Caravan, la nuova miniserie targata Bonelli

Luglio 4, 2009 by lideablog

La copertina del primo numero

La copertina del primo numero


La vita scorreva tranquilla e banale a Nest Point. La partita di calcio, gli impegni di lavoro, la cena da preparare, l’uscita con gli amici. Poi uno strano black-out che mette fuori uso qualsiasi meccanismo elettronico presente nella zona, dalle automobili ai telefonini, dall’elettricità ai computer portatili. E inoltre quelle strane nuvole nel cielo, quel loro girare vorticosamente su se stesse quasi a voler inghiottire l’intera cittadina. Infine, all’improvviso, con l’elettricità che ritorna e con le auto che riprendono a funzionare, la vita sembra riprendere il suo corso come se tutto non fosse stato altro che un grande stand by. Peccato che la mattina dopo, però, l’esercito faccia irruzione con elicotteri da guerra e carri armati a Nest Point, setacciando casa per casa e intimando ai suoi occupanti di fare le valigie e mettersi in marcia per una meta sconosciuta. Questione di “sicurezza nazionale”.

In estrema sintesi è questo il preambolo di “Caravan”, la nuova miniserie a fumetti in dodici numeri pubblicata dalla casa editrice Bonelli con soggetto e sceneggiatura firmati da Michele Medda, già precedentemente impegnato con le nuvole di Nathan Never e Dylan Dog. Tutte le copertine saranno firmate da Emiliano Mammucari, mentre il primo numero, intitolato “Il cielo su Nest Point”, è stato disegnato da Roberto De Angelis. I successivi undici, invece, vedranno l’alternarsi di un ampio team di disegnatori composto da Stefano Raffaele, Fabio Valdambrini, Werner Maresta, Andrea Cuneo, Maurizio Gradin, Michele Benevento.

Ovviamente è molto difficile giudicare una serie a fumetti solo dal primo numero, a maggior ragione se si considera che l’idea di partenza – la nube misteriosa e la forzosa fuga dalla città – è tutt’altro rispetto ad una trovata originale, potendo vantare precedenti illustri quali la serie tv Jericho oppure “The mist”, romanzo breve – o racconto lungo – di Stephen King e da cui il regista Frank Darabont, nel 2007, ha tratto l’omonimo flop cinematografico. L’originalità di “Caravan”, invece, è rappresentata dalla sua narrazione multipla: non c’è qui, a differenza di tutte le altre serie targate Bonelli (con la parziale eccezione di “Volto Nascosto”), il protagonista/eroe intorno a cui tutto ruota, non abbiamo il one man show alla Tex, alla Dylan Dog o alla Brad Barron, bensì molti personaggi alla pari, con le loro vicende e le loro diverse sfaccettature. Questi coprotagonisti già nel presente primo numero si incontrano e si confrontano, ma solo con la prosecuzione della narrazione potremo verificare quanto sapranno rappresentare la complessità di una situazione tanto drammatica nella quale, necessariamente, ognuno reagisce in modo diverso. Se ciò non dovesse accadere, purtroppo, saremmo costretti ad assistere ad un mesto déjà vu. E non ci resterà che la “nebbia”.

CLICCANDO QUI potete accedere al blog di “Caravan”!

Vedi di non morire

Luglio 3, 2009 by lideablog
Vedi di non morire

Vedi di non morire

Vedi di non morire
di Josh Bazell
ed. Einaudi Stile Libero
Traduzione di Luca Conti

Sulla rivista on line Sugarpulp.it è stata pubblicata una mia recensione del libro di Josh Bazell “Vedi di non morire”. CLICCATE QUI per farci un salto!

CLICCANDO QUI, invece, potete avere un assaggio del primo capitolo del libro (dal blog di Luca Conti).

QUI, infine, il sito originale del libro, Beat the Reaper!

Joe R. Lansdale su Rolling Stone

Giugno 25, 2009 by lideablog

Joe R. Lansdale

Joe R. Lansdale


Che ci fate ancora con le chiappe incollate alla sedia davanti al monitor del computer? Dopo aver letto il titolo di questo post (non lavoro per RS – magari! -, non prendetelo, quindi, come uno spot pubblicitario) avreste dovuto già essere per strada verso l’edicola più vicina a chiedere dell’ultimo numero, quello di luglio, uscito. E invece siete ancora qui…Allora vi do altre due informazioni: il pezzo è interessante, non ne escono grosse novità, almeno per gli amanti di Joe, ma è sempre un piacere indagare i retrobottega dei nostri autori di culto, soprattutto se uno di questi è “Quello del pulp” come Lansdale. Il pezzo è firmato da Violetta Bellocchio, autrice del romanzo “Sono io che me ne vado” ed. Mondadori.

