Attraverso il fuoco (Chasing Darkness)

Novembre 11, 2009 di lideablog

Attraverso il fuoco


ATTRAVERSO IL FUOCO
di Robert Crais
ed. Mondadori
Traduzione di Annamaria Raffo

Per me leggere un romanzo di Robert Crais è principalmente uno stato d’animo.

Sì, amici miei, mi è capitato raramente, ma è successo che nella mia mente siano rimaste impresse più che la trama o i personaggi di un libro, le sensazioni che la lettura di quel libro stesso mi ha trasmesso, l’atmosfera da esso creata, il luogo o il particolare momento dell’anno in cui mi trovavo. Tutto ciò mi è accaduto, ad esempio, per la lettura di “Stato di paura” di Michael Crichton. Rimpiango ancora e guardo ad esse con estrema tenerezza e nostalgia le notti di dicembre passate nel letto, sotto una montagna di coperte, a scorazzare di qua e di là per il globo inseguendo la narrazione del compianto scrittore americano. Cosa analoga può dirsi per i romanzi di Crais e per la sua straordinaria coppia di detective privati, Elvis Cole/Joe Pike.

Il primo romanzo della serie che lessi fu “La squadra”. Un mio amico era in ospedale e volevo fargli un regalo. Conoscendo la sua passione per polizieschi e romanzi d’avventura mi buttai sull’edizione economica del primo romanzo di genere che mi passò sotto mano. “La squadra”, appunto. Ero in un grosso supermercato e ricordo che, dopo una notte di riflessione, tornai il giorno dopo per comprarne un’altra copia per me. Non ne conosco il motivo, ma mi sentivo irresistibilmente attratto da quel romanzo di cui avevo letto le cinque righe in quarta di copertina. Ma si sa, ha sempre ragione Blaise Pascal: il cuore possiede delle ragioni che la mente non può capire. Anche se questo aforisma può apparire più adatto a un Bacio Perugina che a una seriosa recensione del vostro blog preferito, mi pare sempre estremamente vera, quantomeno realistica. Da allora mi sono andato a cercare, e leggere, quasi tutti i romanzi di Robert Crais con la coppia Cole/Pike protagonista, ritrovando sempre la medesima sensazione di quiete intorno a me, una rilassatezza dalle angustie della quotidianità che non ho trovato, diversamente, nella miriade di altri scrittori che ho letto, alcuni dei quali mi hanno dato anche molto di più in termini meramente intellettuali, ma pochi sono stati capaci come Crais di farmi dire ok, wait, relax, Andrea fermati un attimo e goditi sto libro.

Tutto ciò che ho appena detto vale, ovviamente, anche per l’ultimo libro di Crais pubblicato in Italia, quel “Chasing Darkness” la cui terribile trasposizione italiana, “Attraverso il fuoco”, rende in modo irrimediabilmente scarso il contenuto del romanzo e l’abisso in cui Elvis Cole, nolente, si trova immerso. Non è infatti facile per “il miglior detective del mondo” accettare l’idea di aver contribuito in modo decisivo a scagionare un sospetto serial killer che, dopo il suo rilascio, ha ammazzato altre due ragazze a seguito delle cinque iniziali, per un totale di sette omicidi. Però così è o almeno sembra essere. A Cole non resta quindi che fare quello che sa fare meglio, mettersi a scavare tra i dettagli di ogni vicenda su cui è impiegato, farsi largo a spallate tra le reticenze della polizia, che non ama molto investigatori privati troppo invadenti e vestiti con una camicia hawaiana, guardare al di là delle apparenze e dei trompe l’oeil disseminati dal vero colpevole.

Alla fine il canovaccio che Crais segue nella composizione dei suoi puzzle narrativi è sempre il medesimo: un pezzo dopo l’altro Cole giunge a svelare la verità, anche se questa fa male e quasi mai è consolante, ma invece in grado di gettare lettore e detective in uno sconfortante abisso al limite estremo dell’umanità. In Crais tutto ciò che vedete e leggete vi inganna, i vostri occhi sono i vostri principali nemici e traditori. Ma anche la vostra unica àncora di salvezza, la vostra risorsa. Alla fine l’unico mezzo che avete, insieme al vostro cervello. È difficile beccare Crais in flagrante. È difficile dire con risolutezza ti ho fottuto Robert, l’assassino, il colpevole è lui. Sarò forse particolarmente tonto io, ma non lo becco mai. Crais mi spiazza sempre, ogni volta mi depista. È forse per questo che leggo romanzi e non faccio l’investigatore della omicidi. Sarei sempre nel sacco.

Con questo “Attraverso il fuoco” andate su un usato garantito, non potrete rimanerne delusi, sia che siate dei vicini di casa di Elvis Cole – a proposito, voglio anch’io una vicina di casa come la sua, una che si alza la maglietta e fa vedere le tette! – sia che lo scopriate per la prima volta. Crais vi fa sempre un riassunto del contorno in cui vi muovete: chi è Joe Pike, la casa di Cole, il gatto incazzoso, Lucy in the sky with diamonds.

L’unica pecca riscontrata, ma è una cosa del tutto soggettiva, è il ruolo estremamente, troppo marginale dato a Pike in questo “Attraverso il fuoco”, non compare quasi mai e quando lo fa si limita a coprire la spalle a Cole, il one man show. Ma forse è tutta una strategia di Crais per farci venire l’acquolina in bocca, per farci sentire la nostalgia di uno dei duri più duri del romanzo poliziesco americano, visto che a breve sbarcherà pure nel nostro Paese “The first rule”, romanzo in cui Pike sarà protagonista assoluto e un tantino arrabbiato. E voi già sapete che è bene non farlo incazzare il nostro Joe. La prima regola.

CLICCANDO QUI potete leggere un articolo pubblicato su ThrillerCafè in cui Robert Crais parla dei suoi personaggi, della loro nascita e del perchè sono come sono. Da non perdere!

Fighting? Meglio “Una notte al museo 2″!

