Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Drive – James Sallis

Drive

DRIVE (Drive)
di James Sallis
ed. Giano
Traduzione di Luca Conti

Driver, il protagonista del romanzo Drive di James Sallis, sta tutto in questa sua dichiarazione: “Io guido. E non faccio altro. Non voglio esserci, quando ti metti a pianificare il colpo o  a ripassare il piano. Tu mi dici da dove si parte, dov’è che andiamo, dove vi devo portare a cose fatte, a che ora. Io non prendo parte attiva, non conosco nessuno, non porto armi. Guido e basta.” [pg. 22]

Si parte da metà storia, da un motel di periferia in cui Driver se ne sta accasciato in una cazzo di stanza a pisciare sangue, il cadavere di una donna nel cesso e quello di un tizio incastrato, la testa rivolta verso l’interno, nel vano della finestra. Qualcosa, se fa testo la sua professione di fede riportata sopra, deve essere andato storto, qualche ingranaggio si è inceppato nell’oliata macchina del miglior palo della storia del crimine e della letteratura. Sallis, da maestro quel è e da profondo conoscitore del genere – si ricordi la sua biografia di Chester Himes – introduce la storia come fosse un jab di Rocky Marciano, fottendo il suo protagonista prima ancora che abbia avuto la possibilità di dire “beh” e poi esplorandone presente e passato con un continuo avanti e indietro narrativo.

La storia è semplice: Driver guida e basta. Ha iniziato come stuntman per le scene d’azione di Hollywood, inseguimenti e cose varie, sempre su quattro ruote. Poi, per caso, capisce che forse qualche extra senza troppi rischi e senza sporcarsi le mani era utile oltre che possibile. Allora inizia a guidare non più per qualche regista, ma per criminali di mezza tacca o giù di lì, per poi salire, una volta fattosi un nome nell’ambiente. Perché Driver è un fenomeno, uno che dice quattro parole quattro ma quando parla sono macigni. E poi non fatelo incazzare, perché uno che ha visto la madre, a cena, piantare il coltellaccio da arrosto nella gola del padre, insomma, ci mette poco a far volare il tavolo, in particolare quando si sente in pericolo nel suo eterno peregrinare per i quattro angoli dell’America. Tutto, con il suo metodo, fila lisco, i soldi arrivano quando gli servono e la vecchiaia è assicurata. Poi, un giorno, qualcosa va storto, perché in queste cose c’è sempre, una volta o l’altra, qualcosa che va storto e Driver diventa una preda con un mucchio di dollari addosso. Sarà guerra e, ovviamente, armistizio e tregue non sono opzioni neanche prese in considerazione.

Con Drive James Sallis fa un salto nel passato, rinverdendo la gloriosa e mai doma tradizione dell’hard boiled o, più nello specifico, delle storie pulp basate sull’azione, la violenza e personaggi tagliati con l’accetta. La cosa a suo modo straordinaria, però, è che Driver è sì un personaggio classico, durissimo e impossibilitato a provare un qualsivoglia briciolo di empatia – o quasi -, diciamo classico del genere, ma tratteggiato così bene da essere assolutamente reale e plausibile. Driver non è un cliché, una sottomarca tipo il Fidel dell’Esselunga, bensì un personaggio autonomo dipinto in una infinita varietà di grigi, un violento che ha spersonalizzato e disumanizzato la violenza per necessità e destino piuttosto che per una volontà di potenza. Noi proviamo vicinanza con Driver, quasi una forma estrema di pietà e cristiana compassione per un bambino triste e fottuto dal Fato la cui vita, letteralmente, si è trasformata in una lotta per la sopravvivenza con zanne e unghie affilate, uno a cui lo scorrere del tempo non può fare a meno che sottrarre, uccidendo, tutto ciò che ama o che vorrebbe dargli amore.