Rolling Stone costa 2.90 euro e per questo mese, credetemi, sono veramente ben spesi. Basti pensare che in copertina c’è Bruce Springsteen in persona, a luglio in Italia con tre date, mentre all’interno trovate degli ottimi pezzi su Hulk Hogan (è uscito ieri da Blockbuster “The wrestler” di Darren Aronofsky e interpretato da Mickey Rourke), Domenico Procacci e un reportage bomba sul narcotraffico e il Messico.

Infine, per i più porcelloni, c’è pure Syria (ora Airys) con le tette al vento in un bel paginone doppio! Ma a questo ci penso io, suggerendovi di CLICCARE QUI

Tra i labirinti della mente ad Harlem

Giugno 23, 2009 by lideablog
Corri, uomo, corri!

Corri, uomo, corri!

Corri, uomo, corri!
di Chester Himes
ed. Meridiano Zero
Traduzione di Luca Conti

Un poliziotto bianco e ubriaco entra in una tavola calda di New York mentre tre inservienti neri del turno notturno svolgono, tranquillamente, il loro lavoro. Il poliziotto è convinto che quei neri abbiano rubato la sua auto, che invece si è persa nei rivoli del troppo whiskey ingollato durante il servizio dal poliziotto stesso. Se nella Harlem del 1966 non si trova più un’automobile chi, se non un nero, può averla fatta sparire? A loro, diversamente, dimostrare la propria innocenza. La discussione degenera, mentre spunta tra le mani del bianco una pistola sottratta ad un vecchio gangster. Il grilletto è sensibile, troppo sensibile. Basta una lieve, involontaria pressione e un colpo parte, facendo secco il primo dei tre neri. Ormai la frittata è fatta, nessuno crederà mai al fatto che si sia trattato veramente di un incidente. Tanto vale andare fino in fondo, ormai, e ammazzare anche il secondo inserviente. Con il terzo le cose, invece, non vanno come dovrebbero, riesce a scappare e a creare, al poliziotto e a se stesso, un mare di problemi.

Sono queste, più o meno, le prime dieci pagine del romanzo di Chester Himes, “Corri, uomo, corri!”, recentemente ripubblicato da Meridiano Zero (ma quanti refusi!) e con la nuova traduzione firmata da Luca Conti.

Himes è uno dei padri “nobili” del noir americano e, per ovvia estensione, mondiale, ne è uno dei Padri fondatori e il primo scrittore nero di genere. Un po’ come per Edward Bunker, anche per Himes la storia della sua vita è più avvincente e ricca di gustose sfaccettature – per noi che di noir, hard boiled et similia ci nutriamo quotidianamente – rispetto a qualsivoglia loro opera di fantasia. Questo romanzo, però, mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, non è mai stato realmente in grado di farmi gettare a capofitto nella lettura, ad irritarmi ogni qualvolta io dovessi interromperla. “Corri, uomo, corri!” ha il sapore dell’incompiuto, della buona idea troppo frettolosamente buttata su carta e mandata in stampa. Nonostante ciò il romanzo si poggia in modo solido sui dialoghi, una di quelle cose che uno scrittore è in grado di scrivere oppure no.

A differenza di molte altre recensioni scovate e lette su internet, non credo che Harlem e l’ambiente cittadino in generale siano i veri protagonisti di questo libro. Sono quello che sono, cioè una scenografia sullo sfondo necessaria a dare ai personaggi della storia un luogo fisico in cui muoversi. Harlem ci sta bene perché è ben conosciuta da Himes – non a caso è famoso per il suo “Ciclo di Harlem” – e perché è un concentrato di quelle che sono le contraddizione degli Stati Uniti in questi anni difficili, anche nel liberal nord, dove magari non ci sarà il Klan come nel sud, ma in cui la parola di un nero non vale come quella di un bianco, a maggior ragione se quest’ultimo è anche un poliziotto. Non sono poi molti, tra l’altro, quelli a cui interessa veramente della morte di due inservienti neri, la città fagocita tutto per svegliarsi il mattino dopo senza neanche un po’ di bruciore di stomaco: “Alle undici di mattina, insomma, gli omicidi erano stati passati al setaccio in maniera efficiente, priva d’emozione, meticolosa; e, nei limiti del possibile, la piccola scalfitura che aveva intaccato la dura scorza della città si era ormai richiusa e rimarginata” [pg. 62].

