a The Tourist è un po’ come vedere giocare Messi nella finale di Champions League e, la domenica dopo, rivederlo grasso, lento, spelacchiato e con il culo pesante inciampare su una zolla vigliacca durante il match in testa alla classifica tra BarCircolinoAcli e TrattoriaLaMorteDelPorcelloèSullaGriglia, tesissima partita di calcio a otto del torneo CSI – che non è C.S.I. Miami, Los Angeles o quel che è -, gruppo F della circoscrizione Ossola Nord.

E dire che questo secondo lavoro del regista Florian Henckel von Donnersmarck sembrava, sulla carta, averli tutti i numeri e, soprattutto, le ambizioni per puntare in alto, a differenza de Le vite degli altri, capolavoro anche premiato da un Oscar come miglior film straniero ma, probabilmente, mai veramente considerato per quello che è: uno dei migliori film degli ultimi vent’anni. Se nell’esordio il regista dal cognome affine a un feldmaresciallo asburgico, oltre al soggetto e alla sceneggiatura di cui era anche autore, aveva tirato fuori dal cilindro una prestazione a dir poco fantastica del mai troppo compianto e prematuramente scomparso Ulrich Mühe – anche apprezzato nel ruolo di irresistibile mattatore in Mein Fuhrer, un distillato di feroce satira firmato da Dani Levy -, in The Tourist sono i grandi di nomi di Hollywood a fare da classico richiamo per le allodole, seppure la qualità del film così come quella della prova attoriale dei protagonisti non siano neanche lontanamente paragonabili.

Se Johnny Depp pare poco a suo agio nelle vesti di un turista un po’ fessacchiotto che, per certe sue uscite, sembra prendere troppo come modello il Jack Sparrow della saga de I pirati dei Caraibi, tanto da mancargli solo la spada e il cappello con tanto di variopinto piumaggio, Angelina Jolie si dimostra per l’ennesima volta una attrice di una empatia pari una colonna greca in stile dorico forgiata nel vivo marmo bianco. Nonostante non arrivi a bassifondi quali Salt, la Jolie rende sempre più evidente l’incredibile bravura di un regista come Clint Eastwood, capace, in Changeling, di trasformare un brutto anatroccolo in un magnifico cigno. Ma, come si dice, una rondine non fa primavera e altre prestazioni degne di nota della figlia di John Voigt e moglie di Brad Pitt non se ne ricordano. In tutta questa pochezza, alla fine, ci fanno una figura titanica le comparsate dei nostri attori nostrani, da Nino Frassica, in un ruolo da Bagaglino o da barzelletta sui carabinieri, a Christian De Sica, passando per Neri Marcorè e Alessio Boni, quest’ultimo già apprezzato come convincente Caravaggio nell’omonima fiction Rai di un paio di anni fa.

Nonostante The Tourist, incredibilmente e in apparente contraddizione con quanto appena detto, si lasci vedere dall’inizio alla fine, è la prevedibilità il suo punto più debole. Già dopo un quarto d’ora si capisce quale sarà il colpo di scena finale, non potendo neanche raccontare troppi particolari della trama, praticamente nessuno, perché ci arrivereste pure voi ed essendo un thriller, insomma, non sta bene. Quello che dovrebbe essere il colpo che non ti aspetti è intuibile alla seconda scena, mentre tutta la componente action è quanto di più affettato si sia potuto vedere negli ultimi tempi, inseguendo una comicità da Pantera Rosa – con tanto di corsa sui tetti – che non si capisce fino a che punto sia voluta.   

Da segnalare, come nota positiva, la splendida ambientazione veneziana, tanto nelle sue vedute più classiche e lussuose, quasi da spot per il Festival del Cinema, quanto negli scorci notturni e lugubri di una Serenissima oscura e nebbiosa in grado di ammiccare in maniera decisa al gotico alla Edgar Allan Poe. Nonostante ciò, The Tourist resta un thriller prevedibile fondato su una idea nata vecchia, con una sceneggiatura e un paio di vip piuttosto svogliati e, per quel che riguarda l’interpretazione di Johnny Depp, pure fuori forma e ruolo. E tutto ciò è un gran peccato, perché von Donnersmarck ha dimostrato di avere dei numeri importanti e di saper raccontare una storia come dio comanda. Però, forse, non bisogna montarsi la testa e non lasciarsi trascinare nel mondo patinato e fittizio di Hollywood, rimanendo con i piedi per terra, scegliendo attori con la A maiuscola e fortemente motivati, invece di star per caso, e lavorando sulla storia perché, alla fine, è davvero l’unica cosa che conta.

