Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

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Ma i giovani diventano ancora vecchi?

Benjamin Button

Che l’Italia non sia un paese per giovani ormai lo si ripete un po’ in tutte le salse. Che poi dovremmo anche metterci d’accordo su cosa intendiamo quando parliamo di “giovani”. Gianfranco Fini è un giovane cavallo di razza della politica italiana, il futuro candidato di un’area che prima faceva riferimento al centrodestra, oggi non si sa. È un ultrasessantenne ipernavigato. Conosco quarantenni che sono delle belle speranze, sono i giovani. Ergo, purtroppo o per fortuna, io sono un bambino, sono praticamente al pari di mio figlio che ha un anno e mezzo. E però poi, quando ti imbarchi in quella magica avventura che è la ricerca di un lavoro, qui nel Belpaese, beh, avete almeno cinque anni di esperienza? No? Mmmm, grazie le faremo sapere. Qualcuno si è inventato la laurea breve, tre anni e tutti a caccia di un posto più o meno fisso. Però, non hai fatto la specialistica? Guarda, i concorsi in amministrazione comunale sono solo per chi la terza media oppure la specialistica. Ah, sì, i candidati devono avere un cognome che inizia con la C, tra i 35 e i 35 anni e mezzo, nati nel mese di Giugno il giorno 18. Non avete queste quisquilie di caratteristiche? Sognatevi il posto. Se siete in quella fascia d’età che viene definita giovane, che siate bamboccioni di padoaschioppana memoria oppure no, potete ulteriormente deprimervi per la vostra condizione leggendo il libro di Marco Iezzi e Tonia Mastrobuoni Gioventù sprecata – Perché in Italia si fatica a diventare grandi, edito da Laterza. Poi vi sparate un colpo in testa e basta.

Però se gestite un blog letterario, diamine, qualche buona notizia c’è. Tutti scrivono e gli scrittori under quaranta sembrano spuntare fuori come funghi. Come sempre gli altri Paesi sono di qualche decennio avanti e se avete qualche talento – e tutti ne abbiamo, almeno uno – letterario trovate riviste come Granta o McSweeney’s in grado di valorizzare le vostre qualità. Qui dovete fare la questua delle sette chiese e sperare di incontrare un editor illuminato e che abbia voglia di scommettere. Rileggetevi quanto rilascio proprio a Pegasus Descending dal bravo Adamo Dagradi, autore de La felicità dei cani, oppure ascoltate sul blog dei Corpi Freddi la bella e interessante videointervista ad Andrea Camilleri. Il papà di Montalbano ci ha messo dieci anni dieci a farsi pubblicare il suo primo romanzo, Il corso delle cose. Sul tema “giovani scrittori” intervengono anche due articoli scovati in rete, uno su La Stampa firmato da Maurizio Cucchi e un secondo per Il Sole 24 Ore a firma di Stefano Salis che riprende un dibattito iniziato sulle pagine de Il Domenicale.

E, rimanendo in tema, non so come possa essere definito Jonathan Franzen, autore del a mio avviso un po’ sopravvalutato Le correzioni. Comunque, uno dei giovani scrittori americani di maggior successo torna nelle librerie americane con un nuovo, enciclopedico lavoro, Freedom, di cui Roberto Bertinetti parla su Il messaggero. Sulle pagine della stampa americana si trovano articolesse e recensioni a go go su questo lavoro dell’ex enfant prodige della letteratura made in States, ma lascio agli interessati il piacere di farsi un giro tra le pagine del New York Times o del Los Angeles Times, di cui invece riporto un articolo di Sarah Weinman sul nuovo lavoro di Don Winslow, Savages.

Infine, per concludere questo primo appuntamento del post pausa estive con Il brusio della rete, un articolo in cui ancora Roberto Bertinetti rivela come sarà l’acclamato Jeffery Deaver a scrivere la nuova avventura di 007, mentre su La Stampa un ricordo di Charles Bukowski per gli irraggiungibili novant’anni di uno scrittore alcolizzato e un po’ sopravalutato e di cui Castelvecchi ripubblica anche una biografia firmata da Paolo Roversi intitolata, ma guarda te, Charles Bukowski. Almeno non ci sono dubbi sull’argomento trattato.

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Lassù dove non osano le acquile: Thompson, Himes e Leonard

Hunter S. Thompson

Fermi tutti, qui c’è una notizia bomba per la nuova puntata de Il brusio della rete: è da oggi disponibile in libreria una nuova raccolta di articoli scritti negli anni da Sua Maestà Hunter S. Thompson e pubblicati su giornaletti tipo Rolling Stone e Playboy. Ora, non è che io debba stare qui ogni volta a ripetervi quanto questo giornalista e scrittore americano inventore del gonzo journalism, variante estrema del new journalism, abbia influenzato il titolare del blog e il suo stile di scrittura. Però, intanto, ve l’ho ridetto. E, se mi gira, nei prossimi giorni vi butto lì una recensione del suo precedente libro edito in Italia, Meglio del sesso, cronaca firmata da Thompson della campagna elettorale che portò alla vittoria Bill Clinton, quello che non aveva avuto rapporti sessuali con la Lewinsky – e qui dobbiamo solo metterci d’accordo sul come considerare il pompino, se rapporto sessuale oppure no – e che, va bene, ogni tanto, da giovane, aveva sfumacchiato qualche canna, però senza aspirare. Senza aspirare. E ora non fate battute sulla Lewinsky, che io vi conosco bene, vecchie sagome. Comunque, tornando a Paure, deliri e la grande pesca allo squalo (ed. B.C.Dalai), titolo che ammicca smaccatamente all’opera forse più famosa di Thompson, Fear and Loathing in Las Vegas, è possibile leggerne un bellissimo articolo in merito pubblicato su Il Giornale e firmato da Alessandro Gnocchi.

E, visto che siamo finiti con tutti i piedi nel tema “grandissimi scrittori”, sempre da Il Giornale vi suggerisco di leggervi il pezzo firmato da Seba Pezzani, tra l’altro valente traduttore, sull’imminente uscita di un romanzo di Chester Himes – di cui su Pegasus Descending ho recensito il suo Corri, uomo, corri – che torna nelle librerie italiane grazie alla BUR con Cieco, con la pistola. L’articolo di Pezzani è anche un’ottima occasione per conoscere un po’ meglio questo padre fondatore del genere noir.