Cos’è “Corri, uomo, corri!” – l’incitazione che il cervello di Jimmy Johnson, l’inserviente sopravvissuto e in fuga, gli ripete in continuazione – se non un grande romanzo psicologico, in cui la tensione è data non tanto dall’azione e dagli inseguimenti, non troppo riusciti, ma dalla profonda introspezione psicologica che porta Himes ad immedesimarsi ora nelle vesti dell’assassino Matt Walker, ora in quelle del fuggitivo Jimmy?

La stessa Harlem più che un quartiere vero e proprio formato da una maggioranza di neri sembra essere un luogo della mente in cui la componente psicologica ha la meglio su quella sociologica: “Uscì dalla tavola e si fermò davanti alla vetrina della libreria di fianco all’hotel, a guardare l’esposizione dei volumi di autori neri […]. Di colpo, si sentì protetto. Laggiù, nel cuore della comunità nera, si ritrovò cullato da una sensazione di sicurezza assoluta. Era circondato da neri che parlavano la sua stessa lingua e pensavano nella sua stessa maniera; veniva servito da personale nero in locali che si rivolgevano a una clientela nera; si ritrovava davanti agli occhi la produzione letteraria degli scrittori neri. Nero, a Harlem, era una parola grossa. Non c’era da stupirsi se tanti neri, in effetti, desideravano vivere in mezzo alla propria gente. Si sentivano al sicuro” [pg. 176].

Per concludere una chicca sullo stile di Himes. Per descrivere la specularità di Jimmy e Walker e il cordone ombelicale che li unisce e guida le loro azioni, Himes abbandona per un attimo la letteratura per approdare al cinema. Riporto poche righe per rendere l’idea: “[Jimmy] Si appoggiò al muro, preda della nausea, mentre gocce di sudore freddo gli colavano giù per il corpo accaldato, simili a pigri vermi striscianti. Walker era tornato a riporre la pistola nella tasca del soprabito e, a sua volta, si era lasciato andare contro la parete della scala di servizio, depresso e frustrato” [pg. 163].

E così, alla fine, oltre a chiudere il libro dobbiamo pure spegnere il lettore dvd.

Born on the bayou

Giugno 8, 2009 by lideablog

Prima che luragano arrivi

Prima che l'uragano arrivi


Prima che l’uragano arrivi
di James Lee Burke
ed. Meridiano Zero
Traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini

Credo che solo in un autore americano voi possiate trovare un procione con tre zampe che entra in una casa lungo il bayou a mangiare nella ciotola del gatto. Credo che solo in un autore americano del Sud degli USA tutto ciò sia possibile, soprattutto se questo si chiama James Lee Burke. Credo, inoltre, che solo con un noir, oggi, voi possiate veramente trovare narrata la realtà di un determinato luogo o di una specifica città. Se volete fare un viaggio per la Los Angeles dei giorni nostri dovete prendere un libro di Robert Crais, se avete voglia di immergervi nella vera Milano dovete leggere Gianni Biondillo e i suoi polizieschi. Se volete capire cos’è la Lousiana e, per estensione, il Sud degli States, prendetevi Burke e, magari, leggetevelo mettendo come sottofondo “Born on the bayou” dei Creedence Clearwater Revival contenuta nell’album “Bayou country” del 1969.

Sinceramente non ho ancora capito se questo genere di narratori usi l’ambientazione e la narrazione dei luoghi solo ed esclusivamente come cornice per le loro storie hard-boiled oppure, viceversa, siano le loro storie di omicidi e poliziotti a fare da pretesto, da occasione per narrare della loro terra.

In “Prima che l’uragano arrivi”, ennesima avventura del detective Dave Robicheaux, la trama è complessa e non si dipana fino alle ultimissime pagine del romanzo. Più storie procedono parallelamente: l’omicidio di una ragazza, un vecchio caso irrisolto che vede un barbone senza nome ucciso da un pirata della strada, il ritorno della figlia di un amico di Robicheaux ucciso anni addietro senza che il detective potesse salvarlo, un affarista senza scrupoli e il suo prepotente compare, spacciatori neri, famiglie per bene, piccoli borghesi arricchiti, procuratori distrettuali arrivisti. Insomma, è impossibile raccontare la trama di questo romanzo in poche righe cercando un seppur minimo livello di chiarezza senza rivelare nulla che possa rovinarvi la lettura.