Novembre 8, 2009 di lideablog

La locandina del film


Per la rubrica di Pegasus Descending “Serata Blockbuster” di questa settimana recensiamo:

FIGHTING
di Dito Montiel
con Channing Tatum, Terrence Howard, Luis Guzmán, Zulay Henao, Brian J. White

Se la seconda opera firmata da Dito Montiel è approdata direttamente all’home video senza passare dalle forche caudine delle sale cinematografiche, beh, un motivo ci sarà pure. E questo motivo appare subito evidente a chi, come me, si è bruciato una delle sue poche serate non lavorative della settimana per guardare “Fighting”, credendo ci fosse qualcosa di interessante da scrivere in una successiva recensione per Pegasus Descending. Fesso io.

Insomma, qualcosa di interessante, alla fine della fiera, c’è anche, e cioè: non guardatelo. Perché? Perché questo “Fighting”, uno dei tantissimi figli illegittimi e minorati di “Karate Kid” di ormai decenni fa, è un collage di banalità e di clichè tanto spinti e maccheronici da risultare addirittura fastidiosi. Shawn MacArthur è un bel ragazzone veloce a far andare le mani e sempre imbronciato, uno a cui sta sulle palle tutto e tutti, padre compreso, e che ha deciso di abbandonare l’Alabama e una promettente carriera sportiva per venire a New York a fare il barbone e vendere alle fermate della metropolitana Iphone tarocchi e libri quali “Harry Potter e l’ippopotamo”. Quando finisce in una piccola rissa da marciapiede viene notato da Harvey Boarden, una sorta di Don King de noantri, un brigantello da strapazzo che sopravvive vendendo biglietti falsi e facendo da procuratore a ragazzi che hanno voglia di tirare su qualche soldo facendo a botte in incontri clandestini per ricconi annoiati.
Tutto già visto, mi direte. E io vi rispondo: già. Talmente già visto che il prosieguo della storia lo potete ben immaginare. Il ragazzo, assunto come carne da macello, inspiegabilmente si rivela una sorta di fenomeno da circo di Buffalo Bill che, seppur essendo evidentemente più scarso di tutti i suoi avversari, inspiegabilmente vince sempre. Vabbè. Poi certo, state tranquilli, Montiel non si è fatto neanche scappare il successivo clichè, quello della ragazza bona bona ma povera povera che per sopravvivere deve lavorare in un locale notturno per 11 dollari l’ora (fanculo, quasi il doppio di quanto prendo io!), con una figlia a carico di padre NN e una nonna rincoglionita. Tra i due sboccia l’amore, ti pago io l’affitto dice lui, figurati non sto con te per i tuoi soldi risponde lei.

“Fighting” è un prodotto di bassissima qualità, un film che mi risulta addirittura incomprensibile come sia potuto approdare sul mercato cinematografico, anche se c’è da scommetterci che otterrà discreti risultati in termini di pezzi noleggiati o acquistati a poco prezzo, grazie ad una copertina accattivante e a una trama in grado di attirare molti spettatori del sabato sera alla ricerca di un po’ di intrattenimento a basso costo e senza troppe pretese. Sono però altresì convinto che pure questa categoria di utenti rimarrà delusa da questa trama debolissima e da un attore protagonista o scadente o non in forma, fate vobis. Non bastano Terrence Howard e Luis Guzman per fare un buon film, così come non sono sufficienti una buona colonna sonora hip pop stile videogioco Grand Theft Auto o gang di strada e una fotografia affascinante, soprattutto nelle riprese aeree di una New York notturna che non delude mai e mai smette di affascinare con le sue luci e i suoi grattacieli. Servono le idee, come nell’arte in generale. Il cinema, così come la letteratura più o meno di genere non possono permettersi di essere un’eccezione a questa regola ferrea (e aurea).

Per concludere, la mia serata è andata buca. Voi prendetevi un usato garantito quali “Transformers 2″ oppure “Una notte al museo 2”. Almeno vi farete due risate senza annoiarvi. E incazzarvi.

CLICCANDO QUI potete vedere il trailer di “Fighting” e leggerne la recensione.

Iniezione letale

Novembre 3, 2009 di lideablog

Iniezione letale


INIEZIONE LETALE
di Jim Nisbet
ed. Fanucci
Traduzione di Olivia Crosio

Partiamo calmi, non usiamo paroloni: le prime 57 pagine di questo romanzo sono una delle migliori cose scritte che io abbia mai letto in vita mia.

Nonostante il tema della pena di morte sia tutt’altro che alieno sia al cinema sia alla letteratura, più o meno di genere, l’apertura di “Iniezione letale”, libro del 1987 firmato da Jim Nisbet, è qualcosa di sconvolgente, è un pugno sui denti per chiunque accetti l’idea che tale suprema punizione non è qualcosa di letterario, bensì una quotidiana realtà in molti Paesi del nostro pianeta, a partire da quel “regno delle libertà” che sono gli Stati Uniti d’America. È difficile, anzi credo sia impossibile rimanere indifferenti di fronte alla terribilmente magnifica descrizione che Nisbet fa delle ultime ore di Bobby Mencken, un ex tossico nero accusato di aver freddato una donna durante una rapina a un market notturno. Non è importante che voi siate pro o contro la pena di morte, così come non ha alcuna importanza, almeno in queste prime 57 fatidiche pagine, sapere se il condannato sia realmente colpevole oppure innocente. Quello che conta è che qui siamo di fronte alla messa in scena della morte di un uomo, nonostante tutti gli errori che egli abbia potuto commettere e gli abissi in cui la sua condotta l’abbia portato.

