La città buia – Michael Connelly
di Michael Connelly
ed. Piemme
Traduzione di Stefano Tettamanti e Patrizia Traverso
Harry Bosch è tornato. Dopo i fatti di Echo Park e la rottura con Rachel Walling il vecchio detective non se l’era passata mica tanto bene. Ha dovuto addirittura lasciare la sua amata unità Casi Irrisolti per la Squadra Speciale Omicidi della polizia di Los Angeles. Ma adesso è tornato.
Sul belvedere di Mulholland Drive, uno di quei posti che fanno la fortuna di ogni regista alle prime armi e sudare le mani e bloccare la produzione di saliva ai fotografi amatoriali, viene ritrovato il cadavere del dottor Stanley Kent, un fisico radioterapista. Le indagini prendono da subito la direzione che più vede legata la vittima al proprio ambiente di lavoro. Il dottor Kent può infatti liberamente accedere a tutti i depositi di materiale radioattivo della città californiana, risulta quindi evidente come nell’epoca di Al Qaeda il caso diventi immediatamente di competenza dell’FBI e di tutti i suoi mille uffici e dipartimenti preposti alla sicurezza nazionale. In culo al LAPD e in culo a Harry Bosch.
Peccato che Bosch sia Bosch e nonostante il suo nuovo compagno Ignazio “Iggy” Ferras cerchi di calmarne i bollenti spiriti invitandolo a rispettare almeno le note introduttive del regolamento di polizia, Harry se ne fotte altamente, perché questo è un caso di omicidio e soprattutto è un suo caso di omicidio. Inoltre è cosa nota la sua idiosincrasia – gli stanno sulle palle – quei federali vestiti di nero da Men in Black da strapazzo. Infine uno degli agenti federali che devono seguire questo delitto è, ma guarda un po’ te, Rachel Walling e cioè proprio quella Rachel Walling con cui il nostro detective aveva avuto una storia nel recente passato.
“La città buia” scorre rapidissimo tra inseguimenti, le inquietudini di un’America mai ripresasi dall’11 Settembre, improvvise illuminazioni di Bosch e false piste, favorito da un formato più breve del solito dovuto alla precedente pubblicazione di questa storia a puntate su rivista e alla falce temporale limitata, una dozzina di ore in tutto. Nonostante ciò i colpi di scena non mancano e anche se il lettore più avvezzo a questo genere di narrazioni fin dall’inizio potrebbe intuire dove Michael Connelly andrà a parare, la dissimulazione sparsa a piene mani tra le pieghe del libro terrà alta l’attenzione fino al colpo di scena finale e ad una resa dei conti degna del miglior Michael Mann.
Il romanzo sembra quasi una storia di raccordo tra il vecchio Harry Bosch, quello dei Casi Irrisolti, e quello nuovo reintegrato dopo la richiesta pentita di pensionamento e assegnato alla Omicidi con un nuovo socio, il già citato Iggy Ferras, personaggio decisamente secondario ma che sembrerebbe poter addirittura vivere di luce propria, un po’ come fatto da Robert Crais nell’alternare storie con protagonista Elvis Cole o Joe Pike. E tutto ciò è molto significativo, è sintomatico del talento incredibile di Connelly per l’hard boiled e le mistery stories. Se in un romanzo breve e con un personaggio abbozzato solo con poche pennellate ci restituisce un detective con molti aspetti da chiarire a stuzzicare la curiosità del lettore, allora il talento è così abbondante da sgorgare naturalmente in ogni sua parola scritta, come il petrolio che zampilla in superficie senza bisogno di trivellazioni. Ma Connelly non lo scopro certamente io. Però con questo “La città buia” credo che siamo a un nuovo inizio per Harry Bosch, un personaggio seriale amatissimo e in continua evoluzione, molto meno statico di tante altre figure letterarie simili.
Per gli amanti di Harry Bosch il futuro sarà infatti roseo. Michael Connelly è uno che lavora come un pazzo e sforna un romanzo l’anno. “La città buia” è la traduzione di “The Overlook”, del 2007 negli USA, quindi ci sono già due altri romanzi di prossima pubblicazione in Italia, “The Brass Verdict” (2008) e “Nine Dragons” (2009), mentre è già prevista per questo 2010 l’uscita negli States di “The Reversal”. Vi è venuta fame?
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Per il Nobel a McCarthy. Siamo in Movimento!
Il succo è questo: se seguite Pegasus Descending sapete che mi batto ormai da tempo affinché il Premio Nobel per la Letteratura sia assegnato a Cormac McCarthy, partendo dal presupposto, per nulla scontato, che tale riconoscimento abbia un qualsivoglia valore. Avevo in mente di lanciare un movimento, che ne so, su Facebook o in altra maniera, in modo da aggregare i moltissimi lettori che, ne sono convinto, la pensano come me, così da dare il via a una sorta di moto popolare, dal basso, dal ventre di chi ama i libri, gli scrittori e la letteratura in generale. Non servirà a un cazzo di niente ma pazienza, almeno si fa un po’ di casino.
