Hotel Omicidi

HOTEL OMICIDI (House Dick)
di E. Howard Hunt
ed. Polillo Mastini
Traduzione di Giovanni Viganò

Credo che solo in America, e in particolar modo nell’America degli Anni ’60, uno possa guadagnarsi da vivere facendo, come mestiere, il poliziotto di un albergo. Cioè, non fattorino, cameriere, pulisci-stanze o receptionist, no, ma proprio un poliziotto, un qualcosa, inoltre, che va ben al di là di un possibile servizio di sicurezza interna, quei tizi un po’ grossi e con la pancetta che “accompagnano” gli ubriachi alla porta.

Pete Novak, il protagonista di Hotel omicidi scritto da E. Howard Hunt nel 1961, è infatti un vero sbirro la cui giurisdizione è composta da qualche centinaio di stanze disposte su una decina di piani, con facoltà di indagare, di incriminare, di tenere per sé informazioni riservate invece che condividerle con la polizia. E se, di norma, le giornate sfilano via broccolando le cameriere al bar o risolvendo piccoli enigmi come chi ha fregato i gioielli della signora Pina dalla stanza 307, tutto cambia quando una bionda mozzafiato fa l’ingresso all’Hotel Tilden di Washington portandosi dietro uno di quei cagnetti rompicoglioni e scagacciatori e, incidentalmente, un morto nella propria stanza, appena pochi giorni dopo aver preso alloggio.

Se Paula Norton, la biondina, fosse una avventrice normale, beh, sarebbe roba per la polizia e chissenefrega. Ma si dà il caso che Novak sia pure il classico bello e tenebroso e che la tizia, per infatuazione o interesse, ci finisca a letto e allora Novak, gentiluomo sotto la scorza da duro, come in ogni hard boiled che si rispetti, ci si metta di buzzo buono per risolvere ‘sto piccolo problema del signor Chalmers morto ammazzato con una pistola di piccolo calibro nella stanza della signora Norton. E, inoltre, che cosa ha a che fare il cadavere con la scomparsa dei gioielli della signora Julia Boyd, moglie del morto e alloggiata due camere a fianco della stanza di Paula?

Hotel omicidi è forse uno di quei pochi casi in cui la biografia dell’autore supererebbe, per inventiva e colpi di scena, la trama del romanzo stesso. A E. Howard Hunt, infatti, ex agente segreto della CIA e incriminato per il caso Watergate, basterebbe attingere nelle storie della sua professione – come probabilmente ha anche fatto – per imbastire trame torbide che farebbero apparire questo romanzo come un sorso d’acqua fresca. Hunt, oltre a sostenere che il Mr. Phelps di Mission: Impossibile fosse ispirato alla sua figura, ha scritto oltre quaranta romanzi spaziando un po’ in tutti i campi, non esclusa la saggistica.

Il romanzo di Hunt è un hard boiled vecchia maniera con fortissime tinte gialle, quasi da vecchina che indaga su una morte impossibile, ribadendo, ancora una volta, la difficoltà di tracciare confini precisi tra generi e, ancor di più, tra sottogeneri. Novak, allora, è un duro durissimo, impassibile e che se sorride gli si apre solo una fessura tra le labbra e Paula Boyd una femme fatale, ovviamente bionda, da far girare e fischiare frotte di maschi in calore.

Se la trama gialla che ruota intorno alla morte di Chalmers è il nerbo, lo zoccolo duro dell’intera trama, Hunt si premura comunque di pennellare una città, Washington, vista dal suo lato più degradato e duro, quello dei vicoli e del puzzo di piscio: “Un vagabondo privo di gambe era appoggiato contro un palo della luce, simile a un vecchio bidone per i rifiuti. Novak lasciò cadere un quarto di dollaro nella mano protesa e passò oltre, stringendo le labbra in risposta al cupo ringraziamento. Una prostituta si mosse furtivamente nell’ombra, con la sua borsetta di pelle lucida e la sigaretta tra le labbra. Novak la ignorò e, con una scrollata di spalle, passò oltre. Da un bar giungevano rauche risate, il frastuono di un televisore dal volume troppo alto, il puzzo di birra stantia che guastava la sera primaverile.” [pg. 17]. Sono solo frammenti evocativi, frame immaginifici intercalati all’interno di una narrazione aliena che per la sua maggior parte si svolge tra le quattro mura di un albergo.

E. Howard Hunt

E anche se Hotel omicidi scorre via non discostandosi molto da quelli che sono i canoni del genere, lo scrittore americano, già in quell’ormai lontano 1961, scriveva pagine “sociali” particolarmente attuali, perché la merda continua a puzzare ovunque voi la mettiate: “Non c’è da meravigliarsi se poi i criminali immaginano che i poliziotti siano dei fessi. I figli dei criminali dispongono di auto con autista che li portano  a scuole private e accademie di equitazione; i figli dei poliziotti saltano su un tram e un autobus affollato, che piova, nevichi o faccia bel tempo. Si portano dietro il pranzo e ne mettono da parte due morsi ogni mezzogiorno.” [pg. 110]. Insomma, pagine attualissime, anche se spulciando la biografia di Hunt un suo discorso del genere, sulla legalità, pare simile a una elegia sulla castità scritta da Cicciolina. Ma anche un orologio rotto, lo sappiamo, segna l’ora giusta due volte al giorno.

