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Una ragazza così fortunata e carina! di Persia Walker

Persia Walker

UNA RAGAZZA COSI’ FORTUNATA E CARINA! di Persia Walker

Una sedicenne precipita dalla finestra della propria stanza rimanendoci secca sul colpo. Chrissie Snow era, a detta di tutti, una ragazza così carina e fortunata che non si capisce come qualcuno possa averle voluto talmente male da spingerla giù dalla mansarda di casa. Come se non bastasse, poi, la scientifica scopre sul corpo della giovane tre coltellate, mentre all’esame autoptico il coroner rivela che la ragazza, poco prima della morte, avrebbe bevuto un bel po’ di vino rosso, di quello buono, da hotel di lusso. E ha pure avuto un bel rapporto sessuale. Evidentemente nessuno le avrebbe offerto una bottiglia di costoso rosso se non avesse contestualmente voluto qualcosa in cambio. Mondo di merda. I detective Stone e Lee, incaricati del caso, sembrano aver letto il manuale del giovane investigatore firmato da Topolino e quindi, avendo recepito il succo, iniziando a interrogare e a sospettare le persone più vicine a Chrissie: il padre, il patrigno, le amichette del cuore. E per la Stone sarà questa anche un’occasione per fare i conti con un proprio personale e dolorosissimo passato.

Il racconto di Persia Walker è convincente. L’aspetto meramente investigativo non è particolarmente originale e senza grossi sussulti, avendo adottato un tecnicismo piuttosto ricorrente nella narrazione gialla: tutta la narrazione gira intorno ad un sospetto per poi scoprire solo all’ultimissima pagina che quello non c’entra una mazza con l’ammazzatina e che, invece, il colpevole è l’insospettabile maggiordomo. O chi ne fa le veci. La componente più interessante è, diversamente, il modo in cui la Walker caratterizza con pochi cenni la protagonista del racconto, la detective Stone, portandone in superficie in modo esemplare tutto il suo celato dolore dovuto ad una infanzia devastante. Il caso di omicidio, alla fine, non è che un pretesto per parlare di un fenomeno purtroppo troppo diffuso e orribile, una di quelle cose che avvengono tra le confortevoli mura abitate da famiglie felici ed esemplari. Erano così delle brave persone. Ma andate in mona.

Il commento positivo del racconto di Persia Walker non è ovviamente dovuto al suo bell’aspetto – come potete anche vedere dalla foto – anche se ammetto di non essere insensibile a certe peculiarità che non guastano mai. Vecchio porco. Ma torniamo alle cose serie, scusate la divagazione estetica. La Walker ha un ottimo sito internet personale in cui potete trovare quasi tutto, dalle foto alla bibliografia, dai contatti al blog. Sul blog Dames of Dialogue una corposa intervista rilasciata dalla Walker a Maggie Bishop, mentre ulteriori notizie possono essere reperite dal sito aalbc.com, The #1 Site for African American Literature, compreso il video allegato qui sotto:

Potete anche leggere le precedenti puntate di “Blue Religion. Storie di poliziotti, criminali, indagini”:

IL COVO DEGLI SKINHEAD di T. Jefferson Parker
SACK O’ WOE di John Harvey
CALMA PIATTA di James O. Born
DIVINE DROPLETS di Paula L. Woods
SERIAL KILLER di Jon L. Breen
UN VAGO RICORDO di John Buentello
UNA DECISIONE INATTESA di Jack Fredrickson
IL GIORNALISTA di Leslie Glass

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Una decisione inattesa di Jack Fredrickson

Jack Fredrickson

UNA DECISIONE INATTESA di Jack Fredrickson

Edrow Fluett è un vecchio detective tuttofare del dipartimento di polizia di una non meglio precisata cittadina americana innevata. Un posto di merda, freddo e neve sporca. In più il povero Ed prima di recarsi al lavoro deve pure spalare tonnellate di neve dal vialetto mentre la moglie scassa palle se ne sta rintanata al calduccio nel letto come una vecchia scrofa. Non so perché, ma me la immagino grassa, con i capelli unti e il fiato che sa di bambino morto con le scarpe da tennis. Avete presente Maga Magò de “La spada nella roccia” della Disney? Ecco, così. Non solo Edrow porta a casa lo stipendio, ma la vecchia gli fa pure una testa tanta se utilizza un pezzetto di carta assorbente in più o se vuole comprarsi un nuovo paio di scarponi per sostituire quelli vecchi in cui entra più neve di quanta ne calpestino. Però giù dal Closeout Hut di Reggie vendono degli scarponi a 7,95 dollari. Un affarone. Reggie è un grassone e un truffatore che ha nominato il compare Jerzy – uno che non si capisce se sia più stupido o più ingenuo, uno stupido ingenuo oppure un ingenuo stupido – presidente della sua società. Un perché ci sarà.

Il racconto “Una decisione inattesa” di Jack Fredrickson contenuto nella raccolta “Blue Religion” scorre alternando le vicende dello sfigato detective con quelle della coppia Reggie/Jerzy alle prese con la vendita straordinaria di questa partita di scarponi in grado di far fruttare loro, ma soprattutto a Reggie, un bel gruzzoletto. La narrazione non riesce mai a salire di ritmo e la fine giunge così inaspettata che ci si ritrova a pensare “beh, tutto qui? E allora?” nonostante l’autore cerchi in ogni modo di renderci i personaggi simpatici attraverso il racconto delle loro sfighe varie ed eventuali. Proprio nella caratterizzazione dei tre protagonisti troviamo il punto di forza di questo racconto, sintomo evidente di un qualche talento da parte di Fredrickson. In poche pagine tratteggia delle psicologie complesse pur nella brevità del formato narrativo scelto scolpendo nella mente del lettore dei personaggi ben definiti.

Jack Fredrickson è un autore di mezza età che dopo una vita passata a fare il consulente della produttività e a vendere mobili ha probabilmente messo via abbastanza soldi per ritirarsi in una baita di montagna a inseguire il sogno del ragazzino che fu: scrivere. E si è buttato sul giallo. Nel 2006 ha quindi debuttato con il romanzo “A Safe Place for Dying”, mentre risale al Gennaio 2009 la sua seconda opera, “Honestly Dearest, You’re Dead”. Titolo mica male. Anche per questo autore il web è piuttosto parco, però molte notizie sul suo lavoro sono reperibili visitando il suo sito personale www.jackfredrickson.com. Potete leggere un pezzo su “Honestly” firmato da Harriett Klausner per il blog The Mistery Gazette, mentre per “A Safe Place” vi rimando ad una recensione pubblicata sul blog Novels, Stories, and More. In Italia nothing.