Poi, sopra tutto, c’è questa grandissima capacità di James Lee Burke di raccontare il proprio mondo, una realtà che padroneggia e conosce in modo egregio e che, mediante una sensazione o una riflessione del protagonista Dave oppure tramite la descrizione di un determinato personaggio, delle sue azioni e delle insopprimibili costrizioni che l’ambiente fa gravare sulle sue scelte, ci racconta cos’è il Sud degli Stati Uniti oggi e da chi è abitato.

“La cultura del Sud della Lousiana è di origine franco-cattolica, e quindi il Klan qui non ha mai attecchito veramente, almeno non più a partire dalla Ricostruzione e la breve influenza della White League. Ma questo non significa che la violenza, la crudeltà e lo sfruttamento sessuale dei neri non ci siano mai stati. Quando ero al liceo, i ragazzi bianchi andavano a caccia di neri lungo le strade di campagna, sparando alle persone di colore con fucili ad aria compressa, gettando fuochi d’artificio sotto i loro portici, o”missili”, proiettili compatti che esplodevano all’impatto, contro le loro auto e i loro pick-up. Ricordavo di aver visto Bello Lujan che si sporgeva da una macchina lanciata a tutta velocità, il viso tagliato da un ghigno, proprio prima di imbrattare un nero vestito di tutto punto, pronto per andare in chiesa, con un sandwich al pomodoro mezzo mangiato pieno di maionese.” [pg. 174]

Giusto pochi giorni fa avevamo proposto su questo blog la canzone di Bob Dylan, “Hurricane”, grande opera di protesta contro le autorità statunitensi troppo spesso eccessivamente frettolose di trovare un nero a cui addossare crimini commessi da bianchi. Erano i tardi anni ’60, ma una storia simile torna anche in questo romanzo di Burke: “Avete il vostro negro in prigione” dice Monarch Little, un personaggio del romanzo, “Non cercherete nessun altro” [pg. 158] .

Non ci sono, in Burke, i buoni e i cattivi, non esiste il bianco e nero lungo il bayou, ma una infinità di sfumature grigie, in cui ognuno può scegliere cosa essere, ma fino a un certo punto, quasi a riprendere il passo di Machiavelli, contenuto nel capitole XXV de “Il Principe”, sulla fortuna: ” Non di manco, perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. “

Come il Texas di Cormac McCarthy anche la Lousiana di James Lee Burke non è un paese per vecchi, come testimoniano queste parole che potrebbero tranquillamente essere state pronunciate dallo sceriffo Bell di McCarthy: “ Dave, non capisci. Non hai mai capito. Noi siamo dei dinosauri. Questo non è il paese in cui siamo cresciuti. Ormai è di proprietà di pezzi di merda, da cima a fondo. Solo che adesso è tutto legale e loro hanno le loro brave lauree e indossano completi da duemila dollari. Ai tempi del Primo Distretto, dei figli di puttana così li avremmo buttati nel motore di un aereo”. Già, non è proprio un paese per vecchi per chi è nato sul bayou.

QUI trovate un’altra rensione di “Prima che l’uragano arrivi” dal blog Sartoris di Omar di Monopoli, mentre QUI una intervista all’autore su Sugarpulp.it. QUI, infine, una intervista video allo stesso James Lee Burke dal blog Last of the Independents del suo traduttore Luca Conti.

“Hurricane” di Bob Dylan

Giugno 3, 2009 by lideablog

Solo un post fa recensivamo il grandissimo lavoro di Horace McCoy, “Un sudario non ha tasche”, del 1937, in “The dark side of America”. Passano trent’anni ma le cose non sembrano essere molto cambiate e ne sono testimoni il caso di Runin “Hurricane” Carter, pugile nero campione del mondo ingiustamente accusato di un triplice omicidio e la bellissima canzone omonima, “Hurricane”, che Bob Dylan ha dedicato alla sua storia. Sulla vicenda è stato anche girato un film con Denzel Washington nei panni di Rubin Carter.

Hurricane

Pistol shots ring out in the barroom night
Enter patty valentine from the upper hall.
She sees the bartender in a pool of blood,
Cries out, my god, they killed them all!
Here comes the story of the hurricane,
The man the authorities came to blame
For somethin that he never done.
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world.

Three bodies lyin there does patty see
And another man named bello, movin around mysteriously.
I didnt do it, he says, and he throws up his hands
I was only robbin the register, I hope you understand.
I saw them leavin, he says, and he stops
One of us had better call up the cops.
And so patty calls the cops
And they arrive on the scene with their red lights flashin
In the hot new jersey night.