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So di essere l’ultimo blog a parlarne e che di TimeCrime, la nuova etichetta thriller di Fanucci, sapete ormai vita morte, miracoli, autori e prezzoinculoallacrisieachicelhaappippiataallafacciazzanostraporcoilmondochemistasottoipiedi. Però, anche solo per completezza e perché sono curioso di sapere se qualcuno di voi ha già letto qualcuno dei tre titoli appena usciti e che ne pensa, pubblico un post in proposito, che fa un po’ il paio con quello su Revolver, a dimostrazione che nel mondo editoriale e culturale italiano, di solito piuttosto soporoso e a corto di idee, un poco di fermento c’è.

L’ombra della verità

L’OMBRA DELLA VERITÀ
di Karin Slaughter
ed. Fanucci – TimeCrime
Traduzione di Raffaella De Dominicis

TRAMA: Quando l’agente Michael Ormewood, del dipartimento di polizia di Atlanta, viene chiamato in un quartiere popolare di Grady Homes, si trova di fronte a uno degli omicidi più brutali cui abbia mai assistito nel corso della sua carriera: Aleesha Monroe giace in un lago di sangue, il corpo orribilmente mutilato. Ora dopo ora, appare evidente che l’assassinio della donna non è tuttavia destinato a rimanere isolato: poco dopo, il cadavere della vicina di casa di Michael, Cynthia Barrett, viene trovato nel cortile posteriore della sua villetta, e anche questo omicidio sembra avere parecchie somiglianze con altridue crimini verificatisi nello Stato. Viene chiamato ad affiancare Ormewood nell’indagine Will Trent, agente del Georgia Bureau of Investigation. Eppure, qualcosa non torna: tra i diversi casi ci sono delle incongruenze, dei dettagli che aprono la strada a ipotesi investigative diverse. Forse non si è in presenza di un unico serial killer, forse il mistero celato dietro la morte delle due donne è inestricabilmente legato a un passato che rifiuta di essere sepolto…La regina del thriller americano torna con un romanzo che tiene con il fiato sospeso, intrecciando le fila di una trama piena di colpi di scena e svolte sorprendenti che conducono il lettore, una pagina dopo l’altra, verso un finale sconvolgente.

Venti corpi nella neve

VENTI CORPI NELLA NEVE
di Giuliano Pasini
ed. Fanucci – TimeCrime

TRAMA: Case Rosse, minuscolo borgo nell’Appennino tosco-emiliano, ha un primato: è la sede del commissariato più piccolo d’Italia, diretto da Roberto Serra – che viene da Roma ed è considerato uno ed fòra – con l’aiuto dell’agente Manzini. Non succede mai nulla se non qualche rissa tra ubriachi il sabato sera. Ma la notte del Capodanno del 1995 una telefonata sveglia Manzini in piena notte. Ci sono tre cadaveri al Prà grand, uccisi senza pietà. I due poliziotti accorrono sul luogo del delitto e uno spettacolo raccapricciante si presenta ai loro occhi: un uomo, una donna e una bambina sono stati colpiti a morte da distanza ravvicinata con un fucile. È un’esecuzione, senza alcun dubbio. Ma non ci sono schizzi di sangue intorno alle vittime e la loro posizione non combacia con la traiettoria degli spari. A chi appartengono questi corpi straziati che chiedono giustizia? Chi ha violato la pace di quel piccolo paese perso tra le montagne, e per quale motivo? E perché così tanta violenza da sorprendere anche un uomo come Roberto Serra, abituato a omicidi ben più efferati? Per il commissario comincerà un’indagine che lo porterà a rivivere il passato del luogo in cui si è rifugiato, e ad affrontare i demoni che albergano nella sua anima e nel suo cuore. Un romanzo che affonda le radici nelle pagine più sanguinose della storia del Ventesimo secolo. Un nuovo autore italiano che lancia la sfida ai maestri del thriller internazionale.

In difesa di Jacob

IN DIFESA DI JACOB
di William Landay
ed. Fanucci – TimeCrime
Traduzione di Sara Brambilla