Potete anche leggere le precedenti puntate di “Blue Religion. Storie di poliziotti, criminali, indagini”:

IL COVO DEGLI SKINHEAD di T. Jefferson Parker
SACK O’ WOE di John Harvey
CALMA PIATTA di James O. Born
DIVINE DROPLETS di Paula L. Woods
SERIAL KILLER di Jon L. Breen
UN VAGO RICORDO di John Buentello

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“Calma piatta” di James O. Born

James O. Born

CALMA PIATTA di James O. Born

Ben Stoltz è un vecchio poliziotto della squadra Omicidi della contea di Broward, in Florida, vicino alla pensione. Non ha grossi rimorsi e niente di particolarmente importante da chiedere ad una carriera per la sua parte maggiore ormai alle spalle. Forse avrebbe dovuto passare più tempo con la propria famiglia e un po’ meno in dipartimento. Però il lavoro è il lavoro e soprattutto quando si ha a che fare con morti ammazzati si ha voglia di rendere loro giustizia. Anche alla “Vittima senza nome n.68”, il caso di una ragazza trovata accoppata con quattro coltellate al petto e derubricato dal sergente in turno come suicidio. Vabbè. Ben non ha comunque molto tempo per pensare a vecchi casi irrisolti. In una spiaggia di competenza della propria giurisdizione un poliziotto viene coinvolto in un conflitto a fuoco e ci scappa il morto. Ben deve indagare e capire le responsabilità, se è stata solo giusta e legittima difesa o c’è dell’altro sotto. Nel fare questo avrà sul collo il fiato di una sostituto procuratore con ambizioni politiche. E quale miglior modo di procacciarsi voti se non incriminare un poliziotto bianco che ha sparato a un vagabondo nero?

Born è bravo a tratteggiare in poche pagine il senso profondo di un mestiere come quello del poliziotto attraverso una persona la cui moralità si eleva ben al di sopra di tutto il resto che lo circonda, uno che non può avere pause: “Erano i momenti in cui aveva il tempo di starsene chiuso in ufficio a contemplare i propri errori. Era così che chiamava i casi ancora aperti: se non era stato capace di risolverli, voleva dire che aveva commesso degli errori. Aveva sbagliato.” [pg. 43]. Ben Stoltz è un buono che deve cercare di rimanere buono nonostante il lavoro che si è scelto e a cui il destino ha fatto incontrare una donna – il sostituto procuratore – che non sa neanche dove stia di casa la moralità integerrima del vecchio poliziotto. “Calma piatta” è quindi un racconto totalmente basato su un enorme cliché di genere, ma che lascia aperta fino all’ultimo paragrafo la domanda a cui il protagonista dovrà rispondere. Per capire, infine, che neanche questo è un Paese per vecchi.

James O. Born è scrittore totalmente inedito in Italia. È un ex agente dell’Antidroga e ha prestato servizio presso il dipartimento di polizia della Florida. Questa esperienza gli ha consentito di descrivere in modo particolarmente realistico le procedure del lavoro della polizia e del protagonista della sua serie di romanzi, l’agente Bill Tasker. La sua opera più recente è “Field of Fire” e segue – con molta originalità a differenza dell’eterna e prezzemolina squadra Omicidi – le indagini dell’ATF, l’agenzia governativa statunitense preposta al controllo di alcol, tabacco e armi da fuoco. Essendo uno scrittore non tradotto in italiano non ho trovato alcuna pagina su questo autore nella nostra lingua. Potete però farvi un’idea di chi sia James O. Born visitando il suo sito internet omonimo oppure scorrere la sua bibliografia magari nell’attesa che qualcosa sbarchi pure da noi. Bella anche la corposa intervista rilasciata da Born ad Anthony Rainone, anche se è tutta in inglese.

Potete anche leggere le precedenti puntate di “Blue Religion. Storie di poliziotti, criminali, indagini”:

IL COVO DEGLI SKINHEAD di T. Jefferson Parker
SACK O’ WOE di John Harvey

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Le perfezioni provvisorie – Gianrico Carofiglio

Le perfezioni provvisorie

LE PERFEZIONI PROVVISORIE
di Gianrico Carofiglio
ed. Sellerio

Il nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio con protagonista l’avvocato Guido Guerrieri inizia con una telefonata da parte del collega Sabino Fornelli, avvocato civilista. Il legale informa il collega della scomparsa di una ragazza e dell’imminente “chiusura” del caso da parte degli organi competenti che non sono riusciti riusciti a cavare un ragno dal buco. La ragazza, Manuela, figlia di una ricca famiglia barese, sembra essere svanita nel nulla. Rapita da E.T.

Sarebbe questo più un caso da assegnare a Harry Bosch, il detective della squadra Casi Irrisolti frutto della penna di Michael Connelly, piuttosto che al pacioso Guerrieri, più avvezzo ai ricorsi e controricorsi in tribunale tra una seduta in Cassazione e una in Corte d’Appello che a rincorrere misteri, ragazze scomparse e ipotetici assassini o rapitori. Ma lui è l’unico che può trovare quel cavillo che procrastini l’archiviazione del caso e la sua derubricazione a trasmissioni quali “Chi l’ha visto?”, vero motore d’indagine in questa povera Italia a cui l’Harry Bosch di cui sopra non è mai stato concesso. Inoltre il corposo assegno che Fornelli fa cadere sulla scrivania di Guerrieri può essere una ulteriore valida motivazione affinché il penalista metta un po’ del suo ingegno al servizio della causa. Perché va bene essere idealisti, però il nuovo studio in cui si è trasferito a causa dei praticantati di Maria Teresa e della giovane Consuelo – ragazza di origini peruviane e figlia adottiva di un amico professore universitario – che hanno reso piccolo quello vecchio e confortevole è parecchio costoso e da qualche parte bisognerà pur cominciare a racimolare i dindini per pagare i debiti contratti per il suo restauro.