Di seguito il trailer di The Tourist del regista Florian Henckel von Donnersmarck:

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Hereafter – regia di Clint Eastwood

Hereafter

HEREAFTER
un film di Clint Eastwood
con Matt Damon, Cécile de France, George McLaren

Sarà l’età che avanza e le inevitabili riflessioni che questo comporta oppure la necessità di esplorare nuove strade narrative e artistiche, di rinunciare al racconto della realtà più nuda e cruda per camminare, all’opposto, in quelle terre di confine tra l’umano e quel che c’è di là. Sarà quel che sarà, sta di fatto che con il suo ultimo lavoro, Hereafter, Clint Eastwood segna uno scarto piuttosto marcato rispetto all’intera sua produzione, dai western di trenta e passa anni fa fino ai capolavori a cavallo tra gli anni ’90 e quelli 00, da Un mondo perfetto a Gran Torino, passando per Mystic River e Million Dollar Baby.

Hereafter è la storia di tre persone diversamente a contatto con la morte. George è un sensitivo che vede quello che molti considerano un dono come, invece, una condanna a un’esistenza tormentata e fatta di solitudine estrema. Dopo aver rinunciato a una lucrosa attività basata sul dolore della gente, anche se sono proprio questi ultimi, ancora, a cercarlo con insistenza, si guadagna da vivere lavorando in fabbrica e iscrivendosi a corsi serali di cucina italiana nel tentativo, probabilmente, di scorgere un barlume di normalità. Marie è una affermata giornalista francese in vacanza in Thailandia nel 2006, nel periodo natalizio, proprio in concomitanza con uno dei più devastanti tsunami che la storia umana ricordi. Travolta dalla forza dirompente dell’onda anomala, Marie vivrà un’esperienza a cavallo tra la vita e la morte e, tornata indietro, la sua esistenza non sarà più la stessa, bensì spesa alla continua ricerca e comprensione di quello che le è accaduto e di quello che le accadrà. Markus è un ragazzino londinese con una mamma drogata e un sacco di altri casini. Come se non bastasse, sempre in accordo con la ferrea legge secondo cui la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, perderà il fratello gemello Jason in un incidente stradale, sprofondando in una solitudine senza speranza e prospettiva.

Queste tre storie, seppure distanti sia per quel che riguarda il loro svolgimento sia per i fini e le motivazioni che spingono i tre protagonisti di Hereafter ad agire, sono accomunate dal rapporto contrastato con la morte, dalla necessità, incredibilmente e dannatamente umana, di capire cosa c’è al di là, cosa succede poi, scontrandosi, inevitabilmente, con tutte le prevedibili difficoltà per chi non voglia rispondere a questa domanda con la risposta più semplice (e vera?): niente.

Clint Eastwood, dal punto di vista meramente tecnico e cinematografico, si dimostra regista di un talento davvero soprannaturale, riuscendo a raccontare una storia difficile e sempre sull’orlo del ridicolo con sicurezza, semplicità e delicatezza. Quando si parla di morte o si pongono domande, ricercando risposte, su un tema che ha spaccato letteralmente la testa a, credo, tutti gli uomini che abbiano mai calcato questo suolo polveroso, il rischio è quello di mettere insieme un’accozzaglia di pacchianate e stronzate in stile Voyager, minchiate fatte di fantasmi, spiriti, tunnel luminosi e via dicendo. Lo stesso Eastwood, a tratti, concede qualche secondo a questa esperienza mistica e apparentemente inspiegabile, non per indugiare sul paranormale, bensì per fornire alimento alle necessità dei suoi personaggi e, più generalmente, alle proprie esigenze di regista. La solida sceneggiatura di un fuoriclasse come Peter Morgan, inoltre, garantisce alla storia una propria linearità e compiutezza, ammiccando alle emozioni dello spettatore piuttosto che alla sua ragione solo, seppur a tratti, nella straziante vicenda del piccolo Marcus, il cui sviluppo, a causa della giovane età dei protagonisti, risulta un po’ troppo tagliata su misura per i sentimenti di mamme e nonne e non così equilibrata e non partecipata come quella, per esempio, di Un mondo perfetto.

Le storie convergeranno, per vie traverse, su Londra e sarà per bocca di George, interpretato da un sempre ottimo Matt Damon, che si estrinsecherà la filosofia di Clint Eastwood, il commento del regista all’intero film, la fine di una storia in cui tutti siamo coinvolti: non lo so. Hereafter, dopo due ore e passa, giunge alla più classica delle conclusioni, abbassando le braccia di fronte all’impossibilità di comprendere la nostra mancata capacità di rassegnazione, come un animale che dopo aver fatto una sortita fuori dalla tana ritorni velocemente sui suoi passi.