TRAMA: Andy Barber, da più di vent’anni braccio destro del procuratore distrettuale, è un uomo rispettato, un marito e un padre devoto, e ha davanti a sé una carriera sicura. Sa bene cosa può nascondere la vita di una persona, quali colpe possono essere taciute, ma la sua è un’esistenza serena e l’amore per la moglie e il figlio non ha limiti. Tutto sembra andare per il verso giusto per lui e la sua famiglia. Ma certe convinzioni a volte sono esposte ai capricci del destino o alle conseguenze di piccoli gesti. Così, un giorno, quasi per caso, piomba su di loro un’accusa inaudita: il figlio di Andy, Jacob, poco più che un bambino, viene indagato per omicidio. Un suo compagno di classe è stato accoltellato nel parco poco prima dell’inizio delle lezioni. Il ragazzo proclama la propria innocenza e Andy gli crede. Ma c’è qualcosa che non torna, l’impianto accusatorio è dannatamente convincente: e se qualcosa fosse sfuggitoall’attenzione di Andy? E se i quattordici anni di vita del figlio non fossero sufficienti per capire chi è realmente? E se Jacob, suo figlio, fosse alla fine un assassino? In difesa di Jacob è un thriller che tiene col fiato sospeso, ed è anche una straordinaria radiografia dei rapporti familiari; uno specchio feroce in cui realtà e giustizia si mostrano inesorabilmente implacabili, fino alla rivelazione di una sorprendente e inaspettata verità che si svela solo all’ultima pagina.

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In memoria di Carlo Fruttero (1926-2012)

Posted: gennaio 16, 2012 in News
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Carlo Fruttero (1926-2012)

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Provate a stare zitti, a spegnere la televisione o la radio, a stare fermi, immobili, e a drizzare le orecchie. Forse potete sentirlo, sia che voi siate a casa sia che vi troviate in mezzo a una piazza. È un lento fluire, una sorta di su e giù, è come un mantice che si riempie e si svuota. Se, come me, avete studiato medicina o, da piccoli, incuriositi dallo stetoscopio del vostro pediatra gli avete chiesto di farci un giro, di provarlo, allora potete capire di cosa sto parlando. Quando i polmoni sono liberi dal catarro e appoggiate su una schiena quel particolare strumento medico sentite l’aria entrare e uscire, come una risacca, una marea che va e che viene. Se voi, ora, percepite questo rumore significa che vicino a voi c’è un vostro simile, un lettore che ha appreso dell’imminente esordio della nuova collana Revolver, diretta da Matteo Strukul, per BD editore.

Leggere i primi cinque titoli e, soprattutto, i nomi degli autori dell’esordio, è una reale boccata d’aria fresca dopo un’apnea durata non si capisce quanto tempo. Victor Gischler, Allan Guthrie, Antony Neil Smith, Derek Nikitas, Russel D. McLean. Quante volte, qui su Pegasus Descending, ci siamo lamentati che i nostri autori preferiti o, comunque, il meglio di un genere meticcio e fracassone che tanto amiamo, non venivano pubblicati in Italia, sbraitando al vento e ululando alla Luna? Ora, forse, potremo starcene in silenzio a leggere in santa pace e fregarcene dell’editoria che se ne fotte della qualità preferendo le pile di romanzi nei reparti ortofrutticoli dell’Esselunga.

I fuochi del Nord

Fin dal manifesto si capisce la pasta di Revolver e degli undici titoli all’anno che verranno pubblicati, uno al mese, la giusta misura per averli tutti, per non dire che a questo giro di stipendio non c’è nulla che mi piaccia: “Esiste una nuova genìa di autori che ha sviluppato un nuovo linguaggio del noir: meticcio, contaminato, bastardo. Svelano una letteratura diversa, che taglia i generi, abbatte gli steccati ed estrae dall’arte del narrare formule velenose e sanguinarie. Romanzi dark eppure sgargianti nei colori, trame agili come lame di coltello pronte a danzare sul confine sottile che corre fra romanzo, fumetto, sceneggiatura e storyboard. Qualità narrativa, profondità nel tratteggiare i caratteri dei personaggi, ritmo sincopato, azione adrenalinica e parossismo visivo, trame a orologeria. Sono storie che rappresentano la spina dorsale di una nuova grande letteratura popolare. I romanzi REVOLVER si guardano come film su carta. I romanzi REVOLVER si bevono come shake di noir, pulp, action, horror. I romanzi REVOLVER si vivono come esperienza di lettura nuova e spettacolare”.

E se la scrittura sarà un concentrato letterario di azione, adrenalina, sparatorie e inseguimenti a fare da supporto meccanico al racconto di storie anche forti della realtà che ci circonda (sul sito della nuova collana, revolverlibri.it, andatevi a leggere le trame de I fuochi del Nord di Nikitas e di Dietro le sbarre di Guthrie), i libri stessi, intesi come oggetti, saranno dei piccoli capolavori da collezione grazie alle strepitose copertine di Davide Furnò, già cover artist di Scalped, la serie scritta da Jason Aaron e già autore di Punishermax.