James Sallis

Sallis, inoltre, in un romanzo breve come Drive dà una lezione di stile e di composizione di una struttura narrativa mediante i suoi avanti e indietro temporali che seppur mantenendo il focus dell’attenzione su una storia principale – tipicamente pulp – ci permettono di guardare alle spalle del protagonista, contestualizzandolo e rendendolo più complesso grazie alla conoscenza del suo passato e, tutto ciò, in brevi capitoli, subitanee incursioni che tanto danno senza nulla togliere. Drive, quindi, se può tranquillamente essere letto come una storia di crimine e violenza, classicamente on the road, allo stesso tempo può diventare un incredibile affresco su una solitudine che, come in tutte le grandi storie della letteratura scritte da grandi scrittori, diventa una storia della solitudine, travalicando i limiti dello spazio e del tempo per parlare, sempre, all’umanità intera, dando un fulgido esempio di come la letteratura di genere – la letteratura di genere – sia uno dei mezzi più straordinari per indagare l’animo umano in tutte le sue sfaccettature.

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30 pensieri su “Drive – James Sallis

  1. Ce l’ho ancora da leggere insieme a “Il bosco morto”. Ti dirò che, in questo caso, non riesco ad interpretare la tua recensione..è inserita negli “(S)consigli di lettura”, ma ho avuto esattamente l’effetto contrario leggendo il tuo post..

  2. Fabio Lotti in ha detto:

    Grande Pelfo! Mi sono ritrovato perfettamente nella tua lettura. Permettimi di aggiungere la parte finale di un mio intervento che può servire per una ulteriore riflessione .
    “Di quello che succede intorno a lui, le cose del mondo, voglio dire, nada de nada. Poche parole come libertà, liberazione e democrazia che gli scivolano addosso sputate dagli altri. Ricordi del Vietnam di un tizio scampato alla morte.
    C’è nell’aria, al di là del frenetico movimento, un grigiore, una malinconia di fondo che ti spezza il cuore. Con una scrittura semplice, scarna e nitida, senza sforzo apparente.
    La vita è così. Panta rei. Tutto scorre. Va via veloce come le auto che guida con superba maestria il nostro inimitabile Driver”.

  3. @Cecilia: (S)consigli di lettura è solamente il nome della rubrica e la S, appunto, è tra parentesi. Direi che Drive è assolutamente un cosiglio, spero non ci siano ambiguità, altrimenti la mia rece sarebbe da cestinare immediatamente e le mie quotazioni di blogger in evidente calo…

    @Fabio: grazie! Hai fatto a riportare anche il tuo commento!

  4. Frank77 in ha detto:

    La trama mi ricorda il grandissimo “Driver l’imprendibile” di Walter Hill,chissà se Sallis il film lo ha visto e ne è stato influenzato.

  5. Fabio Lotti in ha detto:

    Meno male. Subito dopo l’intervento mi era parso di essere stato troppo invasivo.

  6. Ottimo libro davvero Drive, direi un classico moderno, amo Sallis anche se non sempre è così efficace, ad esempio Il Bosco Morto è un libro da sbadigli. Pelf sempre un’ira di Dio!

  7. Il Bosco Morto è da sbadigli ma sono sbadigli ben congegnati, dai :-)
    (a me non è dispiaciuto, nonostante il ritmo da narcosi, i personaggi di Sallis hanno sempre un fascino antico)

  8. Beh, grazie Andrea..guarderò la tua (S) con altri occhi ora ;) Ho sia “Il bosco morto” che “Drive”, ma a questo punto se il primo è così soporifero, lo leggerò prima!

  9. Luca Conti in ha detto:

    Sallis è lento, è volutamente lento. E dimostrare che il noir sa anche essere molto, ma molto lento ed essere pur sempre noir, anzi (di sicuro) più noir di Gischler, Neil Smith, Lansdale e altri cinque o sei messi assieme, non è roba da tutti. Sorry, ragazzi, ma la vita è quella di cui ci parla Sallis, non il fumetto adrenalinico spacciato dagli altri (che peraltro amo alla follia, come sapete benissimo), e Sallis la racconta con una maestria linguistica e stilistica che il 99 per cento degli scrittori americani in circolazione si può soltanto sognare (esclusi James Lee Burke ed Elmore Leonard, oltre alla buonanima di James Crumley).