Se tutto ciò era nella mia testa, i mitici di Sugarpulp capitanati da Matteo Righetto mi hanno anticipato lanciando un – come si dice? – “gruppo” su Facebook, una sorta di petizione porta a porta on web esplicativamente intitolata “Nobel Prize in Literature to Cormac McCarthy” che è già stato sottoscritto da 506 lettori nel momento in cui pubblico questo post. È quindi con grande piacere che vi invito tutti a firmare l’appello on line le cui motivazioni sono le seguenti:
“Over the years, the Nobel Prize in Literature has distinguished the works of authors from many different languages and cultural backgrounds. The prize has been awarded to unknown masters as well as authors acclaimed worldwide. So the “SUGARPULP” literary movement officially propose to award the Nobel Prize in Literature to Cormac McCarthy”
Se cercate il nome del sottoscritto tra i firmatari non lo troverete per un banalissimo motivo: non ho un profilo Facebook personale e non intendo averlo. Però metto a disposizione un intero blog per promuovere tale iniziativa, quindi è come se ci fossi.
Come già anticipato sopra, servirà a qualcosa? Francamente sono ormai molto scettico sul fatto che il Nobel possa essere assegnato a McCarthy, non è un pivellino di primo pelo che ha pubblicato due libricini, ma uno scrittore maturo e da decenni in giro per le librerie di mezzo mondo. Per la sua ultima opera pubblicata in Italia – ma datata 1979 -, “Suttree”, vi rimando alla mia recensione pubblicata su Pegasus Descending e Sugarpulp, ma mi basta ricordare altri capolavori assoluti come “La trilogia della frontiera” oppure “Meridiano di sangue” per inquadrare il nostro. Per non parlare poi di due libri che nel cazzeggio intorno agli Anni Zero non possono non essere citati: “Non è un paese per vecchi” e “La strada”. Altro che le nuove leve delle letteratura americana, McCarthy ne fa un sol boccone dei vari Michael Chabon, Jonathan Franzen o Dave Eggers, così come è decisamente superiore ad altri giganti quali Philip Roth e Don DeLillo. L’unico vero competitore di McCarthy potrebbe essere, tra vent’anni e una decina di romanzi, Jonathan Littell che con “Le Benevole” ha pubblicato un capolavoro assoluto. Ma il protagonista è un nazista e figuriamoci se i parrucconi politicizzati di Stoccolma non gliela faranno scontare con l’eterno oblio.
Oppure c’è un’altra spiegazione all’indifferenza nei confronti di Cormac McCarthy. Il Premio Nobel è un titolo dato ai migliori scrittori. E McCarthy non è uno scrittore. È la Letteratura.
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Il ladro di Maigret e tanto cinema
Sicuramente è stata una settimana di merda per questo maldestro ladro. Di solito uno frega, che ne so, gioielli, soldi, al massimo mangiare oppure, come da mia esperienza al Blockbuster, birre. Questo no. A questo piace leggere e piacciono i gialli e quindi vai con la scorta dei Maigret. Peccato che l’abbiano beccato in flagranza di reato e che ora si debba cuccare un processo per direttissima per ‘sta cazzata. Speriamo almeno che il giudice gli ricordi che, grazie a Dio, esistono le biblioteche pubbliche.
Nonostante l’attesissima uscita de “Il sangue è randagio” di James Ellroy, capitolo conclusivo della trilogia dell’Underworld USA e di cui ho già parlato con dovizia di particolari nel post “’Il sangue è randagio’ raccontato da James Ellroy”, non ho scovato altre notizie letterarie o recensioni degne di nota. Di contro è stata una settimana molto fertile per il mondo del cinema e soprattutto del suo parlarci intorno.
Imperdibile l’intervista che Morgan Freeman ha rilasciato a Claudia Morgoglione per La Repubblica in vista della prossima uscita prevista per il 26 Febbraio del per me imperdibile nuovo film firmato da Clint Eastwood, “Invictus”. Sul sito di Coming Soon Television potete invece leggere l’intervista che lo stesso Freeman e Matt Damon hanno rilasciato a Carola Proto. Sempre rimanendo in tema cinema vi consiglio la recensione di Alessandra Buccheri su L’Angolo Nero di “Paranormal Activity”, film che appartiene a un genere assolutamente a me non affine, ma che ha fatto una barcata di dollari di incasso a fronte di soli quindicimila di spesa. Beati loro. Proseguiamo nel nostro excursus cinematografico con la recensione firmata da Stephen Gunn (alias Stefano di Marino) di “Giochi di potere” con Harrison Ford per la rubrica del blog di Segretissimo “Visti con il professionista: i classici del cinema di spionaggio”. Infine un pezzo che è un autentico calcio nei coglioni al cinema italiano di Adamo Dagradi sul suo blog: “L’Italia e il cinema che non c’è più. Ovvero: ma chi vogliamo prendere in giro?”. E ora scatenatevi nei commenti.
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La linea – The Line
LA LINEA – THE LINE
di James Cotten
con Andy Garcia e Ray Liotta
Non so se a Tijuana, Messico, vi sia una Pro Loco o una Agenzia per il turismo. Nel caso in cui vi fosse credo che riterrebbe opportuno denunciare i molti scrittori e narratori di crime fiction americana per la pessima pubblicità fattale.