Ma cosa sarà Revolver? “Un’etichetta editoriale capace di intercettare le nuove energie di un genere-non genere che, in anni recenti, ha deciso di mescolare in un tacchino ripieno le mille scintille di una fantasia policroma fatta di noir, pulp, crime fiction, thriller, western, splatter, narrativa alta.” dice Matteo Strukul. “E tutto questo insieme. Non solo, aggiungete i deliri multicolori della sceneggiatura da fumetto, il ritmo incalzante e le coreografie iperviolente e impazzite degli action-movie, la rabbia irriverente di una serie televisiva come, che ne so, Sons of Anarchy: avrete Revolver”. Ma il curatore della nuova etichetta vuole anche sottolineare il lavoro sulla lingua narrativa: “Nei libri Revolver troverete un nuovo linguaggio del noir: meticcio, contaminato, bastardo; una letteratura diversa, che taglia i generi, abbatte gli steccati ed estrae dall’arte del narrare formule velenose e sanguinarie. Scoprirete qualità narrativa, profondità nel tratteggiare i personaggi, ritmo sincopato, azione adrenalinica e parossismo visivo, trame a orologeria. Ecco, quelle dei romanzi Revolver sono storie che rappresentano la spina dorsale di una nuova grande letteratura popolare”.

Dietro le sbarre

Che il progetto Revolver, però, sia ben più che una mera, nuova etichetta editoriale buttata lì tanto per racimolare – si spera…- due soldi e colmare un vuoto nel mercato librario italiano, bensì un autentico progetto culturale capace di dare nuovo slancio alla lettura in sé e, perché no, attrarre i giovani ora renitenti verso questo straordinario modo di coltivare il proprio cervello e la propria fantasia , lo dice in maniera chiara e senza alcun indugio ancora Matteo Strukul: ”Credo che leggere debba essere una grande emozione e un’esperienza che travalichi le barriere della mente. Quando ho letto capolavori come Il mio nome era Dora Suarez di Derek Raymond o 1974 di David Peace, o ancora Il potere del cane di Don Winslow, be’ quello che mi ha colpito è stato sentire i protagonisti respirare, sanguinare, soffrire, piangere. Erano vicino a me, il loro dolore era il mio. Quando ho letto Victor Gischler, per la prima volta, mi sono ritrovato a ridere come un idiota da solo in tram e la gente mi guardava come un pazzo. Se prendete Allan Guthrie, scoprirete un oceano di dolore inimmaginabile e atmosfere così cupe che a volte sembrano insostenibili. Ecco,” conclude Strukul “l’esperienza di un romanzo Revolver è questa: un libro che va oltre la semplice lettura, un romanzo che non rinuncia a voler fare – e sottolineo – volere fare intrattenimento di grande qualità il puro piacere della lettura, quello che per tanto tempo ci siamo dimenticati”.

Revolver: Pegasus Descending c’è. Ora tocca a voi.

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Dogtown

di Fabio e Jonathan Lotti

Whitney Logan, avvocatessa, e Lupe Ramos, prostituta. Una bella coppia di segugi nel mondo dell’immigrazione clandestina. A Los Angeles, caldo boia come da manuale.

Storia raccontata in prima persona da Whitney, venticinque anni, procuratore legale, lavora in un ufficio carino in un posto non proprio carino: all’angolo un emporio, a pianterreno un ristorante thailandese e “di fronte un noleggiatore di film porno”. Ma ne ho letti di peggio. In difficoltà nel pagare l’affitto e dunque pronta, dopo qualche tentennamento, a seguire il caso della bella e ricca (all’apparenza) Monica Fullbright, direttrice di Crystal’s (dice lei). Obiettivo, ben remunerato, ritrovare la sua governante scomparsa, una certa Carmen Luzano, clandestina guatemalteca. Sospetto da parte di Whitney che non gliela racconti giusta, confermato in seguito dalle indagini (niente direttrice e niente abitazione lussuosa) con la povera governante trovata morta ammazzata.

Altri spunti su Whitney sparsi in qua e là: sesso dimenticato da tempo, abbigliamento “rampante”, “bel viso e capelli fantastici”, biondi a caschetto, tette piccole ma sode, addome piatto. Ginnastica, per rafforzare tutti i muscoli del corpo, al Gold’s Gim seguita da Rodney, gira con una Datson azzurra.

Ricordi che arrivano a sprazzi, le bravate dell’adolescenza e della gioventù, il “peso” e l’assillo del padre, tutti i dubbi e i tormenti di una ricerca che potrebbe anche lasciare. Perché continuava a cercare la ragazza? “Chiunque fosse, era venuta a Los Angeles con sogni simili ai miei: essere libera e avere successo in quella grande città”, le bevute (diverse), la prontezza di spirito, la paura, gli scontri, i momenti di debolezza, di indecisione, la ripresa e la fermezza “Sta’ sicura che scoprirò chi sei e che cosa ti è successo”. Forte e fragile allo stesso tempo.

Prostituta giovanissima Lupe Ramos, che le fa da interprete e ha la fissa di “essere la reincarnazione di Norma Jean”. Sembra svampita ma è sveglia e non priva di deduzioni. Un figlio a casa con la nonna, la foto con sé del suo ragazzo. Una specie di grillo parlante che tende a scuotere la sua compagna di avventura ”Ce l’hai ora, la possibilità di fare qualcosa di buono, un atto di giustizia e di uguaglianza, e invece te ne stai seduta lì”.