    Nessuno sa scrivere della desolazione umana, della disperazione, come Sallis. Il resto, parliamoci chiaro, è aria fritta. C’è chi ha una marcia in più, e costoro si contano sulle dita di una mano.

    Anche per questo, come alcuni di voi sanno già, ho deciso di cambiare mestiere. Dopo 15 anni e 80 libri tradotti è arrivato il momento di dire basta. Quel che volevo tradurre, l’ho tradotto; è arrivato il momento di passare ad altro (e non soltanto per mia scelta, ma per colpa di un sistema editoriale che ha ormai divorato, umanamente ed economicamente, chi l’ha tenuto in piedi per anni a prezzo di robusti sacrifici personali).

    E’ stato bello. La traduzione era la mia vita ma, stando così le cose, non può esserlo più. E proprio per questo è giusto che finisca qui. Un abbraccio a tutti; mi potrete sempre trovare altrove, sulle pagine di Musica Jazz.

    luca

  10. Fabio Lotti in ha detto:

    Porca vacca, Luca, mi dispiace una cifra. In bocca al lupo per il tuo nuovo futuro.

  11. Peccato davvero, Luca..avrai le tue sante ragioni e mi dispiace non essere riuscita ad intervistarti, come ti avevo chiesto mesi fa. Il mondo è pieno di traduttori, ma traduttori in gamba come te ne ho letti pochi.
    Buona fortuna per tutto!

  12. lo sto leggendo proprio ora in inglese, merita

  13. @Luca, nooo mannaggia!
    (leggere il noir in italiano non sarà più lo stesso, cazzo!)

  14. Fabio Lotti in ha detto:

    Approfitto dell’intervento di Sartoris per farvi un invito proprio qui http://omardimonopoli.blogspot.com/2012/02/tre-storie-struggenti.html su un libro interessante.

  15. Concordo in toto con LC. Sia sul fronte Sallis, sia amaramente sul resto.

  16. Fabio Lotti in ha detto:

    A volte, soprsattutto tra i giovani sgrillanti, si scambia la lentezza con la noia e il non saper scrivere ed il brio con l’esatto contrario. Per spiegarmi meglio riporto parte di un pezzo già scritto (sono un pigrone del Toro)
    “…Andando in giro per blog e nella vita ho incontrato tutta una serie di lamentele sulla lentezza e dunque sulla pesantezza sfibrante di certi libri. Una noia, una lagna, una palla! Di converso un elogio sperticato della velocità, del brio, del guizzo, della mitragliata di parole, e insomma della corsa continua e dirompente.
    Io non sono certo contrario ad un ritmo pimpante, figuriamoci! Ai miei tempi andava di moda il rock and roll e il twist che era un piacere sgambettare da tutte le parti, ma poi ci si riposava pure con balli alla mattonella che era ancora meglio….
    . Però, però tutta questa fretta, tutta questa voglia di movimento assatanato che prende le nuove generazioni di lettori (e non) un po’ mi agganghisce (mio conio). Mi blocca, mi mette ansia. Mi instilla un dubbio. O che saranno da buttar via tutti quei creduti capolavori dove un ballo non finisce mai e le descrizioni dei luoghi, degli interni, dei paesaggi durano quanto i ricami delle nostre sante nonnette? Quei libroni, insomma, dove si finiva per ciondolare la testa arrivati appena ad un centesimo del tutto?
    Ma il dubbio dura un attimo perché quei libroni mastodontici, lenti e pesanti si leggevano con calma, con rispetto del tempo dovuto, cercando di assaporarne i minimi dettagli. Senza fretta, senza furia che nessuno ci correva dietro.
    Non so ma tutta questa odierna voglia di brio, di sorridente leggerezza, di allegro scorrazzar veloce di parole a volte mi sa tanto di spensierata superficialità. Compresa la mia, si capisce.
    E allora un elogio alla lentezza bisogna farlo. Che poi la tartaruga, con il suo passo lemme lemme, dura anche cent’anni”.