Non può rimanere indifferente a tutto ciò una persona come il dottor Royce, un medico a cui la vita ha già più volte sputato in faccia e a cui tutti i suoi anni di università altro non servono che a disinfettare la vena di un paziente al quale, da lì a pochi minuti, verrà iniettata una miscela letale di schifezze varie e assortite. Soprattutto se, appena prima di morire, questo stesso paziente ti confessa che lui è innocente dandoti un bacio sulla bocca. Inizia così per Royce una discesa negli inferi tra gli strati più sordidi di una società americana in cui non esiste il Bene e il Male, o almeno una loro divisione manichea, e in cui l’amore viene declinato attraverso accenti per noi incomprensibili o l’amicizia perde qualsiasi significato che ci possa suonare familiare per perdersi nella rincorsa della prossima dose di eroina.

Nisbet in duecento pagine descrive in modo magistrale le cloache figlie della droga e dell’assenza di speranza che avevo riscontrato precedentemente con tale potenza e drammatica precisione solo in “Il caso sbagliato” di James Crumley, libro del 1975. È quindi sorprendente scoprire come in un romanzo piuttosto breve si possano in definitiva trovare temi tanto profondi e complessi, articolati mediante poche pagine costruite grazie ad una asciuttezza e a una concisione che raramente ho notato in altri autori e romanzi. Nisbet ha un grandissimo rispetto per la parola scritta e il suo utilizzo, è forse per questa ragione che non spreca mai una sillaba che sia una, tutto è ridotto all’essenziale, i dialoghi sono secchi ma allo stesso tempo avvolgenti, la lettura coinvolgente e, come detto sopra, a tratti estremamente dolorosa, sicuramente mai indifferente.

“Iniezione letale” rappresenta tutto ciò che dovrebbe essere l’arte: la continua rielaborazione di concetti a noi familiari, addirittura spesso abusati, talmente quotidiani da passare inosservati alla nostra attenzione. Riflettiamoci un attimo. Alla fine la trama di questo romanzo potrebbe essere così riassunta: un condannato a morte che si dichiara innocente e un idealista del cazzo che gli crede e si mette in macchina per dimostrare che i giudici si sono sbagliati, che la pena di morte fa schifo e che siamo un po’ tutti dei fascisti figli di puttana, mentre l’autore è un progressista illuminato che ha capito tutto. Insomma, un bella trama da romanzetto di serie C. Invece, questa stessa trama passata per la penna di Nisbet ha dato vita a qualcosa di più grande, a pagine di autentica, altissima letteratura mascherata da romanzo di genere, noir, hard boiled o quello che volete voi. Siamo qui di fronte ad alcuni dei temi eterni che nascono con l’Uomo e che con lui moriranno: il delitto e il castigo, il peccato e la redenzione, la realtà e la sua rappresentazione, la sostanza e l’apparenza.

La possibilità di scegliere che senso dare alla propria vita e che direzione farle prendere. Sempre e comunque.

CLICCANDO QUI potete leggere gran parte dell’introduzione di “Iniezione letale” pubblicata su Repubblica.it e firmata da Sandro Veronesi.

Venite a vedere un vero “RockNRolla”!

Ottobre 31, 2009 di lideablog

La locandina del film


Nuovo appuntamento con “Serata Blockbuster”, la rubrica di Pegasus Descending sull’home video. Questa settimana:

ROCKNROLLA
di Guy Ritchie
con Gerard Butler, Tom Wilkinson, Thandie Newton, Mark Strong, Idris Elba

Voi scherzate, ma mica è facile fare il gangster nella Londra di questi tempi. Non è più come una volta, quando un tipo come Lenny Cole poteva fare il bello e il cattivo tempo con l’assessore di turno, il teppistello rompiballe o l’immigrato in cerca di uno stipendio sicuro datogli da un datore di lavoro che non fa troppe domande. Ormai tutto è cambiato, tempus fugit.

Nella Lontra addobbata da Guy Ritchie, uno che ha fatto poche cilecche nella sua carriera – matrimonio con Madonna escluso, ovviamente – e che può vantare tra i suoi lavori quel capolavoro assoluto che è “The Snatch”, i vecchi come Lenny hanno ormai pochi colpi da sparare, troppo presi per il culo da immigrati russi con ambizioni immobiliaristiche alla Ricucci e mezze tacche come One Two e Mumbles, rapinatori un po’ casinisti e incasinati di conseguenza. È il nuovo che avanza bellezza.

E chissà come mai questo “nuovo” scrive in cirillico, ha il proprio ufficio in uno dei principali stadi di calcio della capitale inglese (forse a Chelsea?) e ha la faccia sputata sputata di Roman Abramovich che, altra coincidenza, ama l’arte e vorrebbe pure scoparsi la propria commercialista. Vabbè. Visto che siamo tra gentiluomini ci si siede intorno ad un tavolo e ci si mette d’accordo, domanda e offerta e il gioco è fatto, tutti contenti e tutti amici. Peccato, però, che nella faccenda si inseriscano due variabili difficilmente preventivabili: One Two&Co che fottono, per ben due volte, i soldi che il buon russo deve dare a Lenny e Johnny Quid, figlioccio del medesimo Lenny e rockstar che pare aver letto uno dei primi romanzi di Don DeLillo, “Great Jones Street” del 1973, assorbendone il succo: una rockstar se scompare fa, e fa fare, più soldi. RockNRolla è stato girato prima della morte di Michael Jackson, che insieme ai vari Hitler ed Elvis Presley finirà nel museo delle cere dei “morti-ma-siamo-proprio-sicuro-che-siano-morti?”. Insomma, Quid fotte al patrigno un quadro portafortuna che il russo, non si sa bene perché, aveva dato in prestito a Lenny. Casino, fine del mondo, morte e tragedia.

Sono queste le premesse per una sarabanda che tra situazioni paradossali, bracci destri tuttofare sosia di Andy Garcia, commercialiste femme fatale e guardie del corpo provenienti dalla Grande Madre Russia che fanno il conto di chi ha più cicatrici, mettono in scena una commedia dark tutto ritmo, botte, pistolettate, corse e rincorse, muovendosi su una scena resa magistralmente da una fotografia semplicemente perfetta e dai colori conturbanti, in modo particolare per chi potrà vedere il film nella versione Blu Ray (disponibile anche a noleggio). Guy Ritchie torna ai suoi livelli dopo essersi scrollato di dosso la cantante più stonata della storia della musica, che non contenta di sfrigolarci i maroni con le sue “note” e le sue “melodie” ha ben pensato di schiacciarci i pollici con la nota, e omonima, macchina da tortura medievale mediante il suo film “Sacro e profano”, noioso e scadente pure dal trailer. Ma non divaghiamo.