Come già nel precedente Invictus, però, Eastwood, nuovamente, sceglie di non cedere al pessimismo, bensì di rilanciare la speranza, liberando il proprio personaggio più doloroso, George, dalla sua condanna a guardare il passato degli altri per immaginare, per la prima volta, il proprio futuro. Perché alla fine è proprio questo quello che rimane di un lavoro estremamente poetico e foriero di così tante perplessità anche da parte del sottoscritto: possiamo inventarci una religione e credere nella vita eterna percorrendo quell’unica via che si chiama fede. E pensare alla morte e vivere preparandoci per la morte, per quello che ci sarà dopo, per pesare il nostro cuore su un bilancino come facevano gli antichi egizi. Oppure possiamo accettare la nostra finitezza e concentrarci su quello che ci è dato, spendendo bene il nostro tempo e non permettendo mai alla morte di uccidere la vita. L’unica cosa che, in definitiva, conti realmente.

Di seguito il link di Hereafter di Clint Eastwood:

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Vallanzasca – Gli angeli del male – regia di Michele Placido

Vallanzasca – Gli angeli del male

VALLANZASCA – GLI ANGELI DEL MALE
un film di Michele Placido
con Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Paz Vega, Valeria Solarino, Francesco Scianna

Non credo ci sia bisogno di spendere troppe parole su Vallanzasca, per ricordare o solamente citare le sue imprese malavitose, il fascino che fu in grado di suscitare in ampie fette della popolazione italiana tra gli anni Settanta e Ottanta, le rocambolesche evasioni e la mancanza di pentimento. Vallanzasca fu l’ultimo dei gangster, un uomo che, bisogna dargliene atto, ammazzò e rubò per propria scelta e convinzione, uno che non se la prese con lo Stato, la società, la borghesia o adducendo basse giustificazioni di questa risma. Scelse e ne pagò – e ancora sta pagando – le conseguenze di quelle decisioni.

In Italia, nel nostro moralissimo e moralista Paese, è estremamente difficile fare cinema, letteratura o arte. Nel nostro Paese è forse impossibile riuscire a ragionare, far funzionare il cervello rispettandosi al di là delle convenienze o delle opposte idee. Tutto, nel nostro Paese, finisce inevitabilmente in vacca, grazie a una politica sempre pronta a fare caciara  per celare con strati di fumo la propria pochezza e inadeguatezza, una attività, quella politica, da sempre doverosamente reputata tra le più nobili ma, altrettanto da sempre, praticata  per la sua stragrande maggioranza da puttane, nani e ballerine. Tutti, indistintamente, con la testa vuota e il portafoglio pieno. E una politica di tal fatta, ovviamente, non può non accompagnarsi ad un fido cagnolino che da mastino della democrazia quale dovrebbe essere si è trasformato in un chihuahua minuscolo e leccaculo: il giornalismo.

Questo inciso, che può benissimo applicarsi quotidianamente a una vasta pletora di argomenti, si adatta benissimo all’ultimo film di Michele Placido, Vallanzasca – Gli angeli del male. Ricorderete il polverone che si alzò durante la sua uscita nelle sale cinematografiche italiane, tanto da portare qualche illuminato politico e pensatore nostrano a suggerirne il boicottaggio che, tradotto, significa “censura”. Ma anche questo, ahinoi, è un malvezzo molto frequente dalle nostre parti: quando qualcosa non ci piace non bisogna confutarlo, ma censurarlo. Quel libro porta una tesi che non condivido? Non leggetelo. Quel film solleva problemi che non mi va di affrontare? Non guardatelo. E così via. Le pagine buie della nostra storia – e ce ne sono centinaia – non devono essere affrontate, rimasticate, risputate, digerite, andarci magari indigeste ma, comunque, vissute, bensì semplicemente accantonate, celate, mascherate, non dette. Michele Placido non può, quindi, prendere un personaggio che, nel male, ha segnato un paio di decenni della nostra storia e raccontarne le vicende con tutta quella sacrosanta e inevitabile libertà che va lasciata all’artista, dovrebbe, bensì, pensare alle farfalle o alle commedie da quattro soldi.