Considerando la piega necrologica che questo mio post sta prendendo, ne approfitto per cambiare passo e, seppur rimanendo in ambito “giganti della letteratura”, ne approfitto per segnalarvi la corposa intervista rilasciata da Elmore Leonard – che ora starà facendo le corna strizzandosi le palle – alla rivista Viceland. È questa l’occasione per scoprire dalle parole dello stesso Leonard, confessate a Jesse Pearson, come i suoi romanzi nascano, la genesi del suo ultimo Road Dogs e alcune succosissime anticipazioni sul prossimo lavoro, Dijbouti, con tanto di abbozzo di trama e personaggi. L’intervista, tradotta in italiano, è una chicca imperdibile per i molti amanti dello scrittore americano che so frequentare assiduamente queste mie pagine vergate col sangue e il sudore.

Ah, benedette traduzioni. E benamati traduttori. Luca Conti è una vita che so battersi per dare a questi professionisti spesso oscuri, e dati per scontati, il loro giusto merito, anche in termini di visibilità. Personalmente credo che citare il nome del traduttore sia molto più interessante che indicare, che ne so, pagine e prezzo di un libro. Se ancora credete che una traduzione, e un traduttore, vale l’altra, beh, leggetevi questo articolo di Mario Baudino per La stampa e la vicenda riguardante un romanzo dell’immenso Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo. Credo che dopo cambierete idea riguardo alle traduzioni oltre a comprendere come il mondo dell’editoria versi in una situazione grave, ma non seria. Ne approfitto anche per segnalare il blog del traduttore Giuseppe Manuel Brescia, Smuggled Words, da poco inserito nel blogroll di Pegasus Descending e da cui potrete visitarlo comodamente ogni volta che vorrete. Merita, accettate il consiglio.

Elmore Leonard

Qualche ulteriore link a raffica: su l’Angolo Nero una bella intervista alla coppia Michael Gregorio, da poco in libreria con Luminosa tenebra, firmata da Alessandra Buccheri, mentre su ThrillerCafè una interessante chiacchierata tra Giuseppe Pastore e Enzo “BodyCold” Carcello, caporedattore del blog collettivo Corpi Freddi. E lasciamo la concorrenza a chi ha da guadagnarci. Da Il sole 24 Ore un articolo su, sembra, la prossima trasposizione cinematografica di On the Road di Jack Kerouac. A me pare una cazzata, perché un tale libro difficilmente si presta a diventare un buon film, ma Francis Ford Coppola (qui come produttore) pare crederci e quindi in bocca al lupo. Vedremo.

Infine una chicca per gli smanettoni e in chi crede che l’e-book sostituirà ben presto il buon vecchio libro cartaceo. La casa editrice Edizioni XII, come sempre all’avanguardia non solo in merito alle voci letterarie ma anche alle novità tecnologiche, propone l’e-book gratuito di un demo del volume Garth Ennis – Nessuna pietà agli eroi, con il pezzo di Elvezio Sciallis su Hellblazer. Per chi non volesse cacciare la lira. Sempre le Edizioni XII ripropongono poi una nuova edizione di Melodia, romanzo di Daniele Bonfanti con postfazione di Danilo Arona. Anche la Meridiano Zero propone un paio di interessantissime ristampe – pochi euro grande qualità, che volete di più? – : sono nuovamente in libreria, infatti, sia La gabbia delle scimmie, mirabolante hard boiled d’esordio di Victor Gischler, quello de Anche i poeti uccidono, sia Il mio nome era Dora Suarez, quarto titolo della serie nota come della Factory.  

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La calata dei barbari: Lansdale e Gischler in Italia

da Sugarpulp.it: Gischler e Lansdale con alcuni tipi loschi

Dopo la recensione di ieri di La ragazza dal cuore d’acciaio firmata da Vitandrea Silecchia e visto che ogni promessa è un debito, torniamo a parlare anche oggi di Joe R. Lansdale e della sua calata in Italia insieme a quell’altra sagomaccia di Victor Gischler, scrittore molto apprezzato qui su Pegasus Descending dal sottoscritto. I due, una sorta di padre e figlio letterari, hanno partecipato alla presentazione italiana a Padova di Anche i poeti uccidono, di Gischler, per poi fare una puntatina al Blues Festival di Piacenza. Purtroppo entrambe le città erano, e rimangono, troppo lontane per una mia presa diretta dell’evento, ma per fortuna Simone Corà era presente all’evento di Padova e ne ha scritto un bel pezzo sul suo blog Midian. Al Blues Festival c’era, invece, Luca Crovi, che sul suo Tutti i colori del giallo pubblica un ampio reportage fotografico in cui si riconoscono, tra gli altri, gli stessi Lansdale e Gischler, Elisabetta Bucciarelli, Donato Carrisi e Matteo Strukul (distratto da una bionda). Che invidia (non per la bionda, ma per l’evento).

Dopo questa girandola di scrittori e visto il numero sempre crescente di persone che ambiscono a guadagnarsi la pagnotta imbrattando carte – ma Nisbet consiglia di arrotondare con un secondo mestiere, ad esempio quello del falegname – Massimiliano Parente su Il Giornale pubblica un interessante articolo sui guadagni degli scrittori, almeno in Italia. All’estero, comunque, non è che se la passino meglio. E se per un articolo ti pagano cinquanta euro, da altre parti le proposte sono notevolmente peggiori. Esperienza personale: tralasciando chi non ti paga una mazza, la proposta più scandalosa ricevuta è stata quella da parte di un sito internet di macchine. Questi volevano tre pezzi al giorno, tutti i giorni. Oltre alla stesura dell’articolo richiedevano anche la ricerca della galleria fotografica e l’impaginazione web con link e balle varie. Tre euro a post. Però netti. Ah beh, cazzo, se sono netti! In culo a loro e a tutti quelli come loro. Mi apro un blog in cui riesco anche a divertirmi e che crepassero tutti.

Altri tre articoli particolarmente interessanti: su Il Sole 24 Ore Boris Sollazzo ci parla di fumetti e della loro capacità di raccontare il mondo che ci circonda e che, in particolare, appare ai nostri occhi attraverso la mediazione delle nostre esperienze. Avete presente Valzer con Bashir? Ecco, qualcosa del genere. Ancora sul quotidiano di Confindustria Stefano Biolchini intraprende un ideale viaggio tra i maggiori scrittori viventi contemporanei. Non sto neanche qui a dirvi che io voto per Cormac McCarthy. Su Il Messaggero potete invece leggere una stroncatura firmata da Massimiliano Gasperini di Nefilim, romanzo della svedese Asa Schwarz da poco edito da Fanucci.