Tornando a “RockNRolla”, per quanto sia un ottimo film, soprattutto per gli amanti di un determinato genere ibrido tra la commedia, il pulp e il gangster movie, non siamo ai livelli, probabilmente mai più raggiungibili, di “The Snatch”, anche se alcune scene e lo stile di regia in generale pagano un debito notevole al capolavoro del 2000 di Guy Ritchie.

Non ci resta, in conclusione, che aspettare i successivi due capitoli di questa che sarà una trilogia – non ve l’avevo detto? Sorry -, in attesa di vedere un vero rockNrolla in azione, come promesso appena prima dei titoli di coda.

CLICCANDO QUI potete vedere il trailer di “RockNRolla” e leggerne la scheda completa.

Novità in libreria: arriva “Suttree”, capolavoro di un Nobel

Ottobre 28, 2009 di lideablog

"Suttree", la copertina americana


Ah, Cormac McCarthy non ha mai vinto il premio Nobel per la letteratura? Possibile? Allora scusatemi l’errore del titolo. Però il Nobel non conta un emerito cazzo.

SUTTREE
di Cormac McCarthy (traduzione di Maurizia Balmelli)
ed. Einaudi

Ubi maior minor (nel cessat…): post sulle novità in libreria interamente dedicato ad un genio assoluto della letteratura mondiale, quel Cormac McCarthy che, almeno in Italia, ha veramente sfondato solo con la trasposizione cinematografica di uno dei suoi libri più belli – forse il più bello? – “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen – forse il loro film più bello? – e che torna sugli scaffali del Belpaese con un libro del 1979, “Suttree”, nellla cui trama sembra riecheggiare l’ampio respiro di giganti quali Mark Twain, le sue avventure lungo il fiume e i personaggi imperituri e leggendari.

Bando alle ciance, pare che qui siamo di fronte all’autentico capolavoro di McCarthy, un libro ancora più bello del già citato “No country for old men” o della celebre “Trilogia della frontiera” e tematicamente distante anni luce dal recente “La strada”, romanzo fantascientifico, apocalittico, struggente e che gli valse nel 2007 il premio Pulitzer.

Se volete leggere la trama del libro CLICCATE QUI, mentre CLICCANDO QUI potete leggere lo speciale su “Suttree” pubblicato dal sito della Einaudi. Vi troverete tante chicche interessanti. Un esempio? Leggetevi la conversazione tra il compianto David Foster Wallace e il regista Gus Van Sant.

Se masticate un po’ d’inglese CLICCANDO QUI potete leggervi il pezzo su “Suttree” dal sito ufficiale di McCarthy, mentre CLICCANDO QUI potete accedere alla bellissima galleria fotografica “Searching for Suttree”, opera di Wes Morgan che ripercorre i luoghi chiave del romanzo. Scegliete voi se gustarvela prima, dopo o durante la lettura. L’importante, ovviamente, è che corriate in libreria a comprare questo libro, un po’ caro forse, ma – diamine! -, credo ne valga veramente la pena.

Un’ultima domanda: il libro è, come detto, del 1979. Siamo nel 2009, giusto? Perché ci hanno mezzo trent’anni trenta per tradurlo e pubblicarlo in Italia?

“Suttree, mio Dio quel libro…” (David Foster Wallace)

Con tanta benzina in vena

Ottobre 26, 2009 di lideablog

Con tanta benzina in vena

Con tanta benzina in vena


CON TANTA BENZINA IN VENA
di Warren Ellis
ed. Elliot
Traduzione di Luca Fusari

Pulp. Molto pulp. Pure troppo.

Potrebbe essere sintetizzata così una recensione di “Con tanta benzina in vena”, allucinata opera di Warren Ellis, altro figlio illegittimo di quella nidiata di romanzieri che si sono fatti le ossa scrivendo sceneggiature di fumetti – per lo più per la Marvel – e che stanno invadendo il mercato editoriale con un nuovo genere ibrido, un misto tra il noir, la commedia, il pulp e la critica sociale. Insomma, Warren Ellis viene a poggiare le chiappe nel magmatico loft in cui Duane Swierzczynski con “Uccidere o essere uccisi” ,Victor Gischler con “La gabbia delle scimmie” e Josh Bazell con “Vedi di non morire” stavano già alloggiando spaparanzati, scoreggiando e bevendo birra a litri, intenti a rivoluzionare un genere mentre Quentin Tarantino e Robert Rodriguez giocavano a freccette lì al loro fianco.

Michael McGill è il detective più scalcagnato di tutta New York o forse dell’intera East Coast americana, incapace pure di fare la pelle a un cazzo di topolone marrone che gli caga nella tazza del caffè dopo aver tentato di accoppiarsi carnalmente con il suo sandwich al prosciutto. Chi potrebbe mai assumerlo per risolvere un intricatissimo caso? Ovvio, il governo degli Stati Uniti d’America.

Inizia così una sequenza interminabile che porterà McGill, affiancato dalla ninfomane Trix Holmes, in un anfetaminico tour attraverso i peggiori cessi e buchi di culo di quella parte d’America non in grado di guadagnarsi una copertina della rivista Time, sballottato tra panzoni capaci di eccitarsi e sprizzare sperma da tutte le parti solo con dei lucertoloni stile Godzilla e gay palestrati che passano il fine settimana a iniettarsi soluzione salina nelle palle. Volete provare?