Con poca voglia e senza troppa speranza Guerrieri si mette a fare qualche telefonata qua e là, a sentire il maresciallo dei Carabinieri Navarra che ha eseguito i primi rilievi del caso, a parlare con le persone più vicine a Manuela nelle ore in cui è scomparsa. Tutto sembra tornare, c’è qualche lato oscuro, ma quale vita non ha un suo dark side? Però c’è un però e i tanti romanzi con Sherlock Holmes (non quello di Guy Ritchie!) a far funzionare le sue sinapsi su contorti casi misteriosi sembrano non essere passati invano. Tempo ben speso.

Chi cercasse un romanzo giallo rimarrebbe probabilmente deluso da quest’ultimo lavoro dello scrittore pugliese, così come chi si aspettasse di vedere all’opera l’inventore italiano del legal thriller chiuderebbe con il naso un po’ storto e arricciato la pagina finale del libro. Non è neanche un noir vero e proprio questo “Le perfezioni provvisorie”, perché se qualche cliché di genere Carofiglio se lo concede anche, è comunque vero che il romanzo ha solo sullo sfondo la vicenda gialla o procedural essendo invece maggiormente incentrato sul suo protagonista, l’avvocato Guerrieri, e sul suo ombelico che invecchia, il tempo che passa e la giovinezza che lentamente, ma inesorabilmente, si sfuma sempre più o rimane impressa nella mente a spezzoni con una musica triste di sottofondo, come quei servizi che fanno al Grande Fratello quando uno esce dalla Casa. Però la vera componente noir è sfuggente e solamente abbozzata – è più una sorta di romanzo di “evoluzione” -, così come la Bari che ne emerge è dipinta con pennellate più rapide e imprecise di, ad esempio, “Il passato è una terra straniera”.

Se Carofiglio padroneggia in modo egregio la lingua italiana componendo una narrazione allo stesso tempo robusta e rapidissima, trova però un suo quasi paradossale limite nelle troppe divagazioni che possono avere un senso nella costruzione realistica di un personaggio alla Guerrieri, ma che alla lunga stancano il lettore maggiormente interessato allo sviluppo della trama piuttosto che alle paturnie del penalista, creando una serie di “secche di suspense” che inevitabilmente abbassano la qualità del lavoro facendolo a tratti apparire “stiracchiato”.

Il grosso problema de “Le perfezioni provvisorie” è infatti determinato essenzialmente da una trama troppo debole per fare da solide fondamenta all’impianto narrativo messo in piedi e dal troppo evidente tentativo da parte del suo autore di riempire le trecento pagine previste. Nonostante questi difetti il romanzo ha un sussulto nel finale grazie a un colpo da giallista di razza da parte di un Carofiglio che, però, scrive le sue pagine migliori descrivendo il rapporto tra Guerrieri e Nadia, ex prostituta in passato assistita dall’avvocato, in una ambientazione, cioè, che pochissimo spazio lascia al genere e che pare spalancare nuovi sviluppi esistenziali per un personaggio seriale che non sembra avere alcuna voglia di andare in pensione.

Potete trovare maggiori informazioni, tra cui la trama de “Le perfezioni provvisorie”, leggendo il post ““Le perfezioni provvisorie”: il ritorno dell’Avv. Guerrieri”. Accedendo ai post “Un Bloody Mary con Carofiglio, Carrino e Omar di Monopoli” e “Liberate Stieg Larsson!” potete invece leggere un paio di interessanti interviste rilasciate da Gianrico Carofiglio.

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Sack O’ Woe di John Harvey

John Harvey

SACK O’ WOE di John Harvey

Tom Whitemore fa un lavoro strano: sorveglia i pedofili e i condannati per reati a sfondo sessuale che sono in libertà vigilata. Un lavoro da far andare fuori di testa. Un lavoro che ti costringe quotidianamente a confrontarti con i crimini più odiosi e ripugnanti. Ovviamente tutto ciò non va bene alla zelante moglie scassapalle di Tom. Non solo uno fa già un lavoro di merda ma in più quella che ti dorme nel letto e con cui hai fatto due figli ogni giorno sottolinea quanto di merda sia il tuo lavoro. Come se non bastasse tutto ciò, una sciroccata con tre figli piccoli non trova di meglio che fidanzarsi con un pedofilo da poco rilasciato. Tanto è guarito. O no?

Il racconto firmato da John Harvey per il secondo appuntamento con “Blue Religion. Storie di poliziotti, criminali, indagini” e l’esplorazione dei miglior autori in lingua inglese di thriller e affini è molto più convincente di quello precedente di T. Jefferson Parker. La tensione, seppur nella brevità del formato, rimane a livelli altissimi fino alla fine gettando il lettore nel vortice del peggior crimine ipotizzabile – la pedofilia – nel vano tentativo di capire dove Harvey voglia andare a parare. È un racconto di perdizione e redenzione, di scelte e rinunce. È un racconto tragico perché non esiste un’unica “ragione”, un’unica insindacabile verità. Però tutti perdono qualcosa e starà ai protagonisti della storie scegliere quanto siano disposti a giocarsi.

John Harvey, già vincitore del Cartier Diamond Dagger della Crime Writers’ Association (CWA), è uno dei capisaldi della letteratura poliziesca mondiale e anche in queste poche pagine rende merito alla sua indiscussa fama e abilità. Chi volesse conoscere meglio la biografia e l’ampissima bibliografia di John Harvey può buttare un occhio sulla pagina a lui dedicata su Wikipedia. Se poi ha dimestichezza con la lingua inglese può anche farsi un giro sul sito personale dell’autore londinese. Sul sito del suo traduttore italiano, Luca Conti, potete trovare notizie utili sul lavoro di John Harvey e sulle sue pubblicazioni in Italia, con una menzione speciale per “Ladri a Nottingham”, apparso qualche mese fa nelle librerie e passato piuttosto inosservato nonostante i commenti entusiastici di chi l’ha letto. Per le ultime pubblicazioni nostrane, “Ladri a Nottingham” compreso, vi rimando al sito della Giano, casa editrice che ha iniziato un lodevole lavoro di riscoperta, ritraduzione e ripubblicazione. Sempre sul sito di Luca Conti vi raccomando caldamente, infine, la recensione de “In a true light”. Chissà che non lo si possa leggere e recensire pure noi che l’inglese solo lo mastichiamo senza, tra l’altro, digerirlo molto.