Visto e considerato che siamo in piena euforia e-book, potreste iniziare a riempire la memoria del vostro nuovo e fiammante iPad scaricando l’e-book gratuito della versione completa e integrale di Diario pulp di Strumm, della Edizioni XII. Non è un errore di battitura, è proprio così: versione gratuita, gratis, free, non si paga, niente di niente.

Infine un paio di segnalazioni internazionali. La prima riguarda una conversazione tra James Ellroy e Joseph Wambaugh, autore amatissimo dal padre di American Tabloid. Direttamente dal Los Angeles Times. La seconda ci riporta dove eravamo partiti, ovvero da Lansdale e dal suo lavoro. Su Spinetingler Magazine potete trovare, infatti, una intervista rilasciata dal nostro, nell’attesa di vivere un grande autunno (Settembre?) con la traduzione italiana del suo nuovo romanzo. E smettetela di leccarvi le orecchie.

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New York, New York

New York

Dopo qualche settimana d’assenza torna “Il brusio della rete”, la rubrica con le segnalazioni delle cose più interessanti lette qui e là sul web.

Come forse avrete letto nel mio reportage dal Salone del Libro di Torino 2010 non sono riuscito ad assistere all’incontro con Scott Turow. Troppa gente e al fottuta green card si sono frapposti tra me e il noto avvocato americano sfornatore di best seller. Pazienza. Per fortuna l’inviato de Il Giornale non è come quello di Pegasus Descending ed è riuscito persino a farsi rilasciare una intervista dallo scrittore di Chicago.

E per chi non prediligesse la città in cui Barack Obama ha costruito la propria brillante carriera politica – dopo c’è solo il soglio di San Pietro – ma preferisse la New York tanto amata da Woody Allen, beccatevi questo articolo firmato da Giancarlo De Cataldo per Il Messaggero dove recensisce il libro di Luc Sante C’era una volta a New York. Storia e leggenda dei bassifondi, edito da Alet. Per chi preferisse, invece, i viaggi del cuore e della mente, suggerisco il libro di Paolo Cognetti New York è una finestra senza tende (Laterza) con tanto di film documentario annesso. Infine un articolo/intervista di Renato Minore a Jonathan Lethem di cui è appena uscito per Il Saggiatore Chronic City. Ancora sull’ottimo Il Messaggero.

Parlando di scrittori è da segnalare l’articolo firmato da Silvana Mazzocchi per La Repubblica su Marc Pastor e la sua La maledetta (ed. Giano). Sempre per La Repubblica una recensione di Carlo Lucarelli su Anne Holt e il suo “nuovo” romanzo, datato 1993, La dea cieca. Visto che mi fido più di Fabio Lotti che di autori che parlano di colleghi pubblicati per la loro stessa casa editrice, vi avverto che qui c’è odore di “marchetta”. Ancora per Il Messaggero – e che palle! – un pezzo di Lucilla Noviello su Donne a perdere (edizioni e/o), triplice romanzo firmato da Ledda, Auriemma/Troffa, Pulixi che spero di riuscire a leggere.

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Tenetevi l’iPad

L'iPad

Si parla di idee che evolvono al ritmo di pc nell’articolo di Marta Calcagno pubblicato recentemente su Il Giornale. Indubbiamente, il miglioramento delle tecnologie esistenti e l’invenzione di nuove sono stati un motore importante per l’evoluzione della cultura e, quindi, del genere umano. Si pensi, tanto per citare il caso più esemplificativo, all’importanza dell’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Gutenberg intorno alla metà del ‘400 per la diffusione del libro.

Anche oggi, molto tempo dopo l’inventore di Magonza, sembriamo essere davanti ad una imminente rivoluzione nel campo delle lettere o, più precisamente, nel campo della tecnologia di fruizione delle lettere. Quella cosa polverosa, ingombrante, pesante e deteriorabile che chiamiamo libro sembra essere a un passo dal pensionamento. Basta con la carta e la litania sull’Amazzonia. Basta con quella confortevole puzza di stamperia che si prova nello sfogliare un libro fresco di stampa. Il futuro è rigorosamente high tech e si chiama e-book e iPad. Non andremo più in libreria, quei posti affollati (così così) e incasinati da pile di carta di qua e di là: d’ora in avanti basterà un click dal vostro computer di casa e potrete scaricarvi tutti i libri, in formato digitale, che volete, direttamente sul vostro nuovo aggeggio elettronico. Avete presente la famosa valigia di libri, quel gravoso fardello che i bibliomani si portano in giro cascasse il mondo? Cestinata pure quella, derubricata a pezzo di antiquariato buono per qualche film in bianco e nero senza supporto blu ray. In futuro, sul vostro iPad, potrete scaricare fino a 20 vecchi volumi e non passerà molto tempo, presumo, che la vostra intera libreria di casa sarà trasferita in formato esportabile e trasportabile. Durante i vostri tragitti in treno da meschini pendolari non avrete quindi più l’imbarazzo della scelta, al mattino, su cosa portarvi dietro. La risposta, ora, sarà banale: tutto.

Tutto ciò, ne sono certo, avrà però una contropartita piuttosto onerosa: la proliferazione di libri brutti. E, udite udite, non avrete, in cambio, più tempo per leggerli – col cazzo! Lavorate, barboni! – ma solo più occasioni per arrabbiarvi. Mi spiego meglio.

Credo che tutti voi sappiate il motivo per cui le case editrici richiedono l’invio di manoscritti esclusivamente e rigorosamente su materiale cartaceo. Non per una questione di successiva stampa, anche se ciò farebbe la felicità delle aziende che vendono toner per stampanti laser. La spiegazione è forse più semplice, ma sicuramente più raffinata. Dovendo inviare un lavoro su carta, il suo autore presta maggiore cura a ciò che ha scritto. Rivede i refusi, magari lo passa a un amico per fargli dare una lettura, corregge i periodi che non filano, spreca un po’ di tempo e soldi per fare rilegare il plico di fogli e per andare in posta, fare la fila allo sportello e spedirlo alla casa editrice desiderata. Insomma, ci investe. Diversamente sarebbe tutto molto più comodo, ma certamente più superficiale e gli editori, già invasi da un buon 99% di opere non pubblicabili, a fronte di una percentuale di potenziali pubblicazioni rimasta invariata – l’1% di prima – si vedrebbero esplodere in modo esponenziale, geometrico e non aritmetico, il numero di lavori che perverrebbero loro. Un mucchio di cagate in più. Disastro, catastrofe, sciagura.