Pulp: il romanzo è quanto di più pulp abbia letto negli ultimi tempi, anche se diversamente, ad esempio, dagli autori citati sopra. La penna affilata, paradossale e parodistica di Ellis non si concentra sulla violenza estrema, sul sangue e sui morti ammazzati, bensì sul sesso, sulla morale mainstream, sulle perversioni che si nascondono sotto le coperte anche di insospettabili impiegati (o governatori di regione). Il tutto è condito da una infinita ironia, grassa ironia, intendiamoci, ma che personalmente mi ha fatto sbellicare in più di una occasione.

Molto pulp: ok, uno deve prendere un dannato Boeing 737 per andare da una città all’altra degli States e può capitargli di avere a fianco un amorevole serial killer che gli confessa alcune delle sue peculiarità e abilità tecniche oppure un detective che sembra più fuori di testa del summenzionato serial killer e che si guadagna da vivere dando la caccia ai peggiori – o migliori – depravati sessuali residenti “in questo [tuo] grande regno della libertà” (ipse dixit Horace McCoy) mentre, invece, noi altro non facciamo che trascinarci “per il ventre malato dell’America” (ipse dixit Warren Ellis). Insomma, “Con tanta benzina in vena” è un succo concentrato di polpa pulp, una immensa presa per il culo di tutto ciò che vediamo alla tv o leggiamo sui giornali, una parodia in salsa porno-erotomane della nostra società.

Pure troppo: non è un libro per tutti, non è, questo, un romanzo capace di piacere tanto al ragazzino (non fatelo leggere a vostro figlio, sarebbe rovinato!) quanto alla vecchietta che legge tre pagine per prendere sonno tra un barbiturico e la camomilla col finocchio. È un libro estremo, è un autentico calcio nelle palle, molti potrebbero non gradire il suo essere costantemente sopra le righe, la sua continua ricerca dell’assurdo, dell’esagerazione, della scena rivoltante che vi farà storcere il naso. “Con tanta benzina in vena” è il classico libro che o vi fa capottare dalle risate mentre ve lo sciroppate in una nottata oppure vi fa completamente cagare e imprecare il fottuto recensore su un cazzo di blog che, forse, vi ha indotto a cacciare fuori i 16,50 euro peggio spesi della vostra vita. Ovviamente sta a voi decidere a quale delle due razze appartenete. I soddisfatti o i rimborsati?

L’unica nota negativa dell’intero romanzo consiste, invece, nel finale, realmente non all’altezza delle pagine precedenti e con un cambio di tono rispetto a quanto scritto prima che ci instilla il sospetto che Warren sia arrivato un po’ lungo con i tempi di consegna del manoscritto, raffazzonando quattro cagatine del topo marrone di McGill e incollandole lì senza troppe pretese. Ma, forse, quello che doveva dire lo aveva già detto.

Roanoke scrutò svelto Trix e inchiodò Menlove con un’occhiataccia. “C’è una ragazza qui, mister Menlove”.
“L’abbiamo controllata, signore. In realtà ha un piccolissimo pene. Come quello di un bambino. Testicoli non scesi”.
“Okay. Bene. Come il vostro agente qui. Sembra che ce ne siano davvero un sacco in giro. Dev’essere l’acqua che i poveri sono costretti a bere. Bevono acqua, vero?”.
Menlove si raddrizzò e si spostò alle mie spalle. “Mi dicono che non possono permettersi l’acqua, signore, e bevono una cosa che si chiama Sprite”. [pg. 114]

CLICCANDO QUI potete leggere una recensione di “Con tanta benzina in vena” firmata da Matteo Strukul e pubblicata su Sugarpulp.it

Killshot, è arrivato il film

Ottobre 24, 2009 di lideablog

La locandina del film

La locandina del film


Nuovo apuntamento con “Serata Blockbuster”, la rubrica sull’home video di Pegasus Descending. Questa settimana:

KILLSHOT
di John Madden
con Diane Lane, Mickey Rourke, Thomas Jane, Rosario Dawson, Joseph Gordon-Levitt

È finalmente uscito anche per il mercato home video italiano uno dei film più attesi della stagione da tutti gli amanti del thriller e, in particolare, di Elmore Leonard: “Killshot”, dall’omonimo romanzo del maestro americano e recentemente ritradotto e ripubblicato per Einaudi Stile Libero da Luca Conti (potete leggere la recensione del libro pubblicata su Pegasus Descending CLICCANDO QUI).

Abbiamo detto “finalmente” a causa dei forti e continui ritardi che hanno fatto slittare il suo arrivo nelle sale americane – e poi italiane – di diversi anni, visto che tale uscita era prevista per il 2006 per infine essere posticipata al 2009. In Italia ha avuto scarsissimo successo, probabilmente dovuto anche ai pochi cinema in cui il film è stato trasmesso e nonostante una prova gigantesca del redivivo Mickey Rourke, a mio personalissimo avviso addirittura superiore all’interpretazione in “The wrestler” che ha portato il film di Darren Aronofsky ad aggiudicarsi il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2008 e lui a rilanciare una carriera che molti avevano ormai dato per finita.

La storia che il regista John Madden ha trasposto sul grande schermo è rimasta piuttosto fedele all’impostazione datagli da Leonard, anche se con un cambiamento del finale che ho trovato inconcepibile e con dei tagli qui e là che per chi non ha letto il romanzo possono rendere di difficile comprensione lo svilupparsi della vicenda. Manca, inoltre, nel film di Madden, l’ampia critica svolta invece dallo scrittore al sistema di protezione testimoni in cui i coniugi Colson, coprotagonisti della vicenda, incappano. Nel romanzo i Colson sono anche vittima dei soprusi, dell’incapacità e della prepotenza della polizia, cosa che nel film è invece pressoché assente andando a sbiadire di molto l’incubo messo in scena da Leonard. Ciò che rimane dai vari tagli e dalle numerosi semplificazioni è un thriller molto meno complesso e introspettivo rispetto al romanzo, fatto di repentine accelerazioni e frenate.