In giro per Los Angeles che diventa una parte importante della storia. Nel centro tra i quartieri malfamati e tra quelli eleganti e sfarzosi di Beverly Hills, tra quelli brulicanti di latinos o dove ci sono scuole ebraiche, gallerie d’arte, cinema e librerie porno, centri di detenzione, teatri, agenzie di collocamento, fotografi…

Personaggi particolari che spuntano in qua e là: il mendicante che la sfotte, l’ubriaco che parla con il bicchiere, duri in jeans di marca, culturisti poco vestiti, una coppia giovani breaker neri che balla, coreani ricchi su grandi auto, neri e ispanici pigiati dentro station wagon e insomma tutto il mondo variegato che circola e vive in questa grande città.

Fabio e Jonathan Lotti

La vicenda è ricca di colpi di scena tra cui la scoperta di una nuova identità della morta, manifestanti contro l’ingerenza straniera in Guatemala e in tutto il Centro America, le passioni d’amore che si intersecano fra loro e con certi aspetti di lotta politica, economica e di attività criminale. Una profonda riflessione sul destino che non ripaga i sogni “che la gente è costretta a lasciarsi alle spalle quando viene a vivere a Dogtown”. E Dogtown è, in qualche modo, lo specchio del mondo.

Linguaggio secco, serrato, che scivola nei meandri della coscienza per risalire all’esterno di una società complessa e problematica con qualche leggera punta di costruito che si scorge a fatica. Una malinconia di fondo per quello che si vorrebbe e non è.

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J. Edgar

J. EDGAR
un film di Clint Eastwood
con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Armie Hammer

Quando, un anno fa, avevo letto del nuovo progetto di Clint Eastwood, mi era subito parso che il più grande regista vivente stesse tornando sui suoi temi dopo la parentesi favolesca di Invictus e quella (apparentemente) metafisica di Hereafter.

Nessuno come il regista di Gran Torino è stato capace, in questi anni e un film dopo l’altro, di raccontare l’America del ‘900 e quella post 11 settembre dell’immigrazione, della diffidenza, dei “nuovi” americani, tanto da imbastire un racconto universale e modernissimo anche per noi che di americano non abbiamo neanche i jeans. Ma alla componente prettamente pubblica della sua narrazione, Clint Eastwood non ha mai rinunciato a esplorare quella dimensione, altrettanto universale ed eterna, rappresentata dall’animo umano, dalla sue passioni e miserie che, assecondando anche il pensiero machiavelliano, mai mutano al mutare delle epoche storiche. In questi lavori – Un mondo perfetto, Million Dollar Baby, I ponti di Madison County, solo per citarne alcuni – è stata la dimensione privata a prendere il sopravvento, anche se analizzando con maggior cura la produzione di Eastwood appare immediatamente evidente come questo doppio ambito – pubblico e privato – non possa fare a meno di emergere ogni qualvolta gli sia lasciato spazio, perché la società è un aggregato di individualità e gli individui non sono monadi nell’universo, bensì vivono in un brodo primordiale fatto di rapporti interpersonali e di norme sociali.

Così come altri film – Changeling, Gran Torino, Fino a prova contraria, in parte Mystic River – questo J. Edgar racchiude in sé il doppio ambito di cui ho appena parlato, accentuando ulteriormente, come fosse un pendolo che rintocca le ore, il continuo oscillare tra il dentro e il fuori dei personaggi che mette in scena.

Fare un biopic su J. Edgar Hoover, il padre-padrone degli Stati Uniti d’America per ben cinquant’anni e otto, dicasi otto, presidenti e relativi staff, non è cosa facile, sia per la mole di materiale che deve essere preso in esame e messo in scena per fare qualcosa che sia anche solo accettabile e apparentemente esaustivo, sia per la delicatezza e ambiguità degli argomenti e dei fatti trattati. Lo stesso Hoover, interpretato da un magnifico DiCaprio, era quanto di più ambiguo uno potesse immaginare, continuamente in bilico, anche lui, tra la legalità e l’illegalità, la giustizia e l’ingiustizia, l’eroismo e la codardia. La scelta di Eastwood di esacerbare, quindi, questo continuo rimpallo tra la figura pubblica del dittatore dell’FBI e quella privata di un uomo fragile, complessato, gay represso e, aggiungerei, profondamente infelice, appare quanto mai opportuna e vincente nel suo non cedere mai all’empatia, a quella tendenza all’apologia e all’agiografia che spesso hanno i lavori biografici.

Forse siamo attratti tanto dal Bene quanto dal Male, dal fascino della risolutezza e delle certezze. Chiediamo continuamente a gran voce la nostra libertà, ma quando l’abbiamo siamo disposti a cederla per un aumento di stipendio o per una carezza da parte del nostro datore di lavoro e del ras di turno. Pochi, quindi, potranno sentirsi attratti dall’essere bifronte di Hoover, dal suo non riuscire a vivere un rapporto affettivo completo e appagante con Clyde Tolson, il suo braccio destro, e il sopperire a tutto ciò con l’enfasi nel lavoro, reale elemento succedaneo di una sfera emotiva e affettiva inesistente.