Analogamente, la pubblicazione di un libro in formato tradizionale, cioè su carta, richiede un forte investimento da parte di autore e, soprattutto, casa editrice. Bisogna scegliere bene il prodotto che ha più probabilità di non portarti a un repentino fallimento, fare l’editing, correggere le bozze dagli inevitabili, numerosi refusi, spendere soldi per la stampa e la successiva promozione. Un bel lavoro, impegnativo e, soprattutto, oneroso. Con l’e-book e il supporto dell’iPad a fronte di un lavoro ugualmente impegnativo si avrebbe il notevole vantaggio di azzerare i costi.

Intanto la stampa non c’è più, i tipografi possono anche iniziare a cercarsi un altro mestiere. La promozione nelle librerie va a farsi benedire, così come le librerie stesse. Basta creare una pagina web sul proprio sito e, dopo il pagamento con carta di credito, permettere di scaricarsi sul pc o dove meglio pare la versione informatica del libro. Zero spese. Già adesso di editing e correzione bozze se ne fanno molto pochi, figuriamoci con la versione pdf. Basta mettere una casella mail: “segnalaci gli eventuali errori che trovi nel testo”. Tante grazie e saluti a casa.

Infine l’aspetto più importante. Perché fare una selezione delle opere pubblicabili su cui investire e quelle, invece, da scartare? Leggere tonnellate di manoscritti costa. In termini economici, di tempo e di risorse umane. Con l’e-book le maglie sarebbero molto più larghe. Ma sì, l’editing lo fai fare a tua sorella che alle scuole medie era così brava nei tempi di italiano. Perché pagare uno che lo faccia di mestiere? Tagliare, tagliare e ancora tagliare. Tutto guadagno, tutto utile, tutto margine. Queste sono le parole d’ordine dell’editoria senza libro su carta. Se la rete non ha maglie strette tutto passa. Già lo vediamo con gli editori a pagamento che sfornano “opere” spesso impresentabili e piene di difetti. Se il rischio di scommettere su un libro e sul suo successo è annullato, il risultato non sarà la democratizzazione dei sogni di fare lo scrittore, bensì la completa svalutazione di questo mestiere, affogato in un oceano di opere brutte che ai tempi della carta mai avrebbero visto la luce, se non quella del confortevole fuoco del camino di casa. E non sto parlando, ovviamente, di censori autodafé.

Sono un pragmatico e quindi non voglio neppure tirare fuori l’argomento da libro Cuore dell’estinzione del piacere di scartabellare tra i volumi nelle librerie, a quell’emozione che non sono in grado di descrivere mediante un lessico troppo povero e che vi porta a entrare in quella massa informe di volumi cercando un thriller, per poi uscirne, invece, con un saggio sul prugno selvatico o la coltivazione della catalogna nel 1300. Questa sì che è vita.

 

Qualche rapida segnalazione per la rubrica “Il brusio della rete”: su Il messaggero un articolo di Micaela Urbano inerente la nuova serie di Romanzo criminale. Sempre sul quotidiano romano potete scoprire, se ancora non l’avete fatto, i vincitori del prestigioso premio Pulitzer, mentre su Il Giornale trovate una intervista di Luca Crovi a Francisco Gonzalez Ledesma – di cui tempo fa, su Pegasus Descending, avevo pubblicato una recensione del suo Storia di un dio da marciapiede -, uno che non vincerà mai il premio americano. Anche perché scrive in spagnolo. 

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Criticando

Mi è sembrato di aver visto un critico...

Con “Il brusio della rete” di questa settimana una mia riflessione sulla critica e sui critici della critica. Se non vi interessano, a ragione, le mie fregnacce, potete saltare direttamente all’ultimo paragrafo del post. Vi troverete qualche link interessante.

 

Mi lasciano perplesso quegli scrittori, registi, attori e artisti in generale che criticano il critico che ha criticato, e magari stroncato, una loro opera. La trovo una cosa di estremo cattivo gusto, un malcostume non so se prettamente italico o italiota, ma che sta certamente diffondendosi come la peste del 1348 nella nostra e fottuta penisola.

Escono quasi contemporaneamente su due quotidiani nazionali due articoli su critica, critiche e rilevanza della critica. Il primo, segnalato da Alessandra Buccheri su L’Angolo Nero e pubblicato su Il Giornale a firma di Luigi Mascheroni, riporta una sintesi delle singolar tenzoni intercorse tra critici e scrittori in tempi più o meno recenti. Il secondo articolo, firmato da Walter Pedullà per Il Messaggero, sottolinea, all’opposto, la progressiva perdita di influenza di critici e recensioni sui lettori e sulle conseguenti vendite di libri. Cotto e mangiato di Benedetta Parodi sembra il Barcellona di Leo Messi. Non c’è partita.

Il punto è il seguente: si può ancora dire e scrivere che un libro non ci è piaciuto? Oppure il mercato editoriale abbonda di capolavori e nessuna cagata viene più pubblicata? Si può scrivere anche dei libri che non reputiamo eccelsi oppure di quelli bisogna tacere e basta? Sono dei critici seri, intelligenti e acculturati solo quelli che spendono parole lodevoli per i nostri lavori mentre chi li critica è solo un asino ragliante, un venduto, un pirla rincretinito e, soprattutto, un disonesto che scrive di cose che non ha letto? Un libro, carissimi, si può anche leggere da cima a fondo e poi accorgersi che non ci è piaciuto, che non è mai stato in grado di avvinghiarci nella storia narrata, che lo stile, magari in punta di penna e coltissimo, da vero avanguardista, ci ha un po’ spaccato le palle e che se li leggessero loro i libri da professoroni della domenica.

Ma cos’è un critico? Dovrebbe essere un esperto, secondo il comune sentire, ma, allora, come si diventa esperti? Con una laurea in Lettere o in Giornalismo? Ma non scherziamo. Quelle delle lettura e della scrittura credo che siano due facce della stessa medaglia, due ambiti in cui le lauree contano come i due di picche a briscola, in cui, diversamente, è la pratica costante a fare la differenza. Come in molte altre cose, a dire il vero. Il critico, quindi, è prima di tutto un lettore o uno spettatore appassionato e in quanto tale ha il diritto di scrivere quello che la lettura di un libro o la visione di un film gli ha trasmesso. Ha il sacrosanto diritto di essere duro e di dire che una cosa gli ha fatto cagare. Lo può dire così, “cagare”, o usando termini più accademici. Ognuno sceglie il suo stile. Sono gusti personali non sindacabili.