Il mio giudizio non può che essere parziale a causa del condizionamento datomi dalla fresca lettura del romanzo. Nonostante i buchi nella trama e il cambio del finale, molto più banale rispetto a quello scritto da Leonard nel libro, il film diverte e appaga notevolmente la vista grazie ad una bellissima fotografia formata da colori grigiastri che riescono a tradurre in video le sensazioni e l’atmosfera fine anni ‘80 formatasi nella mia mente durante la lettura di Killshot. È inoltre, come già accennato sopra, semplicemente un Mickey Rourke perfetto quello che veste i panni di Blackbird, assassino tanto spietato quanto freddo, colui che ha fatto dell’ammazzamento con un solo colpo di pistola una autentica religione, uno stile di vita. È un Rourke che parla pochissimo, come ha voluto lo scrittore per il suo memorabile personaggio, ma in grado di occupare la scena con la propria presenza fisica per tutto l’arco del film e inculcando attraverso la sua lentezza e i suoi silenzi una continua attesa nello spettatore. Se qualcosa in grado di dare una svolta alla narrazione o di risolvere il rebus in cui tutti i personaggi sembrano essersi persi arriverà da Blackbird, questo lo sappiamo fin dalla sua comparsa sullo schermo e in qualche modo rimaniamo in una pausa sospesa fino alla fine. Su Blackbird, dai una sterzata!

Il film, in conclusione, diverte e non deluderà chi non ha letto il libro. Agli altri, come me, scatenerà una rincorsa mentale a colmare i buchi lasciati da Madden. A tutti rimarrà in testa l’interpretazione di Rourke. Agli amanti di Quentin Tarantino, invece, persisterà il rimpianto di sapere come avrebbe trattato lui questa storia di cui aveva acquistato i diritti nel lontano 1997 per poi mollare tutto a causa di “vedute divergenti” con i produttori esecutivi. Sig.

CLICCANDO QUI potete vedere il trailer di “Killshot” e leggerne la scheda completa.

Novità in libreria: do you speak italian?

Ottobre 23, 2009 di lideablog

Morte a Firenze

Morte a Firenze


Per la rubrica di Pegasus Descending sulle novità in libreria di questi ultimi tempi abbiamo scelto un tris di scrittori italiani. Sembrano essere tre opere veramente interessanti, anche se per motivi diversi l’una dall’altra. Vediamo:

MORTE A FIRENZE. Un’indagine del commissario Bordelli
di Marco Vichi
ed. Guanda

Di Vichi e del suo decadente commissario Bordelli ho letto un solo romanzo, quello d’esordio, intitolata, senza molta fantasia, “Il commissario Bordelli”. Probabilmente il successo di questo personaggio ha travalicato anche le più rosee aspettative del suo autore, altrimenti avrebbe forse scelto un titolo diverso. O forse no. Comunque, sta di fatto che all’epoca rimasi piacevolmente impressionato da questo libro, non tanto per l’intreccio giallo, piuttosto semplice, quanto per l’atmosfera che Vichi è stato in grado di far respirare con le sue parole al lettore. E poi non si può non amare uno come Bordelli. Con questo “Morte a Firenze” Vichi, almeno nelle mie aspettative di lettore, sembra voler fare un salto di qualità, affiancando al suo personaggio e al giallo anche la rievocazione di una tragedia quale fu l’alluvione di Firenze del 1966. Un libro che credo non ci si possa permettere di non leggere.

IL COMMISSARIO SONERI E LA MANO DI DIO
di Valerio Varesi
ed. Frassinelli

Come sempre cliccando sopra il titolo del libro potete leggerne la trama. Se avete visto il film “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti, quindi, capirete immediatamente perché sento esservi una profonda assonanza fra queste due opere, seppur molto diverse. Io vengo da quelle zone lì, da un piccolo paese di montagna delle Alpi e sono perfettamente conscio di quanto la gente che abita in queste zone possa essere chiusa, fino a rasentare l’ottusità stessa, inconcepibile e irrazionale. Libro da leggere perché credo che, ancora una volta di più, grazie al giallo e al noir si possa scoprire un mondo così vicino ma allo stesso tempo così lontano. Grazie ad un cadavere trovato sotto un ponte di Parma si possa parlare di una frazione della nostra società.

BOLOGNA PERMETTENDO
di Mattia Bagnoli
ed. Fazi

Una lettura che mi sembra interessante in primo luogo per la sua ambientazione: Bologna è una città in qualche modo magica, in grado, con i suoi portici, di nascondere alla vista distratta mille e uno misteri. Una città fatta di luci gialle e soffuse, tinteggiata più dalle ombre che vi si allungano sopra che dagli spazi in cui i colori sono in grado di esplodere in tutta la loro complessità. Non so perché, ma ho sempre in testa questa immagine un po’ caricaturale, forse, di Bologna. Una cornice ideale per un noir. In secondo luogo Bagnoli è un esordiente assoluto, merita quindi di essere “vagliato” con attenzione. Riusciremo ad affezionarci a Cornelio Corvo, protagonista del suo romanzo?

Ah, quasi dimenticavo: oggi è pure uscito il nuovo Dan Brown (nel senso di nuovo libro di Dan Brown, eh eh), “Il simbolo perduto” (ed. Mondadori). Per leggerne la trama CLICCATE QUI, ha già una pagina su Wikipedia. Su Google trovate poi tutto e più di tutto, non avete bisogno del buon, vecchio Pegasus Descending!
CLICCANDO QUI, invece, potete leggere una recensione del libro pubblicata su Wuz.it. Cliccando, infine, sul titolo del romanzo potete leggere la recensione pubblicata su ibs.it e pure il primo capitolo de “Il simbolo perduto”.

Noir. Semplicemente.

Ottobre 21, 2009 di lideablog

Centra con il post?

C'entra con il post?