Puoi anche leggere:
IL COVO DEGLI SKINHEAD di T. Jefferson Parker

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Diario pulp

Diario pulp

DIARIO PULP
di Strumm
Edizioni XII

Filosofia: “Meglio mettersi con una puttana intenzionata a smettere, che con una santa con segrete ambizioni da zoccola.” [pg. 195]

Humour:” “Certo! Ho fatto una zoomata degna di Kubrick!” Non so chi cazzo sia ‘sto Rubicc. Ah! Forse quello del cubo, ma non capisco che cazzo c’entri con la telecamera.“ [pg. 230]

Diritto: “Due condanne inevitabili. Non posso permettere che si pesti un ispettore di polizia senza una motivazione seria. L’irruenza è un male da estirpare. Il Mammola se ne farà una ragione, conosce le regole. E il Ricottaro paga i suoi errori, semplice applicazione della legge. Ognuno è re in un solo territorio. Nessuna concessione. La giusta severità dà sempre forza alle regole. A ciascun condannato corrisponde una diminuzione di futuri colpevoli. Ho compiuto ciò che era giusto.” [pg. 267]

Amoralità: “E’ questo l’aspetto più interessante di certe macchine, lasciano aperta una speranza: la vittima diventa aguzzino di se stesso. Si illude sempre di poter rinviare a tempo indeterminato la morte e dilata l’agonia. Nella vana speranza che sopraggiunga una via d’uscita, una salvezza inaspettata.” [pg. 297]

Tutto ciò è “Diario pulp”, mirabolante opera prima edita dalla frizzante Edizioni XII e scritta dall’ignoto Strumm, pseudonimo sotto le cui mentite spoglie si vocifera esserci un noto parlamentare della Prima Repubblica con un torbido passato da piduista massonico e agganci inquietanti con nientepopodimenoche la CIA. Perché dietro ad ogni libro che appare in libreria firmato con un nome d’arte c’è sempre un noto deputato della Prima Repubblica con passato nella P2 e agente del servizio segreto americano. È questa la regola. Pegasus Descending, il vostro blog preferito, preferisce rimanere nel vago e riportare come tali queste voci raccolte in infinite nottate trascorse in Transatlantico aspettando l’approvazione della Finanziaria. Però c’è un però. E cioè: Strumm è scrittore vero. È uno che sa mettersi al suo bravo portatile o PC e inventare una storia con i controcazzi.

Ogni volta che ci si affaccia nel magico e sudicio mondo del pulp, sia esso quello della letteratura oppure quello del cinema, non si può fare a meno di partire con la solita sequela di assimilazioni. Si inizia dall’obbligato Quentin Tarantino per arrivare a Chuck Palahniuk passando magari per Charles Bukowski. Sono un po’ i nomi noti di questo genere o sottogenere che si sta facendo spazio a colpi di calci in culo nel magma dell’editoria italiana. Ma credo che fare dei paragoni, ridurre l’opera di questo o quell’artista al precedente lavoro di questo o quell’altro padre fondatore sia sempre un po’ riduttivo e che quello che avrebbe tutta l’intenzione di essere un complimento, alla fine, non sia altro che un detrimento, una riduzione di un’opera a mera copia, a epigono di qualcuno o qualcosa d’altro. Per tale motivo Strumm è Strumm e “Diario pulp” è “Diario pulp”. Non assomiglia a nessuno dei grandi citati sopra – escluso Palahniuk, che così grande non è – anche se ha probabilmente letto e preso qualcosa da tutti. Nessuno nasce in una bolla di vetro e tutti ci portiamo nella tomba per i vermi il nostro passato e la formazione di esso.

“Diario pulp” è una mitragliata interminabile di violenza estrema e inventiva ai limiti dell’assurdo, è un viaggio dell’orrore nella mala romana e nelle sue regole, nei suoi codici, nei suoi comportamenti. E nella giustificazione di questi, alla ricerca di una insperata parvenza di moralità, giustizia e senso della vita. Peccato, però, che il nostro indice dei valori sia totalmente ribaltato rispetto a quello che emerge dalle pagine di “Diario pulp”, così come potete anche accorgervene rileggendo le citazioni tratte dal romanzo e riportate a inizio recensione.

La narrazione è strutturata mediante racconti tra loro solo apparentemente indipendenti, bensì indissolubilmente intrecciati a comporre quello che a tutti gli effetti è un romanzo, con una storia complessa, mai banale e ricca di colpi di scena effervescenti come il bicarbonato dopo una cena troppo pesante, con personaggi ottimamente delineati e con una complessità psicologica che di rado si riscontra in altre opere affini a questo genere letterario. Interessante anche il continuo cambio di prospettiva: chi è protagonista e Io narrante in un racconto diventa comparsa in quello successivo, così da permettere all’autore di caratterizzare al meglio una vasta e variegata fauna umana, certamente tutta criminale, ma mai uguale nelle sue unità fondamentali.

Ma “Diario pulp” è soprattutto una grande avventura per stomaci forti, per gente che al cinema va ricercando schifezzuole splatter stile “Hostel” con occhi di fuori, sadismo da pelle d’oca e violenza declinata in tutte le sue accezioni: abbiamo l’accoppamento veloce veloce con una pallottola in testa – Blam! -, vecchine incazzuse che sciolgono nell’acido chi sta loro sulle balle, macchine di tortura medievale stile Torquemada perfettamente oliate e funzionanti, smembramenti, autodafé, sette sataniche, prostitute tettone e gay innamorati dell’uomo sbagliato.

Insomma, un esordio folgorante e spiazzante, un’opera scritta benissimo e mai vista in Italia, credendola inconciliabile con le penne del Belpaese. E a chi vi chiederà a cosa somiglia l’ultima opera pulp che avete letto o visto al cinema dovrete aggiungere una nuova pietra di paragone di socratica derivazione: “Diario pulp” di Strumm. Ex parlamentare piduista.