E poi finiamola con ‘sta storia che una critica a un lavoro artistico non è quello che è, e cioè una critica a un lavoro, ma una disquisizione ontologica e antropologica sul suo autore. Quando scrivo di libri o film parlo di quello, di libri e di film, non del suo autore. Parlo del suo lavoro, che sono conscio gli sia costata molta fatica e magari anni di sudore sulle sudate carte, ma questo non può essere un buon motivo per dire che tutto va bene madama la marchesa. L’artista è una persona che, poco o tanto, fa un mestiere per cui viene pagato o si fa pagare. Il critico è un fruitore di quell’opera, anche se gli viene spedita a casa o ha ricevuto un biglietto omaggio per la prima. Ha speso tempo, a volte anche denaro, per ragionare su quell’opera. È il suo lavoro? A volte sì, altre no. In questo caso penso ai molti blogger che, gratuitamente e sottolineo gratuitamente, impegnano parte del loro tempo libero a scrivere di questo e di quello. Personalmente sono convinto che questo genere di critica sia sempre più influente, perché scevra da molti dei condizionamenti che possono esserci sui grandi media, testate in cui autore e case editrici o di produzione venderebbero la propria madre per avere 300 battute o un minuto di servizio.

Francamente non saprei dire quanto le recensioni siano influenti in termini di vendita, anche se forse sarebbe più corretto dire le “recensioni positive”. Avete presente il celebre detto, di non mi ricordo più chi, secondo cui bene o male purché si scriva correttamente il mio nome? Ecco. La critica e la recensione può incidere in termini di visibilità. Se un libro o un film vengono segnalati avranno molte più probabilità di finire tra le mani, alla cassa, di un potenziale acquirente. Ovviamente la Storia è poi piena di eccezioni che smentiscono clamorosamente quanto appena scritto, di signori sconosciuti e ignorati da tutti i media e da tutti i soloni delle lettere patrie per diventare poi degli autentici bestseller e longseller. E guarda un po’ te che forse una stroncatura è pure meglio, per tale motivo, di una totale indifferenza.

Non prendo poi in considerazione l’ipotesi secondo cui alcuni critici che lavorano per grosse testate giornalistiche stronchino o scrivano di libri senza averli letti. Se si hanno delle prove in merito, please, le si tirino fuori. Altrimenti tutto viene derubricato alla categoria “fango addosso”, alle stizzite, umane e pure comprensibili reazioni di chi pensa – e ha tutto il diritto di farlo – di aver scritto un capolavoro da Nobel da studiare insieme alla Divina Commedia. È un pensiero lecito e opportuno da parte di uno scrittore. Così come è lecito, da parte di un lettore che accidentalmente fa anche il critico, di pensarla diversamente e di dirlo.

In un mondo in cui ci si riempie la bocca con paroloni come “democrazia” e “diritti”, ci si dimentica troppo spesso che questi sono appannaggio anche di altre persone. Ad esempio il diritto di critica. Poi un critico può essere criticato, per carità, ma sarebbe auspicabile che a farlo fosse un altro critico attraverso un diverso punto di vista sulla medesima opera, non l’autore incazzato. Marx, e prima ancora Hegel, parlava di “dialettica”. Sarebbe una pratica da riscoprire invece di mettersi a strillare, a insultare e a urlare al complotto dei poteri forti. E porto l’esempio di Valerio Varesi, il cui ultimo libro, Il commissario Soneri e la mano di Dio, è stato da me fortemente criticato su Pegasus Descending. Con Varesi ho scambiato diverse mail, cortesissime, in cui abbiamo avuto modo di difendere le rispettive scelte e trovare, inoltre, numerosi punti di incontro pur rimanendo sulle nostre rispettive legittime posizioni. Non nego che tale autore ha, ai miei occhi, guadagnato un numero infinito di punti, nonostante il mio parere sul libro rimanga immutato e non coerente con la totalità delle altre recensioni da me lette. È il bello dell’arte: la stessa cosa dà ad ogni spettatore una sensazione diversa. E la cosa ancora più bella è che sono tutte legittime. Checché se ne dica.

Due importanti critici cinematografici, Roberto Escobar ed Emilio Cozzi, scrivono nel loro saggio Ti racconto un film in merito a cosa dovrebbe saper fare un critico: “La risposta più popolare, malevola quanto basta, suona pressappoco così: non deve saper fare alcunché, non deve avere capacità e non deve avere passioni. Come suggerisce un vecchio adagio: chi sa fare fa, chi non sa fare critica. Però, oltre che vecchio, l’adagio è appunto malevolo. […] Insomma, qualcosa un critico deve o dovrebbe saper fare. Se non vuole ridursi a un pedante assaggiatore di film, deve o dovrebbe saper essere un ottimo spettatore. E poi deve avere o dovrebbe avere una passione che s’accompagni a quella del cinema: la passione della scrittura.” [pg. 17]

E qui mi fermo e taccio. Mi appello ai diritti del lettore e dello spettatore. Se poi le recensioni e le pubblicazioni diventano, diversamente, delle arene in cui misurare la propria capacità di influenza in termini economici, politici ed editoriali, beh, allora la cosa non mi riguarda. Su Pegasus Descending troverete sempre e solo il punto di vista, assolutamente opinabile, di un semplice lettore. Parola di lupetto.

 

Qualche rapidissima segnalazione: su L’Arena una critica – e dopo il diluvio qui sopra poteva mancarci? -de L’uomo nell’ombra, il nuovo film di Roman Polanski, firmata da Adamo Dagradi. Un articolo e una intervista sul nuovo libro di Antonio Pascale, Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile (ed. Minimum Fax)  firmati da Silvana Mazzocchi per La Repubblica. Di Pascale ho letto l’estate scorsa il bellissimo e illuminate Scienza e sentimento (ed. Einaudi), pamphlet che vi consiglio caldamente. Infine qualche notizia sulla nuova serie di Crimini italiani su Raidue con gli articoli pubblicati su La Stampa, Thriller Magazine e La Repubblica. Se avrò tempo e spazio ne riparlerò in modo più approfondito nei prossimi giorni.

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E adesso parlano loro: Zeltserman, Carofiglio e Deaver

  

Dave Zeltserman

Vorrei aprire questo ennesimo numero de “Il brusio della rete”, rubrica che segnala le notizie più interessanti apparse sul web, con l’intervista che lo scrittore statunitense Dave Zeltserman, autore del magnifico Piccoli crimini di cui potete leggere la recensione su Pegasus Descending, ha rilasciato a Ignazio Rasi e Ernesto Villa per il sito La Tela Nera.   