Tijuana è un buco di culo polveroso il cui unico fattore strategico è il trovarsi praticamente sul confine con gli Stati Uniti d’America e l’unica materia prima esportabile la droga in ogni sua forma e fattezza. Volete coca? Lì c’è. Anfetamine? Ce l’ho. Eroina? E che lo chiedi a fare? Marijuana? Mi prendi per il culo? E Tijuana è anche il palcoscenico per “La linea – The Line”, film firmato dal regista James Cotten e con un cast di tutto rispetto che vede nelle star Andy Garcia e Ray Liotta le sue punte di diamante.
Personalmente ho una ammirazione smodata per Andy Garcia, uno che raramente sbaglia un colpo e che recentemente lo si è potuto ammirare nella trilogia di Ocean e nel bellissimo “The Lost City” con lo stesso Garcia nelle vesti di regista-attore a narrare la dolorosa storia della sua Cuba. Tutto ciò fa da contraltare alla mia assoluta disistima – dal punto di vista cinematografico, per carità – per Ray Liotta, un attore di cui non mi ricordo un film in cui la sua interpretazione sia degna di nota. Forse “Smokin’ Aces” è l’unica parziale eccezione a questa che ormai sembra essere diventata una regola, ma nel film di Joe Carnahan la vicenda è talmente turbinante e il cast così ampio che anche il nostro buon Ray non fa la sua solita figura da “faccia di cera”.
In “La linea” Liotta interpreta Mark Shields, un killer professionista chiamato da un oscuro committente per fare un po’ di pulizia in una città alla deriva. Obiettivo è Pelon (Esai Morales), delfino del boss Javier Salazar (Andy Garcia) ormai in fin di vita e non più in grado di tenere le redini di un cavallo troppo turbolento qual è quello del crimine messicano. Pelon è una testa di cazzo violenta e irruenta, i nemici con cui deve fronteggiarsi quotidianamente sono molti e ben armati, a partire da quel Diablo (Jordi Vilasuso) figlio dello stesso Salazar e incredibilmente messo ai margini della successione da parte del padre. Non possono non soffiare, quindi, che venti di guerra sulla giallognola Tijuana.
Il film scorre lento tra lo svilupparsi di una storia criminale piuttosto scontata e le paturnie di Shields/Liotta, che è pur sempre un assassino, va bene, ma tormentato perché in passato un suo colpo di fucile ha fatto secca una giovane ragazza. Peccato che Liotta si perda in una sorta di miscuglio tra sentimentalismo, esistenzialismo e tormento interiore da avanspettacolo, non riuscendo mai e poi mai a trasmettere allo spettatore quel poco di pathos che il ruolo da lui interpretato meriterebbe. Garcia ha un personaggio tutto sommato marginale e per tale motivo è parzialmente scusato dell’aver preso parte a un film che non riesce mai a decollare come invece nelle ambizioni di regista e sceneggiatore e in cui le uniche note positive vengono da uno stile di ripresa talmente americano da farci assimilare le vedute dall’alto e notturne di Tijuana ad una Los Angeles qualsiasi, spalmando, cioè, una patina di Hollywood-maniera che non lascia spazio ad alcuna trovata autoctona made in Mexico.
Volete leggere una storia realistica e complessa sul narcotraffico messicano e il terribile mondo che ogni tanto riesce a squarciare l’indifferenza dei media nostrani tra le tette a mongolfiera di Cristina del Grande Fratello e i tatuaggi di Fabrizio Corona? Beh, allora stasera lasciate stare il Blockbuster e fate un salto in libreria a comprare “Il potere del cane” di Don Winslow. Altro che Linea. Altre vette. Altri abissi.
CLICCANDO QUI il trailer di “La linea – The Line”.
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“Calma piatta” di James O. Born
Ben Stoltz è un vecchio poliziotto della squadra Omicidi della contea di Broward, in Florida, vicino alla pensione. Non ha grossi rimorsi e niente di particolarmente importante da chiedere ad una carriera per la sua parte maggiore ormai alle spalle. Forse avrebbe dovuto passare più tempo con la propria famiglia e un po’ meno in dipartimento. Però il lavoro è il lavoro e soprattutto quando si ha a che fare con morti ammazzati si ha voglia di rendere loro giustizia. Anche alla “Vittima senza nome n.68”, il caso di una ragazza trovata accoppata con quattro coltellate al petto e derubricato dal sergente in turno come suicidio. Vabbè. Ben non ha comunque molto tempo per pensare a vecchi casi irrisolti. In una spiaggia di competenza della propria giurisdizione un poliziotto viene coinvolto in un conflitto a fuoco e ci scappa il morto. Ben deve indagare e capire le responsabilità, se è stata solo giusta e legittima difesa o c’è dell’altro sotto. Nel fare questo avrà sul collo il fiato di una sostituto procuratore con ambizioni politiche. E quale miglior modo di procacciarsi voti se non incriminare un poliziotto bianco che ha sparato a un vagabondo nero?