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Blue Religion. Storie di poliziotti, criminali, indagini

"Blue Religion". La copertina è uguale a quella dell'edizione italiana


Ho letto tanto tempo fa e non mi ricordo più dove la differenza tra romanzo e racconto che Isabel Allende faceva prendendo in prestito la terminologia della boxe: se il romanzo è in grado di vincere ai punti il racconto vince per ko.

Beh, ve lo devo confessare. Non amo il racconto, preferisco di gran lunga l’ampio respiro del romanzo, la sua possibilità di raccontare storie più articolate e personaggi più complessi. Poi lo so che il noir – e più nello specifico l’hard boiled – è nato sulle riviste pulp dell’America della prima metà del Novecento, ma benedico chi ha avuto l’idea dei paperback a basso costo che trovavi in edicola. Più pagine a pochi cent. Perfetto. Nonostante la mia spiccata idiosincrasia verso il racconto ho però fatto un’eccezione per la raccolta “Blue Religion. Storie di poliziotti, criminali, indagini” curata da Michael Connelly e appena uscita per Piemme.

È questo un libro che raccoglie diciotto storie brevi scritte dai migliori “Mistery Writers of America”, in teoria la crème de la crème del thriller-poliziesco in lingua inglese. Visto e considerato che è ben difficile fare una recensione di un libro di racconti, oltre che totalmente inutile stante la varietà di autori e argomenti trattati, ho deciso di sfruttare al meglio la raccolta facendone uno stimolo per la scoperta o l’approfondimento degli scrittori che ne fanno parte. Ogni settimana farò una minirecensione di un racconto, con notizie, siti, bibliografia del suo autore. Non nego che molte delle firme contenute in “Blue Religion” sono a me totalmente sconosciute. Credo quindi che sia questo un utile esercizio e un modo piacevole di accrescere le mie conoscenze. Spero che anche voi lo troviate interessante. Se poi vi farà cagare, insomma, non dovrete fare altro che dirmelo.

Intanto vi lascio con la sinossi del libro tratta dal sito della Piemme e con il primo racconto, “Il covo degli skinhead” di T. Jefferson Parker.

SINOSSI: “Cosa si prova quando si mette un assassino con le spalle al muro? Quando si smaschera un killer insospettabile? Quando si rende finalmente giustizia a una vittima da tempo dimenticata? Le storie raccolte in Blue Religion ci fanno entrare nel mondo e nella mente di chi affronta ogni giorno il crimine.
Da Harry Bosch, alle prese con un caso che tocca nel vivo il suo ruolo di padre, al poliziotto in pensione che, soffrendo di Alzheimer, si precipita nel cuore della notte sulla scena di un delitto; dai due detective che raccontano qualche trucco del mestiere a un corso di scrittura creativa, all’agente che finisce degradato per non aver obbedito al suo capo corrotto: in tutte le storie, più dell’indagine in sé conta l’aspetto umano, la vita e il carattere di chi conduce quell’indagine e ne è inevitabilmente influenzato. Sono uomini e donne che sulla scrivania, al posto delle foto dei loro cari, hanno le immagini delle vittime i cui assassini sono ancora in libertà, a memento del lavoro mai finito. Sono agenti che per compiere la loro missione si muovono in equilibrio precario sul confine tra legalità e crimine, giustizia e vendetta, bene e male. Rischiando spesso di superarlo. Michael Connelly e altre diciotto importanti firme del thriller ci mostrano in questa imperdibile antologia cosa significhi il peso del distintivo.”

T. Jefferson Parker

IL COVO DEGLI SKINHEAD di T. Jefferson Parker

Jim e sua moglie sono due pensionati che cercano in una località montana e un po’ fuori mano quella quiete che l’ex lavoro da poliziotto di Jim e la morte in servizio del loro figlio primogenito, pure lui sbirro, non hanno mai concesso loro. Peccato, però, che i vicini di casa siano una famiglia leggermente particolare, con un figlio nazistello e un padre violento. Anche se non voglio svelarvi il finale ve lo devo dire: è il classico “God bless America” tutto bandiera a stelle e strisce e aquila dalla testa bianca in volo.

Francamente da uno che ha vinto due Edgar Award mi sarei aspettato un minimo di originalità in più. Qui il pugno al mento della Allende non arriva mai, Jefferson Parker si limita a martellarci con un morbido jab che non è mai in grado di lasciare il segno. E dire che con il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, “Nero come il diamante” (ed. Mondadori), ci siamo lanciati degli sguardi infuocati innumerevoli volte. Poi la vita va come va e non è mai riuscito ad arrivare fino alla cassa della libreria tra le mie mani, ma pazienza. Sarà per la prossima volta. Forse.

Chi fosse interessato può leggersi gran parte del racconto dall’estratto linkato sul sito della casa editrice Piemme. Gli altri possono conoscere meglio T. Jefferson Parker facendo una capatina sul suo sito personale oppure scorrendo la sua ormai lunga bibliografia pubblicata su Wikipedia.

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Storia di un dio da marciapiede

Storia di un dio da marciapiede

STORIA DI UN DIO DA MARCIAPIEDE
di Francisco Gonzàlez Ledesma
ed. Giano
Traduzione di Francesco Varanini

“Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare” (Mt 18, 6).

Beh, Gesù e il poliziotto barcellonese Méndez, frutto della penna di Francisco Gonzàlez Ledesma, non sono mai andati troppo d’accordo e sarei disposto anche a scommetterci il mio euro che il secondo non abbia mai granché ascoltato e men che meno seguito gli insegnamenti del primo. Però converrebbe con queste durissime parole tratte dal vangelo secondo Matteo, parole senza speranza e senza possibilità di perdono, pratica che tanto piace al buon cristiano. Ora è Méndez a parlare: “Peccato che in Spagna non ci sia la pena di morte. Peccato che non ci sia un boia con la fantasia di un artista e senza troppa premura.” [pg. 153]

È curioso come il trovarsi di fronte a determinate situazioni possa indurre caratteri e personalità tra loro agli antipodi a pronunciare le stesse parole frutto delle medesime sensazioni. La morte di una bambina può quindi indurre un valoroso alfiere del comunismo, colui che ha subito la dittatura di Franco fino al 1975 come Méndez – e con lui il suo padre letterario Ledesma -, uno più impegnato ad ammirare le tette generose e le chiappe abbondanti di formose quarantenni barcellonesi che a baciare le pile del parroco di quartiere, a parlare tale e quale ad uno che ha fondato una religione piuttosto importante e diffusa. Anche questa elegia della pena di morte è qualcosa di assolutamente anomalo in un mondo, reale e letterario, troppo abituato al politicamente corretto. Méndez è invece brutto e sporco, è più avvezzo ai calli barcellonesi che puzzano di piscio e merda piuttosto che ai salotti buoni in cui si discute della lunghezza delle zucchine e del sistema capitalistico internazionale oppressivo. È forse per questo che ha il coraggio di dire quello che tutti pensano, ha l’ardire di parlare di pancia e di stracciare quel codice penale che, diversamente, dovrebbe essere il suo vangelo.