Vallanzasca – Gli angeli del male è, invece, un film tra i pochi prodotti nel nostro Paese in grado di competere senza sfigurare con le produzioni internazionali e, in particolare, americane. Vedere un film come Vallanzasca mette speranza, perché dimostra come ci sia ancora qualcuno in grado di scrivere sceneggiature che reggano per due ore abbondanti, registi capaci di dare ritmo alla loro storia e attori attrezzati per affrontare interpretazioni complesse senza banalizzarle.

Placido, con questo suo ultimo lavoro, torna negli anni che già furono l’ambientazione prima di Romanzo criminale e poi de Il grande sogno. Se Romanzo criminale, lavoro più affine a questo Vallanzasca del secondo a causa delle tematiche trattate, era però una storia corale che aveva come coprotagonista anche la narrazione di un’epoca e delle sue schifezze, con Vallanzasca è la storia di un uomo al centro della vicenda. Tutto ruota intorno al Bel René, la Milano degli anni ’70 altro non è che un set cinematografico e i molti altri bravi attori che gli ruotano intorno, inevitabilmente, dei comprimari. Il palese e dichiarato intento di Placido è quello di raccontare una scelta, deliberata e ponderata, senza sociologismi da quattro soldi o moralismi d’accatto. Il rischio, sempre presente in gangster-movie come il presente Vallanzasca, è quello di presentare il crimine come qualcosa di affascinante, a volte addirittura nobile, a causa delle sue regole e delle azioni dei protagonisti. Il regista, seppur cercando continuamente di tenersi fuori dalla mischia limitandosi a raccontare, a lasciar fare a Renato Vallanzasca, non sempre riesce a mantenersi su questa posizione di imparzialità, dando vita a un personaggio che a tratti strizza l’occhio allo spettatore, come nel finale. Se, normalmente, tutto ciò potrebbe derubricarsi come un difetto, avendo a che fare con uno che in carcere riceveva interi sacchi di lettere da parte di ammiratrici, la cosa non diventa altro che un ulteriore aspetto della vicenda, ricreando in maniera opportuna ed efficace quel sentimento popolare così diffuso ai tempi in cui il boss della Comasina imperversava in Italia e cavalcato con consapevolezza e abilità dallo stesso Vallanzasca.

I criminali, come scrive in maniera lucidissima Joseph Pistone, alias Donnie Brasco, nei suoi libri, non sono mai affascinanti come appaiono nei film. Vallanzasca, evidentemente, ne è una eccezione, come dimostra la Storia e seppure i suoi delitti tali rimangano. Placido mette in scena tutto ciò, dando ampio spazio a un Kim Rossi Stuart sicuramente mai così bravo – e con accento, finalmente, milanese – e abbassando le mani davanti allo smodato Ego e all’istrionico carisma di un belloccio con il mitra il mano. Tutto ciò, a differenza di quanto possono pensare i detrattori di Placido e del suo lavoro, non significa giustificare i crimini di Vallanzasca o dimenticare le sue vittime. Significa, molto più semplicemente, prendere una storia e raccontarla al meglio delle proprie capacità e dopo aver fatto le necessarie scelte stilistiche per narrarla con efficacia. Un film come Vallanzasca, inoltre, rappresenta la calata dentro una mente criminale per scelta, il fascino di chi ha il coraggio di prendere delle decissioni forti e senza ritorno – come dice lo stesso protagonista in una scena iniziale del film – ma al contempo tutta la miseria morale ed esistenziale di chi per quelle stesse scelte forti rinuncia alla propria famiglia, al veder crescere il proprio figlio, alla possibilità dell’amore o, più banalmente, del sonno tranquillo.

Vallanzasca era una sorta di star mediatica e Placido ha messo in scena (anche) tutto ciò. Se ne può fargliene una colpa, come chi parla senza attaccare prima il cervello e senza guardare al di là dello schermo la complessità della realtà riportata nelle storie su carta o pellicola, oppure accettare che quella parte oscura che Vallanzasca dichiarava di avere particolarmente invadente è malcelata in più persone, e forse, più di quando siamo disposti ad accettare. Anche se nessuno, dopo aver visto il film di Michele Placido, augurerebbe a un proprio figlio la vita fatta da Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli e a 260 anni di reclusione.            

Di seguito il trailer di Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido:

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Death Race 2 – regia di Roel Reiné

Death Race 2

DEATH RACE 2
un film di Roel Reiné
con Luke Goss, Danny Trajo, Sean Bean, Ving Rhames

Anche se Death Race 2 viene spacciato come il secondo capitolo dopo il grande successo del primo – opera  del regista Paul W.S. Anderson, qui solo produttore -, il nuovo lavoro firmato da Roel Reiné è, in realtà, un prequel, e seppur rimanendo ad alti livelli di divertimento e intrattenimento, non raggiunge le vette di autentico distillato di godimento puro della pellicola di Anderson, probabilmente uno dei migliori film di azione degli ultimi due o tre anni.