Born è bravo a tratteggiare in poche pagine il senso profondo di un mestiere come quello del poliziotto attraverso una persona la cui moralità si eleva ben al di sopra di tutto il resto che lo circonda, uno che non può avere pause: “Erano i momenti in cui aveva il tempo di starsene chiuso in ufficio a contemplare i propri errori. Era così che chiamava i casi ancora aperti: se non era stato capace di risolverli, voleva dire che aveva commesso degli errori. Aveva sbagliato.” [pg. 43]. Ben Stoltz è un buono che deve cercare di rimanere buono nonostante il lavoro che si è scelto e a cui il destino ha fatto incontrare una donna – il sostituto procuratore – che non sa neanche dove stia di casa la moralità integerrima del vecchio poliziotto. “Calma piatta” è quindi un racconto totalmente basato su un enorme cliché di genere, ma che lascia aperta fino all’ultimo paragrafo la domanda a cui il protagonista dovrà rispondere. Per capire, infine, che neanche questo è un Paese per vecchi.
James O. Born è scrittore totalmente inedito in Italia. È un ex agente dell’Antidroga e ha prestato servizio presso il dipartimento di polizia della Florida. Questa esperienza gli ha consentito di descrivere in modo particolarmente realistico le procedure del lavoro della polizia e del protagonista della sua serie di romanzi, l’agente Bill Tasker. La sua opera più recente è “Field of Fire” e segue – con molta originalità a differenza dell’eterna e prezzemolina squadra Omicidi – le indagini dell’ATF, l’agenzia governativa statunitense preposta al controllo di alcol, tabacco e armi da fuoco. Essendo uno scrittore non tradotto in italiano non ho trovato alcuna pagina su questo autore nella nostra lingua. Potete però farvi un’idea di chi sia James O. Born visitando il suo sito internet omonimo oppure scorrere la sua bibliografia magari nell’attesa che qualcosa sbarchi pure da noi. Bella anche la corposa intervista rilasciata da Born ad Anthony Rainone, anche se è tutta in inglese.
Potete anche leggere le precedenti puntate di “Blue Religion. Storie di poliziotti, criminali, indagini”:
IL COVO DEGLI SKINHEAD di T. Jefferson Parker
SACK O’ WOE di John Harvey
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“Il sangue è randagio” raccontato da James Ellroy
Su Rolling Stone Magazine di Febbraio 2010, attualmente in edicola, trovate un’imperdibile intervista firmata da Sean Woods al “Demon Dog” della narrativa americana. Riporto un brevissimo stralcio, non di più per non incorrere nella fottutissima violazione del fottuto copyright. Poi Rolling Stone costa poco e l’intervista li vale tutti i 2,90 euro. Garantito al limone.
È una trilogia molto oscura. Scriverla ti ha mandato a puttane?
“Sì, completamente. Ho abitato le anime di questi spezza-gambe. Sono stato con loro moralmente e spiritualmente. Ma Il sangue è randagio parla della necessità di rivoluzione e cambiamento. Questo libro conduce verso qualcosa di diverso, rispetto ai primi due.”
Approfondisce ulteriormente le conseguenze morali di violenza e corruzione?
“Esatto. Rappresenta il momento in cui quelli che sono passati attraverso la merda dal 1958 al 1968 incominciano a parlare di ciò che ha significato quel periodo. Io quello schifo l’ho vissuto. Mi accorgevo di esserci immerso ma: a)fino al 1977 ero troppo stonato, e b)ero un totale emarginato. Non sono mai stato uno da rock&roll: ho sempre preferito la musica classica. Non sono mai stato un pacifista; ero un reazionario pronto a mandarti affanculo.”
E poi molto altro sulla vita passata e presente, la madre, la letteratura e il suo incorreggibile voyeurismo. Se poi volete leggere una bella intervista free rilasciata da Ellroy nel suo tour italiano, vi consiglio quella rilasciata a Piero Colaprico per La Repubblica. È inoltre imperdibile il breve racconto fatto da Simone Sarasso su MilanoNera del suo incontro con lo scrittore statunitense – a cui tanto deve, riconoscendo il debito – avvenuto a Milano al Teatro Lilla e il rispettivo scambio di dediche. Fantastico e divertentissimo. Direi addirittura sorprendente. Se poi masticate un po’ di inglese qui sotto potete ascoltare lo stesso James Ellroy che presenta il suo “Il sangue è randagio”. Il video è caricato dall’utente Knopfdoubleday, che ringrazio (thank!).