“Storia di un dio da marciapiede” ruota intorno al ritrovamento casuale del corpo senza vita di una bambina senza nome, abbandonata in una schifo di fabbrica in disuso. Mèndez non è chiamato ad occuparsi di questo sporco caso, lui è l’addetto alle puttane che la notte allietano i sogni di tanti spagnoli, lui, il poliziotto che vive in una stanzetta d’albergo “abbastanza maleducato, malvestito, malmesso e che puzza di poliziotto malpagato” [pg. 130]. Però chissenefrega, questa bambina morta sembra aver chiesto il suo aiuto affinché il suo assassino venga consegnato alla giustizia, sia quella degli uomini sia quella di un dio che vi pare. Anche se questo dio bazzica con maggior piacere e frequenza i marciapiedi lerci che le curie dorate.

Il romanzo può così essere scomposto in tre parti, in tre scene tra loro impermeabili e in successione che vedono il nostro puzzolente poliziotto prima inseguire l’assassino materiale della piccola, poi il suo mandante, infine ingarbugliarsi un una storia in cui l’ETA, killer professionisti e l’avidità degli uomini la fanno da padroni.

Francisco Gonzàlez Ledesma

Se la prima parte, quella che si svolge nei bassifondi di Barcellona, è decisamente noir e velocissima, la seconda e la terza, rispettivamente in un lussuoso hotel di Madrid e in una crociera sul Nilo, convincono meno virando decisamente verso una connotazione maggiormente gialla. Nel primo terzo di storia sono Méndez e questa Barcellona sconosciuta, dei bassifondi, i protagonisti. Ledesma si muove sicuro e svelto, così come un cieco all’interno della propria abitazione non ha bisogno di allungare le mani o di procedere con passo titubante verso il cesso. Spostandosi a Madrid e nel lusso patinato dei soldi senza valore lo scrittore e il suo protagonista rallentano, la narrazione diventa più statica, più riflessiva, più insicura. Come un pesce fuor d’acqua. Nella terza parte, in Egitto, Méndez si ritrova in un ambiente, per lui che non ha mai abbandonato i bassi quartieri della sua capitale catalana, totalmente sconosciuto. Necessariamente la città e l’ambientazione non possono più essere in primo piano, diventando solo uno sfondo in cui il poliziotto spagnolo si muove cercando di trovare il bandolo della matassa. Il noir si sfuma sempre più, ciò che rimane è una storia prettamente gialla nel tentativo di svelare l’assassino e ricordando in modo deciso il Poirot di Agatha Christie nella sua avventura egiziana da cui è stato pure tratto un celebre film.

Il romanzo rimane comunque un ottimo romanzo e Méndez una delle figure più interessanti della letteratura di genere spagnola. Però vogliamo leggerlo in una storia che sia completamente barcellonese, per inseguire con Ledesma le pozze umide dei marciapiedi degli stretti calli e le battute pesanti del suo protagonista.

Potete anche leggere la recensione di “Storia di un dio da marciapiede” pubblicata su Sugarpulp e firmata da Alessandro Morera. Inoltre Francisco Gonzàlez Ledesma è attualmente in libreria con due romanzi, “La dama del Kashmir” (ed. Giano) e “Cinque donne e mezzo” (ed. Giunti).

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Suttree: cronache dalla periferia

Suttree


SUTTREE
di Cormac McCarthy
ed. Einaudi
Traduzione di Maurizia Balmelli

Cronache dalla periferia. A chi me lo dovesse chiedere non saprei riassumere in altro modo l’essenza di “Suttree”, romanzo di Cormac McCarthy unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro e frutto di anni di riscritture, riprese e interruzioni prima della definitiva pubblicazione datata 1979.

Un’avvertenza per il lettore affezionato a questo straordinario scrittore: “Suttree” si distanzia in modo abbastanza netto dal resto della sua opera, non tanto per i suoi contenuti, che rimangono epici e tragici e universali, quanto per lo stile di scrittura, molto più grumoso, denso, composto di una sostanza simile a melassa che avvolge il lettore imbrigliandolo e, a tratti, addirittura ostacolandolo. “Suttree” è un romanzo difficile, come direbbe il compianto David Foster Wallace “è scritto in un inglese del 1800” e la traduzione italiana di Maurizia Balmelli è stata in grado di ricreare in maniera eccellente questa scelta stilistica. In altre parole: non è, questo, un libro per il disimpegno o da leggersi nel letto prima di spegnare la luce. Si perderebbe completamente la sua straordinaria potenza e la scrittura densa diventerebbe solo ed esclusivamente un ostacolo, un buon motivo per buttare il libro nello scaffale più alto della libreria di casa.

“Suttree” è diventato per me un libro di testo, uno di quei tanti volumi universitari presi, letti, sottolineati, meditati, masticati, assimilati o sputati, a volte addirittura odiati. Provo sempre una peccaminosa invidia per le grandi menti, per coloro i quali sono in grado di scrivere un bel libro o di raccontare una storia capace di rimanere. Cormac McCarthy è uno di questi. Provo invia e ammirazione per quello che allora fu un giovane scrittore che ebbe tanto coraggio da raccogliere la sfida lanciatagli da quel topo di città di Suttree, che ebbe l’ardire di affrontare una tale infinita mole narrativa solo con gli attrezzi del suo ingegno e della sua penna. Perché “Suttree” non è un romanzo come siamo abituati a pensare un romanzo e cioè il racconto di una storia che parta dal punto A per terminare, dopo aver transitato per tutte le altre lettere dell’alfabeto, in Z. Non c’è il plot in “Suttree”, non c’è una vicenda che faccia da strada maestra per tutto il resto del libro, bensì vi è la narrazione di un frammento di vita, quella vera, quella a volte banale a volte entusiasmante, a volte noiosa a volte concentrata su un progetto, a volte triste a volte folle. McCarthy utilizza la storia di un uomo per parlare dell’Uomo e così facendo va a dare vita ad una scrittura, come già detto, che diventa epica e tragica allo stesso momento, senza spazio e senza tempo. Universale ed eterna. Se la definizione di “classico” ha un qualche senso, beh, allora “Suttree” lo è, nonostante l’importante contributo che sembri dover inizialmente pagare all’“Ulisse” di James Joyce per poi distanziarsene e seguire un percorso proprio e originale.