Dice lo stesso Zeltserman in merito a Piccoli crimini: “Con Piccoli Crimini ho tentato di scrivere un thriller frenetico che avrebbe potuto anche essere un noir moderno, e ho incluso tra i temi dominanti quello della redenzione. Joe Denton è un ex poliziotto corrotto che ne aveva combinate di tutti i colori quando era in servizio. E’ stato sbattuto in prigione quando si è intrufolato in procura a tarda notte per distruggere le prove contro di lui. Qui si trova faccia a faccia con il procuratore distrettuale e lo sfigura orribilmente. Uscito di prigione, Joe vorrebbe vivere una vita tranquilla, senza fare più danni, ma ci sono molte forze oscure che lavorano contro di lui. Per tutti è violenza di un losco individuo, ma Small Crimes è una storia che affronta gli aspetti morali dell’esistenza.”  

Prossimamente leggeremo Pariah, secondo capitolo di una ideale trilogia “sull’uomo uscito di galera”: “Kyle Nevin di Pariah è una vera bestia. Questo tipo lascia morte e distruzione ovunque passi. Ho un debole per Kyle.”, mentre il futuro sembra volerci riservare grosse sorprese da questo scrittore – per la cronaca, scoperto grazie a Luca Conti e pubblicato da un editore, la Meridiano Zero, prima in Italia che negli USA con la sua opera prima Fast Lane da noi edita come L’occhio privato di Denver -, come lui stesso ci annuncia: “Ho appena concluso un romanzo che mi ha dato molte soddisfazioni. La migliore storia noir che abbia scritto, ed è tanto un racconto sulla freddezza e sull’alienazione della società contemporanea quanto un thriller frenetico.” 

Ovviamente vi consiglio di fare un salto sul sito de La Tela Nera e leggere l’intera intervista a Dave Zeltserman, dove potete trovarvi interessanti curiosità sul suo metodo di lavoro e sul suo passato. E se siete degli aspiranti scrittori pure un po’ di speranza. 

Ora la consueta carrellata di link: su La Repubblica un interessante articolo firmato da Jaime D’Alessandro sul romanzo interativo del russo Dmitry Glukhovsky Metro 2033 (Multiplayer.it Edizioni), da poco reperibile anche nella versione videogames, a dimostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, il crescente meticciato dei mezzi narrativi e gli interessantissimi incroci tra cinema, letteratura e videogiochi. Un fenomeno da seguire. Sempre su La Repubblica Dario Olivero sul suo blog Bookowski parla de Il quinto servitore (ed. Longanesi), thriller storico di Kenneth Wishnia di cui avevo già parlato tramite questa pagine e di cui a breve pubblicherò una recensione. Ancora sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari un pezzo di Maurizio Bono su un romanzo crime credo molto interessante, Tre Secondi (ed. Einaudi), della coppia scandinava Roslund & Hellström. 

Su Il Sole 24 Ore una recensione de Il commissario Hunkeler e la mano d’oro di Hansjörg Schneider (ed. Casagrande) firmata da Guido De Franceschi, oltre a un pezzo scritto da Gianrico Carofiglio in cui lo scrittore barese – ormai da settimane in testa alle classifiche di vendita con Le perfezioni provvisorie (ed. Sellerio), da me già recensito su Pegasus Descending – descrive il suo mestiere e come vi è approdato dopo una carriera spesa a fare tutt’altro. 

Infine sul blog di Luca Crovi una bella intervista rilasciata al suo autore da Jeffery Deaver

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Robin Hood di Ridley Scott e faccione di Russell Crowe

Robin Hood

Non so voi, ma io non riesco proprio a non pensare a Robin Hood come ad una volpe che lo mette in culo al leone Re Giovanni Senzaterra. Walt Disney ha lasciato il segno nella mia immaginazione e nonostante recenti studi sembrino dimostrare come il ladro di Sherwood più che uno che rubava ai ricchi per dare ai poveri fosse, invece, uno che sì rubava ai ricchi, ma per prestare ai poveri a tassi d’usura, il ladro gentiluomo rimane una delle mie figure preferite. E non saranno mille e uno accuratissimi e attendibilissimi studi a incrinare questa mia malcelata passione. Al diavolo la Storia, le fonti e l’attendibilità. Pazienza.

Se anche voi condividete la passione per questo personaggio e contestualmente quella per il gran bel cinema d’azione, il prossimo Robin Hood firmato da Ridley Scott e con il faccione di Russell Crowe – che inizialmente era stato scritturato per vestire i larghi panni di quel cagnolone dello sceriffo di Nottingham – farà sicuramente al caso vostro. Ne avevo già parlato a suo tempo quando segnalai i migliori film, almeno sulla carta, del prossimo venturo 2010. Colgo quindi l’occasione per segnalarvi l’uscita, sembrerebbe definitiva, del trailer italiano del film che vede anche la bravissima Cate Blanchette (strepitosa nel doppio Elizabeth) nel cast. La pellicola si presenta già fin dalle prime immagini come una fritto misto tra Il Gladiatore e Braveheart, con l’epicità delle battaglie e dell’azione del primo e il contenuto indipendentista e libertario del secondo. Non è un caso, infatti, che il motto con cui si conclude il trailer e che presumo essere già un predestinato, una di quelle frasi destinate a rimanere indelebili nella storia del cinema – avete presente il “francamente me ne infischio”? – è l’emblematico “Ribellarsi e ribellarsi ancora finché gli agnelli diventeranno leoni”. Una frase che sarebbe stata benissimo in bocca al William Wallace di Mel Gibson, non vi pare? Quando il cinema diventa epica. E in barba agli intellettualoni che diranno che questo non va, quest’altro non è attinente all’epoca storica, quell’altro ancora è inutile o sbagliato.