TRAMA: “Estate del ‘68. Dopo gli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy, gli Stati Uniti sembrano sul punto di esplodere. Disordini, speculazioni politiche e teorie del complotto scuotono dalle fondamenta la stabilità sociale. Le organizzazioni di militanti afroamericani sono sul piede di guerra nel southside di Los Angeles. J. Edgar Hoover, capo dell’FBI, prepara drastiche contromisure. E il destino ha piazzato tre uomini in un punto nevralgico della Storia. Dwight Holly uomo di fiducia di Hoover, è incaricato di fomentare contrasti fra i gruppi del potere nero e ossessionato dalla figura di una comunista ebrea di nome Joan Rosen Klein. Wayne Tedrow, ex poliziotto e trafficante occasionale di droghe, lavora per il miliardario Howard Hawks alla costruzione di una rete di case da gioco nella Repubblica Dominicana. Don Crutchfield, guardone e investigatore privato di mezza tacca, coinvolto in cose più grandi di lui. E al centro, il fulcro attorno a cui tutto ruota: Joan Rosen Klein, la Dea Rossa, autentica femme fatale. Ellroy attraversa un periodo infuocato della storia americana mescolando la crudezza di eventi realmente accaduti alle vicende di personaggi le cui esistenze sono la sintesi di un’epoca di corruzione e malaffare. Terza tappa del viaggio cominciato con “American Tabloid” e proseguito con “Sei pezzi da mille”, è un noir magnetico, l’aspro ritratto di un mondo che ha perduto le linee di confine tra bene e male, giusto e ingiusto, dove nessuno può reclamare redenzione.” (fonte: Ibs.it)
E l’anno Ellroy non finisce qui. Per aprile è infatti prevista l’uscita presso Bompiani del suo libro di memorie intitolato “La vendetta di Hilliker”. Prossimamente su Pegasus Descending la recensione de “Il sangue è randagio”.
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Le perfezioni provvisorie
di Gianrico Carofiglio
ed. Sellerio
Il nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio con protagonista l’avvocato Guido Guerrieri inizia con una telefonata da parte del collega Sabino Fornelli, avvocato civilista. Il legale informa il collega della scomparsa di una ragazza e dell’imminente “chiusura” del caso da parte degli organi competenti che non sono riusciti riusciti a cavare un ragno dal buco. La ragazza, Manuela, figlia di una ricca famiglia barese, sembra essere svanita nel nulla. Rapita da E.T.
Sarebbe questo più un caso da assegnare a Harry Bosch, il detective della squadra Casi Irrisolti frutto della penna di Michael Connelly, piuttosto che al pacioso Guerrieri, più avvezzo ai ricorsi e controricorsi in tribunale tra una seduta in Cassazione e una in Corte d’Appello che a rincorrere misteri, ragazze scomparse e ipotetici assassini o rapitori. Ma lui è l’unico che può trovare quel cavillo che procrastini l’archiviazione del caso e la sua derubricazione a trasmissioni quali “Chi l’ha visto?”, vero motore d’indagine in questa povera Italia a cui l’Harry Bosch di cui sopra non è mai stato concesso. Inoltre il corposo assegno che Fornelli fa cadere sulla scrivania di Guerrieri può essere una ulteriore valida motivazione affinché il penalista metta un po’ del suo ingegno al servizio della causa. Perché va bene essere idealisti, però il nuovo studio in cui si è trasferito a causa dei praticantati di Maria Teresa e della giovane Consuelo – ragazza di origini peruviane e figlia adottiva di un amico professore universitario – che hanno reso piccolo quello vecchio e confortevole è parecchio costoso e da qualche parte bisognerà pur cominciare a racimolare i dindini per pagare i debiti contratti per il suo restauro.
Con poca voglia e senza troppa speranza Guerrieri si mette a fare qualche telefonata qua e là, a sentire il maresciallo dei Carabinieri Navarra che ha eseguito i primi rilievi del caso, a parlare con le persone più vicine a Manuela nelle ore in cui è scomparsa. Tutto sembra tornare, c’è qualche lato oscuro, ma quale vita non ha un suo dark side? Però c’è un però e i tanti romanzi con Sherlock Holmes (non quello di Guy Ritchie!) a far funzionare le sue sinapsi su contorti casi misteriosi sembrano non essere passati invano. Tempo ben speso.
Chi cercasse un romanzo giallo rimarrebbe probabilmente deluso da quest’ultimo lavoro dello scrittore pugliese, così come chi si aspettasse di vedere all’opera l’inventore italiano del legal thriller chiuderebbe con il naso un po’ storto e arricciato la pagina finale del libro. Non è neanche un noir vero e proprio questo “Le perfezioni provvisorie”, perché se qualche cliché di genere Carofiglio se lo concede anche, è comunque vero che il romanzo ha solo sullo sfondo la vicenda gialla o procedural essendo invece maggiormente incentrato sul suo protagonista, l’avvocato Guerrieri, e sul suo ombelico che invecchia, il tempo che passa e la giovinezza che lentamente, ma inesorabilmente, si sfuma sempre più o rimane impressa nella mente a spezzoni con una musica triste di sottofondo, come quei servizi che fanno al Grande Fratello quando uno esce dalla Casa. Però la vera componente noir è sfuggente e solamente abbozzata – è più una sorta di romanzo di “evoluzione” -, così come la Bari che ne emerge è dipinta con pennellate più rapide e imprecise di, ad esempio, “Il passato è una terra straniera”.
Se Carofiglio padroneggia in modo egregio la lingua italiana componendo una narrazione allo stesso tempo robusta e rapidissima, trova però un suo quasi paradossale limite nelle troppe divagazioni che possono avere un senso nella costruzione realistica di un personaggio alla Guerrieri, ma che alla lunga stancano il lettore maggiormente interessato allo sviluppo della trama piuttosto che alle paturnie del penalista, creando una serie di “secche di suspense” che inevitabilmente abbassano la qualità del lavoro facendolo a tratti apparire “stiracchiato”.