  17. Lucaaaaaaaaaaaaaaaaaaa! Noooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo! Che mazzata!!!!!!!! Sono affranto.

  18. Gigistar in ha detto:

    Questa proprio non me l’aspettavo. Proprio no. L’ho riletta due volte, mica volevo crederci. Che amarezza……

  19. Fabio Lotti in ha detto:

    Naturalmente rispetto i gusti del nostro Matteo (non ho ancora visto i libri di Revolver a Siena) che se trova una pausa si affloscia come un pisello dopo una trombata. Ne “Il bosco morto” la bellezza sta proprio nella lentezza e nel silenzio che sembra avvolgere il libro.

  20. Boh ribadisco per me IL BOSCO MORTO è un libro pieno di buchi, amo Sallis ma quel libro proprio non mi è piaciuto e – giusto per la cronaca – non è vera ‘sta storia che il lento non mi piace non ci siamo, adoro CALDWELL, FAULKNER, DOS PASSOS, KRISTOF, WOODRELL, DE LILLO, SAROYAN, CAPOTE, GOGOL, cioè ma di cosa stiamo parlando? I libri a Siena non sono arrivati perchè escono il 9 febbraio ergo non possono esserci. Riguardo alla metafora goliardica Fabio non la trovo divertente, solo volgare, eh eh comunque DRIVE è un capolavoro.

    Abbraccio, MS

  21. Fabio Lotti in ha detto:

    Ritiro la metafora goliardica sfuggitami in un momento troppo goliardico (pensavo che ci ridessi sopra e allora aggiungo le scuse) e aspetto i libri a Siena.

  22. Fabio Lotti in ha detto:

    Allora Matteo per chiarire il motivo della metafora. Sono sincero, mi è venuto spontaneo accostarti ad un pisellone accasciato (mi sono ricordato pure di un Babbo Natale sbevazzone per terra)che mi ha fatto sorridere. La metafora è nata per simpatia e nelle intenzioni non aveva niente di volgare.

  23. @Luca: proprio una notizia di merda…

  24. Anche a me piacciono gran parte degli scrittori citati da Strukul ma proprio per questo trovo molto difficile esaltarmi per qualcosa scritto oggi. Intendiamoci ottimi romanzi vengono tuttora scritti ma…dopo aver letto quei capolavori viene da chiedersi dove siano finiti stile e cultura oggigiorno.
    Sallis e’ uno dei rarissimi esempi di qualita’ e intrattenimento odierni e a mio giudizio il bosco morto era elegante nel suo incedere non lento.

  25. Gigistar in ha detto:

    A mio modesto avviso stile e cultura sono sempre lì dove è naturale cercarli: in libreria; fermi restando alcuni punti:

    - che una definizione universale di capolavoro non esiste, e che la componente di gusto soggettivo ha sempre la sua forza;

    - che a volte la passione per questo o quell’autore ci porta a giudicare capolavori dei prodotti solo buoni o molto buoni;

    - che da duemila anni o più, raramente si dichiara “capolavoro” l’opera di un contemporaneo. Più spesso, servono anni prima che a un lavoro sublime venga riconosciuto il suo valore. Quindi è facile che tra due o tre decenni ci troveremo a osannare cose che oggi restano in un cantuccio;

    - che bisogna avere tempo e voglia di cercare e selezionare ciò che si legge, piuttosto che seguire inebetiti i i blurb di copertina e le fascette;

    - che il mercato di massa non aiuta in questa ricerca, e quello italiano in special modo. Sarà un caso che i due mystery più belli e profondi che ho letto negli ultimi sei mesi non siano ancora pubblicati in Italia?