Meanwhile, far away in another part of town
Rubin carter and a couple of friends are drivin around.
Number one contender for the middleweight crown
Had no idea what kinda shit was about to go down
When a cop pulled him over to the side of the road
Just like the time before and the time before that.
In paterson thats just the way things go.
If youre black you might as well not show up on the street
less you wanna draw the heat.

Alfred bello had a partner and he had a rap for the cops.
Him and arthur dexter bradley were just out prowlin around
He said, I saw two men runnin out, they looked like middleweights
They jumped into a white car with out-of-state plates.
And miss patty valentine just nodded her head.
Cop said, wait a minute, boys, this ones not dead
So they took him to the infirmary
And though this man could hardly see
They told him that he could identify the guilty men.

Four in the mornin and they haul rubin in,
Take him to the hospital and they bring him upstairs.
The wounded man looks up through his one dyin eye
Says, whad you bring him in here for? he aint the guy!
Yes, heres the story of the hurricane,
The man the authorities came to blame
For somethin that he never done.
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world.

Four months later, the ghettos are in flame,
Rubins in south america, fightin for his name
While arthur dexter bradleys still in the robbery game
And the cops are puttin the screws to him, lookin for somebody to blame.
Remember that murder that happened in a bar?
Remember you said you saw the getaway car?
You think youd like to play ball with the law?
Think it might-a been that fighter that you saw runnin that night?
Dont forget that you are white.

Arthur dexter bradley said, Im really not sure.
Cops said, a poor boy like you could use a break
We got you for the motel job and were talkin to your friend bello
Now you dont wanta have to go back to jail, be a nice fellow.
Youll be doin society a favor.
That sonofabitch is brave and gettin braver.
We want to put his ass in stir
We want to pin this triple murder on him
He aint no gentleman jim.

Rubin could take a man out with just one punch
But he never did like to talk about it all that much.
Its my work, hed say, and I do it for pay
And when its over Id just as soon go on my way
Up to some paradise
Where the trout streams flow and the air is nice
And ride a horse along a trail.
But then they took him to the jailhouse
Where they try to turn a man into a mouse.

All of rubins cards were marked in advance
The trial was a pig-circus, he never had a chance.
The judge made rubins witnesses drunkards from the slums
To the white folks who watched he was a revolutionary bum
And to the black folks he was just a crazy nigger.
No one doubted that he pulled the trigger.
And though they could not produce the gun,
The d.a. said he was the one who did the deed
And the all-white jury agreed.

Rubin carter was falsely tried.
The crime was murder one, guess who testified?
Bello and bradley and they both baldly lied
And the newspapers, they all went along for the ride.
How can the life of such a man
Be in the palm of some fools hand?
To see him obviously framed
Couldnt help but make me feel ashamed to live in a land
Where justice is a game.

Now all the criminals in their coats and their ties
Are free to drink martinis and watch the sun rise
While rubin sits like buddha in a ten-foot cell
An innocent man in a living hell.
Thats the story of the hurricane,
But it wont be over till they clear his name
And give him back the time hes done.
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world.

The dark side of America

Maggio 29, 2009 by lideablog
Un sudario non ha tasche

Un sudario non ha tasche

Un sudario non ha tasche
di Horace McCoy
ed. Terre di Mezzo
Traduzione di Luca Conti

“A quanto pare non sai molto di quel che succede, in questo tuo grande regno della libertà” [pg.153] dice, verso la fine del romanzo, Myra, la segretaria del protagonista Mike Dolan, un giornalista d’assalto particolarmente idealista che si mette in testa di fondare una piccola rivista indipendente e denunciare tutte le malefatte della cittadina di provincia in cui vive. La città descritta, Colson, non ne esce per niente bene, ma in effetti sono gli interi Stati Uniti d’America ad essere fatti a pezzi dallo strepitoso romanzo di Horace McCoy del 1937, “Un sudario non ha tasche”. ”, che prima uscì in Inghilterra e solo nel 1948 riuscì a trovare un editore negli USA disposto a pubblicarlo, come spiega in maniera egregia il brillante traduttore Luca Conti in una nota finale al testo.