Qui sotto il trailer del Robin Hood di Ridley Scott caricato su Youtube da silenzioinsala.com, che ringrazio sentitamente:

Rimanendo in ambito cinema una notizia che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia mentre la leggevo sullo schermo del mio computer. Scandagliando la rete in cerca di materiale per questa rubrica, “Il brusio della rete”, mi imbatto in questa news riportata da Il Giornale: secondo un sondaggio del mensile Focus fatto attraverso il suo sito internet Stanley Kubrick è risultato essere il miglior regista, secondo le votazioni, della storia del cinema. Scelta opinabile, ma non tale da indurmi al summenzionato sobbalzo. Andiamo un po’ a vedere chi erano i candidati in gara, mi dico, tanto per curiosare. Scorro lista dei grandi nomi, ci sono tanti grandi e alcuni sopravvalutati. È il limite di ogni scelta arbitraria, non può contenere tutto. Però cazzo, in una lista dei migliori registi della storia del cinema che voglia definirsi tale come minchia si fa a lasciare fuori uno come CLINT EASTWOOD? Magari non lo voti, e va bene – più o meno – però lo includi, lo segnali. Gentilmente, mi si può spiegare con che criterio si giudichi un regista “grande” o meno? A mio avviso uno che sa raccontare delle storie, altrimenti a che serve il cinema? Solo a infarcire due ore e mezza di pupazzoni blu? Chi ha parlato di eutanasia? Clint Eastwood. Chi ha parlato della guerra dando ad ambo le parti la medesima dignità di raccontare la propria parte di Storia? Clint Eastwood. Chi ha parlato di un’America che cambia e della necessità, noi, di cambiare di fronte al cambiamento? Clint Eastwood. Chi ha girato uno dei più bei noir della storia del cinema? Clint Eastwood. Chi ha scritto l’epitaffio su un genere storico come il western? Clint Eastwood. Però non solo non è un grande, ma non merita neanche di essere inserito in una fottuta listarella sul web che si propone di individuarlo. Ma io sono un uomo di parte. Sempre stato.

Un paio di notizie flash per concludere: su La Repubblica un interessante articolo firmato da Angelo Aquaro su alcune lettere inedite di J.D. Salinger. Chissà che un po’ di chiarezza non venga fatta su uno degli scrittori più enigmatici della storia della letteratura. Comunque, personalmente mi destano una grandissima curiosità. Ficcanaso. Su Il Messaggero, invece, un pezzo di Francesco Fantasia in cui parla della scrittrice Mary Higgins Clark. Sul blog i Corpi Freddi, infine, una bella recensione firmata da Cristing del libro di Nikolaj Frobenius Vi mostrerò la paura, opera su quel geniaccio di Edgar Allan Poe.

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Jim Thompson, una biografia selvaggia

Jim Thompson

Per questo nuovo appuntamento con “Il brusio della rete” inizio con un misto tra segnalazione cartacea e web. perché esistono anche i giornali e le riviste, vi pare?

Scrive Tommaso Pincio aprendo la sua recensione di Jim Thompson, una biografia selvaggia (ed. Alet) pubblicata sul numero del Dicembre 2009 di Rolling Stone: “Quanti modi esistono per raccontare? Jim Thompson non aveva dubbi in proposito: “Esistono trentadue modi di scrivere una storia e io li ho provati tutti. Di trama, però, ce n’è una sola: le cose non sono mai quel che sembrano”.

La vita di Thompson, uno dei Padri Fondatori del genere pulp, è tragica e tormentata come quella di tanti suoi personaggi dei suoi numerosi romanzi tascabili venduti nelle peggiori edicole degli States. La biografia firmata da Robert Polito e che la casa editrice Alet porta in Italia grazie alla traduzione di Sebastiano Pezzani sembra voler essere l’opera definitiva sulla vita di uno scrittore maledetto che ha vissuto come ha scritto: disordinatamente, non avendo mai un approdo sicuro e non sapendo mai cosa avrebbe riservato il domani. Meglio la bottiglia di vino sul tavolo. Ma che sia rigorosamente piscio di quart’ordine. Quello buono lo lasciamo ai signori e non a chi per vivere ha fatto un po’ di tutto, dal facchino al truffatore, dal commesso viaggiatore allo scrittore di storielle sporche e cattive. Fino a quella che è reputata una delle sue opere migliori e cardine per gran parte della letteratura che verrà dopo, L’assassino che è in me (ed. Fanucci), libro che affascinò a tal punto Stanley Kubrick da spingerlo a chiamare il nostro sfigato, maledetto scribacchino a buttare giù sceneggiature tra i lustrini e le puttane di Hollywood. Ma anche in questa nuova avventura, fottuto il mondo, non ci sarà un cazzo da fare e la sfiga continuerà a perseguitare Thompson per lasciarlo solo quando la Grande Mietitrice verrà a reclamarlo. Ancora Pincio: “Disse alla moglie di conservare i suoi manoscritti, perché in capo a una decina d’anni sarebbe diventato famoso. Non si sbagliava: niente è mai quel che sembra. Nemmeno l’insuccesso”.

Sempre su Thompson e sulla sua biografia recentemente edita da Alet rimando al notevole articolo firmato da Enzo Di Mauro per Il Messaggero.

Jim Thompson, una biografia selvaggia

SINOSSI: ”Jim Thompson. Una biografia selvaggia è la storia della vita di un grandissimo scrittore, raccontata dopo aver registrato fonti, materiali e testimonianze di prima mano, fornite da sua moglie e dalle stesse figlie, ma anche da scrittori, editori e registi che l’hanno conosciuto e hanno vissuto per anni accanto a lui. Il quadro dipinto ci riporta pezzo a pezzo un mosaico che riflette l’icona di uno scrittore maledetto, bruciato da una dieta a base di alcol, sigarette e anfetamine, devastato dagli infarti e dai colpi apoplettici, che morì stremato e solo, a settant’anni, a Hollywood, lasciandosi letteralmente morire di fame. L’autore ricostruisce per noi la vita del giovane Jim Thompson (1906-1977), schiacciato dalla figura del padre, alla perenne ricerca di un’occupazione stabile durante gli anni durissimi della Grande Depressione. Dai suoi libri furono tratti diversi film, ma il suo rapporto con Hollywood fu sempre tormentato e sofferto, e non gli restituì mai quello che aveva dato. Nei suoi libri ci racconta un’America sconfitta dal suo stesso sogno, che diventa nelle sue pagine un incubo popolato di creature ambigue, vittime ma al tempo stesso anche artefici della propria dannazione, e cioè criminali, falliti, e rifiuti sociali indegni di qualunque redenzione. La biografia di un grande maestro del noir, uno spaccato inedito dell’America che non ci hanno mai voluto raccontare”. (fonte: sito Alet)

Proseguiamo, ora, con una carrellata di link a notizie che potrebbero risultare interessanti. Un paio di pezzi dal sito de La Repubblica: il primo, firmato da Piero Colaprico, prende spunto dal libro Sulla scena del crimine di Connie Fletcher, già segnalato anche da Pegasus Descending, per parlare di CSI e affini. Il secondo è invece un racconto di John Lecarrè intitolato “Così incontrai la mia spia venuta dal freddo”.