Il grosso problema de “Le perfezioni provvisorie” è infatti determinato essenzialmente da una trama troppo debole per fare da solide fondamenta all’impianto narrativo messo in piedi e dal troppo evidente tentativo da parte del suo autore di riempire le trecento pagine previste. Nonostante questi difetti il romanzo ha un sussulto nel finale grazie a un colpo da giallista di razza da parte di un Carofiglio che, però, scrive le sue pagine migliori descrivendo il rapporto tra Guerrieri e Nadia, ex prostituta in passato assistita dall’avvocato, in una ambientazione, cioè, che pochissimo spazio lascia al genere e che pare spalancare nuovi sviluppi esistenziali per un personaggio seriale che non sembra avere alcuna voglia di andare in pensione.
Potete trovare maggiori informazioni, tra cui la trama de “Le perfezioni provvisorie”, leggendo il post ““Le perfezioni provvisorie”: il ritorno dell’Avv. Guerrieri”. Accedendo ai post “Un Bloody Mary con Carofiglio, Carrino e Omar di Monopoli” e “Liberate Stieg Larsson!” potete invece leggere un paio di interessanti interviste rilasciate da Gianrico Carofiglio.
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Novità in libreria: Zeltserman e Reggi
Vi segnalo un paio di novità editoriali che sono già finite nel mio “cestino di caccia” dopo l’ultima battuta in libreria e di cui prossimamente su Pegasus Descending potrete leggere le recensioni. Se “Liberaci dagli sbirri” è una novità assoluta essendo l’esordio dello scrittore Gabriele Reggi, il “Piccoli crimini” di Dave Zeltserman, nonostante il cognome impronunciabile che proprio non riesce a rimanermi in testa, è libro da me atteso da tempo non essendo mai riuscito a trovare il suo esordio, “L’occhio privato di Denver”, pubblicato ai tempi dalla lungimirante Meridiano Zero.
PICCOLI CRIMINIdi Dave Zeltserman
ed. Fanucci
Traduzione di Olivia Crosio
Nella contea di Bradley, nel Vermont, l’ex poliziotto corrotto Joe Denton ha appena finito di scontare sette anni per aver tentato di uccidere e aver sfigurato il procuratore distrettuale che stava per smascherarlo. Si illude di aver chiuso con la sua vecchia vita, con la violenza, la droga e le scommesse, ma un crimine di quel genere è difficile da dimenticare, soprattutto in una cittadina di provincia. Nessuno vuole più avere a che fare con lui, né la sua ex moglie, né i genitori, né i vecchi colleghi, ma Joe vuole almeno recuperare il rapporto con le figlie che non vede da anni. Nel frattempo Manny Vassey, il boss della malavita locale malato terminale di cancro, riceve ogni giorno la visita del procuratore e sembra pronto a pentirsi e a stringere un accordo per guadagnarsi il paradiso e incastrare definitivamente Joe Denton e tutto il dipartimento di polizia. In una situazione ormai compromessa, e sotto la pressione e le minacce dello sceriffo, Joe dovrà rientrare nel mondo criminale, per assicurarsi che la verità non venga a galla e soprattutto per aver salva la sua vita e quella della famiglia. Con una trama ingegnosamente articolata, una scrittura matura e ricca di lucido humour nero, Dave Zeltserman racconta in modo convincente la corruzione della polizia in una cittadina degli Stati Uniti. (fonte: sito Fanucci)
LIBERACI DAGLI SBIRRIdi Gabriele Reggi
ed. ISBN
«Com’era possibile che l’avessero concepita così come la vedevo, quella scuola? Sottoterra, morta, si direbbe. Una scala sostenuta da pilastri scendeva come in un girone dantesco fino al portone d’entrata trenta metri più giù. Ho fatto un segno d’intesa al meccanico. Anche lui. Sono sceso. L’edificio era privo d’intonaco, impiantato miracolosamente nel terreno come fosse caduto da sopra, qualcuno gli avesse dato una spinta e fatto rotolare per il paese fino al punto più basso; qualcosa di cui vergognarsi. Ecco. Una discarica di scuole.»
Una violenta, ancestrale parabola del Sud profondo. Una racconto d’amore e di sangue.
Spedito a far supplenze in una scuola del Sud più profondo, il protagonista di questo romanzo si accorge ben presto di essere finito in un villaggio dei dannati che sembra partorito dalla mente di Stephen King, più ancora che da Ignazio Silone o da Ernesto De Martino. La Storia non arriva a Stimmate, dove le donne sono costrette a lavorare nei campi e i carcerati sono chiamati Presidenti e vivono come al Grand Hotel. Il tasso di mafiosità di questo Meridione allucinato e piovoso porta uomini e donne a pregare ogni giorno «liberaci dagli sbirri», mentre un cruento rito religioso chiamato la Piaga sembra tenere insieme la comunità. Finché Stefano, il prossore del Nord, non si innamora di Anorea, bellissima e intoccabile. (fonte: sito ISBN)
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Liberate Stieg Larsson!