Puntuale come le castagne e i funghi con l’autunno scoppia una nuova interessantissima discussione sul noir e il suo sempre sospirato travalicamento. È la volta del post noir (tutto attaccato, con trattino o staccato senza, non è ancora ben chiaro. Per comodità lo scriveremo come viene), nuova sottocategoria teorizzata da Raul Montanari sulla rivista Satisfiction: “Secondo me in questo momento ci sono scrittori che, partiti dal noir, stanno esplorando un’altra area narrativa (dando uno spazio molto ampio ai personaggi e alla loro introspezione) senza mai dimenticare la lezione fondamentale della suspense. Con la suspense puoi raccontare meglio tutto: anche una storia d’amore; anche una vicenda statica, il decorso di una malattia, una goccia che scivola lungo un muro”. Oltre alle prime risposte di Gianni Biondillo e Grazia Verasani, il post è stato invaso dai commenti di lettori e addetti del mestiere, deflagrando in uno dei dibattiti sulla letteratura e la critica più stimolanti degli ultimi periodi, almeno per chi, come noi, mastica quotidianamente il genere (posso chiamarlo ancora così?).

Vi rivelo subito la mia posizione, sono uno scrittore di noir e affini evidentemente scarso, niente suspense: a mio avviso è totalmente inutile piazzare sul “mercato” una nuova etichetta letteraria, “post noir”, soprattutto, almeno dalla prima definizione che ne è stata data, se sembra ricalcare con sufficiente precisione quella ben più solida e consolidata di “noir”. Semplicemente. Visto che ”vox populi vox dei” riporto come Wikipedia descrive il noir, distinguendolo anche dal giallo e dal pulp: ”Il noir si differenzia dal giallo perché lo scopo del libro non è solamente raccontare e risolvere un crimine. A fine romanzo il lettore deve riflettere, sulla base di ciò che ha letto, sulla realtà che gli sta intorno, deve analizzare il mondo che lo circonda in base alle informazioni che riesce a raccogliere dal libro, in modo tale che quasi la soluzione del crimine passi in secondo piano. Il noir tende ad avere più un antieroe come protagonista, invece dell’eroe del giallo. Questo e la differenza tra i finali li rende due generi diversi da loro quanto facilmente miscibili. Il finale giallo è un finale consolatorio, la soluzione del giallo riporta allo status quo. Il finale di un noir è poco consolatorio, a volte capita che non esista un finale addirittura o che non ci sia soluzione al romanzo. Il punto di vista della storia è l’altra differenza importante: il giallo è la storia raccontata dai buoni. Il noir è la storia raccontata dal punto di vista criminale… il tutto con le debite e ovvie eccezioni”.

Se la definizione di Montanari fosse accettabile, se cioè stessimo noi assistendo ad un nuovo gruppo di autori spintosi a navigare le nuove acque incerte al di là della sicurezza dei placidi mari che si trovano al di qua delle colonne d’Ercole, confine del noir, anche uno come James Crumley, padre fondatore del genere come siamo abituati ad intenderlo e come riassunto nella definizione riportata sopra, sarebbe non già uno scrittore noir, bensì post noir. Ne “Il caso sbagliato”, opera di confine tra un prima classico e un dopo rivoluzionario per il genere, la trama giallistica è, tutto sommato, modesta e mediocre, ma è eccezionale il racconto del suo loser protagonista e di tutta la merda intorno. Anno 1975. Millenovecentosettantacinque.

Altro esempio? Horace McCoy e il suo “Un sudario non ha tasche”. Anche se non concordo pienamente con il papà della Meridiano Zero, Marco Vicentini, secondo cui “il noir è innanzitutto un’atmosfera […], per me il noir è soprattutto l’angosciosa attesa di una fine già segnata, il fatalismo implicito nel percorrere una strada che si intuisce senza possibilità di scampo, il cinismo nella descrizione dei moventi degli esseri umani o della società, molto più spesso materiali ed egoistici che spirituali o disinteressati”, rincorrendo i pensieri e le azioni del protagonista Mike Dolan ci imbattiamo precisi precisi nelle parole di Vicentini, è come Dolan riuscirà a districarsi in mezzo a tutti i suoi casini, è una fine che sospettiamo ma che continuiamo a voler rifiutare a farne uno dei capisaldi della letteratura noir. Almeno a mio modestissimo parere. Anno 1937. Millenovecentotrentasette.

Faccio quindi fatica – è un mio limite – a capire l’utilità di una nuova, ulteriore etichetta che, alla fine, non fa altro che ricalcarne e scimmiottarne un’altra ben più prestigiosa. L’autentico rischio che mi sembra di intravedere consiste nel dissolversi di qualsiasi capacità definitoria e classificatoria della parola “noir”, così come della seguente “post noir”, perché tutto ricadrebbe sotto quest’ultima, portando all’estinzione la prima per inedia. E poi? Dovremmo inventarci il post post noir? Alla fine Montanari non mi sembra fare altro che definire, con la propria distinzione, il noir. Semplicemente. Etichetta, tra l’altro, che da sempre ha qualche difficoltà a definire qualcosa e a dividere quel qualcosa da qualcosa d’altro, proprio a causa della sua estrema eterogeneità, la sua intrinseca soggettività. Ne ho accennato recentemente scrivendo de “Il seme della colpa” di Christian Lehmann, che forse è un noir, ma forse anche no. Chi ha ragione? Tutti e nessuno.

Alla fine sono sempre più convinto che l’unica vera etichetta utile, efficace ed efficiente sia quella che ci permette di catalogare i libri in due macrogruppi: buon libro – brutto libro. Personalmente credo che il noir e l’ammazzamento, così come la violenza estrema del pulp che diventa sua parodia, siano solo ed esclusivamente dei pretesti narrativi, degli espedienti per parlare di quello di cui ha sempre parlato la letteratura e cioè dell’Uomo e dei conformismi che ha costruito nel tempo per sopravvivere insieme ai propri simili. Della società, in altre parole. Il noir, il thriller, il pulp, l’hard boiled ci permettono di parlarne e leggerne senza annoiarci, mascherando la riflessione con il divertimento, l’introspezione psicologica con un bicchiere di whiskey o una birra, l’analisi sociale con una .44 Magnum.