Segnalando il 50esimo compleanno dell’amatissimo Luciano Ligabue facciamo una breve incursione nel rock e nella musica, temi non abitualmente trattati su queste pagine, ma chissene, per il Liga si vorrà ben fare una eccezione. A maggior ragione se questa è anche l’occasione per annunciare il nuovo album di inediti che uscirà il prossimo 7 Maggio e segnalare che sul sito del rocker di Correggio è già possibile leggere il testo del primo singolo che presumiamo a breve inizierà a girare per le radio, “Nel tempo”, una sorta di biografia per musica e immagini del Ligabue medesimo. Oltre a questo un articolo da L’Arena di Giulio Brusati e uno ancora da Il Messaggero della redazione.

Ora a raffica: avete presente il Robert De Niro di Taxi Driver? Il suo celebre guardarsi allo specchio, puntare la pistola e dire “Stai parlando con me?”. Andate un po’ a vedere, sorprendentemente, da chi ha scopiazzato. Dal blog di Paolo Giordano sul sito de Il Giornale. Sempre da Il Giornale un articolo su Jules Verne, mentre da Il Sole 24 Ore una recensione del thriller di Pieter Aspe Caos a Bruges firmata da Giorgio Maimone. Infine – e poteva mancare? – la recensione del film di Martin Scorsese Shutter Island firmata da Alessandra Buccheri per il suo blog L’Angolo Nero.

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Editori a pagamento e pompe funebri. Trovate le differenze.

Esordienti da spennare di Silvia Ognibene

Voglio aprire questo ennesimo appuntamento de “Il brusio della rete” con una riflessione disordinata su un tema cruciale per chiunque voglia impegnarsi, in veste di scribacchino, nel magico mondo delle lettere: le case editrici a pagamento.

La questione è stata sollevata da Loredana Lipperini sul suo blog Lipperatura e ripreso, poi, anche da L’Angolo Nero di Alessandra Buccheri. La mia personale critica a questo tipo particolare di editoria è piuttosto severa perché, come hanno rilevato anche le due autorevoli blogger citate sopra, gran parte delle opere che vengono pubblicate tramite questo canale hanno delle macroscopiche imperfezioni e dei difetti capitali che non giustificano in alcun modo il loro vedere la luce editoriale. E infatti sono opere spesso scartate da quelle case editrice notevolmente più serie che non chiedono contributi pecuniari o in termini di minimo quantitativo di copie acquistate dall’autore e si prendono l’onere di scartare o di investire. Non è probabilmente un caso che i libri editi con case editrici a pagamento – o, come dicono loro in burocratese truffaldino, chiedono una compartecipazione dell’autore al rischio editoriale – abbiano poi una scarsissima diffusione commerciale e che se qualche copia vogliono venderla sono gli scrittori stessi a dover farsi un mazzo tanto spedendo copie recensione a destra e a sinistra o girando come una trottola tutti i peggior bar della penisola e i centri culturali di paesini in culo ai lupi. E la distribuzione e la visibilità di un libro in libreria è cruciale, imprescindibile per le sorti del libro stesso. Senza contare che molte di queste case editrici non fanno un neppur minimo lavoro di editing e di correzione bozze, come ho anche rilevato in alcune recensioni pubblicate su Pegasus Descending, condannando inevitabilmente il libro ad essere un prodotto di bassa qualità e, a volte, al limite della impossibilità di lettura.

Il problema è analogo, in termini lati, a quello delle pompe funebri: il lucrare sui sentimenti – da una parte le speranze dall’altra il dolore – delle persone. Morti e aspiranti lettori garantiscono una domanda inesauribile fomentando il sorgere, conseguentemente, di imprese che in questo ambiente ci sguazzano come piranha affamati, facendo corrispondere alla domanda un’offerta. Vuoi fare lo scrittore? Ma certo, che problema c’è? Duemila euro e passa la paura. Poi sono cazzi tuoi, perché il mercato editoriale è quello che è, cioè, appunto, un mercato, e nessuno fa sconti. Soprattutto se quello che hai da proporre non è neanche competitivo perché di bassa qualità stilistica, contenutistica ed editoriale.

Io non so se prenderò drastici provvedimenti come quelli della Lipperini e di Alessandra, cioè di non recensire in modo categorico le opere pubblicate per questa via così da “aterosclerotizzare” questo fenomeno attraverso la mancanza di visibilità. Ho il brutto difetto di essere abbastanza tenero e di avere delle serie difficoltà a dire di no a chi senza malizia chiede il mio aiuto o il mio parere. Però so che, probabilmente, in tale maniera non faccio il bene di questi scrittori – o sarebbe meglio dire aspiranti tali – perpetuando un sistema intrinsecamente sbagliato e furbetto, anche se a volte pure tra queste opere ce ne sono alcune che meriterebbero, ad esempio il libro di Emiliano Grisostolo, “Il castello incantato”, che recensirò prossimamente. Però i miei dubbi in merito alla bontà del mio agire sono molti ed è per tale motivo che vi prego di esternare il vostro pensiero nei commenti, così da avere pareri diversi insieme ai molti altri già letti sui blog di cui sopra, valutando, inoltre, se ci sia anche lo spazio e l’opportunità di pervenire a una sorta di embargo o di accordo su questo argomento tra noi blogger.

Non vi voglio annoiare ulteriormente, quindi vi sparo di seguito una raffica di link a notizie interessanti. Su La Repubblica potete leggere una bella intervista all’autore del recente “Il carezzevole” di Massimo Lugli, autentico outsider dell’ultima edizione del Premio Strega, firmata da Silvana Mazzocchi. Il libro mi incuriosisce molto, chissà che non trovi il tempo per leggerlo e recensirlo in questo fitto mese di Marzo. Intanto potete iniziare col vederne il booktrailer.

L’articolo di Giovanna Mancini per Il Sole 24 Ore mette in luce un aspetto oscuro che ha colpito il mondo dei fumetti e, più in particolare, l’amato Spiderman. Fottuta crisi.

Infine un paio di notizie cinematografiche su ciò che vedremo prossimamente: Robert De Niro sembra aver rotto gli indugi accettando di interpretare il protagonista del thriller di Neil Burger “The Dark Fields” tratto dal romanzo di Alan Glynn. Aspettando poi che lo stesso De Niro e Michael Mann si decidano – o trovino i mezzi – per portare sul grande schermo il romanzo “L’inverno di Frankie Machine”, un altro lavoro dello scrittore Don Winslow, “Savages”, sarà adattato per il cinema nientepopodimenoche da Oliver Stone.

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