La mia copia di “Suttree” ha troppe sottolineature per riportarvele tutte, nella prima pagina bianca ad inizio libro sono riportati troppi riferimenti a pagine successive per essere allo stesso tempo esauriente e non noioso. Però alcuni passaggi si piantano nella carne del lettore come un ferro arroventato, altri ti accarezzano come solo faceva la mamma da piccoli. Altri ancora, invece, te li porti dentro e li mastichi e rimastichi, cercando una risposta a domande che, forse, una risposta manco ce l’hanno e avranno mai:

“E poi cosa succede?
Quando?
Una volta morto?
Niente succede. Sei morto.
Tempo fa mi hai detto che credevi in Dio.
Il vecchio agitò una mano. Può darsi, disse. Ma non vedo perché lui dovrebbe credere in me. Oh, mi piacerebbe parlarci un attimo, se potessi.
Che cosa gli diresti?
Be’, credo che gli direi semplicemente, direi: Aspetta un secondo. Aspetta un secondo prima di darmi addosso. Prima che tu apra bocca vorrei solo sapere una cosa. E lui direbbe: Che cosa? E allora io gli chiedo: Si può sapere perché mi hai messo in mezzo in questa partita a dadi quaggiù? Non ci ho mai capito un accidente.
Suttree sorrise. E lui cosa credi che dirà?
Il cenciaiolo sputò e si asciugò la bocca. Non credo che possa rispondere, disse. Non credo che ci sia una risposta.”
[pg. 307-308]

Cormac McCarthy

I temi trattati da McCarthy nella sua opera sono spesso ricorrenti. Quello di Dio, della sua esistenza o meno, del tempo che scorre inesorabilmente, dell’oblio e della morte, della morte di una supposta, sperata o immaginata, stessa divinità, tornano e ritornano, declinati ogni volta con storie e personaggi diversi, ma con risposte – o non risposte – spesso simili tra loro. Anche con “Suttree” e mediante le vicende di quella che è la periferia di tutto, tanto dell’Uomo e della sua vita, quanto dello spazio fisico in questo caso incarnato dai buchi di culo di Knoxville e dell’America degli anni ’50, McCarthy mette su carta forse l’unica paura, autentico terrore, peculiarmente umana. Quella dell’oblio: “Com’è vero che i morti sono oltre la morte. La morte è ciò che i vivi si portano dentro. Uno stato di angoscia, come un’inquietante anticipazione di un ricordo amaro. Ma i morti non hanno memoria e il nulla non è una maledizione. Tutt’altro.” [pg. 181]. Oppure e ancora a pagine 490: “Di cosa ti pentiresti? […] Di una cosa. Ho parlato con amarezza della mia vita e detto che mi sarei battuto contro l’infamia dell’oblio e della sua mostruosa assenza di volto e che in quel vuoto avrei eretto una stele dove tutti avrebbero letto il mio nome. Una vanità che ora abiuro in toto.”

Ma cosa rimane, allora, in questa eterna periferia, in questo caleidoscopio di lerciume, di tragedie e di tipologie umane degne di un testo di Lombroso? Rimane l’amicizia, anche se questa sbevazza e scoreggia: “La sera del sabato e per tutta la domenica venne a trovarlo una schiera di ubriaconi che si sedevano sul letto e parlavano e gli rifilavano whiskey sottobanco. Nessuno chiese se quello che aveva fosse contagioso.” [pg. 355]

Siamo gente di mondo e ormai, purtroppo, sussultiamo solamente davanti alle troppe schifezze che ammorbano il nostro vissuto quotidiano. Per tale motivo non ci scandalizziamo di fronte alla mancata assegnazione – speriamo solamente momentanea – del premio Nobel per la Letteratura a Cormac McCarthy. Io un altro scrittore contemporaneo che lo meriti più di lui, francamente, non lo conosco: ”Da qualche parte nella foresta livida lungo il fiume è in agguato la cacciatrice, e tra i pennacchi di grano e nella moltitudine turrita delle città. Opera in ogni dove e i suoi cani non si stancano mai. Li ho visti in sogno, sbavanti e feroci cogli occhi pazzi di una fame vorace d’anime di questo mondo. Fuggili.” [pg. 560]

Ma fino a dove e quando potremo fuggire? Rispondici tu, se puoi, Suttree. O forse l’hai già fatto.

CLICCANDO QUI potete accedere ad alcuni link interessanti, tra cui lo speciale Einaudi su “Suttree” oppure la galleria fotografica firmata da Wes Morgan che ripercorre i luoghi chiave del romanzo.

CLICCANDO QUI, invece, la recensione pubblicata su “Nazione Indiana” firmata da Marco Rovelli, mentre CLICCANDO QUI quella firmata da Enzo Baranelli sul blog “Che giorno è oggi”.

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Il commissario Soneri e la mano di Dio

Il commissario Soneri e la mano di Dio


IL COMMISSARIO SONERI E LA MANO DI DIO
di Valerio Varesi
ed. Frassinelli

“Il commissario Soneri e la mano di Dio” è un romanzo ideale da leggersi in questo periodo di neve, cielo plumbeo e freddo estremo, la medesima ambientazione che fa da sfondo all’ultima avventura del commissario Soneri firmata da Valerio Varesi.