Perché alla fine l’unica cosa che conta è leggere. Qualcosa lo imparate sempre. Anche con un noir. Semplicemente.

“Il noir, nella mia accezione molto circoscritta, è una storia raccontata dal punto di vista della vittima, del perdente di turno. Il giallo è il canto trionfale dell’indagine e dell’investigatore, il noir il blues della vittima” (Luigi Bernardi in una intervista rilasciata a Matteo Righetto su Sugarpulp.it)

Il seme della colpa, romanzo sulla solitudine

Ottobre 19, 2009 di lideablog

Il seme della colpa

Il seme della colpa


IL SEME DELLA COLPA
di Christian Lehmann
ed. Meridiano Zero
Traduzione di Giovanni Zucca

“Il seme della colpa” (ed. Meridiano Zero) di Christian Lehmann è, semplicemente, un piccolo gioiello. È uno di quei libri che, una volta letti, difficilmente passa. Perché? Perché fa male. Perché ti si pianta nella carne come un chiodo e ti scarnifica, velocemente durante la lettura per poi proseguire lentamente una volta finito e riposto nella libreria di casa. Questo libro è una stigmate nella mano del lettore, un promemoria all’uomo sul dolore e la solitudine dell’Uomo. È un’opera di grande letteratura in grado di riecheggiare sullo sfondo gli scritti imperituri di gente come Camus o Cèline.

Francamente è ancora oggetto della mia riflessione se l’aver categorizzato “Il seme della colpa” come un libro noir, cioè di genere, sia stato per l’opera stessa un vantaggio o uno svantaggio. Da un lato può averne favorito la lettura da parte di lettori “di genere”, affezionati, cioè, a tutto ciò che reca in sé mistero, morti ammazzati, verità nascoste, permettendo loro di andare, invece, al di là del genere stesso e gustarsi un libro che magari non avrebbero mai avuto occasione di prendere in mano. Dall’altro lato, diversamente, può aver scoraggiato quei lettori un po’ con la puzza sotto il naso, quelli che reputano il noir come una non categoria letteraria di serie C poco adatta ai loro fini cervelli da intellettuali della domenica e da premio Strega. Si perderanno un’opera che si beve a colazione come un uovo crudo i vari Giordano, Scarpa, Mazzantini, Coelho e newagisti vari.

Laurent Scheller è ormai un ex medico, da tempo non pratica più la professione avendo preferito adagiarsi tra i comodi guanciali garantitegli dal successo televisivo del suo programma sulla salute. Una notte, però, la chiamata di Béatrice, la moglie del suo ex amico e collega Thierry Salvaing, lo rigetta in un mondo che sembrava essersi ormai lasciato definitivamente alle spalle. Thierry è infatti stato arrestato con l’accusa di aver praticato l’eutanasia su una sua pazienze affetta da un tumore in fase terminale. La moglie gli chiede di darle una mano per cercare di scagionare il marito, magari facendo ricorso alle sue tante conoscenze in ambito giornalistico e legale. Laurent si ritroverà in questa maniera coinvolto in un vortice che inesorabilmente lo porrà a confronto con il suo passato e il suo presente, spalancando, contestualmente, un’incognita sul suo futuro.

Come dicevamo sopra “Il seme della colpa” è soprattutto un libro sulla solitudine. La solitudine di Laurent, terribilmente ammantata di lustrini e paillettes, perso nell’inseguimento di una continua fama effimera tra i nani, le puttane e le ballerine della televisione, avendo rinunciato ormai da tempo alla passione e alla vocazione del suo antico mestiere. La solitudine di Thierry, figura che rimane sempre sullo sfondo, di cui i personaggi non fanno altro che parlarne per tutto il romanzo ma che compare solo in poche pagine, stritolato tra legge e morale. La solitudine di Béatrice, una donna costretta a farsi carico di problemi e accadimenti che vanno al di là delle sue forze. La solitudine di Daniel, altro vecchio collega e amico di Laurent e Thierry che compare solo nei flashback del protagonista, vittima impotente di poteri per lui troppo forti quali il profitto senza pietà e il cinismo senza ragione.

E sullo sfondo i grandi problemi della nostra attualità: l’eutanasia, la riflessione su cosa sia l’umano, lo strapotere feroce ed egoista delle case farmaceutiche, il mondo dorato e accecante della televisione, la provincia minuta, le persone semplici veri motori della Storia minuta di tutti i giorni, il senso da dare alla proprio vita attraverso l’onesto lavoro quotidiano, il significato di un mestiere – quello del medico – che molti vorrebbero essere una missione, ma che l’abitudine trasforma soventemente in un mero mercenariato egoista e carrieristico.

Il libro ha solo 158 pagine, un piccolo mazzo di carta che però aumenta progressivamente il suo peso con il progredire della lettura a causa del crescente peso specifico derivato dagli argomenti trattati e qui solamente accennati. “Il seme della colpa” è un libro tanto breve quanto denso. In un precedente post intitolato “Prossimamente in libreria: un poker d’assi!” e pubblicato su Pegasus Descending, in cui per la prima volta parlavo di questo romanzo, concludevo dicendo che “Io 13,50, se fossi in voi, li spenderei per questo libro. Potreste guadagnarci moltissimo e perdere tre birre al massimo. Ve le offro io”. Beh, credo che dopo aver letto questo libro, se seguirete il mio consiglio, le tre birre me le offrirete voi.

CLICCANDO QUI potete leggere la recensione pubblicata su Angolo Nero, mentre CLICCANDO QUI quella su Non Solo Noir.

ps: una menzione speciale per la casa editrice Meridiano Zero, capace di tirare fuori dal cappello un altro grandissimo autore finora passato inosservato in Italia e di abbinargli, per il suo primo romanzo, una copertina semplicemente perfetta e capace come poche di riassumere in una immagine il contenuto e le sensazioni del libro intero. A me ha ricordato le stuggenti marine di Sandro Luporini.