Parliamoci chiaro: tutto il mondo è paese e da nessuna parte il potente di turno, il prepotente panzone, che sia un sindaco oppure un geometra arrembante, ama che si parli troppo di lui e, a maggior ragione, che si vada a scoperchiare il vaso di Pandora che nasconde sotto il letto. Se non ci stupiamo troppo del nostro Paese o di qualche “democrazia” sudamericana, tendiamo troppo spesso a idealizzare quel “grande regno della libertà” che ci pare essere l’America.

Già, l’America. Ma lo sbaglio è nostro e solo nostro, perché ci ostiniamo a declinare al singolare un qualcosa che invece è per definizione plurale, variabile, polimorfo. Cos’è l’America? È il primo emendamento alla Costituzione, quello che prevede che “Il Congresso non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e d’inoltrare petizioni al governo per la riparazione di ingiustizie” oppure è quella descritta da Horace McCoy, quella degli William Randolph Hearst, il magnate della carta stampata che nel 1898 gioca un ruolo fondamentale nello scoppio della guerra tra Usa e Spagna per Cuba, quello che sotterrando ogni parvenza di neutralità afferma perentorio: “Fornitemi le fotografie e io vi fornirò la guerra”? Gli Usa sono entrambe le cose, una enorme ed eterna contraddizione, sono contemporaneamente la patria del liberalismo più compiuto e l’ultima grande nazione schiavista, l’esportatore di libertà e di democrazia che, però, ancora negli anni ’60 ha posti riservati ai neri sui bus. È questa seconda America, potremmo definirla “the dark side of America”, ad essere raccontata in questo piccolo e misconosciuto gioiello di McCoy, in questo racconto che oscilla continuamente tra fiction e autobiografia, ma che come pochi ci racconta la Storia, quella fatta nelle strade e nella monotona e feroce quotidianità.

Dolan è un perdente e le sue battaglie sono senza speranza, perché “sono tutte cose di dominio pubblico […], ogni città ha la stessa dose di problemi da affrontare. Fa parte del sistema, e tutti lo sanno. Se intendi soltanto sfiorare queste faccende vuol dire che hai proprio perso la testa” [pg. 49]. Sguazziamo nella merda e ci va bene così, è più comodo così e così fan tutti, “quel che succede a Colton capita in ogni città degli Stati Uniti. Le tangenti, la corruzione, l’ipocrisia, il patriottismo fasullo, è roba che si trova dovunque. Colton è un tipico esempio, un simbolo di questo marciume. Mettiamo che tu riesca a fermare questa faccenda del Klan o dei Crociati, quel che è. Mettiamo che tu riesca a farla finire proprio qui a Colton […], mettiamo che tu riesca a stroncare la loro attività qui a Colton. E il resto del Paese? Fin quando non riesci ad arrivare al cuore del problema, non servirà proprio a niente. Va bene, la fermi qui, quella gente. E tempo un mese rispunta fuori da qualche altra parte” [pg. 160].

Non c’è speranza nell’autore di “They Shoot Horses, Don’t They?” (Non si uccidono così anche i cavalli? Ed. Terre di Mezzo), non c’è l’happy ending o “e alla fine arrivano i nostri” , bensì rimaniamo lì fermi immobili, attoniti, forse increduli e sconfitti, ma con la nostra pala in mano, troppo piccola per spalare quel mare di schifezze che ci circonda.

Il romanzo, come già accennato, è del 1937, settantadue anni sono trascorsi, ma siamo poi così sicuri che siano realmente passati?

“Have you ever seen the rain?” dei CCR

Maggio 7, 2009 by lideablog

Propongo come intermezzo musicale una delle canzoni più famose dei Creedence Clearwater Revival, di cui trovate tutto – o quasi – a questo link di Wikipedia e da cui potete anche approdare al sito ufficiale. Sotto riporto anche il testo della canzone, è sempre un utile esercizio per tenere in allenamento il nostro bolso inglese!

Have you ever seen the rain?

Someone told me long ago theres a calm before the storm,
I know; its been comin for some time.
When its over, so they say, itll rain a sunny day,
I know; shinin down like water.

Chorus:
I want to know, have you ever seen the rain?
I want to know, have you ever seen the rain
Comin down on a sunny day?

Yesterday, and days before, sun is cold and rain is hard,
I know; been that way for all my time.
til forever, on it goes through the circle, fast and slow,
I know; it cant stop, I wonder.