La prima segnalazione che vi propongo è riportata da Corriere.it e tratta la già di per sé triste vicenda di Stieg Larsson, lo scrittore svedese ormai da tempo in testa alle classifiche di vendita e scintilla che ha scatenato in Italia la mania del giallo scandinavo facendo la fortuna della Marsilio. Chi ha inventato veramente il personaggio di Lisbeth Salander? Se inizialmente Eva Gabrielsson, la trentennale compagna di Larsson si era chiamata fuori dalla contesa sostenendo di aver solo fatto un lavoro di editing e correzione bozze, ora, forse scossa dalla contesa divampata intorno alla corposa eredità, sembra aver cambiato idea. Quando si parla di milioni qualche buon principio cade e se chi muore giace chi resta non si dà pace. Ad ogni modo, ritengo questa una vicenda ancor più triste della morte e del mancato godimento del meritato successo di Larsson, uno che, a detta del suo ex caporedattore, sembra non essere neanche mai stato in grado di scrivere in modo accattivante un flash di redazione da quattro righe. Figuriamoci una serie di gialli.
Di seguito due notizie che in modo non troppo fine oserei definire un po’ “del cazzo”. La prima riguarda “The father – Il padrino dei padrini” firmato da Vito Bruschini. La sua casa editrice Newton Compton sembra voler candidare questo romanzo d’esordio e quasi un prequel del celeberrimo “Il padrino” al prossimo Premio Strega, salotto buono della letteratura italiana in cui se non hai la “erre moscia” non puoi partecipare e che si arroga il privilegio di assegnare la palma di miglior opera italiana dell’anno. Peccato che altro non sia che un campo di battaglia per le strategie politiche e di marketing dei colossi editoriali italiani e che, inevitabilmente, lasci un po’ il tempo che trova. Consiglierei, quindi, al giallo e al noir nostrani di tenersene alla larga, non è il loro posto quello. Che prezzo ha la nostra anima?
La seconda notizia “del cazzo” è invece tratta da “Il secolo d’Italia” on line e ci ributta dell’eterna inutile gazzarra di quali siano i riferimenti culturali della destra e della sinistra. Questi sembrano tutti dei gran discorsi da pipa e brandy volti a nascondere degli altrettanto grandi vuoti di pensiero, un infinito cazzeggio buono solo a riempire le una volta terze pagine dei giornali. Una sorta di raccolta delle figurine Panini. Ho un doppio Faulkner, te ne do uno se in cambio mi dai un Pratolini. Due palle. Questa è la volta di John Fante, scrittore da me amatissimo e autore di quel capolavoro della letteratura americana quale è “Chiedi alla polvere”. Meno male che c’è stato Giorgio Gaber, altrimenti la serietà ci starebbe ora asfissiano come la scoreggia di un elefante.
E inoltre: su “Il Messaggero” potete leggervi questa corposa intervista a Gianrico Carofiglio sul suo ultimo romanzo, “Le perfezioni provvisorie”, già in testa alle classifiche e Mercoledì recensito su Pegasus Descending (segnatevelo in agenda!). Sul blog “I corpi freddi” una bella intervista a Raul Montanari firmata da Principessa e la recensione di quello che dovrebbe essere uno dei casi editoriali del momento, “La mano sinistra di Dio” di Paul Hoffman. La recensione è a firma di BodyCold. Su ThrillerMagazine, infine, questa interessante notizia da far leccare i baffi agli amanti del fumetto, di Warren Ellis (vedi “Con tanta benzina in vena”) e del buon cinema d’azione. Pegasus Descending ci sarà.
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Dark Reign. I tempi oscuri e disperati
Storia di Brian Michael Bendis
Disegni di Mike Deodato Jr.
Colori di Rain Beredo
“Questi sono tempi oscuri e disperati”. E se lo dice Nick Fury ci sarà pur da crederci.
Dopo “Secret Invasion” e l’offensiva degli alieni Skrull al pianeta Terra il mondo non è più lo stesso. Perché il fottuto “caso” ci ha messo il suo celeberrimo zampino. Succede quindi che la crème dei supereroi Marvel stia facendo a mazzate con gli invasori extraterrestri guidati dalla loro stessa regina. Non sfugge a nessuno che il serpente vada ammazzato tagliandogli la testa, facendo cioè fuori il suo capo. La regina, appunto. La cosa non sfugge neanche a Norman Osborn, il già Goblin di Spider Man, noto fuorilegge psicopatico mica tanto affidabile, ma con un fiuto non comune per gli affari. Un colpo di pistola e via, tutto finito. Più o meno.
Tony Stark, accusato dal grande pubblico altrimenti detto opinione pubblica di non essere stato in grado di contrastare adeguatamente l’invasione aliena è nella merda più totale, destituito della carica a direttore dello S.H.I.E.L.D., lo “scudo”, l’agenzia preposta alla difesa della Terra e gentilmente pregato di farsi da parte. Prego si accomodi dr. Stark, quella è l’uscita. Ma il popolo è bove, segue sempre chi strilla di più, chi è capace di rendere produttivi i vasti investimenti in public relation e chi è in grado di dare una speranza di miglioramento, di sicurezza e di protezione nei confronti di questo drago dalle sette teste che è il futuro. Tutto ciò ha un nome: Norman Osborn, il salvatore della patria.