Leonardo DiCaprio

È l’ambiguità il cardine del J. Edgar di Clint Eastwood, la messa in scena di un uomo che comunque ha fatto tanto per il suo Paese – o credeva di farlo – ma che altrettanto gli ha tolto, usando il suo potere pubblico per mantenere i propri vizi privati, quell’elemento succedaneo di cui parlavo poco sopra e senza il quale, semplicemente, Hoover non sarebbe esistito. Pubblico e privato si intrecciano fino a confondersi, tanto che i dossier provati del capo dell’FBI non servono alla sicurezza nazionale, ma al ricatto a fini personali, nell’illusione di controllo che attanaglia tanti uomini di potere, oggi come sempre nella Storia. Quello che ne risulta è un magnifico affresco di una infelicità infinita e viscerale, una vita spesa in cui la miseria morale è sempre stata mascherata, come una gerbera, da successo, influenza e potere, quando invece, chiusa alle proprie spalle la porta della camera da letto, davanti allo specchio, altro non sarebbe rimasto che una immagine vuota. E di lì la fine.

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Non mi è venuto in mente di meglio...

Lo so che è dal 31 dicembre che state aspettando questo post e io, pronto, eccomi qui a elencare in rigoroso ordine sparso le migliori letture di Pegasus Descending del 2011 appena conclusosi. Un simile post, lo so, lo fanno un po’ tutti, chiunque abbia un blog che così voglia definirsi sparacchia la propria lista, o di tre o di dieci libri, film, dischi e chi più ne ha più ne metta. Però mi piace fermarmi un secondo e fare il punto della situazione, lo stato dell’arte, anche per svincolarmi da questa frenesia che tutto frulla, libri compresi, che se non li leggi o non ne parli nella prima settimana dall’uscita in libreria – e se con un paio di giorni di anticipo sulla pubblicazione ancora meglio – non vale, non ha valore, sei già vecchio. E allora se vuoi essere un blog trendy devi stare al passo, fingere di leggere per scrivere ovvietà e dimostrare, al mondo più che a te stesso, che ci sei. Perché la lettura – pratica per antonomasia caratterizzata da solitudine, lentezza e silenzio – deve essere considerata alla stregua di qualsiasi altro prodotto commerciale? Può valere per la case editrici, lo capisco, ma non per noi che non siamo niente più se non semplici, appassionati lettori? Ma davvero c’è qualcuno al mondo che legge 400-500 pagine in una notte? Io la notte dormo (figli permettendo…).

E allora sì, fermiamoci un attimo per guardare cosa abbiamo lasciato dietro e che, forse, andrebbe recuperato. Per questo vi invito a considerare questo mio post, più ancora che tutti gli altri, come assolutamente non definitivo, bensì un work in progress  da integrare con le vostre liste, con le vostre segnalazioni, con le vostre letture. Perché la definizione di “migliori libri thriller e noir del 2011” non può che essere parziale, legata alle mie letture, alle mie scelte, al mio Caso. Insomma, soggettiva. E io sono qui per imparare, non per insegnare, perché siate voi a consigliarmi cosa leggere e non viceversa. Un commento richiede pochi minuti, sbizzarritevi.

CLICCANDO SOPRA I TITOLI POTRETE LEGGERE LE RECENSIONI PUBBLICATE SU PEGASUS DESCENDING DEI MIGLIORI LIBRI THRILLER E NOIR DEL 2011 E CHE MOTIVANO LE MIE SCELTE.

COSÍ SI MUORE A GOD’S POCKET di Pete Dexter

CUL-DE-SAC di Alberto Custerlina  

I BUONI VICINI di Ryan David Jahn

IL BACIO DELLA VEDOVA di André Héléna

IL PASSATO SI SCONTA SEMPRE di Ross Macdonald

IL SOGNATORE di George Pelecanos

LA VIA DEL TABACCO di Erskine Caldwell

LO SCONOSCIUTO n.89 di Elmore Leonard

NOTTE DI SANGUE A COYOTE CROSSING di Victor Gischler

OUT OF SIGHT di Elmore Leonard

UN GELIDO INVERNO di Daniel Woodrell

UNA DONNA DI TROPPO di Carl Hiaasen

DRIVER di James Sallis (non trovate ancora la recensione perché non l’ho ancora scritta, nonostante abbia letto il romanzo da ormai un paio di mesi. Prossimamente!)

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Sherlock Holmes – Gioco di ombre

SHERLOCK HOLMES – GIOCO DI OMBRE
un film di Guy Ritchie
con Robert Downey jr, Jude Law, Noomi Rapace, Jared Harris, Sthepen Fry

Anche con il rischio di farvi andare panettone e cotechino di traverso ve lo devo dire: a Andrew Martin dell’Independent l’ultimo film di Guy Ritchie, Sherlock Holmes – Gioco di ombre, proprio non è piaciuto: “Lo Sherlock che ho letto da ragazzo era un uomo intelligente e riflessivo mentre il personaggio che incarna il celebre detective in Gioco di ombre – più videogioco che gioco – è iperattivo, acrobatico, allucinato, frenetico”. Il personaggio partorito dalla penna di sir Arthur Conan Doyle era, scrive ancora Martin, “un uomo di grande eleganza, altissimo e talmente magro da apparire ancora più alto”. Della stessa lunghezza d’onda il critico cinematografico de Il Fatto Quotidiano – da cui ho ripreso le parole del giornalista dell’Independent e la sua stroncatura – Carlo Antonio Biscotto che, dopo aver massacrato Gioco di ombre sia per la trama sia per i dialoghi, oltre, ovviamente, per la rivisitazione stessa del suo protagonista, conclude il breve pezzo affermando che “Sir Arthur si sarà rivoltato nella tomba”.