Chorus
Yeah!
Chorus

Dei “Sogni” che non ricorderemo

Aprile 30, 2009 by lideablog

La copertina del libro

La copertina del libro

Sogni all’alba del Ciclista Urbano
di Daniel Galera (traduzione di Patrizia di Malta)
ed. Mondadori

La cosa peggiore che può capitare ad un recensore è non avere nulla da dire in merito all’oggetto della propria recensione. È quello che è accaduto a me con il romanzo d’esordio del brasiliano Daniel Galera, “Sogni all’alba del Ciclista Urbano”. Forse, quindi, potreste già voi smettere di leggere e io di scrivere. Vado comunque avanti – e per favore fatelo pure voi! – perché anche da un libro che non è piaciuto si può ricavare qualcosa di buono, ad esempio cercando di capire il perché del proprio parere negativo. Inoltre non è assolutamente detto che la mia opinione sia corretta; sicuramente non è l’unica e un blog serve anche a questo, a dare spazio a posizioni diverse (una posizione diametralmente opposta rispetto alla mia è, ad esempio, quella della traduttrice di Galera, Patrizia di Malta, di cui potete LEGGERE QUI una intervista allo stesso autore).

Sopra il titolo della copertina fa bella mostra di sé la seguente frase: “Il romanzo rivelazione della nuova narrativa brasiliana”. Ora, delle due l’una: o chi ha scelto di tradurre e pubblicare il libro non capisce una mazza (probabile) oppure sono io quello che non capisce nulla di letteratura (ancora più probabile). “Sogni all’alba” può forse essere una rivelazione, ma negativa, perché se questo è il massimo che la narrativa brasiliana è in grado di esprimere, beh, Jorge Amado, allora, starà facendo una giravolta nella tomba. Ma cerchiamo, seppur brevemente, di entrare più nello specifico.

Il libro racconta un mondo o una società? No. Di cose da dire e da raccontare sul Brasile, per quel poco che lo conosco, ce ne sarebbero, basti pensare a quel piccolo capolavoro cinematografico, passato colpevolmente in sordina, che è “Tropa de Elite” di Josè Padilha. Nel libro di Galera, invece, il mondo intorno al protagonista scompare, non esiste, potrebbe vivere in qualsiasi Paese del mondo e non cambierebbe assolutamente nulla. Certamente mi si può muovere la seguente critica: “Sogni all’alba” non aveva come intento l’essere un romanzo “sociale” o “sociologico”, ma solo raccontare le vicende e la formazione di un ragazzino, Hermano, dall’infanzia all’età adulta, andata e ritorno. A ciò rispondo che neanche qui, allora, Galera coglie nel segno, perché ne viene fuori una storia con scarso spessore e soprattutto un già letto e riletto, trito e ritrito romanzo di formazione. In due righe la trama: il ragazzo va su e giù in bicicletta per la città, incontra il suo solito gruppetto di amici, bisticcia con uno, si riappacifica, ha una mezza storiella con una ragazzina, succede una tragedia che lo costringe di colpo a crescere portandosi dietro un senso di colpa che solo una volta adulto riesce a sanare. Fine. Direte: le trame sono spesso banali, cos’è “Delitto e castigo” se non un omicidio o “Non è un paese per vecchi” se non una caccia al killer? Vero. Ma quanta roba, poi, sta in mezzo alle semplici trame? Come, i grandi scrittori, riescono da trame banali a raccontare l’Uomo o il mondo? Galera, mi dispiace, non ce la fa, non riesce a fare il passo successivo, resta ancorato, cementato alla sua trama, che sviluppa, e nulla più. Non riesce a colmare la distanza esistente tra un narratore e uno scrittore.

Quello che ne risulta, infine, è un libro che passa e va, che non stimola la curiosità del lettore ad andare oltre, a proseguire in autonome riflessioni, a fare automatiche connessioni di pensiero con altri testi, film, esperienze o storie, perché inchiodato alla sua trama, all’essere – e qui chi ha curato l’edizione o la copertina ha ragione – non letteratura, bensì semplice narrativa. E pure mediocre.

E poi quel titolo new age, orribile trasposizione di “Maos de Cavalo”. Perché l’ho letto allora? Già, questa è proprio una bella domanda. Ma forse tutto ha sempre e comunque un senso, anche se di primo acchito non siamo in grado di vederlo.