Un cadavere ritrovato sotto un ponte del fiume Parma costringe il poliziotto amante della buona cucina e dei sigari toscani ad abbandonare la propria città per risalire il fiume sino a monte, fino a dove tutto ha origine. Se eravamo abituati ad un Soneri immerso nelle nebbie padane, nella brumosa atmosfera della Bassa presa a prestito dalle magnifiche pagine di un emiliano doc quale fu Giovannino Guareschi, in quest’ultimo romanzo la vicenda si svolge interamente tra le montagne del vicino Appennino emiliano, in un piccolo paesino, Monteripa, in via d’abbandono e stritolato dal freddo e dall’isolamento causato dalla sua localizzazione. Il misterioso omicidio si riallaccia inoltre al ritrovamento di un furgone abbandonato e con i segni di cinque colpi di fucile sulla fiancata, aprendo un varco su un mondo dimenticato fatto di meschinità, cose non dette, cattiverie e cocaina. Fiumi di cocaina.

Il romanzo possiede una doppia chiave di lettura: da una parte la componente prettamente gialla che si dipana inseguendo le indagini e i ragionamenti del commissario Soneri. Dall’altra l’ultimo romanzo di Varesi vorrebbe anche essere uno spunto di riflessione su un mondo e una società, quella montana, spesso scarsamente conosciuti da chi vive in città anche se alla fine, come spesso accade, tutto il mondo è paese e anche in queste zone, forse a volte un po’ idealizzate, la meschinità dell’essere umano non sembra volersi placare. Se l’intreccio giallo è assolutamente convincente e capace di mantenere alti l’attenzione e la curiosità fino al termine della lettura, i ragionamenti simil-filosofici del commissario e i dialoghi con i personaggi principali del racconto appaiono come il reale tallone d’Achille di questo libro.

Chi vi scrive ha vissuto gran parte della sua vita in montagna, scontrandosi anche con i molti difetti che vengono ben evidenziati da Varesi, che però eccede nel caricaturismo e nel manicheismo, utilizzando una tavolozza di colori in cui rimangono solo il bianco e il nero a differenza, ad esempio, del regista Giorgio Diritti che nel suo “Il vento fa il suo giro” racconta in maniera sublime la mentalità chiusa che sovente sfocia in autentica cattiveria di chi è portato a pensare che il mondo non vada oltre la propria vallata per poi perdersi in un cronico lamento contro il proprio mondo e le proprie montagne, viste mai come una risorsa e sempre come un problema, un ostacolo.

Chi in montagna non ha mai vissuto tende troppo spesso a credere che questo sia un luogo ameno fatto di uccellini, cerbiatti che vengono a mangiarti in giardino e un caldo camino acceso davanti al quale stare comodamente seduti con un gatto sulle ginocchia a leggere un buon libro, lontani dalle rotture di coglioni del mondo. Oppure, per dirla come scrive Varesi: “Mettersi qui in tre stanze con l’unica preoccupazione di accendere il camino alla sera. E dimenticare tutto facendosi dimenticare”. E ancora: “Arriva un momento in cui vorresti fermarti e pensare […] Ho la nausea a forza di vedere cadaveri, cattiveria, ignoranza… Combatto da troppi anni e non è cambiato niente. Ho voglia di arrendermi e chiamarmi fuori. Mi piacerebbe scoprire se c’è un’altra via possibile oltre questa oscena e sanguinosa rissa. E poi vorrei andarmene da solo, prima che sia il mondo a spingermi fuori come un relitto. Sono le ultime chiamate“. [pg. 196-197]. Ovviamente uno che parla così non può poi che sorprendersi e sbigottirsi nello scoprire che anche la montagna, il luogo in cui egli sembra volersi ritirare chiamandosi fuori, è popolato da ignoranti e arraffatori, che se nella grande città ci sono i grandi industriali che tutto hanno in mano, dalla politica all’opinione pubblica beota, in montagna ci sono i padroncini, i geometri, quelli che vincono sempre e che possiedono la metà di tutto.

Il pensiero di Varesi è, ovviamente, del tutto lecito, così come è sempre permesso, per chiunque, immaginare un mondo ideale in cui tutto è decorato e profumato da rose e viole. Però non è condivisibile, almeno da parte mia. La montagna dovrebbe una volta per tutte smetterla di essere un posto “eccezionale”, o pensato come tale, per diventare un luogo come un altro in cui vivere, a maggior ragione se uno ha la ventura di nascerci. Non sono così tonto da non sapere che alcuni problemi e alcune diversità non potranno mai essere superati, che vivere a Macugnaga non è come vivere a Milano o a Varese. Però contesto chi, venendo da Milano o Varese, si mette lì a pontificare contro questo e quello, contro lo sviluppo di qualsivoglia economia montana nel tentativo di cristallizzare queste zone per avvicinarle alle proprie idee cittadine, al proprio idealismo da Pianura Padana. Perché chi vive in montagna deve continuare ad avere una commissione internet a 56k? A non poter mai andare a vedere un film al cinema o a teatro, a dover emigrare per un cazzo di lavoro, a non avere una biblioteca e a trovare come unico svago un bicchiere di vino al bar più vicino? È possibile combinare il rispetto dell’ambiente e dei paesaggi allo sviluppo economico? [Per chi fosse interessato consiglio il libro “La sfida dei territori nella green economy” a cura di Enrico Borghi (ed. Il Mulino)].

Varesi sembra pensarla diversamente e cade nella maschera da Commedia dell’Arte, ma mettendo in scena personaggi che vorrebbero essere reali e non geniali caricature quali Arlecchino e Pantalone. E quindi chi si oppone alle piste di sci è un filosofo da Magna Grecia che ci fa due palle così con i suoi discorsi da filosofo da Magna Grecia, mentre chi vorrebbe, seppur vivendo in montagna, una “vita normale” è un buzzurro ignorante e rozzo come un caprone.

Per questi motivi il romanzo mi ha a tratti irritato, a tratti annoiato con discorsi new age che ho sovente trovato un po’ banali e stantii, una sequela di luoghi comuni sulla montagna e la gente di montagna di difficile accettazione.

Alla fine rimane insoluta, ed è forse giusto che sia così, la domanda su chi più ami veramente la montagna: chi la pensa come una cartolina buona per farci una foto o passarci un week end per poi ficcarsi nel centro commerciale più vicino alla propria casa nel varesotto, oppure chi vorrebbe che i suoi abitanti continuassero a viverci facendo sì che la montagna stessa sia anche un posto in cui abitarci oltre che in cui soggiornare?

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