Ora, io non so se i morti si rivoltino o meno nella tomba, a maggior ragione quelli schiattati cento e passa anni fa e di cui, ormai, la memoria è persino fin troppa grazia, ma se così fosse Conan Doyle si sarà rivoltato piuttosto per il godimento che il lavoro, duplice, di Guy Ritchie gli avrà conferito e per la straordinaria riesumazione, questa sì, di un personaggio letterario celeberrimo e conosciuto meno solo di Berlusconi, mentre Gesù, al terzo posto, altro non è che un puntino distante.

Certo, uno poteva prendere un attore segaligno e con il naso lungo e sottile, mettergli in testa quel ridicolo cappellino, in bocca una pipa di spugna e una marsina sulle spalle, affiancargli un dottore a cui rifilare l’“elementare Watson” e via. Ma la domanda, a questo punto, sarebbe stata un’altra: perché? Che senso avrebbe avuto? Ci sono personaggi e storie che già sulla carta, nei romanzi, sono perfetti e non necessitano di alcuna trasposizione cinematografica, a maggior ragione se in un secolo di cinema e tv ne hanno già avute a dozzine. Riproporre lo Sherlock Holmes tanto caro a Martin e Biscotto – e anche a chi cerca di scrivere, con sempre maggiore fatica, ve ne sarete accorti, questo blog – sarebbe stato tanto superfluo quanto dannoso. Ricordiamo tutti il flop cinematografico di The Killer Inside Me, tanto per citare un esempio e chiarire ciò che voglio dire. Lo Sherlock Holmes letterario ognuno se lo immagina un po’ come vuole, come più gli aggrada, plasmando all’interno di quei quattro canoni il proprio Holmes e il proprio Watson. Stessa cosa dicasi per la storia: i gialli di Conan Doyle sono conosciuti forse anche dai bambini dell’asilo, così come le loro soluzioni, trasporre Uno studio in rosso sarebbe forse stato interessante? Sarebbe stato in grado di catturare l’attenzione dello spettatore, la sua curiosità, o, piuttosto, altro non sarebbe stato se non una concessione alla nostalgia di ex giovani lettori e dei loro anni verdi ormai sfumati?

In Gioco di ombre, oltre allo Sherlock Holmes e al dottor Watson magnificamente interpretati da Robert Downey jr e Jude Law, anche la trama stessa è una novità, un qualcosa in grado di ammiccare alla Storia che sfocerà nella Prima guerra mondiale e, più in generale, alla natura dell’animo umano. Moriarty – un ottimo Jared Harris – è personaggio tanto crudele quanto affascinante, il classico esempio di umanità a cui la natura ha dato tutto, morale esclusa, un uomo verso il quale ci sentiamo attratti per la sua intelligenza e per il suo potenziale di successo, uno capace di scrivere una saggio sul moto di un asteroide mentre orchestra scenari geopolitici e industriali che riguardano l’Europa intera.

Rapace, Downey jr e Law

Questa, la rivisitazione di Sherlock Holmes tanto in termini di trama quanto di caratterizzazione, è probabilmente l’unica, reale maniera per mantenere vivo un personaggio come quello domiciliato a Baker Street e, ne sono certo, a donargli una nuova giovinezza che porterà tanti ragazzi a riprendere in mano l’originale e quella serie di quattro romanzi che, non dimentichiamolo, risalgono ad appena una quarantina d’anni dopo I promessi sposi. Tutto ciò grazie anche alla tecnica di Ritchie, uno che, dopo il divorzio da Madonna, è tornato a fare buoni film, lasciando le vaccate alla ex moglie. L’azione, infatti, in Gioco di ombre è ininterrotta per due ore filate e l’ambientazione nella Londra di fine Ottocento quanto mai spettacolare e gotica, quasi dickensiana. Forse proprio tutta questa azione, farcita da abbondante humour, potrà non piacere ai puristi holmesoniani, ma personalmente non conosco altra via per l’immortalità se non la rielaborazione personale dei canoni, il continuo reinventare i nostri classici, le nostra fondamenta culturali, senza per questo motivo scalfire minimamente la loro grandezza originaria.

Sir Arthur Conan Doyle, quindi, ammettendo che i morti si girino nella tomba, si sarà mosso, sì, ma per mettersi comodo e per vedere come il suo amato personaggio sarebbe stato in grado di affrontare le sfide che il nuovo mondo gli avrebbe parato davanti. E noi con lui.