INCIPIT

Non esiste terreno impossibile per il Ciclista Urbano. Le sue potenti gambe spingono alternatamente sui pedali, destra, sinistra, destra, sinistra, calcolando l’inclinazione della salita dalla forza richiesta ai muscoli della coscia e del polpaccio a ogni giro completo della corona dentata anteriore. Le piante dei piedi e i palmi delle mani processano ogni vibrazione trasferita dalle gomme al manubrio e al telaio della bicicletta, compiendo microaggiustamenti di direzione e di equilibrio a una velocità maggiore di quella del pensiero. Il tratto di salita da affrontare appena fuori da casa è breve, e serve a oliare le articolazioni e riscaldare i muscoli. E subito si arriva alla Rua do Canteiro: due strisce di selciato lastricate, in pendenza, separate da uno spiazzo erboso nel mezzo. Ci vogliono cinque isolati prima di raggiungere la Faixa. Conoscere a memoria ogni metro di quel tragitto non rende la strada meno pericolosa per il Ciclista Urbano. Da una settimana all’altra possono cambiare molte cose.

Essere il miglior film dell’anno e non vincere l’Oscar

Aprile 17, 2009 by lideablog

Nell’uscire dal cinema, appena dopo la visione dell’ultimo lavoro di Clint Eastwood, Gran Torino, l’unica notizia positiva è sapere che il regista di San Francisco sta già lavorando al suo prossimo film, “The Human Factor”, con Morgan Freeman e Matt Damon. Perché un film così bello non dovrebbe avere mai fine.

La domanda che ci poniamo – e che ovviamente poniamo a tutti voi, sperando nei vostri commenti – è banale: Gran Torino è un capolavoro? Per quanto riguarda la stretta filmografia di Clint Eastwood ci sono pochi dubbi. Decisamente sì. Gran Torino supera, in termini di profondità, di analisi sociale e introspettiva, anche di semplicità, tutti i precedenti lavori dell’Eastwood regista, da Million Dollar Baby a Mystic River, da Flags of our Fathers a Changeling. Conosciamo la portata dei film che ho citato e dei molti altri che ho tralasciato (ad esempio, Fino a prova contraria), tutto ciò è quindi un ottimo termine di paragone per comprendere quanto Gran Torino sia un film fuori categoria, perché sopra all’eccellenza. C’è, probabilmente, anche molta autobiografia nel film, il protagonista, Walt Kowalski, non è semplicemente uno dei tanti personaggi interpretati da Eastwood, bensì un autentico alter ego, molto probabilmente il testamento cinematografico dello stesso regista, l’ultima sua interpretazione da attore come da lui stesso dichiarato. In questo caso anche la più alta.

Con Gran Torino Clint Eastwood mette a confronto gli Stati Uniti di ieri – il vecchio Kowalski – con quelli di oggi – Thao e il suo quartiere -, rappresentando come meglio non si potrebbe l’epoca di transizione, etnica e culturale, attualmente in atto. Fosse stato un sociologo avrebbe scritto un tomo di qualche centinaia di pagine letto da quattro colleghi universitari (vedi “La nuova America. Le sfide della società multiculturale” del politologo Samuel Huntington), ma, grazie al cielo, Eastwood fa il regista di professione e, come tutti i grandi, ci ha parlato dell’Uomo e della società attraverso la narrazione della vita, delle paure e delle emozioni di un uomo. Avviene così anche nella grande letteratura, si pensi, tanto per citare un paio di esempi, a “Le Benevole” di Jonathan Littell o a “Non è un paese per vecchi” (da cui il film omonimo dei fratelli Coen) di Cormac McCarthy. Avviene così in tutto ciò che noi aggreghiamo con il termine Arte. E il finale del film è quasi un riferimento all’arte plastica, alla scultura, alla pittura o alla fotografia d’autore. Basta una posa dell’Eastwood attore/regista per spalancare una infinità di significati e successive riflessioni, fino a dare molti significati a parole quali “giustizia”, “vendetta” oppure “speranza”. Sono certo che ognuno di noi interpreterà a modo suo tutto il film, dandogli un significato diverso. E proprio in questo consiste la grandezza di Gran Torino, perché che Arte sarebbe quella che, dopo averne usufruito, non spalanca la mente dell’osservatore e del fruitore a successive riflessioni, a rielaborazioni? Potremmo definire Arte qualcosa che non sia in grado di fornirti un nuovo punto di vista per le tue certezze, delle nuove risposte alle tue domande, che non abbia l’ambizione di sovvertire il tuo mondo spesso fatto di comodi luoghi comuni? No, non potremmo. Sarebbe, al massimo, un ottimo artigianato. Clint Eastwood è un artista, un grande artista e con Gran Torino l’ha ribadito a chi ancora avesse qualche dubbio e dimostrando in modo definitivo come l’essenza del cinema siano le idee. Basta averne una buona.