Il primo capitolo iniziava con la sfida tra Jensen Aimes e un pericoloso e misterioso pilota mascherato: Frankenstein. Death Race 2 è la storia di Frankenstein, tanto che nel titolo originale compare addirittura nel titolo della pellicola come Frankenstein Lives, andando a colmare un buco nella trama del film precedente e sfruttando appieno tutte le potenzialità commerciali di quel lavoro, nonostante l’assenza di un tamarro come Jason Statham nel ruolo di protagonista si faccia sentire in maniera decisa e la presenza di Danny Trejo, il Re dei Truzzi, sia relegata a un ruolo secondario.

Quando il criminale Carl Lucas, interpretato dal belloccio Luke Goss, si fa incastrare durante una rapina finita male, sono le porte del supercarcere privato di Terminal Island ad aprirsi. La direzione di questa moderna galera, figlia dei problemi economici degli Stati Uniti d’America e appaltata a imprese esterne che ne garantiscano una efficiente gestione così da sgravare l’annaspante bilancio pubblico federale, la direzione, dicevamo, tira fuori dal cappello una geniale idea per fare soldi: organizzare degli incontri corpo a corpo stile antica Roma e arena per sbancare l’auditel e accumulare pubblicità. I combattimenti sono all’ultimo sangue, terminando solo quando uno dei due contendenti, estratti a sorte – più o meno – tra tutti i galeotti, ci rimette le penne. Tanto della morte di stupratori, assassini, pedofili e compagnia non può fregare di meno a nessuno. Ma gli ascolti vanno così così, alla fine il web e le reti private sono piene di spazzatura del genere, programmi che sbattono sul muso degli spettatori sangue e sesso, liti e scaramucce come un Uomini e Donne qualunque o un Grande Fratello fatto al risparmio. Poi la direzione ha un colpo di genio per risollevare le sorti del programma: far gareggiare un gruppo tra i più feroci malviventi del carcere in una corsa automobilistica con tanto di missili e mitragliatori. Ovviamente all’ultimo sangue. Il vincitore, cioè colui che rimarrà in vita, avrà come premio la libertà.

Death Race 2, anche non toccando, come già detto, le vette del suo illustre predecessore, rimane comunque un film in grado di intrattenere piacevolmente per un’ora e mezza. Sullo sfondo di una serie di faide intracarcerarie, come vuole ogni storia che si rispetti ambientata in questo particolarissimo ambiente sociale, si sviluppa la vicenda di Carl Lucas, protagonista che a differenza del suo collega Aimes è in galera non ingiustamente, trasformando la fuga per la libertà del secondo in una mera lotta per la sopravvivenza del primo. Luke Goss, inoltre, a differenza di Statham non riesce a interpretare sempre al meglio un ruolo action, mentre è tutto il film ad arenarsi in una maggiore superficialità nella caratterizzazione dei personaggi che, seppure la complessità anche in Death Race non fosse mai stata una priorità, qui diventano delle prevedibili macchiette che recitano un ruolo altrettanto prevedibile e scontato.

Le scene d’azione, le mazzate, le sparatorie e le risse, per carità, non mancano e, anzi, fanno da supporto per tutta la struttura del film, anche se alcune cadute nella sceneggiatura risultano evidenti, soprattutto quando si addormenta la storia con inutili scenette di sesso e cazzatine simili. Paul Anderson, anche nelle sue vesti di produttore, sembra cercare di imprimere un ritmo analogo a Death Race, con il risultato che a tratti questo sequel che in realtà è un prequel pare sbiadire come un epigono uscito male, il fratello piccolo e scemo del primogenito di successo oppure, se preferite, come John a Lapo Elkann.

Death Race 2, quindi, si caratterizza come un prodotto altamente commerciale e figlio esclusivo del successo del primo, depotenziando l’entusiasmo frutto della visione di Death Race e conferendo alla storia e alla regia un insopprimibile retrogusto di già visto, un’appendice vermicolare nel lavoro di Paul Anderson senza alcuna pretesa se non quella di cavalcare l’onda e vedere l’effetto che fa. Manca la sorpresa e lo stupore, come se si fosse letto un romanzo e, dopo, la sua prima stesura. Beato colui che ha il coraggio di battere strade inesplorate.

Di seguito il trailer di Death Race 2 di Roel Reiné:

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