Pegasus Descending

Pulp, thriller, hard boiled, noir

Fuego – Marilù Oliva

Fuego

FUEGO
di Marilù Oliva
ed. Elliot

Non so voi, ma io ho iniziato seriamente a preoccuparmi quando il ministro Fornero, in conferenza stampa, si è messa a piangere. Cazzo, se piange lei che mazzata stanno per tirarci? Anche se un certo odorino di merda s’era iniziato già a sentire quando Monti, sempre nelle medesima conferenza, aveva annunciato di rinunciare al suo compenso da presidente del consiglio e di ministro dell’economia. Qua qualcosa non torna.

Tutto ciò mi è tornato in mente leggendo Fuego, l’ultimo romanzo di Marilù Oliva – da leggersi rigorosamente tutto attaccato, mariluoliva, mi hanno detto per non confondersi con un altro Oliva, celebre critico letterario, e forse anche perché Marilù è un gran bel nome, quello  che vorresti avesse ogni tua fidanzata -, ancora una volta alle prese con le disavventure di Elisa Guerra detta La Guerrera, che credo si pronunci alla spagnola, tipo Gherrera. Se voi foste me, beh, non potreste non riconoscervi in questo personaggio alle prese con una vita che non va come vorrebbe, un lavoro che va bene che c’è ma la realizzazione personale è da un’altra parte, anni di studio e passione per capire, alla fine, che avevano ragione gli altri e che tu non hai capito proprio niente di come gira il mondo o, almeno, questa porzione di mondo. Poi, ok, io sono un maschietto e non corro dietro al mulatti salseri, oltre ad essere negato con il ballo – qualsiasi ballo, tranne quello dell’oca – e a non ritrovarmi, se non sulla carta, in mezzo a morti ammazzati.

Fuego è una via di mezzo tra il romanzo di formazione postadolescenziale alla Fabio Volo, di questi trentenni (ormai quarantenni) che ancora non sanno da parte andrà la loro vita, e la narrazione fortemente introspettiva e caratterizzata di un personaggio vivace, variopinto ed estremamente sfaccettato qual è La Guerrera. Il lavoro di Marilù Oliva poggia su due colonne portanti solidissime: un personaggio delineato benissimo e una scrittura raffinatissima e precisa, nonostante a tratti, forse conscia di questa sua dote, la scrittrice bolognese si conceda qualche pagina volta a quell’autocompiacimento che fa bene all’autostima.

Se l’alternare capitoli in prima e in terza persona oltre ad avere il sapore di un esercizio di stile ha anche l’evidente finalità di delineare al meglio il personaggio di Elisa Guerra tanto da dentro, facendola parlare, quanto da fuori, facendola agire, l’aver approntato tutto, ma proprio tutto, a questo elogio dell’one-woman show permette al lettore di conoscere la protagonista del romanzo come se fosse una parte di se stessi, consentendo allo stesso tempo all’autrice di parlarci di un mondo in cui le ombre sono più delle luci, nonostante l’aiuto di quelle stroboscopiche da discoteca o da balera, come si diceva un tempo.

Nel fare questo, però, Marilù Oliva sacrifica eccessivamente la trama, che diventa esilissima, appena accennata, un piccolo filo di fumo dalla prima all’ultima pagina. Non è detto che l’intento della scrittrice fosse proprio e solo il primo, quello di raccontare di una ragazza e di un mondo, quello della salsa e dei balli sudamericani, agendo più sul colore del personaggio principale piuttosto che sull’intreccio. Tutto ciò, comunque, non può che lasciare un minimo di amaro in bocca e a prescindere dal fatto che quel po’ di trama che c’è sia di un giallo soffuso e fin troppo discreto.

Marilù Oliva

Spesso leggo di scrittori che parlano della scrittura, che fanno discorsi metaletterari. E le scuole di pensiero sono due: chi dice che quello che conta sono i personaggi, l’unica cosa che realmente rimane in testa alla fine della lettura, e chi, all’opposto, sostiene che sia la trama stessa, i fatti, a doverla fare da padroni e in questi piantarci dei personaggi che siano fatti bene, certo, ma la storia è la storia. La trama, cazzo, la trama. Questa è una di quelle querelle che lasciano il tempo che trovano e utili ad allungare una recensione, a darsi un tono e far discutere e dibattere sulle terze pagine dei giornali. Perché alla fine, come spesso accade, la ragione sta nel mezzo, in un giusto equilibrio tra gli opposti, parafrasando Eraclito. Più spesso ancora non c’è una ricetta e la buona riuscita di un romanzo ha più l’aspetto di una ricetta alchemica piuttosto che di una formula matematica. Marilù Oliva, esperta frequentatrice del mondo delle lettere – basti pensare alle continue, gustosissime citazioni dantesche che neanche Benigni -, sono convinto sia consapevole di questa necessità d’avere due gambe solide per poter camminare, anche correre. Una c’è, è bella tornita e muscolosa, agile e scattante. L’altra – l’intreccio – deve crescere ancora un po’, allenarsi con fatica e costanza. I numeri ci sono. Ora basta giocarli e incrociare le dita.      

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