Come dice lo stesso autore di “Dark Reign”, Brian Michael Bendis, in un’ampia intervista pubblicata sul numero “0 B” che fa da prologo alla storia, “In periodi di guerra e di paura la gente dice: “Sappiamo che quello è un grandissimo %$8%&#*, ma ora è da un grandissimo %$8%&#* che vogliamo essere guidati”. Analogamente, nell’Universo Marvel si dice: “Non vogliamo essere protetti da Tony Stark, vogliamo quel mostro di Goblin”. La macchina delle P.R. si mette in moto ed è presto fatta: Norman è al potere!”.
Con “Dark Reign” tutto cambia, il mondo è letteralmente capovolto. I buoni diventano fuorilegge da eliminare e i cattivi vanno a comporre una nuova squadra, gli “Oscuri Vendicatori”, a scimmiottare quella messa precedentemente in piedi e guidata da Iron Man. Come se non bastasse Norman Osborn ha tutta l’intenzione di fare le cose per bene e in grande. Vuole conquistare il mondo attraverso il consenso e per farlo sa che da una parte deve creare nemici e pericolo, dall’altra ha bisogno di alleanze. Nasce così la Cabala, variopinta compagine che racchiude tutti i cattivi che un tempo se la dovevano vedere con i vari Capitan America e compagnia e che ora non dovrà fare altro che appoggiare i piani dell’ex Goblin dando e ricevendo fedeltà, amicizia e, conseguentemente, successo. Ne fanno parte il Dottor Destino, Hood, Namor, Emma Frost (che non si capisce ancora cosa ci azzecchi) e Loki. Intanto Osborn riconverte il vecchio S.H.I.E.L.D. nel nuovo H.A.M.M.E.R., cioè passando da “lo scudo” al “martello”, ad indicare anche la diversa finalità tra le due agenzie.
Però l’allegra compagnia con cui si è messo Osborn è tutt’altro che tranquilla e paciosa, bensì ben fornita di nemici e di vecchi rancori da parte di avversari mica da poco. Gli “Oscuri Vendicatori” se la devono quindi subito vedere con i cazzi di Dottor Destino, inseguito in barba allo spazio e al tempo dalla maga Morgana Le Fay che ha tutta l’intenzione di fargli il culo come un paiolo. Insomma, una bella prova che mieterà fin da subito le prime vittime. Però per una grande gloria è prima necessario fare una grande fatica, già Karate Kid insegnava una cosa più o meno simile. Osborn è d’accordo e buon per lui. Intanto Tony Stark, l’ex signor Iron Man, sta sulle balle un po’ a tutti ed è diventato l’uomo più ricercato del pianeta. Bella conquista.Insomma, “Dark Reign”, che è finalmente approdato anche da noi in Italia, ha tutta l’intenzione di scompaginare come raramente in passato l’intero Universo Marvel nascendo dalle ceneri di “Secret Invasion”. E forse dobbiamo tutto questo a Warren Ellis – di cui su Pegasus Descending potete leggere la recensione del suo primo romanzo, il fuori di testa “Con tanta benzina in vena” – come spiega ancora Bendis nell’intervista già citata in precedenza: “La presenza di Norman era già molto forte. Dopo Civil War, a Warren Ellis è venuto in mente di metterlo alla guida dei Thunderbolts […]. È grazie a Warren che il personaggio ha preso una direzione decisamente interessante. Quando Ellis ha abbandonato la serie, ho voluto far proseguire Norman in quella stessa direzione. […] Nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato un personaggio politico così potente, e i media ci sono cascati alla grande, anche conoscendo il suo passato”.
Con la sceneggiatura di Bendis e i magnifici disegni di Deodato – già ammirato in Wolverine Origins – “Dark Reign” sovverte i canoni della Marvel e del fumetto in generale, fissando l’attenzione sugli sviluppi della storia vista con gli occhi del Male e gettando una oscura luce sulla necessità di avere dei simboli facilmente usufruibili da parte della nostra beneamata società civile. Sarà probabilmente un facile vaticinio, ma “Dark Reign” corre il serio “rischio” di diventare una delle serie immancabili nella libreria di ogni sincero appassionato di fumetto e un caposaldo per la storia di questa forma d’arte e di narrazione.
Da Febbraio, infine, sarà in fumetteria anche “Secret Warriors Vol. 1” dal cui prologo sul numero “0 A” di “Dark Reign” abbiamo tratto le parole di Nick Fury con cui abbiamo aperto questa recensione. In questa storia nata da un soggetto dello stesso Bendis e sceneggiata da Jonathan Hickman ci sarà pure un pezzetto di Italia nelle vesti delle stupende tavole di Stefano Caselli, il disegnatore di questo albo. Sono qualcosa di eccezionale, tra le migliori cose disegnate su un fumetto che ci sia mai capitata la ventura d’osservare. Provare per credere.
(con la collaborazione di Matteo Radice)
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