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Natale 2011

Fuego

FUEGO
di Marilù Oliva
ed. Elliot

Non so voi, ma io ho iniziato seriamente a preoccuparmi quando il ministro Fornero, in conferenza stampa, si è messa a piangere. Cazzo, se piange lei che mazzata stanno per tirarci? Anche se un certo odorino di merda s’era iniziato già a sentire quando Monti, sempre nelle medesima conferenza, aveva annunciato di rinunciare al suo compenso da presidente del consiglio e di ministro dell’economia. Qua qualcosa non torna.

Tutto ciò mi è tornato in mente leggendo Fuego, l’ultimo romanzo di Marilù Oliva – da leggersi rigorosamente tutto attaccato, mariluoliva, mi hanno detto per non confondersi con un altro Oliva, celebre critico letterario, e forse anche perché Marilù è un gran bel nome, quello  che vorresti avesse ogni tua fidanzata -, ancora una volta alle prese con le disavventure di Elisa Guerra detta La Guerrera, che credo si pronunci alla spagnola, tipo Gherrera. Se voi foste me, beh, non potreste non riconoscervi in questo personaggio alle prese con una vita che non va come vorrebbe, un lavoro che va bene che c’è ma la realizzazione personale è da un’altra parte, anni di studio e passione per capire, alla fine, che avevano ragione gli altri e che tu non hai capito proprio niente di come gira il mondo o, almeno, questa porzione di mondo. Poi, ok, io sono un maschietto e non corro dietro al mulatti salseri, oltre ad essere negato con il ballo – qualsiasi ballo, tranne quello dell’oca – e a non ritrovarmi, se non sulla carta, in mezzo a morti ammazzati.

Fuego è una via di mezzo tra il romanzo di formazione postadolescenziale alla Fabio Volo, di questi trentenni (ormai quarantenni) che ancora non sanno da parte andrà la loro vita, e la narrazione fortemente introspettiva e caratterizzata di un personaggio vivace, variopinto ed estremamente sfaccettato qual è La Guerrera. Il lavoro di Marilù Oliva poggia su due colonne portanti solidissime: un personaggio delineato benissimo e una scrittura raffinatissima e precisa, nonostante a tratti, forse conscia di questa sua dote, la scrittrice bolognese si conceda qualche pagina volta a quell’autocompiacimento che fa bene all’autostima.

Se l’alternare capitoli in prima e in terza persona oltre ad avere il sapore di un esercizio di stile ha anche l’evidente finalità di delineare al meglio il personaggio di Elisa Guerra tanto da dentro, facendola parlare, quanto da fuori, facendola agire, l’aver approntato tutto, ma proprio tutto, a questo elogio dell’one-woman show permette al lettore di conoscere la protagonista del romanzo come se fosse una parte di se stessi, consentendo allo stesso tempo all’autrice di parlarci di un mondo in cui le ombre sono più delle luci, nonostante l’aiuto di quelle stroboscopiche da discoteca o da balera, come si diceva un tempo.

Nel fare questo, però, Marilù Oliva sacrifica eccessivamente la trama, che diventa esilissima, appena accennata, un piccolo filo di fumo dalla prima all’ultima pagina. Non è detto che l’intento della scrittrice fosse proprio e solo il primo, quello di raccontare di una ragazza e di un mondo, quello della salsa e dei balli sudamericani, agendo più sul colore del personaggio principale piuttosto che sull’intreccio. Tutto ciò, comunque, non può che lasciare un minimo di amaro in bocca e a prescindere dal fatto che quel po’ di trama che c’è sia di un giallo soffuso e fin troppo discreto.

Marilù Oliva

Spesso leggo di scrittori che parlano della scrittura, che fanno discorsi metaletterari. E le scuole di pensiero sono due: chi dice che quello che conta sono i personaggi, l’unica cosa che realmente rimane in testa alla fine della lettura, e chi, all’opposto, sostiene che sia la trama stessa, i fatti, a doverla fare da padroni e in questi piantarci dei personaggi che siano fatti bene, certo, ma la storia è la storia. La trama, cazzo, la trama. Questa è una di quelle querelle che lasciano il tempo che trovano e utili ad allungare una recensione, a darsi un tono e far discutere e dibattere sulle terze pagine dei giornali. Perché alla fine, come spesso accade, la ragione sta nel mezzo, in un giusto equilibrio tra gli opposti, parafrasando Eraclito. Più spesso ancora non c’è una ricetta e la buona riuscita di un romanzo ha più l’aspetto di una ricetta alchemica piuttosto che di una formula matematica. Marilù Oliva, esperta frequentatrice del mondo delle lettere – basti pensare alle continue, gustosissime citazioni dantesche che neanche Benigni -, sono convinto sia consapevole di questa necessità d’avere due gambe solide per poter camminare, anche correre. Una c’è, è bella tornita e muscolosa, agile e scattante. L’altra – l’intreccio – deve crescere ancora un po’, allenarsi con fatica e costanza. I numeri ci sono. Ora basta giocarli e incrociare le dita.      

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