  26. Raga cosa volete che vi dica? Secondo me “Drive” è un gran libro “Il Bosco morto” no anche se devo ammettere che Sallis mi piace molto ma non è il mio autore preferito nel genere rural noir – tanto per dire – Daniel Woodrell è tutta un’altra storia anche perchè tutti i suoi libri e dico tutti sono davvero coltellate sublimi, ma appunto mi rendo conto che in questo non dò un parere obbiettivo come potrei? Eh eh, fra l’altro sulla questione capolavori concordo con Gigistar al di là del fatto che alcuni grandi libri in Italia ancora non sono stati tradotti, sennò Revolver che ci sta a fare? Eh eh, abbraccio, Matteo

    PS: leggetevi Nikitas e ditemi se è veloce! Non lo è affatto eppure è un gran romanzo, finalista all’Edgar e al Grand Prix de la Littérature Policière

  27. Partiamo da un presupposto: ad uno un libro può anche non piacere e non è che debba stare qui a scusarsi o a giustificarsi, è un diritto del lettore. Che poi, spesso, è anche difficile dire perchè un libro non piaccia. Quando faccio una recensione, alla fine, non faccio altro che cercare di razionalizzare e rendere manifesta – prima di tutto a me stesso – un’emozione, un qualcosa che sento dentro e che non è che sia poi così facile da tirare fuori, da giusticare. E allora ti attacchi a questo o quel motivo, anche piuttosto arbitrariamente e, forse, in maniera neanche troppo corretta. The Getaway Man di Vachss, ad esempio, non mi ha convinto, anche se per tutti i miei lettori e amici è un capolavoro assoluto. Per me è una sorta di prova di stile, di esercizio scolastico senz’anima, perchè? Non so perchè, mi ha dato questa emozione, magari è per un motivo diverso, per il momento in cui l’ho letto etc, è così e basta, e non ho voglia di sentirmi dire che sono massificato e cazzate simile come mi sono beccato al tempo.

    Parlare di lentezza vs rapidità, scusate, è come dire che il rosso è più bello del verde. Non ha senso, perchè a volte il rosso ci sta da dio, altre volte no. Immaginate un prato rosso? Allora il verde è più bello. Immaginate babbo natale verde? Allora il rosso è più bello. Ci storie impostate in un modo e finalizzate a uno scopo che utilizzano mezzi diversi con conseguire l’obiettivo,, poi possiamo dire che quella storia non ci piace, sacrosanto, ma sostituire la parte con il tutto mi pare un grossolano errore. Come sempre: ci sono buoni libri e cattivi libri, poi ne possiamo discutere all’infinito – come detto nel primo paragrafo – ma dividere per categorie è, spesso un errore.

    Come Gigistar, pure io sono ottimista. In libreria di cose buone, anche contemporanee, ce ne sono, poi, certo, sarà il tempo a dire cosa rimarrà e cosa no. Cormac McCarthy, a mio avviso, diventerà un classico tra venti, trent’anni, questo è un fenomeno ragazzi, lentezza o rapidità, questo è uno scrittore sublime e universale. E poi ce ne sono molto altri, dentro e fuori il genere, vogliamo parlare di Elmore Leonard? E’ per questo che perdiamo tempo sui blog, ragazzi, per scambiarci idee credendo che in cinquecento al giorno possiamo scambiarci più informazioni che da soli, possiamo scandaglaire meglio le librerie e investire bene i nostri soldi, mica per correre dietro allo scandinavo del momento, ma che cazzo ce ne frega?

  28. Fabio Lotti in ha detto:

    Sì, però, se in un blog non c’è un po’ di movimento ci si addormenta. Ben venga qualche distinguo. A me interessa, per esempio, soprattutto la scrittura che è data, d’accordo, in parte anche dal ritmo. Ma se non ci infili le parole giuste…Pochi autori italiani sono riconoscibili, solo per restare in terra patria. Nella maggior parte dei casi si confondono. Leggo una storia che potrebbe essere scritta da millanta penne.
    Oggi alla Feltrinelli mi sono beccato “Dark Florida” di John Brandon. Ho letto in libreria una decina di pagine e mi è sembrato interessante. Speriamo bene.
    P.S.
    Il mio intervento sulla lentezza-velocità era riferito più ad una situazione generale che alla questione qui discussa.

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